Quante cose sa Google!

Il PC ufficiale di lavoro, che uso un giorno la settimana – gli altri giorni uso il PC di laboratorio, che non è tarpato come l’altro – è un Lenovo Thinkpad ultraleggero, con schermo a 13 pollici. Il PC in questione ha il tasto Fn a sinistra del tasto Ctrl: una di quelle cose che mi fanno impazzire da trent’anni, e non scherzo. Ieri mi sono rotto le scatole di non riuscire mai a copincollare al primo colpo, e ho pensato di fare una ricerca Google per vedere come scambiare i due tasti. La ricerca mi ha dato come risposta ufficiale (quella messa per prima nella pagina, con font più grande)… una pagina del sito di Lenovo. Anche il primo risultato “vero” è quella pagina. Evidentemente Google, nella sua infinita saggezza, controlla da quale PC mi connetto.

(Per i curiosi: lo scambio si fa da BIOS)

Aggiornamento: Ho provato a fare una ricerca sul pc HP da una finestra anonima di Firefox. Lo snippet rimane di Lenovo, ma i primi risultati sono diversi e la pagina Lenovo non capita nei primi dieci risultati. Lo stesso ordine arriva su Vivaldi (che non uso sul pc di lavoro). Ora mi resta da chiedermi se Lenovo paga per essere messa nel knowledge graph e quindi avere gli snippet, o banalmente se c’è un risultato a posteriori, perché sono principalmente i Lenovo ad avere i tasti messi al rovescio.

ricerca da loggato

Ricerca fatta da loggato dopo averla fatta su un Lenovo

ricerca fatta su un HP in modalità anonima

La tua modalità di accesso cambierà dal giorno 9 nov

Ieri pomeriggio mi è arrivato su una delle mie caselle di Gmail un messaggio con titolo quello mostrato qui sopra. In pratica, dalla prossima settimana tutte le volte in cui dovrò connettermi mi servirà avere con me il telefono (o l’app Messaggi di Google, tanto per dire quant’è la sicurezza di questa misura…) per far funzionare l’autenticazione a due fattori. Immagino che man mano anche gli altri account lo richiederanno.

Ma secondo voi vale davvero la pena di complicare così tanto le cose?

Ma wordreference controlla quello che scrivo?

Sto guardando un video in olandese con sottotitoli inglesi. A un certo punto ho trovato una parola (“wuss”) che non conoscevo e così ho aperto wordreference.com per trovare il significato. Ho scritto la parola… e mi è arrivato il dizionario inglese-olandese. (“neerlandese” per i precisini). Considerando che non ho mai cercato nulla in olandese e che la parola “wuss” è appunto inglese, mi chiedo come sia stato possibile.

Chissà quali linee guida ho violato

Ho inviato come al solito una mia recensione di un libro (questa, naturalmente senza l’immagine iniziale e i dati bibliografici al suo interno) su Amazon. Non mi è stata approvata perché non è secondo le linee guida. Le linee guida le potete leggere qui: ditemi voi se c’è qualcosa di promozionale…

(poi a me cambia poco, quella recensione è più o meno ovunque)

La ritirata dei moderati

Il mio amico Franco Abitante ha condiviso su Facebook questo articolo di Avvenire (il noto quotidiano progressista) sulla “ritirata dei moderati”: Gigio Rancilio, il responsabile dei social nel quotidiano della CEI, racconta di come le persone tranquille, i moderati per l’appunto, stanno smettendo di commentare i post degli amici. Il (non) commentatore tipo indicato da Rancilio «ama il confronto ma non sopporta lo scontro». Tutt’al più, «Chi resiste spesso sceglie altre strade e condivide storie e momenti personali», tanto che « i social sembrano sempre di più tanti diari personali».

Dai vent’anni di esperienza del mio blog, e dai quasi quaranta di frequentazione della rete, penso di avere la possibilità di esprimere il mio pensiero. È vero: in dieci anni i commenti alle mie Notiziole si sono quasi dimezzati. Resiste chi continua a dimostrarmi che sbaglio, sia come concetti espressi che per gli errori di digitazione o di sintassi HTML; ogni tanto qualche post ha un gruppetto di commenti, ma ce ne sono tanti che se ne rimangono sconsolati. La cosa però non mi preoccupa più di tanto. Il mio è un blog personale, dove scrivo di quello che interessa e colpisce me; e soprattutto lo scrivo nel mio stile. Potrei forse provare a fare una campagna social come tanti influencer veri e falsi, parlando delle cose sulla bocca di tutti e scrivendo in modo da far partire i flame; ma non vedo perché. Se qualcuno ha considerazioni costruttive su quello che scrivo lo può fare liberamente, e il fatto di restare abbastanza di nicchia mi permette di non dovere mettermi praticamente mai a moderare. Sono abbastanza convinto che parecchi dei miei ventun lettori si limitino appunto a leggermi senza commentare, ma apprezzano un punto di vista spero non troppo mainstream e sicuramente non troppo alternativo-perché-così-mi-si-nota-di-più; magari non saranno d’accordo con me, ma il fatto stesso che abbiano potuto vedere le cose da un altro punto di vista è per me positivo. Per quanto riguarda il sottoscritto, potete magari dire che il mio commentare “a casa mia” e non sul luogo originale dei testi sia un modo per nascondersi, ma non credo sia così. (In questo caso non c’era la possibilità di commentare sul sito di Avvenire, e non vedo perché scrivere queste mie cose su Facebook o Twitter)

