Trump e la Web Tax

In tutta la storia sulla riunione per commemorare i settant’anni della Nato, forse non ha avuto molta eco la minaccia di Trump di imporre dazi alla Francia (e a seguire a Italia, Turchia e Austria) in ritorsione alla Web Tax approvata dai transalpini.

Sì, lo sappiamo tutti che Trump ha poche idee ma fisse, e una di queste è quella dei dazi. E sappiamo anche tutti che i giganti del web pagano ben poche tasse, e soprattutto non le pagano in Italia o in Francia. Però la situazione complessiva è un po’ più complicata, se non ricordo male (e se mi ricordo male so benissimo che ci sarà qualcuno che mi correggerà). Uno dei punti fondamentali del commercio elettronico USA è che non paga la “sales tax”, a differenza di quanto accade in un qualsiasi negozio fisico. Ricordo che alla fine dello scorso millennio c’era stato un tentativo di togliere questo privilegio, tentativo che è stato prontamente rintuzzato. Ecco che quindi per un americano vedere uno stato, anche estero, che ti chieda delle tasse su un bene comprato online è un’eresia. Il fatto che a guadagnarci siano le aziende americane è bello, ma secondario.

Il guaio è che da un lato questa situazione non dovrebbe esserci, ma dall’altro risolverla significherebbe avere un vero coordinamento mondiale, e non mi pare che la cosa sia in vista… Insomma, aspettatevi tempi ancora più interessanti.

Basta con le modeste proposte

Ieri Pierluigi Ricolfi ha scritto un editoriale intitolato “La civiltà del silenzio/ Una modesta proposta per combattere l’odio sul web”. Direi che è arrivato un po’ in ritardo, non tanto rispetto a Jonathan Swift quanto a Christian Rocca che questa primavera ha pubblicato il pamphlet Chiudete Internet – una modesta proposta (il libro non mi è piaciuto, ma ne parlerò a fine settimana tra le mie recensioni).

Su Twitter trovate qualche commento, con Fabio Chiusi che scrive “Purtroppo invece è importante perché fornisce l’ennesima conferma di come si concepisce Internet in certi ambienti (che contano): come una Grande Tv”, riferendosi immagino alla frase «molti sarebbero ben felici di pagare un abbonamento, verosimilmente meno costoso di quelli del calcio, per proteggersi dal flusso di informazione indesiderata che ci tormenta 24 ore su 24.» Potrei chiosare che non c’è nulla di nuovo. Raoul Dhesi ancora alla fine degli anni ’80 del secolo scorso proponeva un sistema in cui era necessario fare un micropagamento per inviare mail a qualcuno; nel caso la mail fosse stata accettata, i soldi spesi sarebbero stati rimborsati. Putroppo non se ne è fatto nulla, perché anche settando una cifra assolutamente infima lo spam diventerebbe ineconomico. Ma non divaghiamo.

Essendo io una brava persona, ho letto tutto l’editoriale di Ricolfi e devo dire (non ironicamente) che c’è un punto che mi trova a favore: quello dove afferma «Se vogliamo frenare la circolazione dell’odio, innanzitutto in rete ma non solo, la prima regola dei media dovrebbe essere: negare lo spazio. O, se preferite: non farsi strumentalizzare. Perché è un po’ ipocrita indignarsi per la volgarità della comunicazione pubblica quando ci si presta quotidianamente a farle da megafono.» È forse un paradosso, ma il fatto stesso che per la generazione di Ricolfi una cosa diventa importante solo se ne parlano i media permetterebbe di vedere quanto effettivamente i media fanno da cassa di risonanza: e non vorrei sbagliarmi, ma la cosa conta davvero. È purtroppo ovvio che con i media che cercano disperatamente click quella modesta proposta non sarà mai messa in pratica, però è bello baloccarcisi un poco, non trovate?

Devo le mie scuse a Enzo Mazza

Un anno fa, mentre la direttiva europea sul copyright stava arrivando al dunque, ho partecipato a un panel di persone tecnicamente interessate per una ragione o per un’altra alla direttiva. Io ero naturalmente presente con il cappellino di Wikimedia Italia, e nel mio intervento ho tra l’altro detto che ci mancava ancora che la direttiva vietasse di usare liberamente l’URL di un articolo di giornale, perché in tal modo si romperebbe Internet. Enzo Mazza, che ha parlato dopo di me, ha subito zittito il “ragazzino” affermando che lo stesso si diceva per la musica gratuita, ma alla fine il mercato discografico è riuscito a far valere le proprie (giuste, neh) ragioni e ora si può legalmente ascoltare musica in streaming pagando il giusto compenso. D’accordo, il paragone non c’entrava nulla, perché io non stavo dicendo che si potevano liberamente copiare gli articoli di un giornale, ma non impuntiamoci sui particolari.

