OPA Intesa-Sanpaolo su UBI

Insomma, l’OPA più entusiasmante dell’anno è terminata. Beh, no, termina stasera – dopo che la Consob ha concesso i tempi supplementari – ma già martedì sera l’adesione aveva superato il 72%, più che sufficiente per un’assemblea straordinaria.

A me la cosa importava poco, non avendo azioni di nessuna delle due banche: ho più o meno seguito le richieste dell’antitrust di alienare qualche centinaio di sportelli, ma mi sono soprattutto divertito a leggere i paginoni pubblicitari dei due contendenti. Ha cominciato UBI che ha tirato fuori lo slogan “La fiducia non si compra” che la dice lunga sulle beghe interne al CdA, tanto che alla fine c’è stato il liberi tutti se accettare o no l’offerta. Ma il meglio è stato sicuramente la controproposta, che nella miglior tradizione non solo finalmente dava dei soldi veri agli aderenti, oltre al concambio azionario, ma soprattutto minacciava nemmeno tanto velatamente chi non avrebbe accettato volontariamente: in caso di vittoria, il concambio ovviamente ci sarebbe stato, ma quei soldi no. La classica offerta che non si può rifiutare, insomma.

E adesso? Trovo interessante il fatto che Intesa-Sanpaolo abbia scelto di rafforzarsi in Italia, a differenza di quanto fatto in passato e quanto mi pare continuerebbe a fare il suo concorrente diretto Unicredit. Non mi è molto chiaro perché tenere le uova tutte nello stesso paniere sia un’ottima idea, ma la mia conoscenza del mondo della finanza è così infima che sicuramente qualcuno me lo spiegherà…

La grande utilità di Immuni

La ministra Pisano ha comunicato che Immuni è stata scaricata da 4 milioni e 300mila utenti, cioè circa il 12% della popolazione tra i 14 e i 75 anni che hanno uno smartphone. Anche la ministra ha dovuto fare un passo indietro e ammettere – immagino a denti stretti – «Non ho mai detto che l’applicazione sia l’unica soluzione» ma esse «rientra in una strategia complessiva».

Diciamo che la strategia deve essere molto complessa oltre che complessiva, visto che a decidere di divulgare (anonimamente) il loro essere positivi al CoViD-19 sono stati ben in 46, mentre dal 13 al 23 luglio sono stati in 23 a essere stati avvisati di un contatto con una persona positiva. (Interessante la specifica della data iniziale: prima l’app non funzionava? Dava falsi positivi?) Possiamo dire che anche un solo contattato è un vantaggio, esattamente come possiamo dire che un qualunque oggetto non-nero e non-corvo aumenta la probabilità che tutti i corvi siano neri; ma onestamente non mi pare che questi risultati siano così eclatanti. Né è un caso che sia partita una nuova campagna di comunicazione, immagino. Mah: avrebbero dovuto aggiungere ai controlli di tracciamento anche un concorso: ogni giorno un fortunato utente vince 10000 euro. Magari costerebbe meno delle campagne di comunicazione…

I camici della famiglia Fontana

Non penso ci voglia chissà quale sfera di cristallo per prevedere che la nuova inchiesta su Attilio Fontana finirà con un nulla di fatto. Guardiamo spassionatamente i fatti. Si scopre che l’azienda del cognato del governatore lombardo – nella quale la di lui moglie ha anche un 10% di quota – ha avuto un appalto di mezzo milione di euro senza alcuna gara per fornire camici. Subito Fontana spiega che c’è stata un’incompensione, e il testo del contratto di fornitura contiene un errore di stampa: il mezzo milione è il valore, ma i camici sono stati gentilmente regalati. Solo che il cognato Fontana sa benissimo che l’azienda di famiglia se la passa male (tanto che la suddetta azienda cercherà di vendere a prezzo maggiorato a una RSA varesina i camici di quella commessa non ancora consegnati alla Regione) e quindi decide sua sponte di regalargli 250.000 euro da un suo conto svizzero personale regolarmente condonato. Nulla di segreto, tanto che scrive persino qual è la causale; solo che un solerte funzionario bancario si preoccupa di quello che appare un incongruo pagamento, lo blocca segnalandolo alle autorità preposte, e da lì la cosa arriva sui giornali e ai magistrati.

