Google feat. J.S.Bach

Per festeggiare Johann Sebastian Bach (uno dei miei idoli assoluti) oggi Google ha preparato un doodle per comporre armonie in stile bachiano a partire da due battute scritte da noi utenti e usando “tecniche di intelligenza artificiale”.

Ho provato a inserire qualche melodia per vedere il risultato, e mi sa che le regole usate siano un po’ strane. La mia prima melodia è stata scritta più o meno a caso: il primo risultato non mi pare molto bachiano, il secondo già meglio. Per scherzare ho poi messo la melodia iniziale di A Day In the Life: anche qui l’ha fatta strana per poi migliorare.

Però forse non sapete che tra le tante cose che ho fatto nella vita ci sono anche stati tre corali in stile pseudobachiano (lo “pseudo-” è legato al fatto che ho volontariamente usato alcune armonie che Giovanni Seb avrebbe considerato illegali, e che nonostante abbia cercato di comportarmi bene ci sono molti erroracci di armonia tipo quinte e ottave nascoste se non addirittura in alcuni casi parallele. Chi ha studiato composizione sa cosa intendo). I curiosi possono sentirli qui. Bene: ho preso l’incipit di due di essi e ho provato a vedere cosa succedeva. Per quello fatto per Davide, tanto per cambiare, il primo tentativo non è andato ma il secondo sì; invece con quello per Federica è stata buona la prima. Che ne pensate?

P.S.: come capita spesso con Google, il dietro-le-scene è più interessante del risultato vero e proprio!

(se leggete questo post da Facebook vi tocca cliccare e andare sul mio sito per avere i link. Mi pare solo corretto)

Il target di Satispay

Conoscete Satispay? È un sistema di micropayment (se vi interessa averlo posso darvi il referral, ma non è questo il punto del post) ideato a Cuneo (!) ma che poi ha preso la sede legale nel Regno Unito. Non so cosa succederà con Brexit, per la cronaca. Ad ogni modo, come ogni startup che si rispetti, cerca di raggiungere quanta più gente possibile dandogli soldi: nel loro caso si parla di cashback, che è una percentuale della spesa che viene restituita sotto alcune condizioni. In questi mesi c’è per esempio il cashback crescente: al primo negozio del mese si riceve l’1%, al secondo il 2%, al terzo il 3% e così via.

Bene: mentre eravamo a Vercelli Anna e bambini hanno espresso il desiderio di prendere un gelato da Grom. Entriamo, pago, e noto che non c’è cashback; mi ricordo che in effetti c’era scritto che la promozione era solo per Milano e provincia. Ora, a pensarci su ha senso, perché non so quanti siano i posti vercellesi che accettano i pagamenti Satispay, mentre a Milano ce n’è una caterva; però la cosa dimostra vieppiù come il sistema sia pensato per i fighetti 😉

Vercelli e il Ventennio

INA Anno XVII
Anno XI
Spelta
du pulet

Sabato siamo stati a Vercelli, per la prima volta in vita mia (i treni regionali che fermano nel ridente – nel senso del cereale – capoluogo non contano). Sapevo che Vercelli era molto importante in periodo tardoromano e longobardo, e fu la prima sede vescovile piemontese: quello che non sapevo è che è ancora così legata all’era fascista. D’accordo, nel palazzo INA la scritta “Anno XVII” corredata da fascio d’ordinanza è stata scalpellata via ma risulta ancora ben visibile; e soprattutto la pavimentazione “Anno XI” in corso Libertà mi pare troppo bella per essere rimasta così ottant’anni.

Poi ci sono cose più carine, tipo l’insegna di Spelta e l’insegna di Paolino in piazza Cavour. Il locale è del 2015, ma la figura con i du pulet sembra molto in stile Depero…

Boccie


Termino il mio resoconto torinese con questa foto di una in bassorilievo su un palazzo – in via Cigna angolo strada del Fortino – che ai tempi era un bocciodromo, a giudicare dal testo: “GIUOCO BOCCIE”. La U in “giuoco” magari non vi è neppure troppo ignota: per dire, la FIGC è la Federazione Italiana Giuoco Calcio. Ma chi è che ha scritto “boccie” con la I? Non sapeva che in italiano il plurale delle parole in -cia e -gia perde la i se l’ultima sillaba è preceduta da una consonante? Si sono appaltati i lavori di restauro a qualche ditta che ha impiegato – magari anche in nero – qualche extracomunitario?

