Povero Battiato

Qualche giorno fa è uscito un nuovo album di Franco Battiato, “Torneremo ancora”. L’album contiene quattordici brani storici arrangiati orchestralmente e suonati dalla Royal Philarmonic Concert Orchestra, e un inedito, quello che dà il titolo all’album, con la voce registrata tra il 2016 e il 2017 durante le prove di un tour con la Royal che abortì quasi subito, e la musica aggiunta questa primavera.

Il problema è che è abbastanza probabile che Battiato soffra di una forma piuttosto avanzata di Alzheimer. Ovviamente nessuno lo scrive, “per rispettare la privacy del Maestro” o più probabilmente per evitare di essere citati a giudizio; ma molti interventi lo fanno intuire, più alla lontana (Vanity Fair) o quasi esplicitamente (Roberto Ferri, che d’altra parte ne aveva già parlato l’anno scorso). Ecco: per me operazioni di questo tipo, con il Maestro vivo ma che non può avere parola al riguardo, sono di puro sciacallaggio. Non mi danno fastidio gli album postumi, anche quelli che raccattano gli scarti degli scarti: ma credo che ci sia un limite, e in questo caso è stato superato.

Brexit: Boris Johnson ci frega la palma del politico più furbo

Nella famosa serie televisiva Game of Brexit stiamo osservando un interessante gioco di forza tra il primo ministro Boris Johnson e la Camera dei Comuni. Quest’ultima è in disaccordo su quasi tutto, ma c’è una maggioranza seppur risicata che afferma che sono loro a dover decidere l’accordo va bene oppure no, e quindi hanno votato due emendamenti il cui combinato disposto afferma “se l’accordo sulla Brexit non è votato dal parlamento, il primo ministro deve chiedere un’estensione per lasciarci il tempo di votare”.
Solo che Johnson aveva spergiurato che lui non avrebbe mai chiesto un’estensione. Come salvare capra e cavoli? Semplice. Johnson ha inviato una lettera non firmata in cui chiede il rinvio, e subito dopo un’altra lettera – questa sì firmata! – nella quale dice all’UE “Stavo scherzando, non dateci il rinvio”. Tecnicamente insomma il rinvio è stato chiesto, ma non da lui.

Siamo abituati a vedere operazioni spericolate dai nostri esponenti politici, ma devo dire che questa mossa Kansas City le supera tutte! (poi secondo me l’Unione Europea concederà comunque l’estensione solo per far arrabbiare Johnson, ma questa è un’altra storia)

Le più importanti righe di codice

Ho trovato su hookii (che mi hanno detto si pronunci “óchi”, se non ho capito male…) questo articolo di Slate intitolato “The Lines of Code That Changed Everything”, dove sono raccolti vari esempi di codice (in senso piuttosto lato, il primo è quello per i telai nel ‘700…) che hanno cambiato la nostra vita. Devo dire che per me è stato un ritorno al passato più o meno gradito: non so per voi!

Quizzino della domenica: tre triangoli

La figura che vedete qui sotto è composta da un quadrato e un rombo. Spostate due fiammiferi per ottenere tre triangoli. Come sempre in questi problemi, non è consentito lasciare pezzi di fiammifero che protrudono, o peggio ancora spezzare i fiammiferi.


(un aiutino lo trovate sul mio sito, alla pagina http://xmau.com/quizzini/p412.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Problema di Serhiy e Peter Grabarchuk, da WSJ Brain Games.)

_La matematica dell’incertezza_ (libro)

[Nota: ho letto la versione kiosk del libro] Mi chiedo come mai questo libro (Marco Li Calzi, La matematica dell’incertezza, Il Mulino 2016, pag. 172, € 14, ISBN 9788815260437 ) non sia un bestseller della saggistica scientifica per le masse. Evidentemente Li Calzi non ha un agente che sappia aprirgli le porte giuste: ed è un peccato. Mi è capitato davvero raramente di trovare un testo divertente, accattivante e allo stesso tempo scientificamente solido. Il fatto che l’autore non sia matematico ma economista di formazione e di attività probabilmente lo ha aiutato a raccontare la parte matematica in maniera diversa dal solito e con spunti interessanti, come per esempio quando spiega in che modo le nazioni cristiane siano riuscite a trasformare il “prestito con interessi” vietato dalla Bibbia in “pagamento a rate di un servizio” che matematicamente aveva la stessa formula ma linguisticamente era ben diverso. Una lettura consigliata a tutti.

Snippet tax e terribili ritorsioni: l’appello dei giornalisti francesi

Un paio di settimane fa vi avevo raccontato di come Google avesse risposto alla implementazione francese della direttiva copyright: per chi non avesse voglia di rileggersi l’articolo, Google ha fondamentalmente detto “se voi scrivete gli articoli con dei tag che specificano quale parte può essere usata liberamente, noi riportiamo quella parte: altrimenti lasceremo solo il titolo”. Nulla di strano, conoscendo cosa era capitato in Spagna e Germania.

