Le auto elettriche caricate a gasolio

Nel weekend c’è stata una piccola polemica ulteriore sulla gara di Formula E che si è tenuta a Roma. A parte le solite storie per la città bloccata a causa del gran premio per le auto elettriche, ci sono state svariate foto delle colonnine per la ricarica delle auto elettriche… alimentate da generatori diesel. Se avete letto Repubblica con un minimo di attenzione, probabilmente vi sarete accorti di due cose: la prima è che c’è una citazione dell’autore della foto “presa dai social” (finalmente…); la seconda è che la linea scelta dal quotidiano è di arrampicarsi sugli specchi – in modo sbagliato, secondo me.

Già la frase

«Di certo questa colonnina che viaggia a gasolio – almeno questo… – non ha ricaricato le monoposto da corsa: quelle hanno bisogno di ricariche più potenti e l’organizzatore garantisce che usino solo energia elettrica ricavata da fonti rinnovabili.»

mi sa tanto di excusatio non petita: la rete elettrica è un tutt’uno, quindi quello che fai in pratica è scegliere (e pagare) un fornitore che ti garantisca di usare fonti rinnovabili, ma non puoi sapere come è stata generata l’energia che usi. Il punto è che comunque questi gran premi sono baracconi pubblicitari come e più i GP di Formula 1: in pratica stai promuovendo un’idea, un concetto, non qualcosa che può davvero venire usato oggi. Questo non solo perché quelle auto non sarebbero usabili nella guida di tutti i giorni, ma anche perché non esiste una rete di ricarica permanente, nemmeno notturna nei box di casa. Se quindi fai un evento una volta l’anno non è poi così importante la fonte dell’elettricità: è più che altro un proof of concept che fai con l’equivalente dello scotch.

Quello che ho trovato peggio è stato leggere che quelle colonnine servivano per «diverse vetture che corrono nei campionati monomarca e altre che hanno funzione demo nel paddock.» Se fosse vero, questo significa che l’organizzazione non è stata in grado di calcolare esattamente il suo fabbisogno energetico, e allora tanto valeva lasciare tutto con i generatori diesel: almeno non prendevano in giro la gente e istituzionalizzavano che almeno per ora è tutto un cine.

I veri problemi della scuola

La scuola dei miei bambini è di nuovo agli onori delle cronache. Stavolta però tal Roberto (Colombo, per completezza, come hanno scoperto su Facebook) ha segnalato la scorsa settimana a MilanoToday un gravissimo problema: «sono ancora esposte alle finestre le decorazioni natalizie», con tanto di foto.

Evidentemente il signor Roberto è uno che guarda verso l’alto, e quindi non si accorge dello stato in cui generalmente versa il marciapiede davanti all’ingresso della scuola: ho perso il conto delle volte in cui noi genitori abbiamo segnalato all’AMSA i cocci di vetro rimasti a terra per giorni e giorni. E probabilmente deve avere qualche problema con le festività: a me personalmente gli alberi e i pupazzi di neve fanno solo allegria, e se devo dirla tutta il pensiero di avere gli “addobbi stagionali” mi fa più che altro venire in mente un supermercato. Quegli addobbi non sarebbero un problema nemmeno se tutto il resto andasse alla perfezione: figuriamoci nella situazione attuale.

Ma c’è un punto che non mi è davvero chiaro: l’ultima frase del signor Roberto. «Inoltre, agli studenti bisogna insegnare a rimettere a posto le cose dopo averle usate e non lasciarle in giro in maniera disordinata». Immagina forse che ci sia davvero un armadio con tutti i fantomatici addobbi stagionali, e che quei disordinati dei bambini si siano dimenticati di rimettere a posto quelli natalizi? O più banalmente ha dei figli disordinati come i miei ma ritiene che sia compito della scuola e non dei genitori insegnare loro queste cose? Purtroppo non ci è dato di saperlo. Però a leggere un articolo così a me viene subito in mente quando Johnny Stecchino spiega qual è il vero problema di Palermo: “il traffico”.

