Gli archivi vaticani di papa Pio XII

E così papa Francesco aprirà «alla consultazione dei ricercatori la documentazione archivistica attinente al pontificato di Pio XII». Ma lo farà tra un anno, con la scusa dell’ottantunesimo anniversario dell’elezione al soglio pontificio di papa Pacelli. Considerando che per quanto il tre sia un numero caro alla Chiesa cattolica non credo proprio che Bergoglio abbia pensato a scegliere una cifra tonda in base di numerazione 3, e soprattutto considerando che sarebbe più logico stabilire una data tonda dalla morte e non dall’elezione, diciamo che annunciare ora che tra un anno si permetterà l’accesso agli archivi dà tanto l’aria di avere bisogno di un po’ di tempo per verificare se si potrà desecretare proprio tutto.

Detto questo, non credo che in un modo o nell’altro ci saranno chissà quali nuove rivelazioni né in un senso né nell’altro. Pacelli, ricordo, è stato un “papa diplomatico”: prima di diventare segretario di Stato vaticano sotto il suo predecessore Pio XI era stato nunzio apostolico. Secondo voi un personaggio così salvava documenti che avrebbero potuto essere usati contro di lui? :-)

Manifestammo

Non so quanta gente ci fosse sabato scorso alla manifestazione milanese: posso garantire che erano davvero tanti. Noi ci siamo andati, anche se in modalità più da gita che da marcia, tanto he ci siamo anche fermati a prendere un gelato (richiesto in primis dai novemezzenni).

Quello che è piaciuto alla parte maggiorenne della famiglia? Vedere tanta gente giovane, vedere gente di buon umore (e non è così banale, in un corteo… ci sono sempre gli incazzati di loro e quelli che sfruttano la situazione per rovinare tutto), e non vedere poi così tanta polizia. Anche i blocchi stradali per le auto erano gestiti dai vigili: un plauso a chi in corso Matteotti è rimasto serafico davanti alle urla incazzate dell’automobilista che ha dovuto aspettare due minuti per attraversare la strada.

Secondo me tutte queste persone hanno voluto far sapere (a loro stesse, visto che a quanto pare i telegiornali hanno molto minimizzato) che non è affatto vero che la gente segua solo chi urla e sbraita “contro”. Credo che questa iniezione di fiducia sia davvero utile per evitare di scoraggiarsi ogni volta si sente parlare Quelli Che Contano…

Statistiche del sito per febbraio 2019

Febbraio è un mese corto e quindi notoriamente le visite scendono, ma direi che quest’anno il calo ricorda quello della produzione industriale italiana, anche se correlation does not mean causation.
Ci sono stati 16.746 visitatori per 38.032 visite, le pagine accedute sono state 97.690 e gli accessi 261.399. La top 5 risente immagino di un’offerta Lidl e vede questi post in cima:

  1. Il mistero della stazione meteorologica Lidl: 941 visite
  2. No al 5G: 855 visite
  3. Eupnoico: 807 visite
  4. Come non resettare un telefono: 599 visite
  5. Coglionaggine: 562 visite

Se volete, la cosa buffa è che ha superato le 500 viste anche un post del mio blog ausiliario sui libri. Beh, direte, è appena uscito Numeralia, no? Però il post è del 2014, su Bookcity, e ha avuto 539 visite. Misteri.

Quizzino della domenica: Quattro per cinque

Nella figura qui sotto ci sono dieci punti, messi in modo che ci siano tre linee per cui passano quattro punti. Riuscite a posizionare i punti in modo che ci siano cinque linee per cui passano quattro punti? No, non vale disegnare le righe per toccare una parte qualunque dei punti: il problema è puramente geometrico, e i punti sono… beh, puntiformi.


(un aiutino lo trovate sul mio sito, alla pagina http://xmau.com/quizzini/p369.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Problema classico.)

_La vita segreta_ (libro)

