Chiudono Studio Aperto e Tg4. E allora?

La notizia che probabilmente Studio Aperto e Tg4 chiuderanno a fine anno non è certo piacevole per chi ci lavora. Però onestamente non mi pare che sia un colpo alla pluralità dell’informazione. Stiamo parlando di Mediaset, cioè di un’azienda privata. Possiamo immaginare che le notizie che si scelgono per Studio Aperto siano di taglio diverso da quelle scelte per Tg4, considerando che i target delle due reti sono diversi, ma è molto improbabile che le notizie siano date da punti di vista diversi: sarebbe più che altro schizofrenia. Quindi avere solo Tg5 e TgCom non è una limitazione, da questo punto di vista.

(Poi fosse per me avrei una sola newsroom anche in Rai, ma so bene che la politica italiana non lo permetterebbe mai…)

Product placement – level pro

più economiche Al momento la home page di Repubblica presenta (abbastanza in alto) questo articolo. Non sono in grado di valutare se avere auto elettriche anziché a combustione sia vantaggioso per il nostro pianeta. Però sono in grado di capire che non sono “più convenienti” – per quegli incentivi paghiamo tutti noi – ma “preferibili”. Le parole contano. Ma in fin dei conti di chi è la proprietà di Repubblica?

Povera Torino

Il manifesto parla dello stallo delle vaccinazioni (archivio) – stallo abbastanza prevedibile, almeno nel breve termine: chi non ha intenzione di vaccinarsi probabilmente cercherà di tirare fino a capodanno sperando che finisca lo stato di emergenza e con esso il green pass. Lo fa però mettendo una foto con didascalia “Milano, fila per i tamponi”. Peccato che la foto sia di Torino. E dire che San Salvario è stato spesso agli onori della cronaca nazionale…

(Ho dato una rapida occhiata al sito Ansa: c’è un’altra foto della farmacia ma la didascalia in questo momento ha un generico “Una coda davanti ad una farmacia © ANSA”)

Fine di #PublicEditor

Anna Masera chiude la rubrica Public Editor sulla Stampa, per l’ottima ragione che va in prepensionamento (buon per lei!). Nel suo ultimo articolo tra le altre cose scrive «confido che La Stampa proporrà altri interlocutori e spazi di dialogo con il suo pubblico.» Permettetemi di dubitarne.

Come spiega Masera, «La “Public Editor” è arrivata nel 2016 quando abbiamo aderito a The Trust Project, un progetto americano per combattere la sfiducia del pubblico nel giornalismo online.» Il problema di base è che i quotidiani continuano a perdere ricavi, sia pubblicitari che di vendite, e si crea un circolo vizioso in cui i giornalisti sono sempre di meno e sono sempre più spinti ad andare sul sensazionalistico per sperare che qualcuno clicchi e mandi du’ spicci all’editore. Ma i lettori più scafati a questo punto hanno sempre meno fiducia nella qualità di quello che leggono, e quindi la fiducia è crollata.

Con Public Editor, spiega ancora Masera, «abbiamo raccolto la sfida di rispondere ai lettori non solo sugli errori, ma su tutte le questioni controverse, a costo di ripeterci perché negli anni si sono riproposte spesso.» Il problema che però io ho visto nelle risposte, anzi più correttamente nelle domande a cui lei rispondeva, è che ci si rivolgeva soprattutto allo stile degli articoli. Quando Masera scrive

Sarebbe ora che l’organizzazione del lavoro nei giornali tenesse conto che i titoli vengono condivisi anche quando gli articoli sono a pagamento, e che quindi hanno una vita propria per tutte quelle persone non abbonate che li commentano senza avere accesso ai testi che completerebbero l’informazione: servono titoli più aderenti alla realtà, meno sensazionalistici. I lettori non apprezzano gli articoli anonimi, vogliono conoscere le fonti (che – sappiatelo – negli articoli senza firma sono quasi sempre agenzie stampa)

ha perfettamente ragione (Sull’ultima parte confesso che negli anni ho imparato a scrivere i comunicati stampa in modo che le agenzie e a cascata i giornali li copincollino…) Però pensateci su un attimo: se da dipendente GEDI lei non ha avuto la possibilità di convincere la proprietà a modificare il modo di pensare di chi costruisce il giornale, perché senza di lei dovrebbero farlo?