Rileggete tutta la storia, mettetevi una mano sulla coscienza, e ditemi come fa un politico a essere incriminato per aver dato soldi a un fornitore. Chiunque capisce cosa sia davvero successo, ma quella è un’altra storia. L’unica cosa che mi dispiace è che la maggior parte dei suoi elettori e molti che non lo voterebbero mai troveranno normale tutto questo…

Autostrade per l’Italia e concessioni

Insomma, ci si è messo meno tempo a buttare giù e rifare il Ponte Morandi – che adesso non so come si chiama – che a decidere se si può togliere la concessione ad ASPI per la pessima gestione della sua parte di rete autostradale. La cosa non dovrebbe stupire più di tanto: chiunque abbia un minimo di raziocinio capisce che un’azione del genere può essere fatta solo dopo che un giudice abbia sancito che effettivamente non sono stati rispettati i vincoli della concessione: è possibile che un procedimento giudiziario termini effettivamente con la sconfitta di ASPI ma passerebbero anni, si rischia che nel frattempo non si faccia più manutenzione e soprattutto il procedimento bisogna pure iniziarlo. D’altra parte il ministero dei trasporti ha le sue colpe, perché non ha mai fatto le verifiche indipendenti necessarie… e secondo me anche questo conta nell’attuale situazione di stallo.

Non ho idea se la parziale ristatalizzazione, con l’ingresso di Cassa Depositi e Prestiti (ma quanti soldi ha?) nel capitale azionario, possa avere senso; quello che sicuramente servirebbe è un piano nazionale per tutta la rete autostradale, dove finalmente il controllore si mette a fare il suo mestiere. E servirebbe uno stop alle proroghe di concessione in cambio di lavori di ampliamento fatti più o meno bene. Ampliare un’autostrada significa anche guadagnare di più dai pedaggi, perché si attira più traffico. Il concessionario non vuole rischiare soldi? Bene: però a questo punto si trovino sistemi per limitare i flussi ed evitare ingorghi infiniti (oppure si trovi un sistema per rimborsare parzialmente gli automobilisti per un servizio non dato. Per esempio chi ha il Telepass si può trovare automaticamente parte del prezzo rimborsato). Non mi aspetto che si parli pubblicamente di queste cose, però mi aspetterei da un governo serio che alla fine si arrivasse a qualcosa del genere. Occhei, insomma non me lo aspetto :-)

Giustizia e libertà (ma non in quel senso)

Con ogni probabilità avete visto l’articolo di Repubblica sulla lettera aperta firmata da più di 150 intellettuali “contro la nuova intolleranza “politically correct”. Come capita sempre, non c’è un link alla fonte, il che rende più difficile accorgersi che nel testo orignale l’espressione “politically correct” non esiste affatto; stavolta non c’è nemmeno una traduzione completa, ma solo alcuni stralci scelti non si sa se a caso o scientemente. Purtroppo non trovo in rete l’articolo del Giornale che ho sentito nella rassegna stampa di RadioPop e che ovviamente sbertuccia il tutto, ma anche in quel caso non credo si parli del testo ma di quanto riportato dall’italica stampa, nell’usuale onfalocentrismo.

Occhei, la smetto di usare paroloni ed entro nel merito della questione. A me quel testo personalmente non piace affatto, anche se concordo con quella che era probabilmente l’idea di base che poi è stata annacquata per avere un po’ di firme. Fateci caso: non ci sono esempi specifici delle censure, e l’unico nome che si fa è quello di Donald Trump. A questo punto sarebbe stato più logico togliere anche lui e lasciare completamente aria fritta, no? Quello della libertà di espressione è un problema serio, ma se si vuole discuterne bisogna farlo sul serio. Prendiamo per esempio il caso di James Bennet, che ha dovuto dimettersi da editor del NYT perché ha pubblicato un Op-Ed (cioè un’opinione di un esterno, che non deve necessariamente seguire la linea editoriale del quotidiano) di un senatore USA che chiedeva l’intervento dell’esercito contro le proteste del Black Lives Matter. Io personalmente voglio sapere che ci sono politici di alto grado che hanno certe idee, che io sia o no d’accordo con esse.

