Perché usare un wiki, allora?

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una sedicente Wikipedia

Per tutta una serie di ragioni che non sto a spiegarvi, sono finito su questa pagina. Leggendola, mi sono accorto subito che c’era qualcosa che non va. No, non è il nome “Wikipedia” che viola il trademark della WMF: non è un mio problema, né mi verrebbe in mente di segnalare la cosa. Più banalmente, a un certo punto c’è di nuovo scritto “Einstein plus zero” anziché “Einstein plus one”, oltre a uno “Schrödinger” che ha perso la ö in un copincolla venuto male.

Cerco pavlovianamente di correggere la voce: non ho i diritti. Ci sta. Passo alla pagina di discussione per segnalare la cosa: non posso nemmeno scrivere lì. In effetti, le loro regole dicono di non permettere l’editing pubblico perché – traduco al volo – le wiki aperte “portano a marginalizzare la critica della scienza ufficiale, e ‘pseudificare’ le alternative scientifiche”; inoltre i loro gestori “sono arroganti e di solito ‘intellettuali’ e non ‘pensatori critici'”. Devo confessare che a me fanno un po’ ridere questi “pensatori critici” che non ammettono che si possa criticare il loro pensiero: ma di nuovo è una loro libera scelta, e tanto chi legge quella pagina capisce comunque cosa leggere al posto dei refusi. (Purtroppo non può capire esattamente quali sono le confutazioni, ma su questo non ci si può fare nulla). Ah, ho verificato: non ci si può iscrivere a quella wiki.

Quello che però mi lascia davvero perplesso è un’altra cosa. Perché fare la fatica di installare MediaWiki, che è un software pesante e difficile da manutenere, se non hai intenzione di fare interagire la gente? Faresti molto più in fretta con un banale WordPress, bloccando i commenti per sicurezza. Ci dev’essere qualcosa che mi sfugge.

Il nuovo Facebook, stavolta per sempre

Dopo un paio di settimane, Zuckerberg ha tolto la possibilità di tornare per 48 ore alla vecchia interfaccia per non presbiti. Si deve essere scocciato di tutti quelli che lo facevano.
Dal mio punto di vista, non è che sia chissà quale problema: lo sto semplicemente guardando di meno. Insomma, se volete chiedermi qualcosa vi consiglio di contattarmi altrove ;-)

Facebook Editor

Il mese scorso ero in montagna, non so bene cosa avessi fatto con il tablet, e sono finito su Facebook Editor. Per chi non sapesse cosa sia, è l’equivalente delle richieste di Google Maps per aggiornare, correggere e aggiungere dati alle pagine del sito di Zuckerberg, il tutto comprensivo di gamification con i livelli che si ottengono man mano che uno dà risposte.

Continuo a pensare che tutto ciò sia sfruttamento dell’utenza: non solo noi siamo il prodotto – e questo da un certo punto di vista è comprensibile – ma dobbiamo “lavorare” per migliorarlo. Per quanto mi riguarda, che si accontentino della licenza non esclusiva sulle cazzate che scrivo; mi bastano già Wikipedia e OpenStreetMaps per contribuire al bene comune.

Il nuovo Facebook – stavolta per davvero

A quanto pare ormai mancano pochi giorni al passaggio forzato alla nuova interfaccia di Facebook. Non che io oggi sia riuscito a trovare come ritornare a quella vecchia per i pochi scampoli di agosto che restano.
Non ho molto da aggiungere a quanto scrissi a gennaio; mi pare non sia cambiato proprio nulla. Probabilmente mi abituerò alla nuova interfaccia da presbiti; ma ho come il sospetto che essere costretto a scrollare troppo per passare da un post all’altro mi aiuterà a leggerne di meno…

E noi che pensavamo di poter fare qualcosa

Ricordate le audizioni per la legge di delegazione europea? Avevano portato alla presentazione varie decine di emendamenti: alcuni di quelli riprendevano le nostre richieste. Bene, anzi male: come potete vedere – l’articolo relativo alla legge sul copyright digitale è il 9 – tutti quelli proposti dalla maggioranza, tra cui i “nostri”, sono stati ritirati o trasformati in ordini del giorno che notoriamente non contano assolutamente nulla, o se preferite dirlo in modo più forbito non danno alcun vincolo al governo nel recepire la direttiva.

