addio hubiC

Sono anni che hubiC esisteva in una specie di limbo: nessuno poteva più iscriversi, ma chi c’era già poteva continuare a usare il suo spazio dati (io ero arrivato a 40 GB con un po’ di referral). Adesso a OVH si sono scocciati, hanno preso un altro vecchio servizio che avevano, l’hanno rimesso un po’ in sesto e hanno chiuso hubiC. O meglio, dovevano chiuderlo a fine luglio ma ci hanno dato ancora due mesi di grazia.

Per me la fregatura è che ShadowDrive non mi dà mica tutti e 40 i giga che avevo. Certo, pago Google One e avrei abbastanza spazio libero per metterci quei file, ma è una questione di principio :-) Terabox, a parte essere cinese e avere limiti di trasferimento dati al mese, non mi ispira più di tanto…

Come posso dire a Google di NON indicizzarmi i video?

Google, nella sua infinita saggezza, ha deciso di indicizzare anche i video che trova in giro. Così mi è arrivato un report Video indexing issues found on your site https://xmau.com/ che mi dice che ho sei pagine dove “Google could not determine the prominent video on the page”. Le pagine sono tutti voci del blog dove qualcuno nei commenti ha postato un video.

A me di avere i video indicizzati importa una cippa. Solo che non ho idea di come non farglielo fare. Trovo modi per non indicizzare tutta la pagina (grazie, li conosco da un quarto di secolo) o tutorial per pietire un’indicizzazione. Idee?

Fanpage e i temini delle elementari

Piero Angela aveva due figli. Uno è Alberto, e lo conosciamo tutti. L’altra non è l'”Angela Angela” con cui Corrado Guzzanti/Vulvia se la prendeva sempre, ma si chiama Christine. Di lei non si sa molto: evidentemente è una persona riservata. Però Fanpage.it ha deciso comunque di scrivere un articolo su di lei (ho linkato la pagina di archive.org per ovvie ragioni). Quando l’ho letto, mi sono venute in mente le arrampicate sugli specchi che feci una volta che mi toccò fare un tema su un capitolo dei Promessi Sposi che non avevo letto. Ai tempi presi un’insufficienza: ma ero ovviamente costretto a scrivere quelle paginette. L’unica ragione per quell’articolo è ottenere qualche clic in più. Siamo messi così male?

Internet Archive e Controlled Digital Lending

La scorsa settimana mi è arrivata una mail da Internet Archive che chiedeva soldi. Vabbè, mi direte, nulla di strano. (Tra l’altro, io mando loro regolarmente qualche dollaro, visto che sfrutto il loro lavoro). Il motivo per cui chiedono soldi è però interessante: sono iel mezzo di una causa intentata da quattro grandi editori riguardo al Controlled Digital Lending, nel seguito CDL.

Facciamo un passo indietro. Come funziona una biblioteca tradizionale? I bibliotecari comprano un libro (di carta) e poi lo danno in prestito a chi vuole leggerlo. Un prestito ha una certa durata, tipicamente da un giorno a un mese, rinnovabile se nessun altro vuole leggere quel libro. Le cose vanno avanti così da quando sono un bambino, e probabilmente da prima. Poi sono arrivati i libri digitali, e si è cercato di riprodurre il modello in un modo o nell’altro. Ecco che così è nato il DRM (Digital Rights Management): un software che ti permette di leggere un libro in formato elettronico per 14 giorni, non uno di più, non uno di meno. Chi di voi usa MLOL dovrebbe conoscerlo bene: nell’ecosistema Amazon non so se esiste qualcosa di simile o i libri si comprano (con DRM…) e basta. Nel caso dei libri in prestito, il software implementa anche il controllo di non sovrapponibilità: se io ho in prestito una copia digitale, nessuno può chiederla a sua volta finché non è scaduto il mio prestito. Questo tra l’altro vale anche prr gli ormai pochi libri in Social DRM, dove non ci sono blocchi software ma ci si fida dell’utente: in ogni caso, il libro può essere preso da una persona alla volta.

