eh sì, è colpa della pista ciclabile

Sabato mattina il Corsera presenta una galleria fotografica eloquentemente intitolata “C’è la ciclabile, caos in piazza della Repubblica”. L’articolo correlato ha un titolo un po’ più neutrale (“Apre la pista ciclabile, ma in piazza Repubblica scoppia il caos semafori”) ma scrive che «Gli ingorghi dell’ultima settimana si devono ai nuovi semafori installati (anche) a protezione della pista ciclabile.»

Io lavoro lì dietro, il che significa che cinque mattine e cinque sere la settimana devo attraversare quegli incroci, in bicicletta da piazza Principessa Clotilde o a piedi in piazza della Repubblica. Inoltre due o tre volte la settimana passo la pausa pranzo in palestra, e devo attraversarlo di nuovo. Insomma, un minimo di esperienza ce l’ho. Orbene: lo spazio fisico della pista ciclabile è lì da mesi, quindi non è quello che può avere creato le code di questi giorni. Inoltre la pista è stata aperta venerdì, e il casino c’era già giovedì. Come mai? Semplice: i famigerati semafori giovedì erano spenti, e c’erano i vigili a gesire il traffico. Insomma le bici non c’entravano nulla.

Per fortuna l’articolo di ieri ha corretto il tiro e si è limitato a parlare di semafori :-)

Quizzino della domenica: Stella a otto punte

Avete la stella a otto punte mostrata nella figura qui sotto, e sette monete. Il vostro obiettivo è disporre le monete su altrettante punte: però non si può semplicemente posarle, ma bisogna farle scorrere su un segmento, e per farlo occorre che il segmento stesso sia completamente libero. Potremmo per esempio mettere una moneta sulla punta 4 e spostarla in 1; poi fare uno spostamento 5-2, uno 6-3, uno 7-4 e uno 8-5. A questo punto però non ci sono più segmenti completamente liberi, quindi abbiamo perso perché ci mancano ancora due monete. È possibile riuscire nell’intento?


(un aiutino lo trovate sul mio sito, alla pagina http://xmau.com/quizzini/p351.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Problema da Fred Schuh, Master Book of Mathematical Recreations.)


_Il latino per tutte le occasioni_ (libro)

A che serve il latino? A tante cose. No, non a imparare la logica; al più ad ampliare la propria visione del mondo. Può però anche servire a divertirsi, come mostra l’anonimo autore di questo libretto (Pericle Piola, Il latino per tutte le occasioni, Garzanti 2017, pag. 146, € 10, ISBN 9788811676409, link Amazon) che è tra l’altro il primo a prendersi in giro: lo si vede già dal primo capitolo, quello sui “luoghi comuni per la conversazione spicciola”, che oltre a frasi come “Salvini è proprio un bell’uomo” ed “È colpa delle scie chimiche” (“sulci chymici”) aggiunge “il latino insegna a ragionare” (“sermonem Latinum discendo intellectum valde exerceri”, per i curiosi). Certo, per apprezzare al meglio il libretto occorre ricordarsi un po’ di latino, magari per capire certe traduzioni come “Abi paedicatupedic” per “le auguriamo una buona giornata”: visto che il latino serve? Il mio unico dubbio è sulle parti inutilmente grevi e soprattutto ripetitive: capisco la battuta a sfondo sessuale, ma ripeterla troppe volte ricorda troppo il comportamento di mio figlio novenne.

Amazon e le spedizioni: presa per i fondelli?

Qualche giorno fa ho comprato un lettore MP3 per la palestra, visto che quello che ho usato in questi anni sembra essersi scassato (non riesco più a schiacciare la plastichina per farlo partire e fermare, si direbbe che le connessioni interne si siano spostate). No, non uso il telefonino per queste cose. Vabbè, scelgo un coso da 28,99 euro: a questo punto mi manca un centesimo per arrivare alla spedizione gratuita. Che faccio? Prendo una biro multicolore per la mia collezione. Quelle che ho scelto sono indicate come “prodotto plus”, con tanto di spiegazione «Il Programma Plus consente ad Amazon di offrire migliaia di prodotti a basso prezzo che sarebbe troppo costoso spedire singolarmente. Questi prodotti vengono spediti con ordini uguali o superiori a EUR 19,00.» Nulla di male. Ieri mattina mi arriva il messaggio “ah, per fare più in fretta ti mandiamo la penna da sola”. Non trovate ci sia qualcosa che non funzioni?