Detto in altri termini, il governo (probabilmente nella persona del ministro dei Beni Culturali) ha voluto blindare quella formulazione. Provate a chiedervi come mai.

La megaintegrazione di Facebook

Non sono poi così certo che la presunta possibile megaintegrazione tra Facebook, Messenger e Instagram sia poi così un male… Provo a dirlo meglio, ho capito. Adesso, anche se formalmente sono separati, nessuno crede che dietro le quinte le tre app non si scambino tra loro informazioni. Insomma il male c’è già, non è che rendendolo visibile a tutti aumenti. Piuttosto, se l’Unione Europea avesse un po’ di coraggio imporrebbe l’interoperabilità completa tra le applicazioni, in modo che non si sia obbligati a usare Facebook o Whatsapp “perché sennò non si può comunicare con chi sta solo là”. Secondo voi, quali sono le probabilità che ci si riesca?

Rimodulati i compensi per copia privata

Nel solito silenzio dei media, a quanto pare venerdì sera è stata approvata la rimodulazione dei compensi per copia privata; il testo ufficiale è il D.M. 298 30/06/2020, che però al momento non risulta ancora visibile. Come? Non sapete cosa sia la copia privata? Eppure è facile.

Tutto nasce dalla legge 633/41 sul diritto d’autore, ovviamente. Beh, la cosa non nasce nel 1941, in realtà: quello che conta è l’articolo 71-septies, che è stato aggiunto nel 2003. L’articolo 71-sexies, sempre nato nel 2003, prevede infatti che «È consentita la riproduzione privata di fonogrammi e videogrammi su qualsiasi supporto, effettuata da una persona fisica per uso esclusivamente personale, purche’ senza scopo di lucro e senza fini direttamente o indirettamente commerciali, nel rispetto delle misure tecnologiche di cui all’articolo 102-quater.» Insomma, possiamo farci un backup personale. Però SIAE e amici hanno pianto, e così nacque anche l’articolo 71-septies che afferma che «Gli autori ed i produttori di fonogrammi, nonche’ i produttori originari di opere audiovisive, gli artisti interpreti ed esecutori ed i produttori di videogrammi, e i loro aventi causa, hanno diritto ad un compenso per la riproduzione privata di fonogrammi e di videogrammi di cui all’articolo 71-sexies.» Tradotto in altri termini, è come se qualcuno dicesse “sappiamo che voi vi piratate dischi e film, quindi vi mettiamo una tassa sui supporti e ci facciamo dare i soldi direttamente dai produttori”.

All’atto pratico, io metto una schedina di memoria nella mia macchina fotografica digitale e devo pagare dei soldi che vanno a chi detiene il copyright sulle immagini che salvo. Come? Il copyright è mio? Quisquilie. Ma se io rendo il vecchio supporto e quindi non lo uso più mi ridanno quei soldi? Certo che no, perché mai si dovrebbe? Tutto questo vale anche per gli hard disk, ovviamente. Ora erano sei anni che l'”equo” compenso (lo chiamano così, che ci posso fare io?) non era stato toccato. In questi sei anni, se non ve ne foste accorti, si tende a salvare sempre meno roba: è molto più semplice vedere o ascoltare in streaming quando si ha voglia, e lo streaming non è considerato (vedi il comma 3 dell’articolo 71-sexies). Quindi i ricavi sui supporti come i CD-ROM erano calati. A questo punto arriva la rimodulazione: si abbassa il pizzo sui supporti che non si usano più e lo si alza su quelli più moderni, in modo da continuare a elargire 120-130 milioni di euro alla SIAE. SIAE che dovrebbe fare l’intermediaria e ridistribuire quei soldi agli aventi diritto: ma secondo l’articolo di DDay citato all’inizio pare che l’operazione sia molto complicata e quindi restino in bilancio quasi 200 milioni di “debiti verso terzi”.