Per me il pensiero unico è un guaio. Ma scrivere che “le minacce di rappresaglia” possono arrivare “sia da un governo repressivo che da una società intollerante” significa legarsi immediatamente le mani, perché è un’utopia pensare che si riesca ad avere una società tollerante – anche solo limitatamente alla libertà di parola, il “disaccordo in buona fede” citato in fondo – se non c’è un modo di fermare chi tollerante non è? (Notate che ho detto “fermare”, non “sanzionare”). Insomma, il loro rifiuto di “una qualunque falsa scelta tra giustizia e libertà, che non possono esistere indipendentemente” mi pare velleitario. All’atto pratico, insomma, questa lettera aperta non è altro che un manifesto politico contro Trump: una cosa lecitissima, una cosa sulla quale sono anche d’accordo, ma una cosa che non può essere venduta come un appello bipartisan per giustizia e libertà.

Ah, non funziona nemmeno, come mi pare di aver capito dall’articolo del Giornale, dire che in questo momento con i social network non si è mai stati più liberi di esprimere la propria opinione. Gaia Cesare evidentemente non ha presente le shitstorm e le campagne per bloccare un profilo (quelle sì bipartisan) che pullulano su Facebook. Abbiamo da decenni il diritto di esprimere la nostra opinione senza che ci ascolti praticamente nessuno. Abbiamo da qualche lustro la possibilità di agganciarci alle opinioni altrui, cosa che probabilmente va bene nel 95% dei casi visto che non possiamo pretendere di avere un’opinione nostra su tutto. Ma non abbiamo ancora il diritto di esprimere la nostra opinione e discuterne in modo civile, ammesso che noi in primis ne siamo capaci. Ecco, io avrei di gran lunga preferito un appello specifico su questo punto evitando tutti gli altri orpelli.

Aggiornamento: (18:25) Il Post ha tradotto la lettera.

Il software delle casse automatiche Esselunga

Ieri ho fatto un miniacquisto all’Esselunga, visto che ormai siamo in fase 3, e sono andato a pagare alle casse automatiche. Qualcosa nel tempo l’ho imparato: quando seleziono il pagamento con Satispay, la schermata rimane stolidamente immobile e devo partire dal principio che il sistema stia aspettando che io tiri fuori il telefono e invii il pagamento. Diciamo che questo è un classico problema di interfaccia utente.

Quello che mi è successo stavolta è diverso. Ho inquadrato il codice a barre della tessera Fìdaty (sempre sul telefono), e l’ho inquadrato una seconda volta visto che non era apparentemente successo nulla. Subito è comparso un messaggio di errore: “Tessera passata due volte” e un pulsantone “Assistenza” che ho anche cliccato senza alcun risultato. Come capita spesso, l’unico modo per farmi notare è stato sbracciarmi. Ora, che l’interfaccia utente sia malfatta e non indichi che lo stato del sistema è mutato è un fatto. Ma il vero problema è un altro. Pensateci un attimo: qual è il problema pratico se la stessa carta fedeltà viene passata due, tre, quarantadue volte? Non stiamo facendo un pagamento. Quello che dovrebbe succedere in pratica è che il campo “carta_fedelta” può avere il valore NULL oppure un numero di tessera; il default è NULL e ogni volta che passi una tessera il valore viene sovrascritto. Matematicamente, l’inserzione di un numero di tessera dovrebbe insomma essere idempotente: in formule, A²=A. E invece nulla. Ma chi è che ha scritto quel codice?