Ora, Enzo Mazza è da decenni ai vertici della FIMI, l’associazione dei discografici italiani, e quindi lo pagano – spero per lui bene – per dire queste cose, anche se probabilmente le pensa anche. Nessuno invece mi paga per dire le mie cose, e quindi ho l’inestimabile libertà di poter cambiare idea se mi accorgo di avere sbagliato, e la mia affermazione di allora aveva almeno due errori. Il primo è che avrei dovuto dire “web” e non “Internet”. Il secondo è che quello che romperebbe il web non sono le URL non libere, ma il DNS. Senza DNS non puoi arrivare da nessuna parte (no, non basta l’IP con HTTP/1.1), mentre senza URL libere non cambia molto in assoluto, perché il sito può implementarsele internamente. Quindi Mazza aveva ragione e io torto.

Perché racconto tutto questo solo ora? Beh, mi è tornato in mente leggendo questo articolo di Prima Comunicazione dove si legge che la commissaria alla concorrenza Vestager sta controllando con i francesi il modo in cui Google ha ottemperato alla direttiva copyright (ne avevo parlato, ricordate?) affermando che «può verificarsi un problema di biopotere se un gigante […] impone i propri termini e le proprie condizioni non in linea con ciò che è stato previsto dalla nuova legislazione sul copyright» e quindi pensa a una possibile modifica della direttiva. Nell’attesa che qualcuno mi illumini sul significato di biopotere in quel contesto, mi permetto di suggerire alla commissaria la modifica definitiva. La direttiva specifica già il concetto di ‘press publication’. Basta pertanto emendare l’articolo 13 togliendo i commi dal secondo al quarto (le eccezioni alla richiesta di soldi per fare i link) e per sicurezza aggiungendo un comma che stabilisce una somma minima per questo “ancillary copyright” creato dalla direttiva, in modo che Google e amici vari non possano applicare la loro forza di mercato. Più una regola è semplice, più è difficile trovare dei cavilli; a questo punto gli editori potranno essere certi che Google finalmente smetterà di inventarsi scappatoie e smetterà di indicizzare le loro pagine, e sicuramente il mercato saprà autoregolarsi e trovare qualcun altro pronto a prendere il posto della Grande G.

WT:social

Hanno anche dei problemi con la lingua inglese, a quanto pare

Probabilmente non avete mai sentito parlare di WikiTribune, un tentativo di Jimmy Wales (sì, quello di Wikipedia) di creare un social network “che lotti contro le fake news”. In un tentativo di guadagnare nuovi adepti, Wales ha spostato il sito a WT:social. Lo scorso weekend ci deve essere stato un passaparola, visto che il numero di utenti è triplicato (da 80.000 a 240.000, non credete chissà cosa).

Nelle migliori tradizioni wikipediani, gli utenti sono caldamente invitati a pagare per avere un sistema libero da pubblicità e affini, altrimenti resti in “lista d’attesa”. In realtà se partite da un link altrui – il mio per gli amici per esempio è questo, e poi aprite il vostro link corrispondente in un’altra scheda pare che si riesca a entrare.

Per il resto, che dire? Quello che vedo in questi giorni è molto palloso, il che di per sé ha senso. È però possibile creare dei subwiki su argomenti specifici, tipo WT in italiano o Italia Newsroom. Più interessante secondo me la possibilità di creare post collaborativi – in fin dei conti siamo sempre in una wiki – anche se ho dei forti dubbi sulla scalabilità di un sistema simile. In definitiva mi sa che non funzionerà; o meglio, potrebbe sopravvivere come social network di nicchia – ma allora la sostenibilità finanziaria potrebbe essere complicata – ma non ce la farà a raggiungere una massa critica, e se lo facesse non vedo grandi meccanismi di autodifesa. (Wikipedia di solito ce la fa perché non è un social :-) )

Per i curiosi, ho ovviamente creato il subwiki Dewdney. Gli amici di Fidonet sanno bene il perché.

so’ ppiú fforte da’a Treccani!

