Sono finalmente su Wikidata :-)

Come i miei lettori sanno, io sono una persona borderline. No, non nel senso di essere ai limiti del patologico – o almeno non solo così – ma in quello di essere sufficiementemente importante per avere una voce su di me in Wikipedia, in qualità di saggista. Si potrebbe discutere se le recensioni dei miei libri che sono apparse sui grandi quotidiani italiani siano sufficienti o no: ma il fatto stesso che io sia la “voce” di Wikimedia Italia fa sì che sia meglio evitare conflitti di interessi e stare al di fuori dell’enciclopedia. Tanto se qualcuno ha bisogno di avere informazioni su di me le trova lo stesso.

Però esiste anche Wikidata, che è la base dati nata per conservare tutte le informazioni che potranno poi essere usate nei progetti Wikimedia ma non solo. Wikidata non è molto noto, ma la sua importanza è fondamentale. Bene: finalmente c’è un’entry su di me in Wikidata. Non che uno se ne faccia molto, ma volete mettere?

SpazioRegione

Ho deciso che mi serviva il pin per leggere la tessera sanitaria. No: ricominciamo da capo. Ho scoperto che il lettore di smart card che avevo preso in edicola nel 2008 e non avevo mai aperto funziona ancora tranquillamente, con l’unica avvertenza di buttare via il cd allegato e scaricare i driver aggiornati per sistemi a 64 bit. Però senza pin non potevo fare nulla: guardando sul sito ho però scoperto che non era necessario andare all’infernall’ASL, ma si poteva fare tutto in regione. Palazzo Lombardia (aka il Formigonio) è sulla strada tra casa e ufficio, così venerdì scorso tornando a casa sono passato di là. Tutto chiuso, perché il venerdì c’è orario ridotto.

Lunedì ho pensato di usare pausa pranzo per riprovare. Sono arrivato: era aperto. Sono entrato dalle porte girevoli: non c’era nessuno. Non ho nemmeno preso il numerino: ho mostrato carta d’identità e tessera sanitaria, mi hanno mandato per SMS mezzo codice e mi hanno dato una stampa con l’altra metà. Sono rientrato in ufficio trenta minuti dopo che ero uscito. Incredibile. Ma qualcuno sa che esiste questo SpazioRegione?

Sushi Shop: ora basta (sul serio)

Ricordate la mia storia con Sushi Shop? Il problema è che non sono mai riuscito a trovare un altro ristorante giapponese che facesse servizio a domicilio e avesse cibo apprezzabile. (Occhei, a me comunque dava fastidio tutto il Philadelphia™ che ci mettevano, ma amen). Avevamo così ripreso a servirci da loro.

Venerdì pomeriggio verso le 18:15 facciamo un ordine. Invece che il solito sushi box per due, facciamo degli ordini diversi; io prendo del sashimi, e il sito mi offre la scelta tra riso e miso come contorno in omaggio. Bene, dico io, non ho nemmeno bisogno di aggiungere del riso. Chiediamo che l’ordine ci venga portato alle 20. Alle 20.25 Anna telefona chiedendo “scusate, ma dov’è il nostro ordine?” al che ci viene detto “il fattorino è già partito da un po'”. Alle 20:40 Anna ritelefona: in quel momento suona il campanello. Prendiamo il sacchetto… e ci accorgiamo che manca il riso. Nuova telefonata di Anna: quello che le viene detto è nell’ordine
– vi rimandiamo il fattorino con il riso (siete già tre quarti d’ora in ritardo, dobbiamo ancora aspettare un quarto d’ora?)
– ah, ma il riso è in offerta solo a pranzo (peccato che nello scontrino sia segnato che c’è anche il riso, anche se a 0 euro)
– ma tanto non l’avete pagato (certo, ma se non fosse stato indicato che c’era noi l’avremmo aggiunto all’ordine).

