Dov’è la direttiva copyright?

Ricordate tutta la storia sulla direttiva europea per il copyright nel mercato digitale? A settembre l’Europarlamento aveva votato un testo parecchio punitivo per gli amanti della comunicazione libera, visto che estendeva parecchio le regole attuali sul copyright – regole che, ribadisco, noi di Wikimedia Italia riteniamo corrette come principio, ma per cui avremmo voluto alcune eccezioni in casi in cui non sono lesi reali diritti economici. A quel punto è partito il trilogo tra Commissione, Consiglio ed Europarlamento per armonizzare vieppiù la normativa, e oggi ci sarebbe dovuto essere il voto a riguardo. E invece no. Il voto è stato rimandato su richiesta di un certo numero di paesi, tra cui l’Italia in variegata compagnia (Germania, Polonia, Ungheria…)

A pensare male si commette peccato, lo so: ma credo che c’entrino parecchio i soldi messi da Google che ovviamente è contro l’articolo 11, la “tassa sulle citazioni” nata esplicitamente perché gli editori possano ricevere introiti dai link di Google News verso i loro siti. Checché si dica, la censura quasi preventiva sul caricamento di file da parte degli utenti prevista dall’artiolo 13 non è per loro così importante, la tecnologia ce l’hanno: anzi forse per loro era meglio la versione originale con la censura davvero preventiva. Però è chiaro che parlare di censura fa molta più presa verso l’opinione pubblica. Certo, i lobbisti dall’altra parte, con la nostrana Siae in testa, hanno tentato qualche contromisura, come la newsletter Articolo 13, che però non mi pare abbia avuto chissà quale successo. Ad ogni modo adesso la situazione è in stallo: i tempi tecnici per approvare la direttiva prima che il termine della legislatura mandi tutto a gambe all’aria sono stretti, e non credo che si arriverà a un compromesso di direttiva monca con stralcio dei due articoli incriminati. Da un punto di vista teorico, infatti, una nuova direttiva che superi quella attuale che risale al 2001 quindi quasi alla preistoria è necessaria: ma mi pare tanto che i grandi attori siano più interessati alla vil pecunia che ad avere una legge equa per tutti.

In tutto questo, avrete forse notato l’assenza del movimento Wikimedia dal dibattito. La cosa non è casuale: noi possiamo portare idee, abbiamo anche l’orgoglio di dire che le nostre idee sono sensate: ma nonostante quanto ci sia stato rinfacciato noi non siamo al soldo di nessuno. Personalmente ritengo sia la campagna Google che quella Siae sfacciatamente di parte, nel senso che nascondono dati ufficiali per portare l’acqua al loro mulino: poi è chiaro che anche un orologio rotto segna due volte al giorno l’ora esatta, e quindi se si otterrà un risultato positivo per un motivo negativo noi apprezzeremo il risultato, esattamente come se si otterrà un risultato negativo (sempre per un motivo negativo…) accetteremo quanto votato. Ma continueremo a ritenere che il copyright deve tutelare l’autore (non le corporation) ma allo stesso tempo non deve diventare un moloch che abbracci qualunque imprevedibile sviluppo, impedendo la creatività che è la sua vera ragione d’essere.

la pacchia e i socialcosi

Forse avete visto questo post di Repubblica; più difficile che abbiate anche letto la replica dell’autrice, in cui afferma che la sua frase è stata strumentalizzata. E magari vi ricordate una vignetta simile di Vauro, che sicuramente non è stata strumentalizzata – anche se immagino che avesse suscitato reazioni pesanti.

Assumendo la buona fede dell’autrice, che pure sostiene una lista di centrodestra alle prossime elezioni locali, qual è la differenza? Beh, è semplice. Vauro è un personaggio pubblico e il suo pensiero è conosciuto da tutti. La signora in questione è al massimo conosciuta localmente, quindi si legge alla lettera il testo che scrive: e una piccola bara non è un segno sufficientemente distintivo per comprendere il tono del discorso. È una cosa che è ben nota da decenni: gli emoticon, prima di diventare dei bei disegnini che paiono farci tornare indietro ai tempi dei pittogrammi, nacquero come caratteri ASCII aggiunti proprio per supplire alla mancanza di condizioni al contorno in un testo dattiloscritto. Insomma, aggiungere “:-(” non avrebbe dato adito ad alcun dubbio sulle intenzioni; anche “:-)” avrebbe avuto il suo bel senso, chiaro.

