Monthly Archives: February 2021

Giardini bonsai

un giardino piccino picciò
Al giorno d’oggi è davvero difficile avere un bel giardino!

Nel weekend ho dovuto far fare i compiti di geometria a mio figlio. Dopo essere arrivati faticosamente al termine del problema mostrato qui sopra, gli chiedo se non aveva notato nulla di strano: purtroppo mi ha risposto di no, a parte l’aver dovuto fare un’equivalenza che per lui è una specie di affronto. E voi, che ne pensate?

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Quel pasticciaccio brutto di piazza Baldissera

piazza baldissera
Piazza Baldissera a Torino a inizio 2021 ( © OpenStreetMap contributors )

Sono vent’anni che vivo a Milano, ma io mi sento ancora un expat torinese, e quindi seguo quello che succede là, anche se ammetto senza troppa costanza. Però la notizia di quella che potrebbe essere la sistemazione definitiva di piazza Baldissera (la potete leggere su Repubblica, La Stampa, Corsera) era troppo ghiotta per non mettermi a commentarla.

Prima che io me ne andassi via da Torino, piazza Baldissera era il posto dove partiva la ferrovia Torino-Ceres, dove c’era stato il primo locale in cui suonava Fred Buscaglione, e dove passava il tram 10 (e il 12, prima che venisse soppresso); in direzione ovest-est c’era un buffo sovrappasso con rotonda e due corsie molto strette, in direzione nord-sud c’era la ferrovia e due strade pomposamente chiamate “corsi” (corso Venezia e corso Principe Oddone) che in realtà erano stradine a una corsia per senso di marcia. Per amor di precisione, corso Venezia non finiva nemmeno direttamente sulla piazza ma sbucava in via Stradella. Cosa è poi successo? Hanno costruito il passante ferroviario, la ferrovia è stata interrata, il sovrappasso è stato buttato giù, piazza Baldissera – senza tram causa prolungarsi degli scavi per il Passante – è stata rifatta come un’enorme rotatoria, e infine corso Venezia e corso Principe Oddone sono diventati dei veri vialoni di scorrimento a tre corsie per senso di marcia più controviali.

È proprio quest’ultimo punto che ha portato al patatrac. Non appena la nuova sistemazione della piazza fu completata e i vialoni aperti al traffico, cominciarono a esserci ingorghi lunghi chilometri, a qualunque ora del giorno e della notte. Nulla di così strano per chi conosce il paradosso di Braess… Ne avevo scritto tanti anni fa qui sul Post. In pratica, esistono dei casi in cui creare nuove strade (o allargare quelle preesistenti) rallenta il traffico globale. Come è possibile? Semplice. Strade più larghe portano più traffico, ma il maggior traffico rallenta la velocità media, e quindi il risultato è l’ingorgo. Aggiungete il fatto che una rotatoria fluidifica il traffico solo quando non è superiore a una certa soglia, e un errore di progettazione nel mettere gli attraversamenti pedonali troppo vicini alla rotatoria, e ottenete il caos.

In questi due anni sono state fatte varie proposte più o meno valide. L’unica che ha avuto un qualcoe risultato è stata ridurre artificialmente il numero di corsie sui vialoni, cosa che ha ovviato al paradosso di Braess. Probabilmente il Politecnico di Torino che è stato contattato sapeva quello di cui si parlava. Certo che proporre di controllare via satellite il traffico per far fare deviazioni mi è parsa un’idea piuttosto balzana: a questo punto bastava un banale Waze…

Ad ogni modo si direbbe che si è scelto di eliminare la rotatoria e ricreare le due direttrici principali, con una batteria di semafori per gestire il traffico. Sarà davvero la soluzione definitiva? Credo che sarà un miglioramento, ma che continueranno a esserci ingorghi. Ma non si può certo ritornare alla situazione iniziale… Passi chiudere i vialoni, ma chi ricostruisce il sovrappasso?

La perdita del senso del numero

un rapporto di 1 a 115?
È proprio vero, siamo un paese di vecchi…

Sabato mattina Repubblica ha pubblicato un articolo che, citando uno studio di una società di consulenza raccontava di come molte piccole università siano in crisi a causa della denatalità dei decenni scorsi, che riduce il numero delle possibili matricole: già «oggi per ogni 19enne ci sono 115 sessantasettenni», e tra vent’anni scenderemo addirittura a «1 giovane su 184 pensionabili.»

(Nota: il link che vedete sopra è alla versione originale dell’articolo salvata su Internet Archive. Se apriste ora Repubblica, trovereste un articolo purgato, senza traccia alcuna di una noticina che affermi che la versione iniziale conteneva un errore. Purtroppo questa è una pessima abitudine condivisa da praticamente tutta la stampa italiana… ma qui si parla di matematica)

Ora, è vero che mia moglie si lamenta sempre che tutte le volte che va a fare la spesa al supermercato trovi caterve di vecchietti a qualunque ora si presenti, ma pensare a 115 sessantasettenni per singolo diciannovenne si direbbe un tantino esagerato. Nel pomeriggio, dopo che su Twitter un utente ha commentato il messaggio della giornalista facendo notare l’assurdità del testo, da Talents Venture è arrivata la rettifica: il report aveva dimenticato una virgola, e il dato corretto è di 115 sessantasettenni ogni 100 diciannovenni, o un rapporto di 1 a 1,15. Ecco allora la rapida cancellazione della frase incriminata su Repubblica: meglio non rischiare di sbagliare a mettere la virgola. Tutto bene? Per nulla.

Un errore può capitare a tutti. Chi mi legge sa bene quanti errori ci sono stati su questo blog. Ma non è possibile che un giornalista che riprende un articolo – dove viene anche messo un link alla fonte, e chi conosce la stampa italiana sa che è una cosa niente affatto comune – lo accetti acriticamente e non si accorga di un fattore 100 di errore, tra l’altro su numeri relativamente piccoli? Se in Italia siamo 60 milioni, i sessantasettenni saranno esagerando un milione, e quindi i diciannovenni dovrebbero essere diecimila…

Il senso del numero è qualcosa che non è mai stato insegnato a scuola, che io sappia o mi ricordi: sarei lieto di essere smentito al riguardo. Eppure oggi, quando non abbiamo più bisogno di fare i conti a mano perché abbiamo tutti in tasca un telefono con l’app calcolatrice, il senso del numero è fondamentale. Non ha nessun senso digitare numeri e comporre operazioni se non abbiamo nessuna idea di cosa stiamo facendo; anzi, quello che otteniamo è qualcosa di completamente oscuro, che peggiora solo la nostra conoscenza delle cose e ci fa perseverare nella convinzione che i numeri siano una forma di magia nera dalla quale dobbiamo tenerci il più possibile lontani. Evitare gli errori in prima battuta sarebbe sicuramente la cosa migliore da farsi; però già ammettere pubblicamente l’errore contribuirebbe a smitizzare un po’ il mantra della matematica troppo difficile e quindi da non guardare nemmeno. Perché non lo si fa?