Silenzio e rumore elettorale

Un tweet in più o in meno di Selfini è assolutamente indistinguibile dalla massa dei messaggi da lui (rectius, da chi per lui) postati. Non se ne accorge nessuno.

Un tweet di Selfini nel giorno del silenzio elettorale sarebbe assolutamente indistinguibile dalla massa dei messaggi, se non ci fossero tutti gli alti lai di chi piange perché è stato violato il silenzio elettorale (che io abolirei del tutto, ma quella è un’altra storia). Questo mi sembra un punto così banale che non dovrebbe neppure essere rimarcato, considerando che capita a ogni elezione; e invece no.

Insomma, Selfini ce lo meritiamo.

Quanti dati si tiene in pancia Android?

Immagino conosciate Google Rewards, l’app Google che ti propone sondaggi pagandoti qualche centesimo per volta, centesimi che io per esempio uso per comprarmi qualche libro su Google Play. Insomma, un modo come un altro con cui la Grande G ti tiene attaccato al suo ecosistema. Da qualche mese ho raddoppiato l’app, nel senso che il furbofono ha una versione associata al mio account principale mentre il Gemini ne ha una associata a un account secondario. Tra i vari sondaggi proposti, ogni tanto capitano quelli sui luoghi dove sei andato a comprare: è chiaro che sono attivati dalla geolocalizzazione, e che le varie scelte proposte sono solo fumo negli occhi perché solo uno è il posto dove puoi essere stato.

Bene: l’altro giorno mi sono arrivati due sondaggi, uno per telefono, su due posti distinti dove avevo comprato qualcosa (Esselunga e Bricocenter, nulla da nascondere). Tutto normale, ma poi mi è venuta in mente una cosa. Il Gemini non ha SIM installata, e non gli ho mai fatto accettare rete wifi pubbliche. Quindi la notifica di dove sono stato gli deve essere rimasta in pancia fino a che non sono tornato a casa e si è connesso al wifi. Che Google sappia tutto di me mi è ben noto; ma quante di queste informazioni sono tracciate in locale, e non nei loro server? La cosa mi pare persino peggio…

Omologazione

Stasera nella mia timeline Facebook c’erano dieci post, tutti con la stessa foto della prima pagina del libro-intervista a Salvini, ciascuno con la sua bella frasetta e il coro monocorde dei commenti.
No. Non è che Salvini abbia vinto. È Facebook ad avere vinto, o se preferite tutti noi ad avere perso.

Pagine Facebook che cambiano nome

È abbastanza usuale cambiare il nome alle pagine di Facebook. Lo si può fare per tante ragioni, lecite e illecite: per esempio man mano che io ho pubblicato libri con Codice ho cambiato il nome della pagina dove ne parlo. Poi è chiaro che ci sono quelli che trasformano la pagina “MI PIACCIONO I GATTINI” in “MI PIACCIONO I SALVINI”, ma quella è un’altra storia.

Ad ogni modo, ieri è arrivata notizia che Facebook ha chiuso un po’ di pagine in italiano. Per curiosità, guardando il report di AVAAZ, mi è saltato l’occhio su “Un caffè al giorno” e sono andato a vedere la pagina archiviata, scoprendo che in precedenza si chiamava… “Gesù nostro signore”. Certo che è stata una diminutio niente male…

Il marketplace Facebook

Tre anni fa Facebook decise che con un furbofono (o un tablet) non sarebbe più stato possibile vedere i messaggi personali, ma bisognava installare per forza Messenger. Il risultato pratico è che ho cominciato a selezionare la modalità desktop se mi capitava di avere un messaggio in attesa e non ero davanti a un PC: probabilmente non sono stato l’unico a farlo, perché Zuckerberg ha poi preso l’abitudine di indicare l’esistenza di un messaggio… e se ci cliccavi su finivi su Google Play Store a prendere Messenger. Inutile dire che continuo a far finta di nulla. (Ah, a volte ora mi segna due messaggi da leggere. Amen.)

Adesso pare che il messaggio fantasma sia sparito… in compenso è apparsa – almeno su Facebook Lite che ho sul tablet – una nuova notifica, stavolta per il Facebook Marketplace che se non ho capito male è un eBay interno. Ho come il sospetto che prima o poi smetterò del tutto di guardare le notifiche, perché evidentemente sono irrilevanti…

Salv-Ing-un fa cose

Sempre sulla foto di Salvini con il mitra, ho trovato molto interessante questo commento su un post di Massimo Mantellini:

Raccolgo con diligenza l’invito di Mantellini all’esercizio dell’intelligenza e mi chiedo: c’e’ più’ messaggio d’odio nella foto di un ministro dell’interno che soppesa uno di quei mitra che servono alle forze dell’ordine per difendere Mantellini dai criminali, oppure c’e’ più’ messaggio d’odio in un commento in cui Mantellini copre d’insulti quel ministro dell’interno (senza integrità onestà intellettuale e dignità umana, ingenuo fessacchiotto, bambino dell’asilo, cinico sovvertitore dell’ordine istituzionale…)?