Marino e gli scontrini

E così Ignazio Marino è stato definitivamente assolto (sentenza di appello annullata senza rinvio, che tradotto in italiano corrente significa che la sentenza era sbagliata dal punto di vista formale e che quella di primo grado invece era corretta) dalla vicenda degli scontrini “perché il fatto non sussiste”.

La sentenza scagiona la persona, ma naturalmente nulla cambia nel giudizio politico su Marino: un galantuomo che però non era affatto in grado di gestire una città come Roma e che era così convinto di essere nel giusto che non è stato capace di gestire la campagna dell’opposizione contro di lui. Detto questo, però, sarebbe interessante comprendere il tafazzismo del PD che l’ha lasciato completamente da solo. A pensare male si potrebbe credere che hanno scelto così proprio perché lui impediva di ottenere mazzette… 😉

Parte civile pelosa

È probabilmente una fortuna che io non sia Ilaria Cucchi. Non credo che la mia risposta alla lettera del comandante dei Carabinieri, nella quale il generale Nistri si dice pronto a costituire l’Arma come parte civile nel processo sulla morte di Stefano Cucchi, sarebbe riferibile.

Ho detto la mia dieci anni fa e l’anno scorso, quindi non mi ripeterò; qui aggiungo solo una cosa. I carabinieri avrebbero dovuto fare un’inchiesta interna – al limite non pubblica – dieci anni fa. Se non l’hanno fatta, non è che oggi possono farsi belli e accorgersi che era successo qualcosa che non andava, per essere eufemistici. Se l’avevano fatta e avevano trovato i colpevoli, peggio ancora; se l’avevano fatta senza scoprire nulla, che abbiano il pudore di stare zitti ed espellere con ignominia i colpevoli una volta che ci sarà un giudizio definitivo. (Se poi si scoprisse che Francesco Tedesco sta mentendo, tutto il discorso vale alla rovescia).

Dire «Proprio il rispetto assoluto della legge ci costringe ad attendere la definizione della vicenda penale. Come vuole la Costituzione, la responsabilità penale è personale. Abbiamo bisogno che sia accertato esattamente, dai giudici, “chi” ha fatto “che cosa”» significa anche tacere e non farsi belli con una ventilata parte civile che servirebbe solo a sciacquarsi – male – la coscienza.

Ma sono più o meno di 80 euro?

Cinque anni fa, uno dei fattori dell’inopinato successo del PD alle elezioni europee furono probabilmente gli 80 euro al mese elargiti dal governo Renzi a un’ampia fascia di persone giusto in vista del voto. Sono passati cinque anni, ci sono nuove elezioni e un nuovo governo, e a quanto pare i corsi e ricorsi storici si estrinsecano nei rimborsi ai risparmiatori coinvolti nei vari crac bancari: rimborsi che i vicepremier vogliono dare subito e su cui Tria fa ostruzionismo.

Leggendo in giro mi pare di capire che la materia sia molto più complessa di quanto riassunto nei titoli dei giornali: i soldi tecnicamente sono stati stanziati ma c’è il rischio che l’UE li consideri in violazione delle leggi sulla concorrenza, e inoltre ci sono almeno due tipi diversi di crac, quelli delle banche del centro Italia e quelli delle popolari del Veneto. Io mi limito a parlare di queste due ultime banche, perché per una serie di motivi fortuiti – non preoccupatevi, non ho mai avuto a che fare con esse! – ho seguito la vicenda ben prima di quando cominciarono a esserci i titoloni. Il punto è molto semplice: quelle banche non erano quotate in borsa, come al tempo non lo erano in genere le popolari, e pertanto il valore delle azioni era teorico e stabilito direttamente dal consiglio di amministrazione che gestiva gli scambi. Le banche attiravano i risparmiatori facendo loro comprare azioni che – a loro dire – avrebbero avuto un rendimento molto maggiore di quello dei conti correnti: peccato che le perdite delle banche venissero nascoste con l’aumento fittizio del capitale, fino a quando c’è stato il crac e le azioni sono scese a zero. Bene. Perché io devo pagare per gente che voleva farsi i soldi con operazioni finanziarie di cui non capiva niente, un effetto Vanna Marchi all’ennesima potenza? Lo so che in Italia si ama privatizzare i ricavi e statalizzare le perdite, ma mi sarei anche scocciato di essere sempre io quello fregato.