È raro che un libro mi faccia arrabbiare dalla sua prima pagina, ma Andrew O’Hagan ci è riuscito. Scrive infatti nell’incipit: «Quando racconto una storia vera, non mi sembra tanto di riferire delle notizie, quanto piuttosto di indagare la realtà, un’attività alla quale le tecniche del romanzo, lungi dall’essere estranee, sono spesso adeguate.» Ve lo dico subito: il mio voto basso al libro (Andrew O’Hagan, La vita segreta : Tre storie vere dell’èra digitale [The Secret Life : Three True Stories of the Digital Age], Adelphi 2017 [2017], pag. 222, € 22, ISBN 978-88-459-7947-7, trad. Svevo D’Onofrio, link Amazon) non dipende dallo stile di scrittura, che anzi è ottimo e ben tradotto da Svevo D’Onofrio. Quello che non mi è andato giù è proprio il suo stile programmatico, dove le “storie vere” sono tutto tranne che vere. Certo, non sono così ingenuo da pensare che una qualsivoglia biografia sia “vera”. Ma di solito il narratore cerca di nascondersi il più possibile per far risaltare le parti del narrato che ritiene più importanti, mentre qua abbiamo come vero protagonista O’Hagan mentre Julian Assange e Satoshi Nakamoto (o meglio, Craig Wright) sembrano solo dei comprimari. Paradossalmente la storia più vera è quella di Ronnie Pinn, che nella realtà era morto da decenni e la cui identità è stata fatta rivivere da O’Hagan. Lì infatti era naturale che il ruolo da protagonista fosse il suo: nelle altre due storie abbiamo O’Hagan che afferma di fare il giornalista ma parla per l’appunto più di sé che degli altri. In definitiva, se siete tipi che apprezzano la scrittura in sé o siete amanti del gossip, leggetelo; altrimenti lasciate perdere. PS: io ho preso il libro in prestito digitale, ma non riesco proprio a capire perché l’edizione digitale costi praticamente quanto quella cartacea. C’è qualcosa che non funziona.

Banksy e il Mudec: non tutto bene

Leggo da Oriella che qualche mese fa i tribunali italiani hanno avuto a che fare con una diatriba tra il famoso (e ignoto) artista Banksy e il milanese Museo delle Culture. In pratica il Mudec ha organizzato una mostra su Banksy e l’artista si è lamentato perché non era stato chiesto il suo permesso (che non avrebbe ovviamente concesso, ma questa è un’altra storia).

Il risultato è stato salomonico. Il museo ha il diritto di fare la mostra, perché le opere esposte sono state prestate dai legittimi proprietari; ha anche il diritto di usare le immagini per pubblicizzare la mostra, perché sono a scopo informativo; però ha dovuto ritirare tutto il merchandising banksiano, che non ha direttamente a che fare con la mostra. E il catalogo? Qui si è rimasti in un limbo. I proprietari hanno i diritti di proprietà sulle opere, ma hanno anche i diritti di utilizzo commerciale? Evidentemente no. Ma la Pest Control Office Limited, che tutela il marchio di Banksy e che ha citato in giudizio il Mudec, non può a sua volta dimostrare di averli senza rivelare il nome dell’artista. A questo punto il catalogo resta “per default” vendibile.

A parte quello che scrive exibart, che ovviamente ha una posizione ben precisa riguardo al copyright e alla gestione dei marchi, il problema resta. Quanti diritti ha un autore sul proprio lavoro, dopo che ha ceduto quelli economici? Non è banale, e mi sa che in effetti se ne parlerà a lungo.

Ho visto un gazebo del Codacons

Oggi, mentre sfruttavo la pausa pranzo per andare in palestra, sono passato come al solito da via Melzo per girare in via Spallanzani, e mi sono trovato la strada ingombrata… da un gazebo del Codacons! Insomma l’associazione non è solo un ectoplasma dell’avvocato Rienzi.

Se non fosse stato per il fatto che ho sempre i minuti contati mi sarei anche fermato a fare una foto :-)

_Vice_ (film)

Devo confessare che quando Anna mi ha portato a vedere il film (il mese scorso, ma io sono lento…) ci ho perso un po’ di tempo per capire che “vice” non era il vizio ma il vice(presidente). Premesso che non ho capito come Christian Bale sia riuscito a calarsi nei panni di Cheney, che dire del film? Io mi ricordavo un po’ di cose, dalla figlia lesbica al suo prendere de facto il posto di Giorgino Bush (Sam Rockwell è stato perfetto!) Quello che non sapevo, e che a mio parere è il punto fondamentale di un film molto schierato come questo, è tutta la parte della dottrina politica che Cheney aveva preparato già prima della vicepresidenza, e che è quella che poi ha portato al cambiamento estremo del bilanciamento tra i poteri americani come si è poi visto con Obama ma soprattutto con Trump.
Il film termina brutalmente con un discorso di Cheney direttamente agli spettatori, con il postscriptum durante i titoli di coda che chiarisce ancora di più la volontà del regista Adam McKay. Detto tra noi, non credo però che sia riuscito nel suo scopo: questo è il tipo di messaggio che arriva solo a chi è già d’accordo…