Non entro nel tema dei cosiddetti insulti a Salvini (ma anche a Morisi): ci penserà al limite Massimo. Mi pare infatti molto più interessante entrare nel giudizio sulla foto, «un ministro dell’interno che soppesa uno di quei mitra che servono alle forze dell’ordine per difendere dai criminali». Io non ho nulla in contrario a che un ministro degli interni dia il proprio sostegno anche fotografico a un corpo di polizia, di cui è formalmente il capo. Immagino però che le sue competenze sulle mitragliette siano più o meno pari alle mie: soppesare quel mitra è un’azione che serve unicamente per rafforzare il culto della personalità, come del resto dimostrato dal commentatore qui sopra.

Ecco perché le foto di libri che mi dicono tante persone – anche se nessuna nella mia bolla, che io sappia – hanno postato in risposta alla foto con il mitra non servono a un tubo. Il problema non è il mitra, ma quello che ci sta dietro. È improbabile che spiegare a qualcuno il significato reale di quella foto gli faccia cambiare idea, ma c’è sempre qualche speranza: uno scaffale di libri non sarà neppure visto.

tutto è dovuto

A giudicare da tutti gli screenshot che ho visto tra ieri sera e stamattina, pare che la pagina Facebook di INPS Per la famiglia sia subissata di lamentele da parte di persone che non hanno ottenuto il reddito di cittadinanza oppure hanno avuto una cifra miserrima rispetto alle loro aspettative. Fin qui nulla da raccontare, non mi sarei aspettato qualcosa di diverso: il lamentarsi è tipico, come tipico è il lamentarsi con chi non c’entra nulla, nella fattispecie il gestore della pagina Facebook. L’Inps prende il testo della legge, fa i conti e tira fuori un risultato: può darsi che i conti siano sbagliati, perché per esempio la domanda è stata compilata male e non risultano alcune condizioni che aumenterebbero il reddito percepibile; ma se tu ti fidi di quello che trovi scritto sul gruppo Facebook e non fai nemmeno una domandina al CAF o alle poste forse hai qualche problema a monte, e il reddito di cittadinanza non ti aiuterà più di tanto. (Come dice sempre Antonio Pavolini, è anche tipico il trovare poi il backslash di quelli che si lamentano di chi si lamenta…)

Più interessante, anche se a posteriori anch’esso immaginabile, è leggere di gente che tranquillamente afferma di stare lavorando in nero (l’immagine iniziale, che però non ho visto direttamente e quindi per quanto ne so potrebbe essere un fake, o magari la signora ha avuto un lampo di intelligenza e ha cancellato il post), oppure il disoccupato che percepisce già il reddito di disoccupazione e si incazza perché gli hanno dato solo i quaranta euro di differenza (l’immagine qui a destra, relativa a questo commento), o ancora tanti altri esempi che potete leggere nell’articolo del Post. Tutta gente che non solo ritiene che tutto sia loro dovuto, ma che non ha le competenze cognitive necessarie per accorgersi che sta divulgando al mondo informazioni che forse dovrebbe tenersi per conto suo. La mia sensazione è che il vero guaio di avere sistemi sempre più user friendly è che la gente li usa senza sapere cosa sta facendo. Non è una questione di elitismo: non è che ci dovrebbe essere meno gente a usare i socialcosi, ma bisognerebbe fare corsi seri di alfabetizzazione informatica che sarebbero molto meglio dei cosiddetti lavori socialmente utili.

Termino con una nota più leggera, quella del povero addetto social media della pagina – immagino e spero che ce ne sia più di uno, altrimenti è peggio che i lavori forzati – che risponde a un interlocutore che evidentemente aveva abbastanza tempo per leggersi quella pagina senza doverlo fare per lavoro. Sappi che ti capisco e non ti invidio.

XXX is requesting more info about your post

Da qualche giorno, nelle notifiche che mi arrivano sui post della pagina Facebook “.mau.” (che è diversa dalla mia bacheca, tipico caso di sdoppiamento di personalità) il testo è cambiato: non mi viene scritto “XXX commented on the link you shared” ma “XXX is requesting more info about your post.”
Non ricevo mai moltissimi commenti, quindi non sono ancora riuscito a capire se questa è una nuova risposta generica per vedere se sono attento o un messaggio che parte automaticamente quando c’è una frase con un punto interrogativo o ancora qualcos’altro. Voi che ne sapete?
(Dopo avere preparato il post, mi sono arrivati un classico “commented on the link you shared” e un “is requesting more info about your post”, nessuno dei quali aveva un punto di domanda. Anzi, le “maggiori informazioni richieste” erano nel primo commento, non nel secondo.