(vabbè, poi ieri sono partiti con la promozione http://www.amazon.it/ricevigratis – secondo me vogliono vedere se ridurre il casino sotto Natale)

co-sta s.r.l., io e te che avemo da dirci?

Per nulla cara «CO-STA s.r.l. Progettazione e costruzione stampi termoplastici e termoindurenti Via Postumia di Sala 7/9 , 31040 (TV)», secondo te quanto può interessare a una casella press@ (quella di Wikimedia Italia, per la cronaca) che

Durante il periodo natalizio i nostri uffici rimarranno chiusi dal giorno 22/12/2018 al 06/01/2019 compresi.

tra l’altro con una mail così mal formattata che il testo di cui sopra ho dovuto recuperarlo a fatica in mezzo alle immagini? Chi ti avrebbe dato il permesso di usare questo indirizzo (ovviamente senza nemmeno uno straccio di opt-in, e neppure una procedura di cancellazione?)

Le connessioni dati sono più veloci di quelle wifi?

È appena apparso un rapporto di OpenSignal che afferma che ormai in molte nazioni la velocità di download con una rete mobile è maggiore di quella con wifi. Per l’Italia non è ancora così, anche se i valori sono vicini: se ci limita però al 4G il sorpasso c’è stato anche da noi.

Come mai? Una possibilità è che le frequenze radiomobili sono licenziate, quindi gli operatori hanno pagato per averle ma poi le possono gestire per conto loro, mentre quelle wifi sono in bande libere, e quindi ci sono molte interferenze soprattutto nelle grandi città (a casa mia è sempre una lotta avere un segnale decente). Quello che però il rapporto non segnala sono due cose: la prima è che un piano dati fisso tipicamente ha una banda a disposizione illimitata a differenza di quelli mobili, e soprattutto che mentre per un telefonino può a volte essere meglio scaricare con la connessione mobile, per un PC la scelta migliore continua a essere un bel cavo ethernet attaccato al router, come io faccio sempre.

Insomma, prendete sempre i grafici con beneficio di inventario!

Remixing Luciano Floridi

Tiziano Bonini su cheFare lancia un gioco: come rispondereste voi alle sei nuove domande che Bonini avrebbe fatto a Luciano Floridi dopo le sue risposte alle domande originali? Provo anch’io a rispondere, forte della mia esperienza di outsider datato.


1. Che differenza c’è tra le logiche editoriali dei vecchi intermediari e le logiche algoritmico-editoriali dei nuovi intermediari?

Io vedo due differenze fondamentali. La prima è che i vecchi intermediari avevano in genere una visione (bella o brutta, accettabile o inaccettabile che fosse), e quindi muovevano le cose in modo da portare il pubblico verso quella visione. Attenzione: non era necessario mentire, bastava anche solo scegliere quali notizie da dare con maggiore enfasi e presentarle usando “le parole giuste”. I nuovi intermediari hanno come logica di base quella di fare soldi, il che tipicamente significa tarare gli algoritmi per favorire testi di qualità più bassa che sono i più apprezzati. Ma questo capita anche con i vecchi intermediari: si pensi al Daily Mail oppure alla colonna infame di Cor&Rep. La vera fregatura è che gli algoritmi macinano enormi quantità di dati, il che porta all’arrivo di comportamenti emergenti, nel senso che non sono prevedibili a priori a partire dai dati. In questo senso c’è il pericolo di non avere nessuna logica umanamente comprensibile.

2. Cosa pensate voi delle filter bubbles, qual è il vostro immaginario sul funzionamento degli algoritmi di facebook o altri social media?

