inception

La scorsa settimana ho scoperto che non riesco a inviare segnalazioni al comune di Milano usando Firefox, su due PC differenti. Allora ho aperto Opera, ho fatto la segnalazione (a cui hanno risposto), e poi ho segnalato il problema. Risposta alla segnalazione sul problema con il browser:

In riferimento alla sua richiesta, La informiamo che dalle verifiche effettuate la procedura risulta correttamente funzionante.

Poiché potrebbe trattarsi di un problema legato al browser che Lei utilizza, Le segnaliamo la pagina del Portale dove reperire le informazioni di base relative all’accessibilità del Portale: http://www.comune.milano.it/wps/portal/ist/it/extra/others/footer/access.

(ovviamente la pagina in questione dice solo che devi avere un Firefox relativamente recente). Utile, vero?

Magari dare un’occhiata prima?

Tipicamente non perdo tempo con queste sciocchezze, ma visto che sono stato citato due parole stavolta le spendo.

Vice, con la firma di Federico Nejrotti, scrive un articolo (archivio) al titolo “Ora Virginia Raggi potrà avere una pagina Wikipedia” dove spiega con dovizia di particolari che essendo Raggi diventata sindaco di Roma e non semplice candidata, finalmente l’enciclopedia avrà una voce su di lei: nell’articolo Nejrotti si dilunga a raccontare sarcasticamente tutte le possibilità (alquanto teoriche) che avrebbe avuto secondo le regole wikipediane. Non vado a discutere sul fatto che quella è una controprova del fatto che le regole sono stringenti in generale: quella è una scelta filosofica sulla quale di per sé si può discutere, tanto che la comunità di Wikipedia ci discute spessissimo. Mi limito a fare notare che il post è datato «20 June 2016 // 11:34 AM CET». Ora, alle 00:02 (CEST, magari non ve ne siete accorti ma in questo momento abbiamo l’ora legale) la voce Virgina Raggi è comparsa su Wikipedia. (Il link è appunto a quella versione, come potete leggere in alto). Le regole essendo regole, non appena l’elezione è stata ragionevolmente certa la voce è magicamente comparsa.

Ora io mi domando e dico. Se devi scrivere un pippone raccontando urbi et orbi come Wikipedia è brutta e cattiva, non ti viene proprio in mente di controllare quali sono i tempi verbali corretti da usare?

Torino

Sono quindici anni da quando ho lasciato Torino. Ormai ci vado sempre meno spesso, per una serie di motivi logistici. Ma è sempre la mia città, e quindi seguo con interesse le sue vicende. Torino è molto più in crisi del resto del nord Italia, e lo è da decenni, da quando insomma la Fiat se ne è andata. Le giunte hanno cominciato a cercare modi per affrancarsi dalla monoindustrialità, puntando sull’eccellenza industriale (e qui è andata molto male) e sulla vocazione turistica (con risultati migliori: il centro è molto più vivibile di un tempo, e anche l’offerta museale si è ampliata). Poi c’è stata la scommessa delle Olimpiadi, che hanno fatto conoscere Torino all’estero. Stendiamo un velo pietoso sul villaggio olimpico, già a pezzi, e sugli impianti fuori città: per il resto, però, la scommessa è stata vinta. Ora all’estero sanno che Torino esiste ed è visitabile. Sfiga ha voluto però che le Olimpiadi arrivassero prima di una recessione pesantissima. Risultato? I mutui per pagarne i costi, pensati per un’economia in crescita anche se lenta, sono insostenibili e in questi anni il Comune ha dovuto far cassa in tutti i modi possibili e immaginabili, dal taglio dei servizi alla concessione di permessi di edificazione ben oltre quanto sopportabile per intascare gli oneri di urbanizzazione.

Tutto questo fa capire come al primo turno delle elezioni Chiara Appendino abbia superato il 30% dei voti. Per quanto riguarda il ballottaggio, guardando i numeri, il commento è ovvio: si è verificato l’effetto Parma (o se preferite l’effetto Livorno). A Torino la destra non esiste praticamente più, come si è visto al primo turno: però quel 25% di elettori di destra è andato compatto a votare contro il PD, e probabilmente contro la gestione di Torino di questi ultimi anni. Nulla di strano.

E ora? Le condizioni al contorno non sono mutate. Sarò pronto a ricredermi, ma non vedo proprio come la giunta M5S potrà fare qualcosa di diverso: mi aspetto entro un anno al massimo le prime scuse “Non possiamo fare nulla perché il governo è contro di noi!” (come se Renzi avesse aiutato Fassino… un anno il comune ha persino deciso di sforare il patto di stabilità, vi ricordo). Mi dispiace solo per i miei ex colleghi ormai in pensione che sono passati armi e bagagli al MoVimento partendo dalla sinistra (M5S a Torino ha una storia un po’ diversa dal resto d’Italia), che sono convinti in buona fede che cambierà tutto.

P.S.: in effetti ho dimenticato di aggiungere che le circoscrizioni di Torino sono tutte in mano al centrosinistra (a causa dello sciagurato mini-Italicum) e che ci sono i Poteri Forti che remeranno contro. Scuse ce ne saranno a josa, ma il risultato finale resta lo stesso.

