Povera Repubblica (nel senso del giornale)

La discussione sull’allineamento stretto di Repubblica verso i nuovi proprietari (qui la nota del CdR al riguardo), compresa di stracci che volano tra Calenda e Renzi, mi pare non tenga conto di un imbarbarimento più generale. Io sono torinese, quindi ho letto per decenni La Stampa (non sono mai stato un tipo da Gazzetta del Popolo, mi spiace). Come ho già scritto tante volte, il quotidiano subalpino è noto più o meno affezionatamente come “la Busiarda” per ovvie ragioni: la linea politica che seguiva era rigidamente quella dettata dall’Avvocato. Nulla di male, bastava saperlo. Quello che però risaltava era il modo in cui le notizie venivano presentate: c’era comunque una forma confezionata che permetteva in un certo senso di salvare le apparenze. Poi si sapeva che occorreva saper leggere tra le righe per eliminare le bugie, ma in un certo senso questo faceva parte del gioco. Insomma, La Stampa era il giornale della borghesia che non guardava a destra, pur ovviamente aborrendo la sinistra. (No, non lo è più da almeno dieci anni, purtroppo)

Repubblica, nonostante Scalfari – o forse per l’antiberlusconismo che univa Scalfari a De Benedetti padre – era il giornale della “borghesia illuminata” che “insomma, il PDS-DS in fin dei conti non è più comunista come una volta, magari qualcosa di buono finalmente riuscirà a fare”. Anche qua la deriva degli ultimi dieci anni è stata pessima, ma ora siamo arrivati al punto di essere ridotto a megafono strillato dei proclami del padrone. Questo è il livello attuale della nostra stampa. E non è che i nuovi giornali usciti in questi anni siano migliori, intendiamoci.

(No, non parlo del motivo del contendere, vale a dire la richiesta da parte di FCA Italia di garanzie statali per ottenere 6 miliardi e rotti di prestito. Non ho competenze in merito, e non ho voglia di farmele al volo)

Giornalisti che si inventano numeri

[0,01%] Venerdì scorso Giorgio Dendi ha postato su Facebook un ritaglio della Stampa, mostrato qui a fianco. Come leggete, da mille campioni di sangue si sarebbe scoperto che “solo lo 0,01% è deceduto per Covid”. Giorgio nota che 0,01% è l’equivalente di 1 su 10000, e quindi sarebbe morta un decimo di persona. Sabato mattina con Alberto Saracco e Pietro Di Martino discutevamo di ciò, ed eravamo d’accordo che il catenaccio era scritto da cane, e probabilmente voleva significare che in totale la mortalità della malattia, calcolata a partire del campione, è dello 0,01%. Però io sono wikipediano dentro, e così sono andato a cercare le fonti.

Una guglata con le parole «kobe city general hospital coronavirus» (che sono anche inglesi) mi ha riportato nei primi 25 risultati 23 articoli in italiano e due in inglese: uno di un giornale nipponico e il preprint dell’articolo, che ovviamente ho letto. Già questo, se ci pensate, è parecchio strano. Poi ho letto l’articolo: come immaginavo, dello 0,01% non c’è traccia. Quello che c’è scritto è che in quell’ospedale di Kobe sono stati effettuati 1000 test sierologici tra persone che erano arrivate lì per altre patologie, e hanno scoperto che il 3,3% era positivo al virus. Hanno estrapolato i dati, e ricavato che in tutta Kobe ci dovrebbero essere tra i 40000 e i 50000 infetti, a seconda se si fa un aggiustamento per coorti d’età e sesso oppure si considera il puro rapporto numerico. Punto.

Da dove arriva quella percentuale, allora? La mia ipotesi è semplice. Una qualche agenzia di notizie italiana ha preso la notizia, e ha deciso che poteva essere interessante ma non era abbastanza succosa. Così il giornalista si è messo a fare i conti. Spannometricamente, il Giappone ha 120 milioni di abitanti: il 3,3% di infetti fa quindi 4 milioni circa. I morti giapponesi a oggi sono circa 600; il raporto tra morti e infettati è circa dello 0,015% che possiamo approssimare con una sola cifra decimale a 0,01%. Visto che tutto torna? No, ovviamente non torna nulla. Il problema non è il conto spannometrico che va anche bene, quanto il fatto che non abbiamo nessuna garanzia che il numero di morti sia quello reale, come ben sappiamo anche in Italia. Pertanto tutti quei conti non servono assolutamente a nulla all’atto pratico. Per giunta, l’italica stampa – come capita fin troppo spesso – recupera i lanci d’agenzia senza nessun controllo e pubblica allegramente. Tanto chi volete che vada a controllare? E dire che non ci volevano molti neuroni per accorgercene. In Italia siamo 60 milioni: se per ipotesi avesso contratto tutti il CoViD-19, lo 0,01% di morti sarebbero 6000 persone. Le statistiche ufficiali parlano di 30000 morti…

P.S.: Per fare i controlli ci ho messo un quarto d’ora (mi è servito molto più tempo per scrivere il post). Non ci voleva poi molto, insomma. E allora perché non farlo a priori? Gli amici di cui ho fatto il nome sopra sono tutti matematici, due sono anche professori universitari, e quindi usmano che c’è qualcosa che non va anche senza controllare. Pensate però a tutti gli altri

Cioccolatai


Occhei, abbiamo un governo di cioccolatai. Ma che dire del secondo quotidiano nazionale che – dopo aver pubblicato titoloni senza uno straccio di notizia ufficiale – piange per la «gestione confusa e approssimativa delle comunicazione istituzionale»?

