Some features not available Oggi sono entrato sul non-Messenger di Facebook – nel senso che è la parte interna al sito desktop di Facebook, la mia religione mi vieta di installare Messenger – e mi sono trovato il messaggio qui a fianco. Ho fatto una rapida ricerca e mi è uscito questo post di Facebook che non dice cosa non è disponibile, cita la direttiva e-commerce del 2002 (!) e soprattutto è datato 20 dicembre 2020, cioè un mese fa. Mi pare strano di non averlo mai visto, anche se non è che poi io usi così tanto Facebook. Qualcuno ne sa di più?

Chi mi avrebbe chiamato?

A dicembre ho preso una SIM per il mio Gemini (fondamentalmente, un telefono Android che io però uso come sistema per prendere appunti, visto che ha una tastiera vera e propria). In realtà non ho neppure ricaricato la SIM, perché usarlo come telefono è assolutamente impraticabile: però ho pensato fosse comodo avere un secondo numero per un account Whatsapp e Telegram in più. Ho creato a dicembre gli account e poi non li ho usati; del resto non ho chiamato nessuno.

Sabato mattina vedo che avevo ricevuto una chiamata dal numero 3405626635, arrivata verso le 14. Non so assolutamente a chi corrisponda quel numero, che in teoria era segreto. E in pratica? In pratica venerdì mattina alle 10 avevo cambiato il numero di telefono associato al mio profilo Facebook, togliendo il mio reale (nonostante tutti i pianti del signor Zuckerberg, che tanto sono sicuro se lo sarà conservato da qualche parte) e mettendo questo qua. Sono certo dell’ora perché ho ancora l’SMS di richiesta conferma. Bene, anzi male. Ho scoperto che quando uno cambia il numero di telefono la sua visibilità diventa casualmente pubblica. (Prima era solo visibile agli amici). Direi che le prove indiziarie sono sufficienti…

I social network e Donald Trump

E così, dopo Facebook, anche Twitter ha sospeso in maniera permanente l’account dell’ancora per poco presidente USA @realDonaldTrump.

Troppo facile voltare le spalle a chi ha contribuito alla tua fortuna (cinque-sei anni fa Twitter era dato per moribondo, la presenza di Trump che l’aveva scelto come mezzo principale per diffondere le sue idee è stato un fattore che ha cambiato le carte in tavola) quando è in disgrazia. Non so cosa succederà a Parler, che a quanto pare è la nuova scelta di Trump; ho il sospetto che le dinamiche siano diverse, perché qui scriverà soprattutto a chi era già fan, ma non sono un esperto di social media. Più che altro, a me l’idea che l’unico modo per avere un certo seguito sia usare una piattaforma proprietaria non sembra così brillante; ed è probabilmente per questo che ha tanto successo. Basta che poi non vi lamentiate con Dorsey e Zuckerberg quando decideranno che qualche persona famosa vostra amica non abbia più diritto di parola. (Io e voi non corriamo di questi rischi, al più ci tocca rifare un account da zero…)

IO e le riconnessioni

L’altro giorno ho casualmente aperto IO e mi è apparso un messaggio che mi segnalava come – essendo passati 30 giorni dal mio primo accesso – avrei dovuto rifare l’autenticazione con SPID. Evidentemente il concetto di password biometrica che uso sul telefonino non era considerato suficiente, oppure non c’è modo per spiegargli che non uso il pin ma il mio indice. Vabbè, faccio partire SPID e mi riconnetto. A questo punto mi chiede di inserire un pin per connettermi senza SPID. Peccato che inserendo il vecchio pin non funzionava nulla: non mi diceva nulla, ma restava lì a chiedermi il pin. Vabbè, dopo un po’ me ne sono accorto e ho cambiato password.