Giorgio Giunchi

A metà degli anni ’90, quando la maggior parte di chi mi legge non sapeva nemmeno che esistesse Internet o al più aveva appena scoperto Video OnLine, c’era un gruppetto di persone che scriveva le regole per decidere chi e come potesse registrare un nome a dominio in Italia. La maggior parte di queste persone, che formavano quella che pomposamente si definiva Naming Authority, erano gli Internet provider di allora, quelli che ben prima che la Sip prima e Telecom Italia poi si accorgesse delle comunicazioni in digitale lottavano per avere una costosissima linea dati; c’erano gli avvocati, che immaginavano le possibili dispute future; poi c’era il gruppo del CNR (che poi si è presa tutta la gestione) che faceva le registrazioni effettive dei dominii, avendo la gestione di .it; ma c’erano anche membri parecchio improbabili. Tanto per dire, c’ero io, che tecnicamente ero Telecom Italia (anzi Cselt, che ai tempi era un’azienda separata) ma ho sempre fatto il battitore libero; c’era Marco d’Itri, ai tempi adolescente; e c’era Giorgio Giunchi.

Anche Giorgio era un outsider in quel consesso: era un maestro elementare di Chiari prossimo alla pensione, ma era interessatissimo a tutto quello che formava la storia della rete in Italia. Logorroico, scriveva papiri con metafore su metafore che ogni tanto mi erano del tutto incomprensibili, tanto che gli scrivevo in privato per avere un’esegesi del suo pensiero. Ma soprattutto era un catalogatore indefesso. Il suo sito cctld.it (il nome non era una stringa a caso… sta per Country Code Top Level Domain .it) è una raccolta dei primordi dell’informatica in Italia e all’estero, con ricordi e interviste che aveva pazientemente recuperato negli anni: una risorsa fondamentale per chi vuole sentire le parole di chi c’era davvero, e non di chi spadroneggia ovunque. Ci mancherai.

Quasi borseggiato

Oggi pomeriggio, con Jacopo in castigo, ho portato Cecilia a fare una passeggiata culturale, a farle vedere san Simpliciano (dove Anna e io ci siamo sposati) e san Marco (dove ho cantato con il coro). Finito il giro, siamo andati a prendere la metropolitana in Turati. Il treno era abbastanza pieno, così non abbiamo potuto sederci e siamo rimasti in piedi tenendoci al palo all’altezza della porta. Partito il treno, un tipo sulla trentina si è avvicinato come se volesse scendere: faccio spostare Cecilia che era più davanti alla porta, ma il tipo si sposta dall’altra parte, sempre vicino al palo.
Mentre il treno va, abbasso gli occhi per guardare Cecilia e vedo due dita che stavano aprendo la zip del mio marsupio. Immediatamente prendo il polso del tipo – per i curiosi, stava usando il classico trucco dell’impermeabile sul braccio per non mostrare cosa stava facendo – e gli grido “Cosa stai facendo?”. Quello bofonchia qualcosa: io intanto lo prendo per il collo e lo sbatto fuori dal treno che intanto era arrivato a Repubblica, mentre la gente mi guardava abbastanza stupita. (No, non avrei potuto fermarlo e chiamare la polizia: mica avevo testimoni…)
Fortuna che c’era Cecilia, insomma :-)

_L’infinito_ (libro)

8008804559818Sull’infinito si può dire di tutto, e ancora di più. Ognuno quindi può scegliere quali punti trattare con più attenzione, a seconda della sua indole. John Barrow in questo libro (John D. Barrow, L’infinito : Breve guida ai confini dello spazio e del tempo [The Infinite Book], Mondadori 2006 [2005], pag. 300, €10,50, ISBN 9788804559818, trad. Tullio Cannillo) ha scelto fondamentalmente la strada che è il peccato di orgoglio per chi ha una formazione prettamente scientifica, cioè buttarsi sul filosofico. Il risultato è un’opera che non contiene troppa matematica, e quindi si può leggere senza troppi problemi, ma poi si perde in considerazioni dubbiose o erronee. Tanto per dire, la sua affermazione del capitolo VIII secondo cui in un universo infinito ogni cosa che può capitare deve ripetersi infinite volte è falsa anche nel caso di un universo puramente meccanicistico, per non parlare di un universo con una componente casuale o se preferite di libero arbitrio, e tutto il capitolo XI, con le considerazioni su cosa succederebbe se vivessimo per sempre, è un semplice elenco di dubbi senza un vero studio. Il testo insomma può essere utile come introduzione ma non molto di più. Anche la traduzione di Tullio Cannillo mi è parsa pesante, tanto che a volte mi sono dovuto fermare a cercare di capire cosa avesse detto in realtà Barrow.

Correlazioni

Oggi pomeriggio, mentre pedalavo verso casa, sono passato dal cavalcavia Bussa. C’erano tre auto parcheggiate sul marciapiede. Riuscite a indovinare quali erano le loro marche?

(che poi mi dicono che sono monomaniaco… Ma non è colpa mia!)

BikeMIa

bike-mia Oggi ho pranzato con Anna e i gemelli. Questo ha significato uscire dall’ufficio, prendere una BikeMI (mica ho voglia di tirare fuori la mia bici), pedalare e poi lasciarla nella stazione di arrivo. Quando sono arrivato ho visto – come da documentazione fotografica quivi allegata – che a qualcuno la bicicletta è piaciuta così tanto che ha tagliato (non saprei dire con cosa) il fermo e se l’è portata a casa.
Ora, non so quanti di voi abbiano mai usato quelle biciclette, ma vi garantisco che non è che siano poi così leggere e comode: e anche se fosse stata una bici elettrica, rimane il fatto che non puoi più caricare la batteria interna così semplicemente. E allora, perché rubarla?