attenti alle suore

La scorsa settimana c’è stato il Brianza Pride. A Monza c’è stato un gruppo di cattolici ultraconservatori che – come pare d’uso in questo periodo – ha deciso di fare una “preghiera riparatrice”. Fin qui più o meno tutto nella norma. Solo che questo gruppo ha seclto di pregare nel pieno centro di Monza, davanti alla chiesa che si trova in via Italia. Peccato che, come racconta Il Cittadino di Monza e Brianza, la madre superiora del monastero delle Sacramentine di cui la chiesa fa parte sia uscita e li abbia cacciati, per l’ottima ragione che si trovavano in suolo privato (del monastero, appunto).

Non mi stupisce che alcuni di quei sedicenti cattolici siano rimasti a “lanciare provocazioni” contro la superiora. Non mi stupisce nemmeno che il “comitato Teodolinda” riunisca tredici sigle ma avesse solo una trentina di manifestanti. Mi stupisce un po’ di più che quello sia un monastero di clausura. So bene che la clausura non è quella di secoli fa, ma resto sempre un po’ basito quando mi rendo conto che le suore non sono “fuori dal mondo” bensì “separate dal mondo”…

Gli archivi vaticani di papa Pio XII

E così papa Francesco aprirà «alla consultazione dei ricercatori la documentazione archivistica attinente al pontificato di Pio XII». Ma lo farà tra un anno, con la scusa dell’ottantunesimo anniversario dell’elezione al soglio pontificio di papa Pacelli. Considerando che per quanto il tre sia un numero caro alla Chiesa cattolica non credo proprio che Bergoglio abbia pensato a scegliere una cifra tonda in base di numerazione 3, e soprattutto considerando che sarebbe più logico stabilire una data tonda dalla morte e non dall’elezione, diciamo che annunciare ora che tra un anno si permetterà l’accesso agli archivi dà tanto l’aria di avere bisogno di un po’ di tempo per verificare se si potrà desecretare proprio tutto.

Detto questo, non credo che in un modo o nell’altro ci saranno chissà quali nuove rivelazioni né in un senso né nell’altro. Pacelli, ricordo, è stato un “papa diplomatico”: prima di diventare segretario di Stato vaticano sotto il suo predecessore Pio XI era stato nunzio apostolico. Secondo voi un personaggio così salvava documenti che avrebbero potuto essere usati contro di lui? 🙂

Lorenzo Fontana, il ministro che evidentemente ci meritiamo


Lo sanno in tanti. I ministri dell’attuale governo non brillano certo per competenza: d’altra parte sono lo specchio del nostro elettorato. Però ci sono delle cose che io non riesco proprio a buttare giù.
Abbiamo questo Lorenzo Fontana che fa il “Ministro per la Famiglia e le Disabilità”, e già il concetto di dover avere un ministro della Famiglia non mi è per nulla comprensibile: ma facciamo finta che serva semplicemente per dare uno sgabellino in più, in fin dei conti è un ministero senza portafoglio. Lorenzo Fontana si professa cattolico, anzi cattolicissimo, e lo ricorda a ogni piè sospinto: contento lui. Essendo lui cattolico anzi cattolicissimo, si sente giustamente in diritto di spiegare la religione cattolica a una nazione che ha chiaramente perso le sue radici cristiane: così sabato a Pisa ha spiegato come mai il suo governo prevede che ci siano PRIMA GLI ITALIANI, chiosando:

«Ci accusano anche da ambienti cattolici ma la nostra azione politica sull’immigrazione si ispira al catechismo — ha detto Fontana — “Ama il prossimo tuo” ovvero in tua prossimità e per questo dobbiamo occuparci prima dei nostri poveri».

Ora, io immagino che il ministro Fontana non sia un filologo, e quindi non gli sia chiaro il versetto di Luca 10,29. Un dottore della legge, dopo aver recitato la parte dello Shemà “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso” e avendo avuta l’approvazione di Gesù, continua così:

Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è il mio prossimo?”.