In parte ho risposto sopra. Il mio immaginario è che gli algoritmi vadano più o meno per conto loro, anche se ci sono alcuni punti fissi: come Paolo Artuso e io abbiamo scritto in Scimmie digitali, a parte i post sponsorizzati Facebook tratta come più importanti i post di persone con cui noi interagiamo di più e quelli che hanno raccolto molte interazioni in breve tempo. Il concetto di filter bubble esiste, ma è leggermente sopravvalutato, nel senso che nella bolla ti tieni quello che ti trova d’accordo, ma anche quello con cui non sei per nulla d’accordo ma guardi per riderci su e non per pensarci su. Tecnicamente è sempre una bolla come risultato finale, ma il suo contenuto è diverso da quanto veniva previsto teoricamente.

3. Cosa avete imparato dal vostro uso quotidiano delle piattaforme sui regimi di visibilità e invisibilità imposti dagli algoritmi? Cosa fate nella vita quotidiana per rendere la vostra timeline più diversa o per rendere i vostri contenuti più visibili?

Non faccio nulla :-) In realtà non uso praticamente Twitter, e il mio Facebook contiene le cazzate con i miei amici e alcune liste dove so che si litiga ma portando argomenti e non slogan. Rendere visibili i miei commenti? Siamo matti? Non è un caso che io continui a scrivere sul blog. Sono convinto che i commenti nei luoghi generalisti servano a poco o a nulla, quindi li salto a pie’ pari; allo stesso modo non credo che commentare in quei luoghi serva a qualcosa. In pratica, insomma, i miei commenti sono visibili solo da parte di chi è interessato ad essi (non necessariamente d’accordo)

4. se tra voi ci sono degli antropologi di formazione, andate nei gruppi WhatsApp con lo spirito dei primi antropologi e raccontateci cosa avete visto con quella profondità di sguardo e analisi che Clifford Geertz chiamava “thick description”. Cosa vi arriva nelle chat di whatsApp? Da chi vi arriva?

Non sono un antropologo, quindi non posso rispondere :-)

5. Mi fate degli esempi di piattaforme cooperative dei media, forme diverse di gestione dei dati, utopie future che immaginate possibili?

Premessa: non credo che una piattaforma cooperativa sia scalabile. Wikipedia funziona decentemente perché chi si occupa davvero di essa è un numero relativamente minuscolo di persone (meno di un centinaio per it.wiki) Onestamente non capisco questo interesse per “la gestione dei dati”. Guardo con interesse a progetti tipo Solid, ma di nuovo non penso che possano avere una diffusione generalizzata, perché il problema non è affatto percepito. Insomma, da questo punto di vista sono piuttosto pessimista. La massima utopia che riesco a immaginare è tante piccole reti sottotraccia che si nascondono all’interno di un sistema “totalitario” e che sono tollerate perché estirparle non darebbe alcun risultato pratico.

6. Che uso politico fate delle piattaforme? Cosa (quali app) e quanto usate queste piattaforme per prendere decisioni collettive o per auto-organizzarvi?

Nessun uso politico :-) Il massimo di decisioni collettive che posso prendere avviene via Telegram e/o scrittura di documenti condivisi (su Google Docs oppure Pad), ma stiamo parlando di casi davvero così poco globali che non vale la pena approfondire.


Una domanda però l’aggiungo io. Quanta parte di un dibattito del genere tocca (direttamente o indirettamente) la stragrande maggioranza di chi usa la rete? Mi sa ben poca. In pratica sono meri esercizi intellettuali onanisti (“seghe mentali”, se preferite un termine più concreto). Nulla in contrario, tanto che anch’io ho indulto. Basta non pensare di riuscire a cambiare il mondo: le rivoluzioni non partono mai a tavolino.

I miei libri

Ho cominciato a scrivere libri molto tardi, il che è stata una fregatura – per me, almeno – perché il mercato si stava contraendo. Alla fine però ho accettato l’idea che non sarò mai famoso, ma ho continuato a scrivere perché in fin dei conti mi diverto ancora.

Ieri ho rimesso a posto la mia “pagina dei libri” a https://xmau.com/bipunto/libri.html e ho scoperto che ridendo e scherzando ne ho già scritti undici. Occhei, due magari non contano perché autoprodotti ma tutti gli altri hanno avuto un editore in un modo o nell’altro… Adesso mi tocca solo pensare a qualcosa di diverso da scrivere :-), oltre che naturalmente trovare il tempo per farlo. Ad ogni buon conto, l’anno prossimo un nuovo libro (ufficiale) uscirà, almeno spero!