I Beatles si sono formati nelle lunghissime sessioni di Amburgo, dove toccava loro supnare per ore consecutivamente. Questo significava allungare a dismisura i brani, manco facessero jam session jazz; ma significava cercare tutti i nuovi brani americani sconosciuti e riarrangiarli per la loro formazione, che per esempio prevedeva cori maschili che non erano di moda (tanto che spesso pigliavano brani Motown per gruppi femminili: pensate a Please Mr Postman, per esempio, o addirittura Boys a cui non hanno nemmeno cambiato il testo).
Tutto questo lavoro ha fatto sì che i Beatles diventassero degli esperti arrangiatori, pur non avendo un’educazione musicale formale. Prendiamo per esempio How Do You Do It?, che George Martin voleva fosse il primo singolo dei Beatles salvo poi decidere di pubblicare Love Me Do (ma quella è un’altra storia, che racconterò prima o poi). Mitch Murray aveva composto il brano, e questo dovrebbe essere l’arrangiamento da lui pensato. I Beatles hanno preso il brano, l’hanno odiato, ma hanno fatto comunque il loro compitino: qui sentite la versione da loro registrata. È chiaro che non avevano nessuna voglia: basta sentire la voce di John e confrontarla per esempio con la sua prova in Ain’t She Sweet?. Ma se fate attenzione all’arrangiamento, è parecchio diverso da (e a mio parere migliore di) quello originale. Lo stacchetto alla fine del ritornello per esempio non è nulla di che, ma dà un colore diverso a tutto il brano che diventa più roccheggiante. Certo, potrebbe esserci stato lo zampino di George Martin, ma ho dei forti dubbi, sia per la sua formazione classica che per il suo lavoro in Parlphone che era più legato a novelty songs (pensate per esempio ai Goonies). E quando Gerry and the Pacemakers portarono il brano in cima alle classifiche, sfruttando l’onda lunga beatlesiana, l’arrangiamento è stato quello dei nostri…
PS: Mitch Murray poi ebbe un hit con Down Came the Rain, un’altra novelty song che forse conoscete in questa versione…
Ieri avevo mostrato una successione generata con regole molto semplici che tendeva al valore pi greco. Spero che i miei ventun lettori, o almeno quelli di loro che hanno una formazione matematica, abbiano capito che era uno scherzo. Le successioni delle due colonne sono di tipo Fibonacci, visto che ogni numero è la somma dei due precedenti. Questo significa che il rapporto tra due numeri successivi in ogni colonna tende al valore aureo φ; le due colonne sono successioni di Fibonacci, la seconda scalata di un fattore 5 e la prima scalata di un fattore 6 e senza i primi due termini. Ciò significa che il rapporto tra le due successioni tenderà a 6/5 φ² (il bello del rapporto aureo è anche questo!)


La scelta di Vincenzo Vespri in questo libro è di fare una storia di come la matematica si è evoluta, le sue “anime” appunto. In questo modo ha potuto evitare di inserire molte formule (potrei dire “per fortuna”, visto che in due di esse il segno di moltiplicazione è diventata una x…) e si è permesso il lusso di poter scegliere di quali personaggi parlare, terminando anche con qualche parola sui contemporanei italiani che ha conosciuto direttamente. (Per quello che può servire, concordo pienamente sul suo giudizio estremamente positivo su Giuseppe Da Prato, che purtroppo è morto qualche mese fa). Lo stile di scrittura è semplice ma non semplicistico, e permette anche a chi è allergico alla matematica di avere un’idea di come essa si è evoluta nei secoli e quali sono i suoi rischi attuali – sì, ce ne sono, nonostante apparentemente se ne faccia molta più che in passato. Segnalo in particolare la migliore spiegazione ad alto livello che io abbia mai visto di come funziona la blockchain, spiegazione che parte dal problema matematico dei generali bizantini. Faccio solo presente che, nonostante quanto scriva Vespri, Gödel non era ebreo :-) e che in un paio di punti ha scambiato un matematico per un altro.