Aggiungo un ultimo punto, molto più personale. Masera scrive che c’è «l’esigenza di redazioni più diversificate e inclusive per raccontare meglio la società che si evolve.» Ma secondo me serve anche avere delle redazioni più aperte alla riscrittura degli articoli. Avete mai sentito parlare dell'”effetto Report”? I servizi sembrano sempre molto curati… fino a che non ne capita uno su un tema che noi conosciamo bene, dove ci accorgiamo che fanno errori marchiani. In quel caso c’è chi pensa male ed è convinto che Report faccia giornalismo a tesi. Spesso però possiamo assumere la buona fede: un giornalista non può essere un tuttologo, e può scrivere qualcosa di errato perché non ha avuto la possibilità di capire bene tutti i termini di un problema. E ricordiamoci che la colpa in questi casi è condivisa da chi spiega e chi riporta :-) Ecco: a me piacerebbe una redazione che – a fronte di ri-spiegazioni educate e comprensibili – aggiornasse la versione online dei suoi articoli spiegando cosa c’era di sbagliato in quella originale. Non è una cosa così fuori dal mondo: chi è abituato a leggere la stampa anglosassone si imbatte spesso in articoli che terminano con una nota “in una versione precedente dell’articolo era stato erroneamente detto che…” Da noi è già tanto se possiamo sapere che l’articolo è stato aggiornato. Avremo mai un successore di #publiceditor dove si potranno inviare queste correzioni e vederle inserite negli articoli?

Spie e vaccini

Martedì La Stampa ha pubblicato un articolo in cui si legge che delle spie russe hanno rubato i dati relativi al vaccino AstraZeneca, che come ricordate è stato fabbricato con l’aiuto dell’università di Oxford, per creare il loro vaccino Sputnik.

Tutto è possibile, lo sappiamo bene: e visto quanto le case farmaceutiche sono gelose dei loro risultati, e dei miliardi di utili che gli fanno loro fare, è chiaro che la posta in gioco è tanta. Però avrei già qualche dubbio nel fidarmi di uno scoop del Sun (ah: come è usuale, alla Stampa si sono “dimenticati” di mettere il link alla fonte. Dobbiamo accontentarci che almeno abbiano scritto quale quotidiano fosse). Inoltre la tecnica usata da questi due vaccini (partire da un adenovirus usato come vettore) è consolidata, e dato che se non sbaglio questo coronavirus è stato sequenziato non è che sia necessario copiare la formulazione. Altra cosa sarebbe stata la copia di un vaccino a mRNA.

Insomma, io i miei dubbi li ho. Al Sun forse li avevano o forse no, ma dal loro punto di vista la cosa era irrilevante. Spiace vedere che La Stampa abbia seguito la stessa linea.

La percezione della scienza

È persino stato intervistato dal Tg1. Parlo di Francesco Tulone, il matematico siciliano che assieme a due colleghi russi ha trovato un controesempio a una congettura proposta una ventina d’anni fa. Il risultato, pubblicato sui Proceedings dell’AMS – rivista indubbiamente importante ma non al top – era stato subito salutato dal Corsera.

Un mese dopo Repubblica promuove i Proceedings a rivista “più prestigiosa al mondo per i matematici”, raccontando nel contempo come a Tulone sia stata tolta la cattedra, cosa che del resto era nota da settimane. Solo che la storia è un po’ più complicata di come descritta, e non parlo delle conoscenze matematiche necessarie. Tulone non è un professore ma un ricercatore, e quindi non ha obblighi didattici, anche se molto spesso le università fanno comunque insegnare (su base volontaria) anche i ricercatori. Tulone ha sempre dato la sua disponibilità a tenere il corso, ma quest’anno in università è arrivata una professoressa in quella classe di materie e il consiglio di dipartimento ha deciso di affidare il corso a lei. Tutto questo naturalmente non si evince dagli articoli di giornale, scritti evidentemente senza cercare altre fonti. Insomma, chi scrive questi articoli non ha esattamente idea di quali siano i risultati scientifici di cui si parla – e questo è assolutamente comprensibile – ma non gliene importa nulla e pubblica più o meno a caso quello che sente dire da una singola parte in gioco.

Ma come sempre in questi casi la mia domanda è un’altra. Ferme restando le qualità scientifiche di Tulone, che comunque non saprei quantificare: quali sono le sue qualità sociali per riuscire a tirare fuori tutto questo cancan mediatico?

I limiti del software


Repubblica racconta come Apple abbia inserito lo schwa in iOS (vabbè, Google l’aveva fatto sei mesi fa). Solo che non riesce a metterlo nell’articolo “perché il sistema editoriale non riconosce ancora il carattere schwa”.

Eppure il quotidiano romano usa la sua font Eugenio, e non è che ci voglia molto ad aggiungere un glifo (che poi è banalmente una e rovesciata quindi non è neppure una forma da creare ex novo, anche se sarebbe utile. Non vi siete mai accorti di come la ǝ appaia strana? la ragione è quella). Troppo complicato?