Ora, con poca fantasia, i giornalisti francesi hanno preparato un appello che è subito stato tradotto dal gruppo GEDI che – sappiamo bene – su queste cose è attentissimo. Notate che l’appello è per l’appunto dei giornalisti e non degli editori. Provo a commentare alcune frasi:

«I Giornalisti Europei hanno lottato a lungo per questo Testo; perché l’Informazione di qualità è costosa da produrre»: vero. «perché la situazione attuale, che vede Google percepire la maggior parte delle entrate pubblicitarie generate dalle informazioni, è insostenibile»: abbastanza vero, nel senso che se non sbaglio anche Facebook ne ha una bella fetta, ma comunque la cosa cambia poco dal punto di vista dei giornali. «e sta facendo sprofondare di anno in anno la stampa in una crisi sempre più profonda.»: boh. Che la crisi ci sia è indubbio, che dipenda dallo spostamento della raccolta pubblicitaria verso Google e Facebook non lo so, nel senso che non so se la raccolta digitale totale compenserebbe quella cartacea di un tempo.

«Google sta rifiutando qualsiasi trattativa offrendo ai Media un’opzione cinica e ingannevole ovvero o i Media firmano un consenso a Google rinunciando a una remunerazione, in modo che il modello attuale basato sulla gratuità continui oppure se i Media rifiutano, saranno soggetti a terribili ritorsioni: la visibilità del loro contenuto sarà ridotta al minimo.» La scelta dei termini qui è davvero interessante. D’accordo sul “rinunciando a una remunerazione”: in fin dei conti sappiamo tutti che l’articolo 15 nasce proprio per quello. Ma le “terribili ritorsioni”, quelle proprio no. A Google non sono certo mammolette né samaritani, questo è chiaro: ma dal loro punto di vista rinunciare alle news significa perdere ben poco. Ah, ma mi state dicendo che le ritorsioni bisogna vederle dal punto di vista dei giornali? Beh, questo è un punto di vista interessante, come vedremo dopo.

«Quando gli utenti internet cercheranno informazioni non appariranno né foto né testi, apparirà un semplice titolo, niente di più.» Beh, non proprio. Appariranno un titolo e un link (benignamente ammesso dalla direttiva copyright). Da un certo punto di vista è persino meglio così: se qualcuno vuole saperne di più clicca e finisce sul sito del giornale. (Nota: in effetti Google non dice che inserirà l’hyperlink, o almeno non sono riuscito a trovarlo scritto. Se non lo facesse allora tutto quello che sto scrivendo non vale, e la sua sarebbe davvero una ritorsione: ma per un motore di ricerca sarebbe davvero strano.)

«Perché prima di arrivare su un sito multimediale, la porta di ingresso di Internet è Google. Altri motori di ricerca pesano poco. Gli editori lo sanno: non hanno i mezzi finanziari per sostenere la vertiginosa caduta del traffico sui loro siti che questo ricatto porterà.» Oh. Finalmente viene scritto nero su bianco che il traffico ai siti di news arriva dai motori di ricerca. (In un sito piccolo come il mio le cose sono diverse, ho appena controllato e i tre quarti degli accessi arrivano dai miei ventun lettori. Ma tanto io pubblicità non ne ho…) Quello che però non mi è chiaro è perché la pubblicità raccolta dalle pagine del motore di ricerca sia così tanta rispetto a quella “locale”. Naturalmente la pubblicità totale è molta di più, ma quella che non c’entra con le notizie non può certo essere messa in conto, no? Ah, già che ci sono. Il testo dell’articolo 15 non parla di aggregatori di notizie, ma in genere di servizi internet, da cui il limite di due anni per questi diritti ancillari.

«Google sta violando la legge. Sfrutta le sottigliezze deviando il suo spirito.» E qui casca l’asino; tutto il resto dell’appello è inutile. Il punto è che Google non sta violando la legge. Partiamo pure dal principio rovesciato secondo il quale snippet e immagini sono un modo che Google ha per farsi pubblicità, anche se io ingenuamente crederei che stia facendo pubblicità alle testate. I giornalisti (e Repubblica nel suo catenaccio) stanno praticamente dicendo che la direttiva obbliga Google a farsi pubblicità, e quindi pagare. Ditemi voi se la cosa ha senso. Quello che io mi sarei aspettato era un sistema condiviso per creare un’alternativa a Google News: è vero che adesso è improponibile, ma in pratica se Google elimina gli snippet allora si apre una nuova nicchia di mercato. Invece no: ci si limita a piangere e a mischiare verità e falsità, cosa non esattamente bella per un giornalista.

