bancomat razzisti?

Stamattina, un po’ prima delle 11, mi sono fermato a ritirare a un bancomat Barclay’s. Il mio bancomat non ha commissioni di prelievo, quindi non faccio molta attenzione agli sportelli. Infilo la tessera, e la schermata non mi fa vedere “prelievo” ma solo “ricariche e pagamenti”. Sono poi passato allo sportello vicino a casa mia e ho tranquillamente ritirato.

Vista l’ora, mi pare strano che il bancomat avesse finito i soldi. Quello che mi chiedo è se è possibile che Barclay’s decida di darli solo ai suoi correntisti, più o meno come fanno (facevano?) i Postamat – anche se lì in effetti c’è una certa differenza: ricordo le liti furibonde con il consorzio interbancario. C’è qualche esperto bancario che sa rispondere a questo mio dubbio?

Aggiornamento: visto che dovevo ripassare di là, ho riprovato intorno alle 17 e la voce “prelievo” era presente. Sono ragionevolmente certo che stamattina non c’era scritto contante non disponibile, ma questo è un problema secondario. Il bancomat Barklay’s non è razzista :-)

Una modesta proposta sul diritto di voto

Il voto sulla Brexit e soprattutto tutto quello che ne è seguito dopo fa sembrare noi italiani dei dilettanti . L’ultima che ho sentito sarebbe che la petizione online per rifare il referendum, già farlocca di suo, sarebbe stata promossa quando sembrava che i Remain vincessero e nasceva per tentare di andarsene via comunque dall’Unione Europea: solo che poi il risultato si è ribaltato e la petizione è stata usata da chi in Europa vuole restarci, cosa che ha fatto partire un’inchiesta per truffa.

Ma in generale sono in tanti a essere convinti che il suffragio universale mostri qualche problema, non foss’altro che perché dalla democrazia siamo passati all’oclocrazia. Però non è così semplice definire chi è che dovrebbe avere il diritto di voto, se ci pensate bene: ognuno tirerebbe l’acqua al proprio mulino, e gli esclusi si arrabbierebbero parecchio. Ci ho pensato su per decine e decine di secondi, e alla fine ho pensato a una modesta proposta che porterebbe molti vantaggi a fronte di un costo direi sopportabile.

La mia prima idea prevedeva che nell’election day ci si può presentare ai seggi e asserire di non volere votare: in questo caso verranno dati al non-elettore dieci euro per il suo senso civico. Mi sono però subito accorto che un’ipotesi del genere sarebbe irrealizzabile, e pertanto ho modificato il tutto. Il non-elettore riceverà dieci biglietti per la Grande Lotteria Elettorale, con un montepremi di duecento milioni di euro: dieci milioni al vincente, una decina di premi da uno a tre milioni, più una gran quantità di premi di consolazione. Non ho ancora calcolato come suddividerli, ma sono certo che in Sisal ci sono molti esperti che potrebbero aiutare. Per recuperare i costi della Grande Lotteria Elettorale, basterà accorpare tutte le elezioni (e i referendum) in una singola data annuale, il che ridurrà anche i disagi per chi si trova i figli a casa a causa delle scuole chiuse per referendum e non trova i bus perché gli autisti vanno a fare gli scrutatori.

Come potete intuire, il grande vantaggio della mia modesta proposta è che non impone nulla a nessuno: è l’elettore che farà la scelta che ritiene più vantaggiosa. Che volete di più dalla vita?

Nice try

Mi è appena arrivata una mail con titolo Confirm Your Email De-activation request For press@wikimedia.it (sì, al momento è un mio alias, quindi ha senso arrivi a me) e testo

«Our record indicates that you recently made a request to deactivate email And this request will be processed shortly.
If this request was made accidentally and you have no knowledge of it, you are advised to cancel the request now »

seguito da un bel rettangolone “Cancel De-Activation”.

Inutile dire che non c’era alcuna ragione per cui io dovesse cancellare la disattivazione, e che sono abbastanza abituato alla burocrazia italiana per capire che la frase significa in pratica che voglio essere abbonato alla newsletter. Ma la cosa divertente è che l’indirizzo di spedizione è From: Email Admin<&rt;. Sì, non c’è: quindi il messaggio non è stato composto ma è stato direttamente spedito a basso livello dal server di partenza, che è il vietnamita mail.vinaexpress.com.vn. L’indirizzo a cui avrei cliccato, per la cronaca, è www.withrinconcept.com/dalithing/, e con un controllo più accurato della cartella spam ho visto che ci ha tentato anche ieri.