Quello che però posso aggiungere è che sono parecchi anni che mi sono ritirato, almeno secondo questa definizione. Ma più che altro mi sono costruito i miei piccoli luoghi dove posso fare le dispute felici con quelle poche persone che so avere il mio stesso punto di vista sulle baruffe in rete (e spesso punti di vista totalmente diversi sui temi che ci capita di discutere, per fortuna). È un ritirarsi? Può darsi: ma non si possono raddrizzare le zampe ai cani. È inutile interloquire con chi non ha nessuna voglia di discutere ma solo di sbraitare, ed è folle pensare che costoro cambino idea.

Twitter e #draghidimettiti

draghidimettiti Come potete vedere qui a fianco, Piero Raffa ha analizzato il topic trend #draghidimettiti. La cosa mi ha molto preoccupato, ma per un motivo che probabilmente è diverso da quello di Raffa. È relativamente ovvio che non è così semplice verificare che i nomi degli utenti Twitter che hanno postato siano effettivamente probabili. Lo si può fare, ma tarare un algoritmo richiede parecchia attenzione. Ma contare anche il numero di twittatori oltre che il numero di hashtag per capire se l’argomento è davvero importante mi parrebbe il minimo sindacale, e invece così pare non sia. O magari 166 persone sono in generale sufficienti per avere un trending topic, e in questo caso l’irrilevanza di Twitter almeno in lingua italiana sarebbe lampante… (Ah, sì. Di per sé Twitter sarebbe irrilevante, se non fosse che viene ripreso dai media. Quindi all’atto pratico non lo è)

Poi vabbè, c’è chi commenta «Beh guardi aldilà di Twitter io guarderei il sentimento diffuso del paese che sicuramente va in quel senso, almeno per una parte non trascurabile» che corrisponde sicuramente a un account reale, ma questa è un’altra storia.

Facebook Whatsapp Instagram Messenger kaputt

Ieri pomeriggio a un certo punto ho visto che l’app Whatsapp desktop non si connetteva al telefono. Mi sono detto “sarà il solito problema, il telefono ha perso la connessione al PC”; invece era proprio Whatsapp a essere giù, insieme a tutto il resto dell’ecosistema Facebook.

Ho dato una scorsa a un po’ di commenti tecnici, e se non ho capito male il problema non è stato tanto il fatto che qualcuno ha fatto una minchiata con le tabelle di rotta (routing, se siete anglofili) che fanno arrivare ai server di Zuckerberg; quello capita più spesso di quanto pensiate. Il problema è che non c’era una connessione di backup completamente diversa per la gestione, e quindi i tecnici sono dovuti andare di persona nei luoghi dove stanno i server per rimettere a posto la configurazione, con l’aggravante che le competenze erano distribuite e quindi ci voleva più gente.

Dal mio punto di vista le cose non sono cambiate più di tanto, invece. Io non ho neppure installato Messenger – vedo i messaggi solo quando sono al PC e attacco Facebook. Whatsapp non è la mia app primaria di messaggistica istantanea, uso di solito Telegram; credo che sia un anno e mezzo che non posto nulla su Instagram, per l’ottima ragione che non ho ancora idea di cosa dire di interessante in quel formato; quanto a Facebook è come il Tg1, lo si tiene acceso per abitudine ma non lo si guarda più di tanto. E comunque il mio socialino di nicchia era tranquillamente su :-)

Ovvio che in un mondo perfetto tutti questi sistemi avrebbero una modalità di interscambio dati tale che anche se alcuni di essi non funzionano le comunicazioni potrebbero comunque svolgersi. Ma la Power Law applicata all’informatica ci ha fatto capire che chi vince piglia tutto, e sono in molti a non sapere nemmeno come trovare una soluzione alternativa. Per questa volta non c’è stata l’apocalisse, ma in futuro?

L’antispam di Gmail perde colpi

È un po’ di tempo che sono costretto a controllare regolarmente la cartella spam del mio Gmail e recuperare messaggi perfettamente leciti che arrivano da mailing list che leggo da anni. Ora, posso capire che la formattazione della rassegna stampa di Radio3 Mondo dia molto l’idea di uno spammatore sotto acidi; ma tra le liste più colpite ce ne sono due puramente testuali… e che sono ospitate da Google Gruppi. Forse c’è qualcosa che non va. (Sicuramente non va che il sistema non impari che *per me* quei messaggi non sono spam)