Gli anziani condividono davvero più fake news dei giovani?

Ho letto questo articolo del Post. Ho anche dato una rapida occhiata ai dati originali linkati nell’articolo; potrei essermi perso qualcosa, nel qual caso indicatemelo nei commenti e mi correggerò.

Mi pare però che i risultati dello studio soffrano di un problema di base che almeno a me appare ovvio. Più precisamente, dire che «l’11 per cento delle persone con più di 65 anni ha diffuso almeno una bufala, contro il 3 per cento delle persone comprese nel gruppo di età tra i 18 e i 29 anni» dà un dato con un suo senso: è più facile che sia un anziano che un giovane a non condividere sempre notizie vere. (La frase è appositamente contorta). Dire però come nel catenaccio che gli anziani condividono fino a sette volte più fake news dei giovani non tiene conto di un punto chiave. Quante sono le condivisioni complessive fatte dai “giovani” e dagli “anziani”? Se tanto per fare un esempio il secondo gruppo ne posta quattro volte di più rispetto al primo, il dato suindicato diventa molto meno importante: sarebbe ancora vero che gli over 65 sono più creduloni dei giovani, ma sarebbe più interessante notare come siano più abituati a condividere cose altrui che a scegliere fake news.

Come sempre, non spaventatevi davanti ai numeri, ma azionate il cervello e chiedetevi perché ve ne vengono spiattellati così tanti!

Moltiplicazioni complicate

La settimana scorsa stavo aspettando che il duo in palestra si rivestisse, leggendo il mio libro-da-furbofono. Una signora mi chiede se potevo usare la calcolatrice del telefono, perché lei l’aveva lasciato a casa e doveva verificare se i soldi presi per una festicciola di fine anno fossero giusti. Mentre comincio a cercare l’app nel telefono mi dice “tre e mezzo per diciotto”. Rispondo in automatico “sette per nove, sessantatré” e smetto di cercare l’app.

Ora io sono un caso patologico a parte e potrei fare a mente anche operazioni più complicate. Sono anche d’accordo che 3,5*17 (o un qualunque numero dispari) non sia proprio una passeggiata. Ma qui siamo davvero al minimo sindacale: raddoppio da una parte, dimezzamento dall’altra, tabellina. Siamo messi così male?

Speriamo non si ammali nessuno

Il trafiletto l’ho preso da RaiNews, ma immagino sia un’agenzia visto che l’avevo sentito ieri sera su RTL 102.5. Gli italiani andranno in vacanza oer Natale/Capodanno più dell’anno scorso; e fin qui nulla di male. Comincio ad avere dei dubbi sull’avere due cifre significative per l’aumento (6,8%) e tre cifre significative per la percentuale dei fortunati (36,4%) che faranno il pontone. Ma quando leggo che andranno in vacanza «circa 16 milioni e 654 mila italiani» il mio bufalometro si impenna. Non puoi avere cinque cifre significative con un sondaggio; è l’equivalente di guardare un enorme vaso di fagioli e indovinarne esattamente il numero. Però volete mettere come per il lettore quadratico medio matematofobo quel numero assuma subito un valore preciso?

Quale amore di precisione!

Qui in spiaggia è stata temporaneamente vietata la balneazione vicino alla foce del torrente Rupinaro. Vabbè, capita. Ma quello che mi ha lasciato perplesso è la specifica degli estremi dell’area interdetta, che oltre ai punti di riferimento fisici indica le coordinate GPS con sei cifre decimali di precisione. Facciamo un po’ di conti spannometrici. All’equatore un grado di longitudine equivale a circa 111 km, quindi un milionesimo di grado sono 111 mm, 11 centimetri. Qui siamo intorno al 45° parallelo, quindi bisogna moltiplicare per 0,7: arrotondato, 8 centimetri. Un GPS civile ha una precisione di qualche metro, quindi la sesta cifra decimale, e probabilmente anche la quinta, non hanno alcun senso. Aggiungiamo che gli estremi non sono delle linee tracciate con una funicella, ma degli istmi che permettono di essere leggermente meno precisi. Però volete mettere come il comune mostra di essere all’avanguardia?

Matematica o marchetta?

Ieri Repubblica ha pubblicato un articolo sul problema delle code. Vincenzo Borgomeo spiega come i ricercatori della Vanderbilt University in Tennessee abbiano finalmente mostrato in pratica quale sia la causa dell’annoso problema delle code in autostrada che nascono senza nessuna ragione.