Risultato finale? Non sentitevi troppo in colpa quando piratate un disco o un film famoso, tanto a loro i soldi arrivano lo stesso. Ma ricordate che farlo con chi non è famoso non gli farà arrivare nulla.

Aggiornamento: (h15) a quanto pare il balzello (nemmeno piccolo, 4 euro su un prodotto che ne costa da 20 a 25…) c’è anche per l’uscita USB del decoder. Pensateci un attimo: cosa si può attaccare all’uscita USB? Un dispositivo per cui si paga già l’equo compenso. Quindi lo si pagherà due volte… oppure verrà disabilitata dai produttori l’uscita. Complimenti.

DNS e oscuramento for dummies

Una cosa che ho visto essere poco chiara nel caso Project Gutenberg – occhei, ce ne sono tante, ma questa mi ha stupito di più – è che in molti non capiscono come sia possibile che qualcuno arrivi tranquillamente al sito, mentre altri non ci riescono. Visto che questa differenza è facilmente spiegabile dal punto di vista tecnico, ho pensato che potrebbe essere utile dare una spiegazione sotto forma di metafora. Detto in altri termini: la maggior parte dei miei ventun lettori non ha alcun bisogno di leggere questo post, perché sa già come le cose funzionano davvero. Chi passa però per caso di qua potrà forse scoprire come funziona il DNS, e capire cos’è l’oscuramento del DNS.

Partiamo dall’inizio. Il DNS è una specie di enorme elenco telefonico di Internet. I siti in rete non si presentano infatti con il nome che digitiamo o clicchiamo in un collegamento, ma con un numero; se quindi vogliono connettersi a un sito, per esempio http://www.gutenberg.org/, devono consultare il DNS per sapere qual è il suo indirizzo IP (il “numero di telefono”), 152.19.134.47. Questo elenco telefonico è naturalmente particolare: fino a metà degli anni ’80 del secolo scorso in effetti esisteva una copia ufficiale che veniva aggiornata ogni settimana, ma poi il numero di siti cominciò a crescere così tanto che si ideò una specie di elenco telefonico distribuito – il DNS, appunto. Quindi se voglio sapere qual è l’indirizzo IP di www.gutenberg.org lo guardo nel mio elenco telefonico, che si chiama “risolutore DNS”.

Fin qua, spero che sia tutto chiaro. Ora, se un giudice impone di oscurare il sito www.gutenberg.org cosa fa? Dice ai provider di strappare la pagina relativa a quel sito, o più precisamente di cancellare quell’indirizzo e metterne uno fasullo (127.0.0.1, che corrisponde al vostro computer qualunque esso sia). Se però voi invece che usare l’elenco telefonico del vostro provider andate al bar – fuor di metafora, scegliete un altro risolutore DNS pubblico, come 8.8.8.8 e 8.8.4.4 di Google e 1.1.1.1 e 1.0.0.1 di CloudFlare – l’indirizzo lo trovate tranquillamente e quindi potete accedere al sito oscurato. La cosa è legale? Non sono un avvocato, ma non mi pare ci sia una legge che ti obblighi a usare uno specifico risolutore DNS. Poi naturalmente se accedi a un sito oscurato e scarichi un file protetto da diritto d’autore commetti un reato o almeno un illecito, ma questa è una storia diversa.

Ah. È anche possibile bloccare del tutto un sito, ma ci sono due problemi. Il primo è che per farlo bisogna metaforicamente tagliare i fili del telefono, vale a dire eliminare la rotta fisica verso quel sito; il secondo è che, per come è fatta internet, da ormai più di un quarto di secolo a uno stesso numero corrispondono svariati siti: più che di un numero di telefono avrei dovuto parlare di un numero civico, insomma. Quindi bloccare un sito potrebbe avere effetti collaterali pesanti: ecco perché in Italia si è scelta una misura non molto efficace ma facile da implementare.