Qui “giustificarsi” non significa “trovare una scusa” come al giorno d’oggi ma “farsi giusto”: insomma siamo in una classica discussione tra rabbi ebraici. Ma anche senza comprendere quella parola, il seguito dovrebbe essergli ben noto, come dovrebbe essere noto anche a chi cattolico non è ma vive in Europa. Come prosegue infatti Gesù? Con la parabola del Buon samaritano, dove “il prossimo” è proprio lo straniero. (E questo, aggiungo io, non è certo un caso: volenti e nolenti, è una scelta specifica per marcare una differenza con l’ebraismo)

Insomma, i casi sono due. O Lorenzo Fontana in tutti questi anni non è mai riuscito a capire cosa gli è stato detto al catechismo (occhei, sono buono, magari è che ha avuto una serie di catechisti che non erano in realtà cattolici), oppure lui lo sa benissimo ma sa anche benissimo che è l’italiano medio che non riesce a capirlo.

Papa Francesco e i siluri teologici

Papa Francesco è abituato a parlare molto a braccio quando è in aereo, dicendo spesso tutto e il contrario di tutto. Quindi non vale molto la pena discutere su quello che racconta: spesso sono cose che servono giusto per fare i titoloni sui giornali, come questo “Il Papa e l’aborto: «La misericordia è per tutti, anche per i bimbi»” che ho trovato sul Corriere di ieri (ma trovate le stesse frasi anche su Avvenire) grazie al mio amico Luciano. Luciano che ha specificato di leggere tutto l’articolo… perché la parte davvero importante è nascosta all’interno.

Prima Bergoglio, parlando dei preti sposati, afferma «la mia decisione è: il celibato opzionale prima del diaconato no. È una cosa mia, personale, io non la farò», e sembrerebbe una chiusura totale. Poi però si dilunga a citare padre Fritz Lobinger che ha proposto… non di ordinare sacerdoti degli uomini sposati, ma di dare loro solo il munus sanctificandi. Non essendo io un teologo non sapevo nulla di questa storia: cercando in giro ho scoperto che il sacerdozio dà tre “munera” (in italiano potremmo dire “funzioni” oppure “doni” a seconda di come li si vede): il munus regendi, quello docendi e quello sanctificandi. Il primo dà il diritto di governare (i fedeli); il secondo dà il diritto di insegnare; il terzo? dà il diritto di somministrare i sacramenti, come la confessione, l’estrema unzione e… la consacrazione nella messa.

Pensateci su un attimo. Un “vir probus”, o come diavolo verrebbe chiamato, non sarebbe un sacerdote e quindi il celibato dei preti non sarebbe formalmente toccato. Ma dal punto di vista del fedele medio l’unica differenza che forse vedrebbe è che userebbe paramenti messi in modo un po’ diverso: su queste cose Santa Romana Chiesa è attentissima, anche se i fedeli lo sono molto meno. (Sapete per esempio qual è la differenza tra come un diacono e un prete portano la stola?) Mi pare evidente, vista la specifica citazione di Lobinger, che Francesco sa perfettamente di che sta parlando, e ha cominciato a seminare il tutto facendo finta di doverci ancora pensare su. Attendetevi novità, insomma…

Ceresani, il riscaldamento globale e Satana

Occhei, fermiamoci un momento e prendiamo le parole di Cristiano Ceresani da un punto di vista specificatamente cattolico (altrimenti non c’è nemmeno da parlarne, mi pare ovvio)

Capisco che Ceresani abbia un libro da promuovere. Però c’è qualcosa di sbagliato nel suo ragionamento proprio da un punto di vista teologico. Certo, l’Apocalisse indica – in senso metaforico – che alla fine del tempo Satana arriverà per distruggere questo mondo; se Ceresani si fosse limitato a dire questo, e implicare che il riscaldamento globale è uno dei modi con cui Satana sta compiendo la sua opera, il discorso diventava puramente teologico – “ci credo / non ci credo”. Lui ha invece voluto mischiare il concetto “la colpa del riscaldamento globale è dell’uomo” con “l’uomo pecca perché il diavolo lo tenta” in modo da unire capra e cavoli e dire “è colpa di Satana”. Peccato che Giovanni l’Evangelista non parli proprio di uomini guidati da Satana: e dire che gli sarebbe stato facile. Come la mettiamo allora? Semplice: Ceresani è teologo più o meno quanto me.