Lunedì ho postato le solite statistiche del sito, immaginando non le leggesse nessuno. Invece Ferdinando Traversa non solo ha guardato anche quel post, ma è andato alla caccia della parola “eupnoico” su Google, mostrando che in effetti il mio blog è il primo risultato, davanti persino alla Treccani (che però ha il sostantivo “eupnea” e non l’aggettivo); l’unica voce davanti è quella del dizionario che però è un po’ più difficile da capire, anche se c’è la parola “normale”. Ma in effetti leggere “Proprio dell’eupnea: respiro e., regolare. • Di farmaco analettico del respiro.” (Per la cronaca, “analettico” significa “che eccita”). A questo punto è chiaro perché ci sono sempre così tante visualizzazioni di quel post. È un circolo virtuoso, o vizioso se preferite: è in cima alla pagina di ricerca, quindi tanta gente ci clicca, quindi Google pensa che sia importante e lo lascia in cima alla pagina.

Vedete il piccolo problema? Per quanto io possa avere scritto un post chiaro e comprensibile, non ha senso che la mia rendita di posizione si perpetui. Notate che non avevo applicato nessuna tecnica SEO, anche perché non me ne farei nulla: è proprio un portato dell’algoritmo di Google. Ma quello che è peggio, questo mostra come le persone non solo non superino la prima pagina dei risultati, ma spesso si fermino al primo e ci clicchino su. Google aveva evidentemente ragione quando ha messo il tasto “mi sento fortunato” nella pagina di ricerca – c’è ancora, ho controllato – ma questo mostra che il suo potere è ancora maggiore di quanto si potesse immaginare, perché siamo noi a darglielo. Non solo spostare un risultato oltre i primi dieci annulla le probabilità che sia visto, ma anche solo toglierlo dalla prima posizione dà un durissimo colpo alla visibilità. Devo dire che la cosa preoccupa persino uno come me che generalmente pensa positivo…

Stato di polizia internettara

Nel cinquantesimo anniversario di una delle mille definizioni di Internet torna alla carica la falange di coloro che vogliono che i profili social possano venire aperti solo dietro presentazione di un documento di identità. Passi Gabriele Muccino che fa il regista e quindi non è tenuto a sapere di cosa si parla, come del resto si vede dall’uso dell’espressione “reato penale”; è molto più preoccupante che lo dica Luigi Marattin, che purtroppo le leggi in parlamento le può presentare.

Lasciamo perdere banalità tipo il fatto che Facebook o Twitter dovrebbero gestire i miei documenti – sempre che non faccia finta di nulla e io non usi un proxy per fare un’iscrizione da un server fuori dall’Italia. Mi limito a far notare una cosa. In quanti casi non è stato possibile trovare la persona che ha commesso reati (tipicamente di opinione, perché è di questo che si parla) perché erano anonimi? Nessuno. Anche dopo la fine del decreto Pisanu (altra legge illiberale) gli utonti hanno continuato a scrivere messaggi d’odio senza pensare che ci voleva un attimo perché la polizia postale li rintracciasse. Poi certo, se scrivi messaggi contro Mattarella o Boldrini allora Escopost si attiva subito, se li scrivi contro di me hai voglia… ma questo è irrilevante rispetto alla proponenda legge: non cambierebbe nulla.

Perché allora si continuano regolarmente a proporre leggi di questo tipo? Per me la risposta è semplice: ignoranza. Il digital divide è anche questo: non sapere assolutamente come funzioni Internet dietro le quinte: e notate che non sto parlando del funzionamento tecnico ma di quello per così dire “sociale”. E dire che Marattin ha quarant’anni, mica settanta.

PS: la mia identità è sempre stata pubblica, ma questa è una mia scelta personale. Non vedo nessuna utilità a rendere obbligatorio l’appalesarsi.

Snippet tax e terribili ritorsioni: l’appello dei giornalisti francesi

Un paio di settimane fa vi avevo raccontato di come Google avesse risposto alla implementazione francese della direttiva copyright: per chi non avesse voglia di rileggersi l’articolo, Google ha fondamentalmente detto “se voi scrivete gli articoli con dei tag che specificano quale parte può essere usata liberamente, noi riportiamo quella parte: altrimenti lasceremo solo il titolo”. Nulla di strano, conoscendo cosa era capitato in Spagna e Germania.