Vedremo che succederà: la mia sensazione è che alla fine solo pochissime testate sopravviveranno, e saranno quelle di un’autorevolezza (o di una base di fan…) tale che gli utenti andranno direttamente sui loro siti. E soprattutto vedremo cosa succederà quando anche noi in Italia implementeremo la direttiva: secondo me ne vedremo delle belle.

Titolisti, vil razza dannata

Una decina di giorni fa si è scoperto che una voce di Wikipedia creata nel 2004 era falsa, o più precisamente partiva da una base reale (un campo di concentramento a Varsavia nella seconda guerra mondiale) ma aveva “trasformato” il campo in uno di sterminio. Quel falso storico era presente in varie edizioni linguistiche: l’articolo più visitato era come capita spesso quello sulla Wikipedia in lingua inglese, ma c’era anche una versione in lingua italiana. Fin qua nulla di davvero nuovo, purtroppo: Wikipedia è uno dei terreni preferiti dai revisionisti, in questo caso polacchi.

Martedì scorso il Corriere ha pubblicato un seguito dell’articolo, dove parlo anch’io con il cappellino di Wikimedia Italia. La settimana scorsa ero stato al telefono quaranta minuti abbondanti: diciamo che se avessi potuto rivedere il mio virgolettato avrei suggerito qualche modifica, ma nel complesso direi che il mio pensiero è stato riportato correttamente. Wikipedia non è una fonte primaria, il che significa che si deve fidare di quanto scrivono altre fonti che si spera siano valide; in caso di guerre di edit si cerca di evitare il più possibile di andare a una votazione, perché la verità non si decide a maggioranza; ma anche che non possiamo sapere se un utente bannato all’infinito si è reiscritto con un altro nome e ora si comporta in maniera costruttiva. (Occhei, non ho aggiunto che all’atto pratico ci accorgiamo subito dallo stile di interazione di chi si tratta… È inoltre vero – o almeno questo è il mio punto di vista – che quando si scopre che qualcosa ampiamente creduto è falso è meglio lasciarlo scritto, indicando che è falso e le fonti che dimostrano la falsità, rispetto a cancellarlo. I complottisti diranno comunque che le fonti riportate sono fabbricate ad arte, ma non rischiamo che qualcuno magari in buona fede aggiunga di nuovo le informazioni errate.

Peccato che poi ci sia il titolo (ben spalleggiato dal catenaccio). Titolo:

Wikipedia e la bufala sul Polocausto: «Meglio gli errori che un controllo dall’alto». Così funziona l’enciclopedia libera

Quello che io affermo è che un comitato redazionale (“controllo dall’alto”, se volete dirlo così) porta inevitabilmente ad avere un punto di vista specifico nelle voci, che può essere o no corrispondente alla verità. Possiamo fare il classico esempio: la voce “Fascismo” nella prima edizione della Treccani era stata direttamente scritta da Mussolini. Il modello “dal basso” di Wikipedia è diverso, non migliore di quello di un’enciclopedia standard; è probabilmente più prono ad avere errori, che però per la massima parte durano relativamente poco. (Nel caso in questione, non credo che la bufala del campo di sterminio fosse solo citata su Wikipedia).

Ma quello che è peggio è il catenaccio:

Il portale, costruito dall’opera di volontari, non ha mai introdotto alcun sistema per prevenire le storie false. «La comunità è sempre riuscita a mantenere l’equilibrio nelle opinioni»

Fatevi una domanda e datevi una risposta, direbbe Marzullo. Quali sono i sistemi per prevenire storie false? Quello che tipicamente si usa (ehm, diciamo si dovrebbe usare, visto quello che troviamo in giro) è il non pubblicare nulla fino a che non c’è una ragionevole certezza di verità. Wikipedia ovviamente non fa così, visto che non ci sono controlli a priori sull’inserimento di contenuti: ma un meccanismo c’è, ed è quello dei template di avviso citati del resto nell’articolo: voce da controllare e mancanza di fonti.


Questi avvisi hanno più di dieci anni di esistenza (anche se non c’erano ancora quando è stata creata la voce sul cosiddetto campo di sterminio di Varsavia) e sono nati proprio per aiutare l’utente ignaro. È vero che chi scrive su Wikipedia non è di solito un esperto, ma se è abbastanza bravo può notare che c’è qualcosa che non torna e segnalare così a tutti di fare attenzione. Poi ci sarà sempre chi non legge gli avvisi, ma c’è anche chi inoltra sempre bufale così malfatte da far pensare che tanto parlare con lui è tempo perso.

Bene, lasciamo Wikipedia e torniamo ai titolisti dei giornali. Cosa succede se il lettore che è come sempre di fretta non legge l’articolo ma si limita al titolo? Si fa un’idea del tutto sbagliata di quello che succede. E qui non ci si può neppure appellare alla solita scusa “non c’è abbastanza spazio”, perché il catenaccio ha più libertà. Capite perché io affermo sempre che i titolisti saranno i primi ad andare al muro quando ci sarà la rivoluzione?