Direi che come metodo per ottenere il permesso di essere spammati è uno dei più creativi…

_Non sparate sulla scienza_ (libro)

9788830413573Robin Dunbar è soprattutto noto per il suo eponimo numero, circa 150, che indica il massimo numero di “amici”, nel senso di persone con cui si può interagire seriamente. In questo suo vecchio libro (Robin Dunbar, Non sparate sulla scienza [The Trouble With Science], Longanesi 1996 [1995], pag. 288 ISBN 9788830413573, trad. Laura Serra), che inaugurò la collana “La lente di Galileo” di Longanesi, Dunbar si occupa però di un altro tema, ancora oggi al centro dell’attenzione: la perdta dello status che la scienza e gli scienziati avevano avuto tra l’Ottocento e il primo Novecento, guardando le cose soprattutto dal suo punto di vista britannico. Le colpe, a suo dire, sono varie. Da una parte sono nate intere teorie che rifiutano le premesse del metodo scientifico, definendolo solo una tra le tante possibilità – il famigerato relativismo. I politici tendono a vedere solo il tornaconto immediato, e chi gestisce i media prefersice di gran lunga il sensazionalismo. Ma anche gli scienziati hanno le loro colpe, per non riuscire a comprendere che la gente comune non può sguire un progresso che è sempre più matematico e fuori dal mondo comune, e non possono lasciare il campo ai divulgatori (mi fischiano le orecchie…) che non hanno la passione e speso nemmeno le competenze necessarie per una vera spiegazione dai temi. La traduzione di Laura Serra mi è parsa corretta ma antiquata: nulla di preciso, solo una mia sensazione.

Nomi o numeri a dominio?

Il mio amico Ugo mi segnala questo post che mostra come i nomi a dominio che non sono veri nomi ma sono formati da numeri sta crescendo sempre più, soprattutto nei nuovi dominii “di moda”, cioè quelli che sono sorti in questi ultimi anni per far fare un po’ di soldi a ICANN.
Ricordo ancora il primo dominio numerico italiano: (www.)190.it, dell’allora Omnitel. C’era stata una discussione all’interno della Naming Authority, perché le regole non permettevano di usare numeri inferiori a 255 per non fare confusione con gli indirizzi IP: in fin dei conti i nomi a dominio erano nati per evitare di ricordarsi a memoria i quattro ottetti degli indirizzi IPv4. Visto però che in effetti non c’era possibilità di confusione, si approvò il nome e anche all’interno di .it arrivarono i primi dominii numerici. Ma adesso a quanto pare si è giunti addirittura a un settimo di “nuovi” nomi numerici: il totale è comunque basso ma il trend è in crescita.
La cosa più ironica è che a quanto pare questi nomi numerici sono scelti soprattutto in Cina, perché per i cinesi le cifre sono più facilmente riconoscibili rispetto ai caratteri latini. Qual è l’ironia? Alla fine degli anni 1990 si è fatto un lavorone per internazionalizzare i nomi a dominio, e nel 2003 è stata pubblicata la RFC apposita. (Per i curiosi: si codificano i caratteri non ASCII con una stringa particolare: funzionerebbe anche per nomi tipo http://università.it, se si volesse). Si potrebbe immaginare che in più di dieci anni i browser, almeno per le versioni del mercato cinese, si siano attrezzati per mostrare gli ideogrammi al posto della stringa ASCII codificata: a quanto pare no. Insomma, tanto lavoro inutile.

Brexit

Quando si è scoperto che i britannici hanno scelto di lasciare l’UE, in un’ora la sterlina ha perso più del 10% del suo valore rispetto al dollaro. Il candidato dia una simulazione di cosa capiterebbe nel caso l’Italia uscisse dall’euro (con cambio iniziale 1:1, per comodità di calcolo).

P.S.: so benissimo che sono due cose diverse dal punto di vista tecnico.

esperimenti scientifici

L’altra sera era quasi finito il detersivo per i piatti (Esselunga, colore azzurro puffo). Visto che Anna aveva comprato una ricarica di Svelto (colore arancione), l’ho versato nel contenitore quasi vuoto. Alla fine tutto l’arancione era rimasto in alto, e c’era mezzo centimetro di blu in basso. Vabbè, penso, questi tensioattivi avranno bisogno di un po’ di tempo per mischiarsi.

Il mattino dopo, in effetti, il colore nel contenitore era bello arancione. Solo che quando l’ho preso per lavare i piatti e ho spostato il punto di vista mi sono accorto che mezzo centimetro in alto era blu. In pratica, lo Svelto ha una densità maggiore dell’Esselunga, e soprattutto i due prodotti non si mischiano nemmeno fossero acqua e olio.

Dovrei scrivere un libro “Scienza sull’acquaio” :-)

“noi partecipativo”

A quanto pare, tale Roberta Chiroli, ai tempi laureanda in antropologia, è stata condannata a due mesi di prigione con la condizionale per avere partecipato “moralmente” agli scontri no-Tav. Non è ancora dato sapere il motivo della condanna (che sarà pubblicato tra trenta giorni), mentre un’altra dottoranda pure presente è stata assolta: secondo il suo avvocato, esso potrebbe essere «la cifra stilistica usata nei due lavori accademici: una si è espressa in terza persona, l’altra ha usato la prima plurale».
I reati di opinione sono sempre difficili da comprendere, e spesso sono arbitrari: a questo punto spero che i motivi della differenza siano altri e più corposi. Quello che però non capisco è l’uso del “noi partecipativo” in una tesi di antropologia. Checché ne dicano qui (“nella ricerca etnografica il posizionamento del ricercatore rispetto all’oggetto della ricerca è una scelta soggettiva che fa parte di ciò che si chiama storytelling”) ero convinto che un bravo antropologo, pur facendo in modo di non essere un corpo estraneo, dovesse però rimanere separato dalla popolazione che studia, proprio per non perdere l’oggettività. Mi incuriosisce sapere che voto di laurea ha preso.