Ma a questo punto mi sono trovato come “da leggere” tutti i messaggi che avevo coscienziosamente archivato, e che probabilmente avrei dovuto direttamente cancellare, come quelli dell’ACI di cui non me ne faccio proprio nulla. Qui non dico più “vabbè”, perché in questo caso non c’è proprio nessuna logica in questo comportamento. E non venitemi a dire che il codice IO è tutto open source e quindi posso suggerire le modifiche da fare: non può e non deve essere un mio problema…

Le smart features in Google

In questi giorni, se usate Gmail, vi è sicuramente arrivato il popup mostrato qui, che vi chiede se volete usare le “smart feature”. Se gentilmente declinate l’invito, vi arriva una seconda pagina in cui Page&Brin vi chiedono se siete proprio certi di non volere le imperdibili migliorie; confermando il “no grazie”, su Gmail vi appare ancora un invito ad accettarle. (Chiudendo quella finestra per ora sembra terminare lo spam).

La mia più che trentennale esperienza mi permette di dire che quando ci viene chiesto con tanta insistenza qualcosa ci sono due forze in gioco: chi lo fa è obbligato a chiedercelo, e gradirebbe che non lo facessimo. Il blog di Google ha un post dove dice fondamentalmente che tutte queste cose le si poteva già fare (vero: io per esempio avevo tolto le etichette personalizzate). Ma quando io leggo una frase come «That’s why our engineers at the Google Safety Engineering Center in Europe developed Privacy Checkup» so che c’è stato un obbligo dell’Unione Europea: in questo caso direi la direttiva ePrivacy, secondo quello che afferma in una notizia correlata la BBC.

Qualcuno ha mica un bignami di quello che fa? E come mai non ho letto nulla sull’italica stampa?

Le tante vite dell’archivio storico della Stampa


Tra le tante vittime che la fine di Adobe Flash sta mietendo, c’è anche l’archivio storico della Stampa. Il sito, che conteneva tutti i numeri del quotidiano dal 1867 al 2005, aveva infatti un’interfaccia Flash, e da oggi non è “disponibile a causa di prolungate attività di manutenzione.” Di per sé le pagine erano state distribuite in formato JPEG; ma il problema, come aveva scritto Mario Tedeschini Lalli, era che non si capiva bene chi stia effettivamente gestendo il sito, tra fallimenti vari degli enti preposti.

Ieri sulla Stampa è apparso un articolo più o meno rassicurante: la regione Piemonte si è assunta l’onere di far rifare l’interfaccia al CSI, e in due mesi si dovrebbe tornare ad avere a disposizione l’archivio. Perché dico “più o meno rassicurante”? Semplice: perché c’è scritto che l’archivio «sarà aggiornato con le ultime versioni degli applicativi di lettura e protetto con nuovi sistemi antintrusione» (grassetto mio). Perché servono sistemi antintrusione? Non ne ho la più pallida idea, come non ho idea se il CSI userà software libero o un’interfaccia proprietaria per la visualizzazione, se il materiale sarà conforme agli standard aperti internazionali – il che permetterebbe di rientrare nelle collezioni di Europeana con gli altri significativi progetti europei, pur se Europeana non è molto considerata dal nostro ministro Franceschini. Spero inoltre che l’interfaccia sarà accessibie e l’OCR, quando presente, sarà disponibile ai non vedenti. Insomma tutte le cose che oramai ci si aspetta da un archivo di questa importanza.

Quello che però so è che fortunatamente le scansioni delle singole pagine dei giornali sono state rilasciate secondo una licenza Creative Commons, per la precisione la CC-by-nc-nd-it 2.5 che permette l’uso non commerciale e senza creare opere derivate indicando l’autore originale. Questo significa che per esempio non possono stare su Wikipedia, dove tutto il materiale può anche essere riusato commercialmente; ma che possono essere salvati da qualcun altro. Ecco dunque che gli amici di Internet Archive hanno scaricato l’archivio – è quasi un TB – e stanno lentamente mettendolo a disposizione. Tra l’altro vedo un vantaggio: a questo punto sarà possibile anche migliorare manualmente i risultati dell’OCR, che vi assicuro essere problematico con copie di cento e più anni fa. Un lavoro costosissimo, ma che potrà essere man mano fatto da chi è interessato a qualche articolo specifico. Non è una cosa bellissima?