A questo punto ho detto ad Anna di lasciar perdere. Quello che però lascerò definitivamente perdere sono gli acquisti al Sushi Shop. Innanzitutto si erano chiaramente dimenticati dell’ordine. Io ci metto io un quarto d’ora in bicicletta ad arrivare da lì a casa, e il fattorino va in scooter. Se guardate gli orari, sono giusto quindici minuti dalla prima telefonata all’arrivo, senza contare un banale particolare come il fatto che si erano anche dimenticati di mettere le vaschette per la soia, segno di sacchetto preparato in fretta e furia. Ma un sedicente servizio clienti che cerca solo una scusa dietro l’altra, invece che ammettere l’errore e dare chessò un credito di due euro o meglio ancora una porzione di riso in offerta nell’ordine successivo (costo marginale 30 centesimi…) non merita i miei soldi. Vorrà dire che torneremo a mangiare fuori.

Iscrizioni alle medie

I gemelli non andranno nella scuola media che avremmo voluto. C’è stato l’assalto alla diligenza: noi siamo lontani da quella scuola, sarebbe sulla strada per il mio ufficio ma non è “così” vicina all’ufficio per guadagnare punti sufficienti. Ci è stato proposto lo spostamento nella seconda scuola del plesso, ma quella è davvero irraggiungibile da casa nostra. Vedremo cosa succederà: la scuola fighetta che è la nostra seconda scelta è vicino al mio ufficio per davvero, ma essendo una seconda scelta potrebbe già essere piena.

Ma quello che mi fa davvero specie è cosa succederà nella media che al momento si trova letteralmente al piano di sopra della nostra scuola elementare. In genere questa scuola ha tre classi per anno; solo il nostro anno ha avuto un boom di iscritti e sono arrivati a quattro classi. Bene: le voci di corridoio dicono che riusciranno a fare una classe di prima media. Io posso anche essere caritatevole, e pensare che l’attuale dirigente scolastica (che tra l’altro pare abbia detto “tanto dovranno tornare per forza tutti qua”) abbia ragione e siano tutti i genitori ad andare contromano. Ma in ogni caso l’Ufficio Scolastico Regionale dovrebbe prendere atto che la situazione non è sostenibile e fare qualche spostamento. Secondo voi cosa succederà?

Presento Numeralia ad Aosta!

Sembra destino che le presentazioni di Numeralia siano in regioni a statuto speciale. Dopo quella di Trieste dello scorso aprile, il 15 febbraio alle 17 sarò ad Aosta a dialogare di numeri. Cito dalla locandina:

Daremo i numeri. Anzi, no: andremo alla caccia dei numeri che sono scappati dai manuali di matematica e si sono intrufolati nella letteratura, nel cinema, nelle canzonette, nei siti internet, nei fumetti, cercando di rimanere il più possibile inosservati. Scopriremo perché Bergoglio sarebbe l’Anticristo; vedremo come mai nessuno è riuscito a telefonare ai Ghostbusters; sentiremo la storia ufficiale e quella reale di come mai Google si chiama così, e l’importanza della salamoia per le temperature anglosassoni. Purtroppo non daremo i numeri per vincere al superenalotto, ma non si può pretendere tutto dalla vita!

(La storia di Bergoglio nel libro non c’è, l’ho scoperta solo in queste settimane). Se non siete aostani, non fatevi spaventare dal luogo (la casa di riposo J.B. Festaz): la presentazione non è pensata per gli ospiti, che potrebbero anche prendersi un coccolone se mi vedono parlare, ma per la cittadinanza ed eventuali turisti. Io non vado ad Aosta da una quarantina d’anni: qualcuno vuole farmi compagnia?

C’è chi non ama la matematica (oppure me)

Premessa: come probabilmente sapete se seguite il mio blog, da quest’anno il Pi Day ha avuto l’endorsement ufficiale dell’Unesco e il 14 marzo è diventata la giornata internazionale della matematica. Quando ho saputo della notizia, ho chiesto alle maestre dei gemelli cosa ne pensavano se in quell’occasione fossi andato a scuola a raccontare un po’ di curiosità legate alla matematica, tanto per far capire ai bambini che ci possono essere anche cose divertenti: il tutto ovviamente a titolo gratuito. Loro hanno apprezzato l’idea; così ho cominciato a studiare cosa si fa in giro, soprattutto i libri di Anna Cerasoli, e a inizio mese ho scritto alla dirigente scolastica proponendo questa mia idea. Di nuovo, se seguite il mio blog sapete che io e la suddetta dirigente abbiamo avuto molti franchi scambi di opinioni nell’anno passato in cui facevo parte del consiglio di istituto.