La difesa della razza passa anche dalle borse di studio

Probabilmente questa notizia non è passata molto in giro, se non tra i torinesi e i matematici, quindi penso sia utile mandarla anche agli altri tra i miei ventun lettori. Si è recentemente scoperto – ma sembra che la cosa vada avanti da parecchi anni – che l’Accademia delle Scienze di Torino assegni due borse di studio a laureati «di nazionalità italiana e figli di famiglia italiana», con tanto di richiesta di certificati di nascita.

Alberto Saracco ha scritto all’Accademia, ricevendo una risposta che si può riassumere così: “È vero, ma il lascito testamentario che permette di assegnare queste borse di studio richiedeva espressamente questa clausola”. Come Alberto argomenta, un’istituzione tra l’altro molto prestigiosa avrebbe fatto una figura molto migliore rifiutando il lascito. Non sarebbe cambiato molto nel bilancio dell’istituto, ma almeno non si sarebbe fatta la figura dei razzisti. Leggendo però i commenti, temo che la sua e la mia posizione sia molto minoritaria. Che ne pensate?

(Per completezza: per quanto esecrabile sia stata la persona che ha deciso di istituire le borse di studio, i soldi erano suoi e poteva farne quello che vuole. Io mi sto lamentando dei “complici”)

Liste di proscrizione per i bagni

Questo è il testo della circolare emessa nella scuola dove vanno i miei figli. I bagni (in tutte e tre le scuole che formano il plesso) fanno schifo e puzzano: questo è indubbio. Le due elementari sono edifici che hanno più di cent’anni, ma questo non dovrebbe voler dire molto: non ho idea di come sia la scuola media. Purtroppo l’edilizia scolastica è un macello: se non ho capito male gli edifici scolastici sono di proprietà comunale, non statale, e quindi su budget del tutto diversi.

Detto questo, il punto è un altro. Come può un dirigente scolastico pensare che una schedatura simile – a parte i possibili problemi di privacy – serva a qualcosa? Pensa forse che con una raffinata analisi statistica dei bisognini dei bambini si possa capire chi sia il colpevole di quelle puzze? Le maestre dovranno diventare dei piccoli kapò, almeno fino a che non verrà implementata la tecnologia di avanguardia presentata in questo video?

Ottimizzazione del corriere

Sono appena tornato dalla biblioteca di zona, dove sono andato a recuperare un libro in prestito interbibliotecario. Mentre passavo sul controviale di viale Zara, c’era un camion di Bartolini (anzi BRT come in uso da qualche anno) parcheggiato subito dopo l’Esselunga. Il corriere è poi salito e si è piazzato su un passo carraio (bloccando del tutto il marciapiede, per la cronaca). Mentre uscivo dalla biblioteca ho visto che stava ripartendo… dopo aver lasciato il camion al largo di via Budua. Nella cartina di OpenStreetMap qui a fianco ho indicato i tre punti in cui ha sostato, e ho lasciato la scala per darvi un’idea delle distanze.

Io capisco che i corrieri debbano consegnare pacchi e pacchetti a tutte le ore e in fretta e furia. Non pretendo che si arrivi al livello di UPS che vieta agli autisti di girare a sinistra. Ma non trovate che magari si potrebbe evitare di muovere un furgone a cinquanta metri per volta, e pensare a lasciarlo fermo in uno solo di quei tre posti?