#tenyearsafter – un trucco di Facebook?

In questi giorni sembra che su Facebook e altri social media sia di moda il meme #tenyearsafter, associato a postare foto di sé stessi risalenti al 2009 accanto a quelle di adesso. Come tutte le cose fondamentalmente inutili ma che costano poco e potrebbero essere divertenti, sono in tanti a postare le foto di allora. Solo che c’è qualcuno che si preoccupa: questo articolo di Wired (USA) (i diversamente anglofoni possono leggere qualcosa di simile qui) insinua che sia tutta una manovra pensata da Zuckerberg e amici per avere una grande quantità di dati relativamente “puliti” – ci sarà sempre qualcuno che si divertirà a mettere foto che non c’entrano nulla, ma saranno in pochi – da usare per addestrare gli algoritmi di intelligenza artificiale a riconoscere le persone a distanza di anni.
Io personalmente sono scettico. Non che creda che sia impossibile addestrare le macchine, figuriamoci; ma molto più banalmente i grandi OTT hanno già una massa enorme di immagini taggate da noi, immagini che sono più che sufficienti per addestrare il tutto. Poi è chiaro che un po’ di materiale in più non fa mai male, ma se pensate di boicottare l’iniziativa solo per questo mi sa che forse dovreste ripensare tutto il vostro modo di frequentare i socialcosi e smettere di scrivere.

Io, Facebook e le pagine

Vabbè, l’avete capito: sta per uscire Numeralia. Ho pensato così di riprendere la vecchia pagina Facebook che avevo creato per Matematica in pausa caffè e aggiornato all’uscita di Matematica in pausa pranzo e farla diventare “Numeralia e altri libri di .mau.”. Niente da fare: a Facebook non è piaciuta la cosa perché “potrebbe ingannare chi la segue”. Chiedo cosa dovrei fare per avere il “rebrand”, e mi vengono dati alcuni esempi:

Please reply to this message and include a document that shows the new name of your business.

Examples of appropriate documentation include:

– A press release or news article about the rebranding
– Articles of Amendment for a name change
– A link to your official website that states the change
– A link to a post on your Facebook Page that announces the change

Gli mando il link al blog con il nome cambiato, al post che dice che sto cercando di cambiare nome, ai post di Codice che mostrano che sono sempre io che scrivo libri per loro. Risultato: nuova mail dove mi si dice “ciccia”.

We’re unable to update your Page’s name because your request doesn’t follow our Page guidelines. The name you requested suggests that the subject of your Page has changed or may be misleading. This can be confusing for people who like your Page.

Vabbè, mi dico, provo a cambiare il nome in qualcosa di più soft tipo “Da Matematica in pausa pranzo a Numeralia”: niente da fare perché ho fatto una richiesta di cambio pagina troppo poco tempo fa. A questo punto la mia risposta è stata “bene: se cancello la pagina posso essere sicuro che venga totalmente e definitivamente eliminata? Per quello che mi importa dei like faccio più in fretta a creare una nuova pagina”. Risposta: copincolla del primo messaggio speditomi (il che prova che quando hanno preso una decisione nessuno legge più le altre risposte)

Ma la cosa che mi lascia perplesso è un’altra: come fanno tutti quelli che creano una pagina innocua a farla diventare a favore dei nazisti dell’Illinois?

Gli anziani condividono davvero più fake news dei giovani?

Ho letto questo articolo del Post. Ho anche dato una rapida occhiata ai dati originali linkati nell’articolo; potrei essermi perso qualcosa, nel qual caso indicatemelo nei commenti e mi correggerò.

Mi pare però che i risultati dello studio soffrano di un problema di base che almeno a me appare ovvio. Più precisamente, dire che «l’11 per cento delle persone con più di 65 anni ha diffuso almeno una bufala, contro il 3 per cento delle persone comprese nel gruppo di età tra i 18 e i 29 anni» dà un dato con un suo senso: è più facile che sia un anziano che un giovane a non condividere sempre notizie vere. (La frase è appositamente contorta). Dire però come nel catenaccio che gli anziani condividono fino a sette volte più fake news dei giovani non tiene conto di un punto chiave. Quante sono le condivisioni complessive fatte dai “giovani” e dagli “anziani”? Se tanto per fare un esempio il secondo gruppo ne posta quattro volte di più rispetto al primo, il dato suindicato diventa molto meno importante: sarebbe ancora vero che gli over 65 sono più creduloni dei giovani, ma sarebbe più interessante notare come siano più abituati a condividere cose altrui che a scegliere fake news.