San Paolo VI

Domenica scorsa, insieme a cinque altri ex-beati, sono stati canonizzati Oscar Romero e papa Paolo VI. Sul primo possiamo supporre che ci sia stata una forte spinta da parte di Bergoglio: la cosa più interessante è che quando fu nominato arcivescovo di San Salvador (ero già abbastanza grande per leggere e comprendere i giornali) si disse che la scelta era caduta su un reazionario per compiacere la giunta militare allora al potere, mentre invece il suo operato andò in direzione opposta: questo per ricordare come non sia sempre valido giudicare la religione dal punto di vista della politica.

Con Paolo VI, però, la politica è stata invece la linea guida. Il suo è stato il terzo pontificato di fila di diplomatici. Pio XII era stato segretario di Stato (il primo a diventare papa dal 1667!); Giovanni XXIII, anche se l’agiografia tende a dimenticarlo, fece praticamente tutta la sua carriera ecclesiastica come nunzio apostolico (leggi “diplomatico”, e quando a fine 1944 si dovette cercare in tutta fretta un nunzio in Francia per evitare che il capo formale della diplomazia straniera fosse l’ambasciatore russo, Pacelli scelse quel piccolo tracagnotto per metterlo di fronte a De Gaulle. Anche Montini è ricordato come arcivescovo di Milano – in effetti l’usanza moderna è che un papa abbia anche fatto l’arcivescovo, “per conoscere il lavoro di prete”: persino Ratzinger lo è stato a Monaco – ma in realtà la sua carriera ecclesiastica è stata come pro-segretario di Stato: Pacelli non aveva voluto lasciare il posto di segretario a nessun altro 🙂 Fu appunto Roncalli a mandarlo a Milano e renderlo contemporaneamente cardinale nella prima infornata utile, prevedendo e fors’anche facilitando un radioso futuro.

Il grande problema di un politico in momenti turbinosi è che è molto facile scontentare tutti nel cercare di mantenere la barra dritta. E visto che Montini non era una banderuola che cercava il favore del pubblico, è stato ed è ancora oggi attaccato da “sinistra” e “destra”; da un lato per esempio per la Humanae Vitae, dove mise un pratica un veto sul pronunciamento (maggioritario anche se non plebiscitario) dei vescovi, dall’altro per la messa in lingua nazionale, che secondo il Concilio sarebbe dovuta essere “sperimentale” e invece è immediatamente diventata la norma. Secondo me quello che l’ha fregato, almeno agli occhi degli uomini, è stato il suo non essere un simpaticone: un po’ come Ratzinger, che è un altro che secondo me è stato visto come un pessimo papa perché non era quello il lavoro che gli piaceva fare… e lo si è visto quando si è dimesso. Detto tutto questo, ritengo però che la sua santificazione sia molto importante proprio per questo: bisogna essere davvero bravi per portare avanti la baracca.

Sì, lo so che i criteri ufficiali per la santificazione sono altri. Ma io ho sempre amato vedere le cose in maniera più umana 🙂

e non indurci in tentazione

La preghiera del Padre nostro in latino recita verso la fine “et ne nos inducas in tentationem” (continuando con “sed libera nos a malo”, dove ricordo che non si parla della mela di Adamo ma del male). Considerando il ruolo centrale della preghiera nel cristianesimo, non v’è dubbio che ci sono stati millenni di dubbi su una frase che in italiano era stata resa con “e non indurci in tentazione”. Come? Dio che è così buono si diverte a farci tentare? (Beh, sì, basta leggere il libro di Giobbe)