Ora, con poca fantasia, i giornalisti francesi hanno preparato un appello che è subito stato tradotto dal gruppo GEDI che – sappiamo bene – su queste cose è attentissimo. Notate che l’appello è per l’appunto dei giornalisti e non degli editori. Provo a commentare alcune frasi:

«I Giornalisti Europei hanno lottato a lungo per questo Testo; perché l’Informazione di qualità è costosa da produrre»: vero. «perché la situazione attuale, che vede Google percepire la maggior parte delle entrate pubblicitarie generate dalle informazioni, è insostenibile»: abbastanza vero, nel senso che se non sbaglio anche Facebook ne ha una bella fetta, ma comunque la cosa cambia poco dal punto di vista dei giornali. «e sta facendo sprofondare di anno in anno la stampa in una crisi sempre più profonda.»: boh. Che la crisi ci sia è indubbio, che dipenda dallo spostamento della raccolta pubblicitaria verso Google e Facebook non lo so, nel senso che non so se la raccolta digitale totale compenserebbe quella cartacea di un tempo.

«Google sta rifiutando qualsiasi trattativa offrendo ai Media un’opzione cinica e ingannevole ovvero o i Media firmano un consenso a Google rinunciando a una remunerazione, in modo che il modello attuale basato sulla gratuità continui oppure se i Media rifiutano, saranno soggetti a terribili ritorsioni: la visibilità del loro contenuto sarà ridotta al minimo.» La scelta dei termini qui è davvero interessante. D’accordo sul “rinunciando a una remunerazione”: in fin dei conti sappiamo tutti che l’articolo 15 nasce proprio per quello. Ma le “terribili ritorsioni”, quelle proprio no. A Google non sono certo mammolette né samaritani, questo è chiaro: ma dal loro punto di vista rinunciare alle news significa perdere ben poco. Ah, ma mi state dicendo che le ritorsioni bisogna vederle dal punto di vista dei giornali? Beh, questo è un punto di vista interessante, come vedremo dopo.

«Quando gli utenti internet cercheranno informazioni non appariranno né foto né testi, apparirà un semplice titolo, niente di più.» Beh, non proprio. Appariranno un titolo e un link (benignamente ammesso dalla direttiva copyright). Da un certo punto di vista è persino meglio così: se qualcuno vuole saperne di più clicca e finisce sul sito del giornale. (Nota: in effetti Google non dice che inserirà l’hyperlink, o almeno non sono riuscito a trovarlo scritto. Se non lo facesse allora tutto quello che sto scrivendo non vale, e la sua sarebbe davvero una ritorsione: ma per un motore di ricerca sarebbe davvero strano.)

«Perché prima di arrivare su un sito multimediale, la porta di ingresso di Internet è Google. Altri motori di ricerca pesano poco. Gli editori lo sanno: non hanno i mezzi finanziari per sostenere la vertiginosa caduta del traffico sui loro siti che questo ricatto porterà.» Oh. Finalmente viene scritto nero su bianco che il traffico ai siti di news arriva dai motori di ricerca. (In un sito piccolo come il mio le cose sono diverse, ho appena controllato e i tre quarti degli accessi arrivano dai miei ventun lettori. Ma tanto io pubblicità non ne ho…) Quello che però non mi è chiaro è perché la pubblicità raccolta dalle pagine del motore di ricerca sia così tanta rispetto a quella “locale”. Naturalmente la pubblicità totale è molta di più, ma quella che non c’entra con le notizie non può certo essere messa in conto, no? Ah, già che ci sono. Il testo dell’articolo 15 non parla di aggregatori di notizie, ma in genere di servizi internet, da cui il limite di due anni per questi diritti ancillari.

«Google sta violando la legge. Sfrutta le sottigliezze deviando il suo spirito.» E qui casca l’asino; tutto il resto dell’appello è inutile. Il punto è che Google non sta violando la legge. Partiamo pure dal principio rovesciato secondo il quale snippet e immagini sono un modo che Google ha per farsi pubblicità, anche se io ingenuamente crederei che stia facendo pubblicità alle testate. I giornalisti (e Repubblica nel suo catenaccio) stanno praticamente dicendo che la direttiva obbliga Google a farsi pubblicità, e quindi pagare. Ditemi voi se la cosa ha senso. Quello che io mi sarei aspettato era un sistema condiviso per creare un’alternativa a Google News: è vero che adesso è improponibile, ma in pratica se Google elimina gli snippet allora si apre una nuova nicchia di mercato. Invece no: ci si limita a piangere e a mischiare verità e falsità, cosa non esattamente bella per un giornalista.

Vedremo che succederà: la mia sensazione è che alla fine solo pochissime testate sopravviveranno, e saranno quelle di un’autorevolezza (o di una base di fan…) tale che gli utenti andranno direttamente sui loro siti. E soprattutto vedremo cosa succederà quando anche noi in Italia implementeremo la direttiva: secondo me ne vedremo delle belle.