Come sempre, non spaventatevi davanti ai numeri, ma azionate il cervello e chiedetevi perché ve ne vengono spiattellati così tanti!

Facebook e le sue stories

Facebook non è mai stato davvero innovativo, se non proprio ai suoi inizi; ma è stato bravo a prendere le cose che trovava e inserirle nel suo ecosistema. Tanto per dire, acquisì Friendfeed per avere gli sviluppatori che avevano creato un sistema davvero in tempo reale per aggiornare le notizie.
Con le Stories è successa più o meno la stessa cosa. Per chi non sapesse cosa siano le Stories, è presto detto: nacquero se non sbaglio con SnapChat e poi vennero usate su Instagram, e sono dei “racconti” che hanno una data di scadenza più o meno come il latte. Dopo 24 ore la Story viene cancellata: chi l’ha vista l’ha vista, gli altri ciccia. In questo modo il creatore ha la speranza – a mio parere vanificata dalla possibilità di salvarla in qualche modo, ma tant’è – che nessuno possa tirare fuori nel futuro quanto postato, mentre dal punto di vista della piattaforma aumentano le interazioni degli utenti, perché tanta gente non riesce a fare a meno di compulsare le Stories per paura di perdersi qualcosa.
Io come sempre vado per la mia strada e scrivo solo cose che a mio parere possono restare a vita; parallelamente non vedo perché guardare “l’istante” e quindi salto per principio le Stories. Però Facebook, vedendo che l’idea prendeva piede e che appunto poteva sfruttarla a suo favore, ha cominciato a pomparle sempre più, un po’ come il suo Messenger che allo stesso modo io non uso. Oggi mi sono accorto che quando posto le mie vignette che non fanno ridere composte su StripGenerator, mi viene chiesto se voglio che vadano nel feed oppure nelle Stories. Per il momento il feed è l’opzione di default, ma sono pronto a scommettere che le cose cambieranno in breve. Certo, quelle mie vignette sarebbero avvantaggiate dallo sparire in poco tempo, ma vi sembro il tipo da cambiare così facilmente idea?

ho inserito contenuti per adulti su Tumblr!

Forse ricorderete che lo scorso dicembre Tumblr – dopo che l’app era stata tolta dall’Apple Store perché permetteva di vedere materiale porno – aveva annunciato una stretta sulle immagini postate dagli utenti. Ieri mattina, collegandomi, ho visto un avviso che indicava che nel mio tumblr c’era dell'”adult content”. Sono andato a vedere. Un’immagine era un salvaschermo di tanti anni fa con una donna nuda, o almeno la parte del corpo da sotto i capezzoli a prima dell’inguine. Vabbè, posso capirlo. La seconda immagine è invece quella che ho postato qui sopra (cliccate se volete vederla meglio). Essendo una pubblicità mostrata (anni fa…) da quegli altri bacchettoni di Facebook, mi pare piuttosto pericoloso che sia considerata “contenuto per adulti”.
No, non perdo tempo a chiedere un ricontrollo (“appeal”) per un’immagine di tanti anni fa. Però sono davvero preoccupato di una gara alla maggior pruderie.

Remixing Luciano Floridi

Tiziano Bonini su cheFare lancia un gioco: come rispondereste voi alle sei nuove domande che Bonini avrebbe fatto a Luciano Floridi dopo le sue risposte alle domande originali? Provo anch’io a rispondere, forte della mia esperienza di outsider datato.


1. Che differenza c’è tra le logiche editoriali dei vecchi intermediari e le logiche algoritmico-editoriali dei nuovi intermediari?