Il guaio dei social network è questo: li usiamo dicendo esattamente quello che diremmo tra gli amici, senza pensare che stiamo parlando anche a chi non ci conosce affatto. In questo caso non c’è strumentalizzazione, come ci sarebbe stata con una frase estrapolata da un contesto: c’è solo una mancanza di cultura di base, e il saper scrivere in un ambiente condiviso è ormai cultura di base. Cancellarsi da tutti i social network, come sembra che la signora abbia fatto, non serve a niente, anzi è peggio ancora: se effettivamente lei voleva dire tutt’altro, come facciamo a saperlo se non abbiamo nessuna altra fonte pregressa?

Ricordatevelo, insomma. Fare le battute è un’arte complicata – io per esempio ci provo sempre ma non ci riesco quasi mai. Non peggiorate la situazione scrivendo testi che possono essere fraintesi solo per la voglia di fare un commento breve e spiazzante. (Ah, non ho indicato il nome dell’autrice perché appunto non è importante in questo contesto: la cosa vale per tutti noi, io in primis)

Riscatto degli anni di laurea: a chi conviene?

Se quanto riportato dal Sole-24 Ore è corretto, da qualche parte nel decreto quota 100 + reddito di cittadinanza c’è anche una norma per il riscatto degli anni di laurea per i “giovani” (gli under 45), che dovrebbero pagare “solo” 5.241,30 euro per ogni anno da riscattare. Tutto bene? Beh, dipende.
In pratica, invece che prendere l’ultima retribuzione guadagnata al momento della domanda si usa il reddito minimo già usato per gli inoccupati. Ma la norma vale solo e unicamente per chi ha la pensione calcolata con il metodo contributivo: c’è proprio un codicillo che parla di prima occupazione a partire dal 1996. Cosa significa questo? Semplice. Hai da tre a cinque anni in più di anni di lavoro, e quindi in certi casi puoi andare prima in pensione, ma la tua pensione sarà più bassa perché hai pagato meno contributi, come dice la legge Dini e ribadisce la legge Fornero. Succede insomma la stessa cosa che con quota 100: l’impianto di base della legge Fornero rimane intatto, e si apre solo alla possibilità di anticipare la pensione senza però che i soldi che ti verranno statisticamente dati fino alla morte aumentino. Risultato: prendi meno soldi. La cosa ha perfettamente senso, visto che la legge Fornero nasceva proprio per fare in modo di giungere in equilibrio una volta a regime; ma mi sa che non sia quello che tanti votanti l’attuale governo volevano. Chi ci guadagna, almeno nel breve termine, è l’INPS che potrebbe ricevere un po’ di soldi da chi nonostante tutto deciderà di riscattare la laurea. Lasciamo poi perdere che tutte queste considerazioni partono dall’ipotesi che non vada tutto a ramengo: insomma, fate i vostri conti.

Quizzino della domenica: golf

Il grande golfista Lion Wool è a un passo dalla sua terza vittoria consecutiva agli U.S. Open. Gli basta completare l’ultima buca in due colpi, ed è in posizione perfetta. Sceglie la mazza giusta, medita un po’, mima il colpo, infine lancia la pallina… che arriva a un paio di metri dalla buca, ma finisce dentro un sacchetto di carta che non si sa bene perché non era stato tolto dal campo.
I giudici sono irremovibili: Wool non può toccare il sacchetto per togliere la palla, se non con una penalità di due colpi che comprometterebbero la vittoria. Colpire pallina e sacchetto di per sé sarebbe possibile, ma non gli permetterebbe di dosare il lancio per mandare la pallina in buca. Lion rimane qualche minuto a pensare, poi sorride, mette la mano in tasca e si appresta a risolvere il problema. Cosa farà?


(un aiutino lo trovate sul mio sito, alla pagina http://xmau.com/quizzini/p358.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Problema di origine a me ignota: immagine di algotruneman, da OpenClipArt.)

_Tienilo acceso_ (libro)