Ora, che il problema sia di lunga data è indubbio: ne ho scritto anch’io in Matematica in pausa caffè dicendo che è ben noto e dandone la spiegazione teorica. Detto questo, garantisco che anche la dimostrazione pratica è ben nota: perfino con le mie limitate capacità visive attuali ho facilmente trovato questo video. D’accordo che siamo in estate e gli standard si abbassano ancora, ma perché postare questo articolo? Io sono andreottiano e penso male, ma il tutto mi pare più che altro una marchetta a favore del sistema di frenatura della Ford ben specificato nell’esperimento. Anche le università americane hanno bisogno di soldi, insomma…

Più che matematica, italiano

Sto leggendo un libro di divulgazione matematica nella sua traduzione italiana. (No, non faccio il nome del libro né del traduttore: posso solo dire che l’editore è importante). Parlando dei Principia, l’autore spiega che Newton non usa direttamente l’analisi matematica ma è chiaro che le sue dimostrazioni geometriche partono da lì, soprattutto nel caso dele flussioni: segue la frase «Oggi le chiameremmo funzioni continue (quindi derivabili)».

Leggendo questa frase sono saltato sul letto (stavo leggendo prima di andare a dormire). Sono andato a cercare l’originale, che dice «Today we would call them continuous (indeed differentiable) functions.» Ora, lasciamo da parte che “differenziabile” in matematica è leggermente diverso da “derivabile”, perché la derivata deve essere continua (la cosa buffa è che questo viene anche scritto in una nota una dozzina di pagine dopo). Il punto è che quell'”indeed” non ha affatto il significato di “quindi”! Per fare un esempio pratico lontano dalla matematica, se io scrivo “My daughter Cecilia does not eat peaches (indeed any fruit)” non dico “Mia figlia Cecilia non mangia pesche (quindi nessun frutto)”, ma “Mia figlia Cecilia non mangia pesche (anzi, nessun frutto)”. Un erroraccio così su una delle prime cose che ti insegnano ad analisi non me lo aspettavo proprio 🙁

Creare cioccolato dal nulla


Il ritaglio qui sopra è stato postato su Facebook dalla mia amica Rossella Rosin: è un esercizio dato da fare alla classe di suo figlio. Notate nulla di strano?

Tralasciamo la seconda domanda, che non solo presenta un serio problema con la lingua italiana (cosa sarebbe un “cioccolato intero”?) ma dimentica il fatto che il cioccolato può tranquillamente essere tagliato in pezzetti, e fermiamoci proprio al testo. Ad Andrea e Alessandro è stato regalato un tot di cioccolato cadauno; però loro ne hanno mangiato più di quanto gliene è stato dato. Forse usavano il metodo qui presentato da Mariano Tomatis per crearlo dal nulla? O magari l’hanno aggiunto alle loro scorte private e poi si sono fatti una bella scorpacciata che avrà avuto come risultato una proliferazione di brufoli?

Vabbè. Quello che come al solito è successo è che chi deve mettersi a macchinetta a creare decine di problemi “per mettere la matematica in pratica” spegne il cervello, o meglio ne tiene accesi due pezzi separati (uno per l’operazione da fare e un altro per il testo da scrivere) we così alla fine ottiene la finanza cioccolatista creativa. Inutile dire che ormai non c’è nessuno che controlli le bozze di questi libri per accorgersi di questi strafalcioni logici; ma quello che è peggio è che la stragrande maggioranza di bambini e ragazzi perpetuerà l’approccio “macchinetta”, traducendo internamente il problema in “è maggiore 7/3 oppure 9/5?”. A questo punto tanto vale eliminare tutte le inutili parole e scrivere direttamente la domanda, non trovate?

(ah: c’è un libro di Terezinha Nunes, Ana Lúcia Schliemann e David Carraher sui ragazzi di strada brasiliani che mostra che sì, loro riescono spesso a risolvere i problemi esposti a parole mentre hanno forti difficoltà con gli stessi problemi ridotti a operazioni matematiche; ma questo succede solo se il problema ha un senso reale e quindi fa parte della loro vita. Quei ragazzi avrebbero sghignazzato davanti a un testo simile)

Aggiornamento: (14:00) Sempre su Facebook, Paolo Sinigaglia mi ha fatto notare che il problema potrebbe essere semplicemente di italiano: l’ignoto estensore è convinto che “cioccolato” sia un sinonimo di “tavoletta di cioccolato”. In tal caso la seconda domanda è comunque malposta perché avrebbe dovuto chiedere quante (tavolette di) cioccolato Alessandro ha ricevuto come minimo.