Io vedo due differenze fondamentali. La prima è che i vecchi intermediari avevano in genere una visione (bella o brutta, accettabile o inaccettabile che fosse), e quindi muovevano le cose in modo da portare il pubblico verso quella visione. Attenzione: non era necessario mentire, bastava anche solo scegliere quali notizie da dare con maggiore enfasi e presentarle usando “le parole giuste”. I nuovi intermediari hanno come logica di base quella di fare soldi, il che tipicamente significa tarare gli algoritmi per favorire testi di qualità più bassa che sono i più apprezzati. Ma questo capita anche con i vecchi intermediari: si pensi al Daily Mail oppure alla colonna infame di Cor&Rep. La vera fregatura è che gli algoritmi macinano enormi quantità di dati, il che porta all’arrivo di comportamenti emergenti, nel senso che non sono prevedibili a priori a partire dai dati. In questo senso c’è il pericolo di non avere nessuna logica umanamente comprensibile.

2. Cosa pensate voi delle filter bubbles, qual è il vostro immaginario sul funzionamento degli algoritmi di facebook o altri social media?

In parte ho risposto sopra. Il mio immaginario è che gli algoritmi vadano più o meno per conto loro, anche se ci sono alcuni punti fissi: come Paolo Artuso e io abbiamo scritto in Scimmie digitali, a parte i post sponsorizzati Facebook tratta come più importanti i post di persone con cui noi interagiamo di più e quelli che hanno raccolto molte interazioni in breve tempo. Il concetto di filter bubble esiste, ma è leggermente sopravvalutato, nel senso che nella bolla ti tieni quello che ti trova d’accordo, ma anche quello con cui non sei per nulla d’accordo ma guardi per riderci su e non per pensarci su. Tecnicamente è sempre una bolla come risultato finale, ma il suo contenuto è diverso da quanto veniva previsto teoricamente.

3. Cosa avete imparato dal vostro uso quotidiano delle piattaforme sui regimi di visibilità e invisibilità imposti dagli algoritmi? Cosa fate nella vita quotidiana per rendere la vostra timeline più diversa o per rendere i vostri contenuti più visibili?

Non faccio nulla 🙂 In realtà non uso praticamente Twitter, e il mio Facebook contiene le cazzate con i miei amici e alcune liste dove so che si litiga ma portando argomenti e non slogan. Rendere visibili i miei commenti? Siamo matti? Non è un caso che io continui a scrivere sul blog. Sono convinto che i commenti nei luoghi generalisti servano a poco o a nulla, quindi li salto a pie’ pari; allo stesso modo non credo che commentare in quei luoghi serva a qualcosa. In pratica, insomma, i miei commenti sono visibili solo da parte di chi è interessato ad essi (non necessariamente d’accordo)

4. se tra voi ci sono degli antropologi di formazione, andate nei gruppi WhatsApp con lo spirito dei primi antropologi e raccontateci cosa avete visto con quella profondità di sguardo e analisi che Clifford Geertz chiamava “thick description”. Cosa vi arriva nelle chat di whatsApp? Da chi vi arriva?

Non sono un antropologo, quindi non posso rispondere 🙂

5. Mi fate degli esempi di piattaforme cooperative dei media, forme diverse di gestione dei dati, utopie future che immaginate possibili?

Premessa: non credo che una piattaforma cooperativa sia scalabile. Wikipedia funziona decentemente perché chi si occupa davvero di essa è un numero relativamente minuscolo di persone (meno di un centinaio per it.wiki) Onestamente non capisco questo interesse per “la gestione dei dati”. Guardo con interesse a progetti tipo Solid, ma di nuovo non penso che possano avere una diffusione generalizzata, perché il problema non è affatto percepito. Insomma, da questo punto di vista sono piuttosto pessimista. La massima utopia che riesco a immaginare è tante piccole reti sottotraccia che si nascondono all’interno di un sistema “totalitario” e che sono tollerate perché estirparle non darebbe alcun risultato pratico.

6. Che uso politico fate delle piattaforme? Cosa (quali app) e quanto usate queste piattaforme per prendere decisioni collettive o per auto-organizzarvi?

Nessun uso politico 🙂 Il massimo di decisioni collettive che posso prendere avviene via Telegram e/o scrittura di documenti condivisi (su Google Docs oppure Pad), ma stiamo parlando di casi davvero così poco globali che non vale la pena approfondire.