Dieci anni fa la traduzione italiana CEI della Bibbia aveva rotto gli indugi e ritradotto quella frase come “e non abbandondarci alla tentazione”: ne avevo parlato qui sulle Notiziole che ormai hanno un archivio di una certa importanza personale. Leggo ora da Sandro Magister che i vescovi italiani si riuniranno a novembre per decidere se cambiare la formula recitata o cantata a messa. Magister, che vuole tanto, tanto bene a questo papa, scrive che Francesco dice la versione attuale è “non buona” e vorrebbe quella riformata, ma allo stesso tempo fa scrivere su Civiltà cattolica (“rivista diretta dal gesuita intimo di Francesco, Antonio Spadaro”) a un biblista anch’egli gesuita una traduzione completamente diversa. Secondo Pietro Bovati, infatti, il greco peirasmos (πειρασμός) è più una “prova” (vox media, senza una connotazione negativa specifica) che una tentazione; insomma bisognerebbe tradurre “Non metterci alla prova”.

Io non sono certo un teologo, né tanto meno un grecista. Posso a fatica trattare di latino, e al più aggiungere un riferimento protestante: la Riveduta del 1924 di Luzzi scrive “non esporci alla tentazione”, mentre la Traduzione Interconfessionale in Lingua Corrente sceglie “fa’ che non cadiamo nella tentazione”, lavorando sul verbo eisfero (εισφέρω) e non sul sostantivo. Tra le proposte evangeliche leggo anche un “non farci entrare nella prova” che se da un lato riprende il testo di Bovati risulta dall’altro piuttosto incomprensibile. Una cosa però la posso dire.

Magister termina dicendo

[…] un’ultima avvertenza, di carattere musicale. Le parole: “E non metterci alla prova” si adatterebbero alla perfezione alla melodia classica del “Padre nostro” cantato. Cosa impossibile, invece, per il macchinoso “E non abbandonarci nella tentazione” che è in pericolo d’essere approvato.

Ora, se vi mettete a contare le sillabe scoprirete che “e nòn indùrci / in téntaziòne” è un doppio quinario, mentre “e non métterci / àlla pròva” è un doppio quadrisillabo, con il primo verso per di più sdrucciolo. Come fa a dire che si adatterebbero alla perfezione?

#osservatorioMagister

Ognuno ha i suoi divertimenti, e io leggo sempre quello che il vaticanista Sandro Magister scrive nel suo blog sull’Espresso (una volta aveva anche una rubrica, ma mi sa che poi Scalfari abbia costretto gli attuali vertici a farlo fuori 🙂 )

Non è un segreto per nessuno che Magister non sia un grande estimatore di papa Francesco (e neppure di Giovanni Paolo II, a dirla tutta); con Benedetto XVI andava meglio, anche se a mio parere non ha ancora digerito il fatto che si sia dimesso. Ma ogni tanto la sua crociata diventa buffa. Oggi si è lamentato perché Francesco ha cazziato pubblicamente il cardinale Sarah. Il tema del contendere sono le traduzioni dei testi liturgici ecclesiastici nelle varie lingue, una insomma di quelle pessime cose uscite fuori cinquant’anni fa perché i cattolici hanno voluto seguire quell’eretico di Martin Lutero. Francesco ha scritto che le varie conferenze episcopali nazionali preparano le traduzioni, e poi ci sono “recognitio” (revisione) degli adattamenti e “confirmatio” (conferma) delle traduzioni. Sarah, come capo (prefetto) della congregazione per il culto divino ha commentato “no, revisioniamo tutto qui in curia” e Francesco ha controcommentato “se ho usato due termini diversi è perché sono due cose diverse”.

Fin qua nulla di strano, ma il bello è che l’articolo inizia con uno dei leit motiv di Magister, che cioè «Quando Francesco vuole introdurre delle novità, non lo fa mai con parole chiare e distinte. Preferisce far nascere discussioni, mettere in moto “processi”, dentro i quali le novità man mano si affermino» e poi «quando gli si chiede di fare chiarezza, egli rifiuta». Quando invece fa chiarezza non gli va comunque bene… Dev’essere dura la vita di uno che vuole certezze certissime.