La risposta naturalmente è molto più banale. Fino a settant’anni fa il plurale di boccia era boccie, perché la regola per il plurale era un’altra. Facciamo un passo indietro. Checché ci insegnino a scuola, l’italiano non si legge come si scrive, anche se rispetto a lingue come l’inglese e il francese (ma non il tedesco o lo sloveno, per esempio) siamo messi molto meglio. Anche tralasciando l’impossibilità di sapere dove va l’accento tonico, ci sono alcuni grafemi che hanno un significato contestuale: per esempio la i nel gruppo cia/gia serve per indicare che la c si deve pronunciare dolce e non dura. Ma al plurale, visto che la c è seguita da una e, si pronuncia dolce in ogni caso. Dunque, la si deve tenere oppure no? La risposta era: se la i era presente già nella forma latina della parola allora al plurale restava, mentre se non c’era allora non la si metteva. Così provincia, -ae in italiano faceva “provincie”, come nella Cariplo che era la Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde; la ciliegia, che era ceresa, -ae, faceva “ciliege” come nel libro postumo di Oriana Fallaci Un cappello pieno di ciliege (secondo me in Rizzoli temevano che il fantasma della scrittrice toscana sarebbe tornato a tormentarli se avessero osato regolarizzare il plurale), e la bottia, -ae che è la probabile etimologia di boccia lasciava la i al plurale. Fu il grande linguista Bruno Migliorini che nel 1949 propose l’attuale regola per il plurale, come raccontato nel sito della Crusca, partendo dalla considerazione che non possiamo dire che una regola per una lingua (l’italiano) dipende da un’altra lingua (il latino). Ci furono parecchie discussioni, ma dopo una quindicina d’anni la nuova regola venne accettata più o meno da tutti, con l’eccezione immagino della Fallaci.

Detto tra noi, questo è un caso davvero eccezionale per l’italiano: a differenza per esempio dei francesi o peggio ancora dei tedeschi, che alla fine del secolo scorso hanno codificato per legge la riforma dell’ortografia della loro lingua, in Italia non c’è nessuno che abbia un’autorità prescrittiva per la nostra lingua, e le regole sono stabilite dall’uso. Abbiamo così il pronome “lei” che da solo oggetto è anche diventato soggetto soppiantando “ella”; prima o poi scriveremo (purtroppo) “qual’è” e la forma “qual è” sarà marcata come errore, e non si riesce a convincere la gente che è molto più logivo scrivere “sé stesso” con l’accento. Il tutto senza nemmeno considerare gli scempi da autocompletamento che stanno davvero rovinando l’ortografia. Morale: non facciamo (troppo) i grammarnazi, perché non abbiamo agenti di polizia lessicale da chiamare in nostro aiuto.

No vax torinesi

Sempre nel mio viaggio torinese mi sono imbattuto in questo manifesto pubblicitario. Direi che la manifestazione no-vax della prossima settimana ha un certo qual sostegno economico… anche se forse una “Affissione politico-ideologica” viene concessa a prezzo ridotto se non addirittura a titolo gratuito.

(Nel meritom la mia posizione è ben nota. Io sono egoista: un’epidemia potrebbe dare problemi anche a me e ai miei figli, nonostante siamo tutti vaccinati: il vaccino è un compromesso e non può dare una certezza di immunità. Quindi obbligo di vaccinazione, ancora più che per dire obbligo di cinture in auto)

Il comune tagliato in due

Ieri ho scritto su tumblr a proposito di un comune del cuneese formato da due parti distanti trenta chilometri.
Mi ha scritto timendum spiegando che

Probabilmente il comune è ora composto da città più il pascolo che era assegnato alla città, come fanno presente qui:
https://www.reddit.com/r/italy/comments/ayanct/til_di_magliano_alpi_un_comune_diviso_in_due/ehzgh1h/

Non credo ci siano abitanti nella parte di pascolo di Magliano Alpi, o almeno lo spero per loro…

Banksy e il Mudec: non tutto bene

Leggo da Oriella che qualche mese fa i tribunali italiani hanno avuto a che fare con una diatriba tra il famoso (e ignoto) artista Banksy e il milanese Museo delle Culture. In pratica il Mudec ha organizzato una mostra su Banksy e l’artista si è lamentato perché non era stato chiesto il suo permesso (che non avrebbe ovviamente concesso, ma questa è un’altra storia).

Il risultato è stato salomonico. Il museo ha il diritto di fare la mostra, perché le opere esposte sono state prestate dai legittimi proprietari; ha anche il diritto di usare le immagini per pubblicizzare la mostra, perché sono a scopo informativo; però ha dovuto ritirare tutto il merchandising banksiano, che non ha direttamente a che fare con la mostra. E il catalogo? Qui si è rimasti in un limbo. I proprietari hanno i diritti di proprietà sulle opere, ma hanno anche i diritti di utilizzo commerciale? Evidentemente no. Ma la Pest Control Office Limited, che tutela il marchio di Banksy e che ha citato in giudizio il Mudec, non può a sua volta dimostrare di averli senza rivelare il nome dell’artista. A questo punto il catalogo resta “per default” vendibile.

A parte quello che scrive exibart, che ovviamente ha una posizione ben precisa riguardo al copyright e alla gestione dei marchi, il problema resta. Quanti diritti ha un autore sul proprio lavoro, dopo che ha ceduto quelli economici? Non è banale, e mi sa che in effetti se ne parlerà a lungo.

Ho visto un gazebo del Codacons

Oggi, mentre sfruttavo la pausa pranzo per andare in palestra, sono passato come al solito da via Melzo per girare in via Spallanzani, e mi sono trovato la strada ingombrata… da un gazebo del Codacons! Insomma l’associazione non è solo un ectoplasma dell’avvocato Rienzi.

Se non fosse stato per il fatto che ho sempre i minuti contati mi sarei anche fermato a fare una foto 🙂