Internet Archive ha sempre avuto un rapporto strano con i libri. Forse ricordate che due anni e mezzo fa, all’inizio della pandemia, lanciò la National Emergency Library, togliendo in pratica ogni limite alla fruizione dei testi presenti da loro: questo non deve sicuramente essere piaciuto ai grandi editori, e lo capisco anche. Il DCL è però diverso. A Internet Archive prendono un libro cartaceo, lo scansionano, buttano tipicamente via la copia cartacea e danno in prestito la scansione come se fosse un libro digitale, con gli stessi vincoli… tranne il fatto che uno può restituirlo in un qualunque momento e che molti testi sono disponibili per un prestito di un’ora, automaticamente rinnovabile: molto comodo se non devi leggere il libro ma solo verificare una citazione. Questo non piace ad Hachette, HarperCollins, Wiley e Penguin Random House che hanno appunto intentato una causa per violazione di copyright, affermando che sono loro a dover decidere chi, come e per quanto tempo può avere in prestito un libro elettronico: quello che Internet Archive sta facendo con l’aiuto di EFF è chiedere un giudizio che blocchi questa causa.

Ci riusciranno? Non lo so. Il problema di base è che i libri elettronici non sono venduti ma solo dati in licenza, e quindi un ebook non è la stessa cosa che la scansione di un testo cartaceo; tutto dipenderà insomma se il giudice penserà alla funzione o all’implementazione del prestito. Resta il solito punto: molti vincoli nelle cose che possiamo o non possiamo fare non hanno alcuna correlazione con la cosa in sé.

È davvero meglio tacere?

Dopo l’uscita di ieri del leader della Lega (così non arriva nelle ricerche :-) ) sugli appelli per cognome in modo da non infastidire “i bambini fluidi” sono arrivate le usuali critiche a quelli che l’hanno commentato, “perché così si fa solo il suo gioco”.

Premetto che non ho alcun dubbio che quell’uscita fosse stata accuratamente preparata, e che sia stata fatta per essere condivisa dai propri sodali, non credo proprio che se io ne parlo nella mia bolla cambierà una iota nel consenso verso di lui. Quello che eviterei di fare è limitarsi a sbeffeggiare un’ignoranza che in realtà non esiste affatto: quello sì che genera il risultato opposto.

Internet e le ricerche impossibili

Massimo Mantellini scrive che il motore di ricerca della Big G «Fa schifo per scelta aziendale, non per altro, e fa schifo ogni anno di più», e su questo sono abbastanza d’accordo. Tra l’altro ho notato che ormai è spesso impossibile scoprire se un risultato è recente o no senza aprire la pagina, cosa che fa perdere ancora più tempo.

Ma soprattutto scrive che «il punto centrale resta che al momento non esistono alternative serie»; e qui sono estremamente d’accordo. Io continuo a provare nuovi e vecchi motori di ricerca, famosi o di nicchia: per questi ultimi, se siete curiosi, potete guardare per esempio Brave o Marginalia. A parità di stringa, e dopo aver eliminato dai risultati Google tutti i siti “ottimizzati” (o se preferite sponsorizzati), gli altri motori hanno comunque una frazione dei risultati di Google. È possibile che ci sia semplicemente troppa roba in rete, e quindi (a) salvarla costi troppo e (b) persino Google deve trovare un modo di rientrare delle spese. Ma il risultato pratico è che la serendipità nelle ricerche ormai è morta. Il periodo in cui si potevano trovare «testi favolosi ed inaspettati» è stato intenso ma breve.

Stocard e l’assistenza utenti

La scorsa settimana di punto in bianco Stocard non si apriva più. Nema problema, penso, tanto avevo caricato sul loro cloud le tessere: basta aprirlo da un altro telefono e controllare. Lo faccio: non vedo nessuna carta. A questo punto comincio a preoccuparmi e scrivo all’assistenza clienti, ottenendo una risposta

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Rispondo aggiungendo il mio codice utente: nessun feedback. Domenica provo a disinstallare l’app e reinstallarla (dopo avere provato a cancellare cache prima e dati dopo), e tutto torna miracolosamente a posto. Probabilmente l’ultimo aggiornamento era rimasto fermo a metà, anche se non mi è chiaro perché sull’altro telefono non vedessi le mie carte. Scrivo per la terza volta: di nuovo un silenzio tombale.

D’accordo, [MILANESE MODE ON]non pago e quindi non posso pretendere[MILANESE MODE OFF], ma almeno un po’ di messaggi automatici potevano implementarli…