Aggiornamento: (16 dicembre) È ora presente su Internet Archive anche la collezione relativa.

Dimensionamento

Un rapido aggiornamento a quanto ho scritto stamattina.

Posso – con grande fatica – immaginare che chi ha preparato il backoffice del cashback di Stato non sia stato in grado di dimensionare correttamente il sistema, e quindi stamattina la sezione Portafoglio sia “in manutenzione”.

Quello che non riesco proprio a capire è come sia impossibile caricare i metodi di pagamento già esistenti. Quello che serve è fare un accesso in lettura a una base dati a partire da una chiave identificativa (il nostro account). È una roba che si faceva in Access con Windows 95, ed è tranquillamente scalabile a sistemi con centinaia di milioni di record. (L’accesso in scrittura è naturalmente molto più delicato, ma non è il nostro caso). Vorrei davvero sapere chi ha progettato l’infrastruttura.

(Avrei anche qualcosa da dire dal punto di vista dell’interfaccia utente, ma lascio le contumelie a chi ci lavora tutti i giorni. Non che io lavori direttamente sulle basi dati, ma almeno mi tocca averci a che fare con i colleghi…)

Google ha finito i giga

Come diceva Heinlein, TANSTAAFL: There Ain’t No Such Thing As A Free Lunch. Io ricordo quando il primo aprile 2004 venne lanciata Gmail, con un intero gigabyte di spazio, quando i servizi commerciali ti davano sì e no 10 o 20 MB: ero assolutamente convinto fosse un pesce d’aprile. Addirittura all’inizio non era nemmeno così facile cancellare un messaggio che non interessava; bisognava andare a frugare nei menu. (Con il senno di poi, a Mountain View serviva una grande quantità di dati per tarare i suoi filtri, e questo era il sistema più rapido per ottenerli). Ricordo il passaggio a cinque giga, e l’unione di tre servizi diversi per arrivare a 15 giga. Ricordo anche i due anni in cui regalavano due giga in più se facevi il controllo sicurezza; di nuovo, probabilmente il costo marginale di quello spazio era inferiore ai vantaggi di sapere esattamente chi sei e dove sei.

Poi le cose sono cominciate a cambiare. Lasciamo stare le chiusure preistoriche, come la parte di Deja News dopo l’acquisizione e la “fusione” con Google gruppi: quello non era certo un problema di spazio quanto di scelte politiche, un po’ come la chiusura di Google Reader che spazio praticamente non ne occupava. Ma già a ottobre la cancellazione dopo 30 giorni dei file nel cestino di Google Drive mi era suonata un po’ strana. Dal mio punto di vista di utente non cambiava molto: quei file contavano nella quota. Ma dal punto di vista di Google magari davano fastidio. L’abolizione dello storage illimitato per foto “ad alta qualità” (che per uno come me che non guarda mai le foto e comunque le scatta male andava più che bene) è un segno che probabilmente comincia a esserci troppo materiale stivato nei server di Google… oppure che la grande G non ha più bisogno di troppo materiale per i suoi algoritmi. In ogni caso, è sempre un utile ricordo dell’effimeralità delle nostre cose in rete… e della nostra bulimia nel salvare TUTTO.

Aggiornamento: (11:40) in effetti, come si può leggere sul blog di Google, Mountain View farà anche “PULIZIA KONTATTI”: gli account inattivi da più di due anni potranno vedersi i loro file cancellati, come segnala anche Mashable. Ma quello che è peggio è che – sempre da giugno 2021 – «any new Docs, Sheets, Slides, Drawings, Forms or Jamboard file will begin counting toward your free 15 GB of allotted storage or any additional storage provided through Google One.» (e lo stesso vale per i documenti già esistenti ma modificati). Non so voi, ma io uso abbastanza spesso Google Docs proprio perché non contava come spazio Google. Certo, lo spazio realmente usato è poco, ma a quanto pare Google sta davvero finendo i giga…