Amazon non vuole la mia recensione di Baricco!

Premessa: come probabilmente sapete, io leggo tanti libri e li recensisco poi tutto sul mio blog. Dopo un po’, quando mi viene voglia, copio le recensioni in vari siti:aNobii, Goodreads e LibraryThing che nascono proprio per le recensioni e Amazon e IBS che invece servono a vendere libri. Perché lo faccio? Affari miei. Più in generale, scrivo le recensioni perché voglio dire quello che penso e poi le pubblico in giro perché non mi costa praticamente nulla e magari qualcuno che non frequenta il mio blog può essere interessato.

A maggio presi in prestito l’ebook di The Game di Baricco, decisi che l’intenzione magari era buona ma il risultato non esattamente tale, e scrissi la mia recensione sintetica, oltre a un pippone un po’ più lungo che finì su Medium. (Dovrei anche postare pubblicamente i miei appunti che ho preso mentre leggevo, ma sono pigro. Una bozza è comunque su hookii.)

Sono passati alcuni mesi e domenica sera ho postato la recensione – quella sintetica – sui siti suindicati. Stamattina mi arriva un messaggio dal signor Amazon Reviews che mi dice “La tua recensione di The Game (Einaudi. Stile li… non può essere pubblicata su Amazon”. Più precisamente:

Grazie per aver inviato una recensione.

Grazie per aver inviato una recensione su Amazon. Dopo aver analizzato attentamente l’invio, abbiamo stabilito che la tua recensione non può essere pubblicata sul sito Web. Ti ringraziamo per il tempo dedicato e i commenti inviati. Le recensioni devono aderire alle seguenti linee guida:
http://www.amazon.it/review-guidelines

Notate che è la prima volta che mi capita una cosa del genere. Dopo che al primo colpo non riuscivo a raggiungere quella pagina, ci sono finalmente arrivato e ho potuto leggere queste linee guida. Vediamo i vari punti:

  • Idoneità: devo avere fatto acquisti per almeno 50 euro negli ultimi 12 mesi. Ci sto, anche se non di molto perché spesso uso il Prime di Anna.
  • Utilità e rilevanza: tralasciando l’utilità e rilevanza di commenti come “arrivato nei tempi” (mai mettersi a fare confronti con gli altri), sono convinto che il mio commento era rilevante (sui contenuti del libro) e spero possa essere utile.
  • Contenuti promozionali: non ho promosso nulla. Non ho neppure scritto “leggetevi piuttosto X”, anche perché non avrei saputo che consigliarvi.
  • Contenuto sessuale: really?
  • Violazione di proprietà intellettuale: il testo l’ho scritto io.
  • Attività illegali: non mi pare di avere postato “minacce o incitamento alla violenza, fisica o di altra natura” nei confronti di Baricco, anche perché non cap8isco perché dovrei farlo.

Resta insomma un’unica possibilità: Rispetto degli altri. Nei dettagli, io non ho violato la privacy di nessuno, non ho mentito sulla mia identità, non ho cercato di togliere visibilità all’opinione altrui, non ho offeso altri utenti né ho messo in discusione le opinioni e le esperienze altrui. Insomma, resta solo questo punto:

Non pubblicare contenuti calunniosi, diffamatori, molesti, minacciosi, istigatori, pornografici, osceni o volgari. Per esempio, non utilizzare oscenità o volgarità, espressioni che suggeriscono odio o intolleranza nei confronti di altri sulla base della razza, etnia, nazionalità, sesso o identità sessuale, religione, orientamento sessuale, età o invalidità, inclusa la promozione di organizzazioni che supportano discriminazioni di questo tipo.

(gli esempi lì riportati sono solo esempi, quindi non perdo tempo a dire che non c’entrano con quello che ho scritto). In definitiva la mia recensione ha contenuti “calunniosi, diffamatori, molesti” e quindi non mi è permesso di inserirla (o di inserirne una diversa). Come potete intuire, non mi suiciderò per la ferale notizia, né smetterò di inserire recensioni, a meno che Amazon Reviews non cominci a cassarmele in massa: tanto le mie recensioni di libri non portano vantaggio a Besos, ma eventualmente agli utenti. Però credo che sia utile che almeno i miei ventun lettori sappiano che per Amazon Reviews io ho calunniato/diffamato/molestato Baricco.