Montanelli bashing

In questi giorni sono uscite non so quante notizie per dimostrare la meschinità di Indro Montanelli, a parte il racconto della ragazzina eritrea “presa in affitto” durante la campagna di Abissinia: si parte dalle balle su Piazza Fontana, dove aveva immediatamente garantito di sapere che la pista giusta era quella anarchica; si continua con i suoi racconti sulla partecipazione alla Resistenza, come minimo ridimensionati se non addirittura rovesciati (Montanelli spia dei repubblichini?), e con i suoi articoli contro i “meticciati”; anche la sua Storia d’Italia viene stroncata, e sono persino arrivato a leggere della sua millantata conoscenza di Jean Giono, giusto per raccontare un aneddoto assolutamente irrilevante. (Non che io sappia chi fosse Jean Giono, a dire il vero). Dall’altra parte, mi dicono che tutti i giornalisti maschi italiani sopra i cinquant’anni stanno difendendo a spada tratta il maestro; non ho link, perché non leggo mai di quegli articoli.

Onestamente non me ne importa un tubo di tutto questo vociare. Per quanto mi riguarda, Montanelli era uno che sapeva scrivere bene, punto. Non l’ho mai idolatrato, non sono nemmeno così convinto della sua millantata acutezza di pensiero – ricordate quando disse che Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino? – ma soprattutto non credo proprio che questo spalancare gli armadi in cerca di qualche rachitico scheletrino cambierà il pensiero di alcunchì. Però una cosa è probabile: se ci stiamo mettendo a scavare così, il coronavirus non è più fissato nella testa di tutti.

PS: prima che me lo chiediate, della statua di Montanelli non me ne importa un tubo. Mi scoccia un po’ l’imbrattamento perché lo trovo in generale maleducato, ma se la togliete la vita non mi cambierà affatto.

PPS: c’è anche chi dice che quella di Destà sia tutta una balla raccontata dal mentitore seriale.

Il pericolo di PAW Patrol

Se avete figli o nipoti tra i quattro e i dodici anni, probabilmente sapete cos’è PAW Patrol: un cartone animato canadese che ha come protagonisti una squadra di polizia formata da cuccioli di cane, e guidata da un bambino. Anche in Italia la serie ha avuto un grande successo, con il conseguente merchandising. Bene: il New York Times segnala che ci sono state proteste contro il cartone, perché “raffigura i poliziotti come brave persone”, pardon “esseri senzienti”. L’articolo specifica che queste proteste dovrebbero essere scherzose, ma continua con azioni reali, come gli attori che hanno ufficialmente rinunciato ai compensi da loro avuti per apparire come (buoni) poliziotti in un episodio di qualche serie TV, oppure LEGO che dice ai suoi negozi di smettere di pubblicizzare i suoi set di costruzioni legate alla polizia. (Qui apro una parentesi. Probabilmente l’articolo di Toybook inizialmente diceva che LEGO aveva smesso di vendere quei set. Quando l’ho letto stamattina, però, nella prima parte dell’articolo è stato inserito l’aggiornamento con la dichiarazione del portavoce LEGO che spiega cosa è stato effettivamente fatto. Il giornalismo che mi aspetto nel ventunesimo secolo è anche questo.)

Quello che mi preoccupa in genere è questo contrasto bianco-nero che diventa sempre più estremo. Uno può apprezzare che le statue degli schiavisti vengano buttate in mare, anche se apprezzo la battuta del mio amico Mix che propone una targa di aggiornamento tipo “dopo duecento anni abbiamo scoperto che era una testa di c***o”. Chi non fa ridere è HBO Max, che toglie momentaneamente la fruizione di Via col vento “per preparare una disamina del suo contesto storico e una denuncia di quelle rappresentazioni”. Il punto è che questa iconoclastia come sempre serve a evitare di pensare, perché è facile buttare a mare – anche letteralmente… – tutto senza capire cosa si sta davvero facendo. Per me il problema è che Edward Colston era raffigurato solo come un filantropo e non come uno schiavista. Se elimini la sua statua, non saprai più nulla di Colston e quindi saprai di meno dello schiavismo. Tutto qua.