Una linguista e un giornalista si sono associati in questo libro (Vera Gheno e Bruno Mastroianni, Tienilo acceso, Longanesi 2018, pag. 283, € 14,90, ISBN 9788830450004, link Amazon) per scrivere un libro su come usare i social network di tipo diverso da quelli che troviamo di solito in libreria. Sì, ci sono le regole per un uso consapevole del mezzo, scritte più dal lato positivo che da quello negativo: per esempio c’è tutta una sezione che spiega come si può discutere senza litigare con gli interlocutori, e ogni parte del libro termina con una pagina di riassunto dei consigli proposti. Ma il punto fondamentale è il fortissimo accento sul testo, o “sulle parole” come dicono gli autori. Dovrebbe essere ovvio che a ciascun contesto dovrebbe corrispondere un registro linguistico specifico, ma ormai non è più così, non si sa se per povertà espressiva o per supponenza, e questo viene declinato in modi a prima vista impensabili, un po’ come negli insulti copincollati che lasciano stupito il perpetratore quando la polizia gli arriva in casa. Trasgredendo una delle regole pratiche indicate nel libro, mi faccio forte della mia esperienza più che trentennale ed esprimo forti dubbi sulla possibilità di riuscire ad avere sempre una #disputafelice. Nei gruppi che seguo la cosa funziona, ma io li scelgo apposta perché so che sono composti da persone di idee diverse ma abituate a usare il cervello; una disputa ha sempre almeno due fazioni, e se l’altra è refrattaria non si può arrivare da nessuna parte e tanto vale limitarsi a esporre pacatamente il proprio pensiero a uso della moltitudine silenziosa – un’ottima intuizione degli autori – e sfilarsi da essa.

il solito test sulla personalità

Lo so, di questo tipo di testi ne ho fatti tanti, ma mi piace sempre perdere un po’ di tempo per vedere se e quanto sono cambiato.

Cinque anni fa ero di tipo INTJ, quindi “Stratega”; in questo giro sono invece stato classificato “Mediatore”, tipo INFP-T. In realtà il bilanciamento della mia identità è praticamente neutro, 51/49, e anche la parte di principi/logica (56/44) non è così schierata, ma il resto direi che ci becca abbastanza: soprattutto la totale mancanza di pianificazione è mia.

Ah: se fate il test ricordate che c’è anche la possibilità di indicare “neutro” ad alcune domande, anche se il pallino non si vede (probabilmente per influenzare chi fa il test e costringerlo a prendere posizione)

_Teoremi configurazionali_ (libro)

Negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso in Italia (ma non solo) giunsero molti libri di testo tradotti dal russo: costavano poco ed erano naturalmente sponsorizzati dal PCI. Le Edizioni MIR venivano regolarmente pubblicate dagli Editori Riuniti: ma esistevano anche librettini come questo (B.I. Argunov e L.A. Skornyakov, Teoremi configurazionali [Configuration Theorems], Progresso Tecnico Editoriale 1964 [1963], pag. 50, trad. Vittorio Mangione) che sono la “Traduzione italiana condotta sulla versione inglese della prima edizione in lingua russa”… a quanto pare matematici italiani che sapessero il russo abbastanza bene non ce n’erano molti. Io comprai il libretto a metà degli anni ’70 in qualche negozio di reminder e non ci capii molto. Riletto oggi con un bagaglio di conoscenze molto maggiore, noto che l’approccio proiettivo è portato avanti in maniera piuttosto ruspante il che potrebbe risultare ostico a chi preferisce basi più solide. D’altra parte è molto piacevole vedere come i teoremi configurazionali possono essere usati “sul campo” nell’accezione letterale del termine, quando si fanno misurazioni sul terreno ma alcuni punti non sono accessibili; la parte finale con l’approccio algebrico ai teoremi è tantalizzante, ma purtroppo è solo accennato.

#tenyearsafter – un trucco di Facebook?

In questi giorni sembra che su Facebook e altri social media sia di moda il meme #tenyearsafter, associato a postare foto di sé stessi risalenti al 2009 accanto a quelle di adesso. Come tutte le cose fondamentalmente inutili ma che costano poco e potrebbero essere divertenti, sono in tanti a postare le foto di allora. Solo che c’è qualcuno che si preoccupa: questo articolo di Wired (USA) (i diversamente anglofoni possono leggere qualcosa di simile qui) insinua che sia tutta una manovra pensata da Zuckerberg e amici per avere una grande quantità di dati relativamente “puliti” – ci sarà sempre qualcuno che si divertirà a mettere foto che non c’entrano nulla, ma saranno in pochi – da usare per addestrare gli algoritmi di intelligenza artificiale a riconoscere le persone a distanza di anni.
Io personalmente sono scettico. Non che creda che sia impossibile addestrare le macchine, figuriamoci; ma molto più banalmente i grandi OTT hanno già una massa enorme di immagini taggate da noi, immagini che sono più che sufficienti per addestrare il tutto. Poi è chiaro che un po’ di materiale in più non fa mai male, ma se pensate di boicottare l’iniziativa solo per questo mi sa che forse dovreste ripensare tutto il vostro modo di frequentare i socialcosi e smettere di scrivere.