Una domanda però l’aggiungo io. Quanta parte di un dibattito del genere tocca (direttamente o indirettamente) la stragrande maggioranza di chi usa la rete? Mi sa ben poca. In pratica sono meri esercizi intellettuali onanisti (“seghe mentali”, se preferite un termine più concreto). Nulla in contrario, tanto che anch’io ho indulto. Basta non pensare di riuscire a cambiare il mondo: le rivoluzioni non partono mai a tavolino.

Caro Bezos, ti rispondo


Jeff,
io voglio tanto bene ad Amazon. Credo di avere cominciato a comprare libri sul sito americano lo scorso millennio, quando c’erano solo libri – il che a me andava bene, qui nella periferia dell’impero non si trovava mai nulla. Ho continuato a seguirla fedele in tutti questi anni, mi faccio persino stampare i libri autoprodotti; ancora martedì mi sono arrivati gli ultimi libri che ho comprato.
Però c’è qualcosa che non mi è chiara. Perché mi hai scritto quella letterina mostrata sopra, compresa di finta credit card con allegato ologramma, per convincermi a iscrivermi ad Amazon Prime Video? Tu sai praticamente tutto di me. Mentre scrivevo questo post mi sono collegato e mi hai proposto The Ultimate Mathematical Challenge che avevo sì cercato come stringa, ma non da te né dai tuoi siti affiliati come Goodreads o BookDepository. Sai anche che passo spesso dal mio account a quello di mia moglie e in entrambi i casi pago con la stessa carta di credito. Non ti sei accorto che Anna ha Prime, quindi io di Prime Video non me ne faccio nulla perché usiamo al limite il suo account?
Ecco, però. Una cosa potresti farla, visto che ti scrivo. Negli USA dai la possibilità di avere un Prime “familiare”, con pagamenti comuni ma liste separate per persone. In Italia no, ho anche chiesto ma mi hanno risposto picche. Perché non ci vuoi bene?

Test: quanto sei populista?


Il test di oggi (via Massimo Manca) è gentilmente offerto dal Guardian. Non so quanto sia bello trovarmi praticamente sovrapposto a Macron (ma Obama è lì, giusto un pelino più populista e meno di destra), né riesco a capire quanto sia normale che tranne l’Angelona Merkel e in parte il duo di cui sopra tutti i politici scelti, di destra o di sinistra, siano tutti populisti più o meno allo stesso modo. Ma non è di questo che volevo parlarvi, quanto della parte più socialcosistica del test.

Il Guardian ha lavorato molto bene sulla parte visiva. A parte il codice (non credo sia solo Javascript, penso ci sia dell’HTML5, ma non sono così esperto da riconoscerlo) e la struttura a celle esagonali che fa tanto gioco di ruolo, la parte che mi ha colpito di più è la localizzazione dei risultati di tutti coloro che hanno preso parte al test, con gli esagoni più o meno scuri. Che il pubblico che fa i test del Guardian (una minoranza tra i lettori del giornale) sia tendenzialmente di sinistra non è una notizia, così come non è una notizia che ci siano outlier più o meno ovunque: vuoi che nessuno si metta a giocare con le risposte per vedere quanto riesce a spostarsi rispetto al centro? Mi pare però molto più interessante vedere che i cluster di risposte tendono comunque a un populismo abbastanza accentuato, cosa che non mi sarei aspettato. Certo, bisognerebbe leggere come è stato studiato il test per capire quanto questa tendenza sia naturale e quanto indotta dalle domande del sondaggio (matrimonio e adozione gay cosa hanno esattamente a che fare con il populismo?) però è una cosa che fa pensare. Purtroppo, almeno dal mio Firefox, non sono riuscito a far funzionare i pulsanti per mostrare i risultati esplosi per fasce d’età, nazione e sesso. L’ho poi fatto da Opera, ma non ho trovato grandissime differenze.

P.S.: se uno apre il codice sorgente della pagina si trova il “commento” che mostro qui sotto. In effetti ha senso scriverlo lì 🙂