Ad ogni modo il 9 gennaio scrivo, mettendo in copia le maestre. La mail mi rimbalza per casella troppo piena :-) Mando allora una PEC, che risulta consegnata. Poi nulla. Dieci giorni dopo rimando la mail, e finalmente mi arriva la risposta, dove mi si dice fondamentalmente che «non è normalmente buona prassi permettere ad un genitore di entrare in classe a fare lezione,e per giunta nella stessa classe frequentata dal proprio figlio/a.» e che «nel caso di volontari deve esserci l’approvazione di un progetto da parte dei consigli di classe all’unanimità,poi il passaggio per approvazione in Collegio Docenti e infine in CdI e in ultimo nel PTOF dell’Istituto che si aggiorna a fine di ogni Ottobre dell’anno in corso.»

Chiedo lumi al mio amico Leo, neodirigente a Piacenza, che mi dice “Un conto è un progetto vero e proprio, ma per una chiacchierata singola basta che il consiglio di classe comunichi la cosa al dirigente, per avere l’ok formale e avvisare i commessi”, commentando che secondo lui ce l’ha con me. Parlo con i vecchi compagni di CdI, e vengo a sapere che (a) nel PTOF si parla già di attività legate alle varie giornate internazionali, quindi di per sé non c’è nemmeno bisogno di una aggiunta specifica, visto che comunque la matematica nel programma scolastico ci sta; e (b) pare che nell’altra elementare del plesso ci sia un laboratorio per lavorare con la cartapesta, tenuto dalla mamma di un bambino di quelle classi, a pagamento. Il tutto senza che nessuna delle insegnanti ne avesse sentito parlare in collegio docenti (o in CdI, se per questo: a ottobre c’ero ancora).

Risultato finale? le maestre di Jacopo mi hanno chiesto se ci fossero problemi a fare un'”uscita didattica” (quelle sono previste) e trovarci nel parco a raccontare di matematica (sperando che il tempo sia clemente). Un’altra possibilità che stiamo valutando è chiedere una sala al municipio di zona oppure alla biblioteca; tra l’altro anche una professoressa delle medie sarebbe interessata alla cosa per i ragazzi di prima. Insomma, alla fine probabilmente qualcosa riusciremo a fare: ma perché ci vuole sempre così tanta fatica?

Perché BikeMi ce l’ha con me?

Visto che fino alla prossima primavera non prenderò una nuova bici, vado generalmente in ufficio con il BikeMi: mi dà meno fastidio il freddo che il ficcarmi in metropolitana. Stamattina ho lasciato i bambini a scuola, sono arrivato alla stazione, ho passato la tessera, ho scelto la bici… e la stazione è andata fuori servizio. A volte capita: invece che tornare alla metro ho pensato male di andare verso via Farini angolo via Stelvio e prendere la bici lì. Passo la tessera: stazione fuori servizio. Scarpino fino a piazzale Lagosta, dove due persone avevano appena preso la bici e stavano togliendo la brina dalla sella. Passo la tessera: ci sta a pensare un po’ su, mi arriva il messaggio “Errore!” e la stazione poi va fuori servizio. A questo punto ho continuato a piedi fino in ufficio. (Non preoccupatevi: il percorso scuola-ufficio sono tre chilometri scarsi, ho timbrato alle 9 in punto).

La domanda è per l’appunto “cosa ho fatto di male per meritarmi tutto questo?”, con il sottotesto “e come faccio oggi ad andare in palestra?” (per tornare a casa ho comunque l’abbonamento ATM)