182 centimetri, non uno di meno


Il testo in figura è preso (immagine 18) dal Corriere della Sera, il maggior quotidiano italiano, e mi è stato segnalato dal mio collega Damiano. Io capisco che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (pardon, la World Health Organization) sia ostaggio degli americani e quindi si ostini a misurare le distanze in piedi. Ma magari quando lo si porta nel resto del mondo si può evitare di prendere la calcolatrice e limitarsi a scrivere “un metro e ottanta centimetri” senza che nessuno faccia partire la contraerea.

Che poi sei piedi a dire il vero sono 182,88 centimetri: e se uno per sbaglio finisse in quegli otto millimetri abbondanti e si beccasse lo stesso il virus, chi ne paga le conseguenze? :-)

Ginetta Pignolo e le “traduzioni riscritte”

Con il mio solito ritardo sto leggendo il secondo volume della raccolta Urania dei racconti di Arthur Clarke. Nell’introduzione (che è stata messa nel secondo volume, non nel primo… misteri editoriali) Franco Forte scrive che potremo “gustare le nuove traduzioni i diverse opere che abbiamo già avuto il piacere di leggere in passato, seppure con una trasposizione in italiano quanto meno approssimativa”. Occhei, le traduzioni italiane di una volta, di fantascienza e non solo, spesso erano per così dire peculiari. Non che quelle attuali siano specchiate, come ho raccontato; ma limitiamoci alle traduzioni del passato. In “Silenzio, prego” (Silence, please) trovo scritto che un personaggio “non era capace nemmeno di integrare e con x​”. Un qualunque studente liceale può immaginare che avrebbe dovuto scrivere e alla x (la battuta fa ridere solo matematici, fisici e ingegneri: l’integrale di ex è ex stesso, a meno di una costante); e in effetti l’originale dice “I don’t suppose he can even integrate e to the x​”, e bastava tradurre parola per parola. Qualche riga dopo, “Let’s say x e to the x​” diventa un ancor più incomprensibile “Diciamo x con x​”. La pagina seguente, “The compression pulse of one sound wave would be on top of the rarefaction of another” viene tradotto con “il battito di compressione di un’onda sonora si sommerebbe alla rarefazione di un’altra” che non ha alcun senso se non sai già il significato. Lasciamo perdere la citazione su Sir Alan Herbert, che è stata tradotta con qualcosa di completamente diverso ma forse non aveva senso lasciare così in italiano.

Sono andato a vedere chi era il traduttore, e ho letto che era tale “Ginetta Pignolo”. Una rapida guglata non mi ha detto molto: ho così chiesto alla mia amica Isa se per caso quello fosse uno pseudonimo usato dai redattori editoriali nel caso di traduzioni fatte alla buona. La risposta, oltre al cazziatone per non essere andato sull’OPAC SBN, è stata «risulta attiva dalla fine degli anni ’40, in specie come traduttrice dal tedesco, per poi tradurre una sventagliata di titoli di ogni genere dall’inglese (si sa che se sai bene il tedesco, l’inglese lo assimili per osmosi, no?)» e soprattutto «il ventaglio degli editori che hanno pubblicato sue traduzioni è molto ampio (Einaudi, Mondadori, Frassinelli, Bolaffi, Rizzoli, Borla… e si parla degli anni ’50 e ’60, quando erano ancora tutti indipendenti»; quindi probabilmente era una persona realmente esistente. E in effetti ho poi notato che nel colophon c’è la tipica frase “L’editore ha ricercato con ogni mezzo Pietro Ferrari, Ginetta Pignolo e Bianca Russo, titolari dei diritti di traduzione…” che si mette per pararsi le spalle.

Ora è chiaro che la signora Pignolo non faceva fede al proprio nome; ma in fin dei conti nel 1950 le conoscenze scientifiche dei traduttori erano scarse e anche la coppia Fruttero-Lucentini si è presa delle belle licenze. Ma questa raccolta è uscita nel 2019, e hai esplicitamente detto che molte traduzioni sono state rifatte. Possibile che nessuno con un minimo background scientifico abbia riletto le traduzioni di un autore che è stato uno dei primi esponenti della Hard SF? Cosa sarebbe loro costato?

Sommare anni ed euro

Da ieri vedevo girare su Facebook questa tabella di ItaliaOggi. Mi era chiaro che i totali non avevano senso, ma non riuscivo a capire come fossero stati ottenuti. Ho dovuto leggere un commento postato su Twitter per capire cosa era successo: l’ignoto preparatore della tabella aveva sommato tutti i numeri delle colonne, compreso quello dell’anno. Tra gli innumerevoli danni portati da Excel dobbiamo insomma anche aggiungere l’incapacità di accorgersi di cosa si sta facendo quando si applica una funzione. Che il tutto sia stato pubblicato sul secondo quotidiano finanziario italiano aggiunge solo tristezza.

Ah: nel contesto è un bruscolino, ma sommare il gettito previsto in quattro anni per fare un titolo più a effetto è qualcosa che dovrebbe essere vietato dalla legge prima che dal buonsenso. Ma d’altra parte è la stessa ragione per cui si continuano a finanziare costi strutturali con gettiti una tantum…