Lunedì ho postato le solite statistiche del sito, immaginando non le leggesse nessuno. Invece Ferdinando Traversa non solo ha guardato anche quel post, ma è andato alla caccia della parola “eupnoico” su Google, mostrando che in effetti il mio blog è il primo risultato, davanti persino alla Treccani (che però ha il sostantivo “eupnea” e non l’aggettivo); l’unica voce davanti è quella del dizionario che però è un po’ più difficile da capire, anche se c’è la parola “normale”. Ma in effetti leggere “Proprio dell’eupnea: respiro e., regolare. • Di farmaco analettico del respiro.” (Per la cronaca, “analettico” significa “che eccita”). A questo punto è chiaro perché ci sono sempre così tante visualizzazioni di quel post. È un circolo virtuoso, o vizioso se preferite: è in cima alla pagina di ricerca, quindi tanta gente ci clicca, quindi Google pensa che sia importante e lo lascia in cima alla pagina.
Vedete il piccolo problema? Per quanto io possa avere scritto un post chiaro e comprensibile, non ha senso che la mia rendita di posizione si perpetui. Notate che non avevo applicato nessuna tecnica SEO, anche perché non me ne farei nulla: è proprio un portato dell’algoritmo di Google. Ma quello che è peggio, questo mostra come le persone non solo non superino la prima pagina dei risultati, ma spesso si fermino al primo e ci clicchino su. Google aveva evidentemente ragione quando ha messo il tasto “mi sento fortunato” nella pagina di ricerca – c’è ancora, ho controllato – ma questo mostra che il suo potere è ancora maggiore di quanto si potesse immaginare, perché siamo noi a darglielo. Non solo spostare un risultato oltre i primi dieci annulla le probabilità che sia visto, ma anche solo toglierlo dalla prima posizione dà un durissimo colpo alla visibilità. Devo dire che la cosa preoccupa persino uno come me che generalmente pensa positivo…