Recensione: Pietro Greco, Homo

“Le due culture”. La locuzione è ormai entrata nell’immaginario collettivo, almeno tra chi ha una “cultura scientifica” – qualunque cosa ciò voglia dire. Il breve saggio eponimo scritto da Charles Percy Snow nel 1959 ha definitivamente messo nero su bianco il tema dell’incomunicabilità tra scienziati e letterati; il mondo della ricerca scientifica e quello degli studi umanistici si erano irrimediabilmente divisi, e in questi decenni la frattura si è ancora allargata. Eppure Pietro Greco in questo suo ponderoso saggio osa presentare una visione completamente diversa. Secondo lui gli esseri umani sono stati da sempre sia artisti che scienziati; e quando dice “da sempre” lo intende in senso più che letterale, addirittura da quando i primi appartenenti al genere Homo – ecco il perché del titolo di questo libro – sono apparsi sul nostro pianeta. Insomma, questa capacità di unire i due mondi non è nemmeno una prerogativa di Homo sapiens sapiens!

Dopo questa prima parte, dal titolo Evoluzione, si passa a una sezione storica, intitolata Fusione, dove Greco mostra come in passato arte e scienza abbiano quasi sempre proceduto di pari passo. Ho trovato illuminante il capitolo sui Galilei. Non c’è solo Galileo, che pure viene ritratto anche come un bravo disegnatore e soprattutto interessato a fare in modo che le sue scoperte non fossero solo raccontate ai filosofi naturali ma potessero giungere davvero a tutti. Ma c’è anche, e forse direi soprattutto, il padre Vincenzio. Io lo conoscevo come musicista; ma nell’appassionata storia della sua vita Greco mostra come dopo un’iniziale adesione alle teorie ancora aristoteliche del veneziano Gioseffo Zarlino egli virò decisamente, cercando di capire come mai la pratica dei liutai fosse diversa dalla teoria e fu così costretto a passare dall’arte alla scienza per avere dei fondamenti validi. Ecco dunque che possiamo capire come mai Galileo abbia creato il metodo scientifico moderno: non era un improvviso colpo di genio, ma la logica continuazione degli studi, teorici e pratici, che aveva fatto con suo padre. A chi fa notare che stiamo parlando di avvenimenti di quattro secoli fa, Greco risponde con un’analogia a prima vista impossibile: quella tra la nascita della relatività generale e del cubismo, più o meno contemporanee. Einstein e Picasso non si conoscevano né direttamente né indirettamente, ma probabilmente avevano delle letture in comune; lo zeitgeist ha portato i due, ciascuno secondo le regole del proprio campo, a cercare un nuovo modo di rappresentazione. Certo, la relatività ha avuto molto più successo del cubismo; restano però queste convergenze parallele che si sono manifestate.

Ma anche la letteratura trova ispirazione dalla scienza, come raccontato nella terza parte che ha appunto il titolo Ispirazione. Le scoperte di Galileo trovano eco fino a Milton e al suo Paradiso Perduto, ma già Dante si definisce esplicitamente un mediatore, che porta alla gente le scoperte degli scienziati in quello che ritiene il modo migliore, cioè la poesia. Non parliamo poi delle altre arti. Non solo fotografia e televisione sono partite dalla tecnologia e sono poi diventate arti a pieno titolo, ma la stessa pittura per esempio ha dovuto ripensarsi da capo proprio a causa di questi ingombranti concorrenti che l’ha costretta a rivedere i propri assiomi e cercare di trattare l’immagine come lo fa il cervello. Se una persona non tiene le sue mani alla stessa distanza da noi, la fotografia rispecchia la differenza di dimensioni, ma noi le “vediamo” grandi uguali perché sappiamo che sono fatte così.

La parte che però mi è piaciuta di più è l’ultima, la Riflessione, dove Greco riprende l’ormai vieta metafora della società della conoscenza e la rovescia completamente, mostrando come davvero la conoscenza è più della somma delle parti costitutive, e che magari solo in modo carsico questa considerazione è sempre stata fatta dagli artisti prima ancora che dagli scienziati che purtroppo sono spesso riduzionisti. Riallacciandosi al titolo del libro, l’uomo è stato ed è arte e scienza allo stesso tempo; gli alti lai sulle due culture sono insomma esagerati, e questa è una fortuna.

L’unica pecca che ho trovato nel libro – tra l’altro impreziosito da una serie di tavole a colori che mostrano in pratica quello di cui si sta parlando – è una certa ridondanza. Greco è un giornalista scientifico radiofonico, quindi di un mezzo nel quale è opportuno ripetere spesso il concetto che si sta trattando per aiutare l’ascoltatore che magari si era distratto un attimo. In un testo scritto probabilmente si può fare a meno di alcune ripetizioni, lasciando al fruitore il compito di riprendere un passo che alla prima lettura non era stato appreso pienamente. Ma sono convinto che sia gli scienziati che gli umanisti troveranno la lettura davvero stimolante; finalmente magari riusciranno ad ammettere che i punti di contatto sono maggiori di quanto si crede.

(Pietro Greco, Homo : Arte e scienza, Di Renzo 2020, pag. 402, € 18, ISBN 9788883235412)

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