sondaggi e pubblicità

Google Rewards è un’app che gira sotto Android che ti offre qualche centesimo da usare su Google Play quando rispondi ai sondaggi che ogni tanto ti invia. L’idea – dal lato delle aziende che si affidano a Google per i loro sondaggi, intendo – non è stupida: il costo di una campagna sondaggi non è banale, e mentre è vero che chi installa quell’app non è un campione statisticamente bilanciato della popolazione, potrebbe però essere un campione interessante per esempio per un venditore.

Vabbè, tutta questa introduzione per segnalarvi che mercoledì ho guadagnato ben 13 centesimi rispondendo a un sondaggio composto da una sola domanda: “cosa vi ricorda questo disegno?” (Due mani intrecciate, una il negativo dell’altra, alla Escher). Visto che la risposta “Escher” non c’era, ho scelto “digestione”: se avete la mia età vi ricordate sicuramente di questo. Mi chiedo solo se la Marco Antonetto vuole rientrare sul mercato con il marchio storico :-)

Joe Cocker e Albano

Ieri sera, tra le 20:24 e le 21:06, la voce di Wikipedia su Joe Cocker riportava la seguente affermazione: «A Woodstock canta anche una cover di Albano Carrisi, “L’oro del mondo”, in italiano.» Questa modifica è stata fatta da un utente, tale “Saverio bonfatti”, che si è iscritto solo e unicamente per scrivere quella frase.

Stavolta ci sono cascati solo un paio di siti (fate una ricerca e li trovate), nonostante quella frase non stia in piedi: non è che un inglese canti “una cover in italiano”, o canta un brano in italiano oppure canta una cover in inglese. Ma resta il fatto che nessuna persona con un minimo di sale in zucca, se deve scrivere un coccodrillo, dovrebbe prendere l’ultima versione di una voce: molto meglio la revisione del giorno prima…

clickbait: arriva anche Repubblica.it

[chissenefrega] Quello che vedete qui a sinistra (per chi non vede le immagini, il testo è «Lo ‘sballo’ del reporter: la droga va a fuoco, lui la respira e…») è un classico caso di clickbait: una (non-)notizia che non interesserebbe praticamente nessuno, ma viene scritta come esca (bait) in modo tale da invitare il lettore a cliccarci su, e far così partire un po’ di pubblicità. Tra l’altro questo è un link a un video, quindi probabilmente la pubblicità è inserita direttamente nel video e non si può dunque eliminare.

Giornali come Libero sono esperti nel clickbait, ne scrivevo qui. Vedere che la deriva sta raggiungendo anche Repubblica è davvero triste.

Joe Cocker

Non so se sia vero che sia morto per cancro ai polmoni (la BBC non specifica, almeno mentre sto scrivendo) ma nessuno si stupirebbe troppo della cosa. Chi ha qualche anno meno di me si ricorderà di 9 settimane e mezzo e “You Can Leave Your Hat On”, ma per la mia generazione il gassista dello Yorkshire è indissolubilmente legato alle sue cover delle canzoni dei Beatles, partendo naturalmente da “With a Little Help from My Friends” che semplicemente rivoltò (e non sto scherzando: per dire, Ringo la canta in 4/4 mentre Cocker la cantava in 3/4, quello che teoricamente è un tempo di valzer…) Leggende metropolitane affermano che ai tempi avrebbe voluto fare una cover di “Oh Darling!” ma Paul, timoroso che la sua versione soul venisse messa in secondo piano, gli lasciò un mezzo brano come “She Came in Through the Bathroom Window”, con questo risultato. Cocker è stato uno dei pochissimi a fare cover beatlesiane paragonabili agli originali, e chi sa quanto io sia beatlesiano dentro può immaginare quanto io stimassi il suo stile.

_Anche meno_ (libro)

[copertina] Stefano Bartezzaghi è sempre stato un attento osservatore della “lingua italiana pratica”, quella insomma che viene (ab)usata ogni giorno: nelle sue rubriche non si contano gli esempi di quelle che chiama frasi matte, più o meno volute. In questo libro (Stefano Bartezzaghi, Anche meno : Viaggio nell’italiano low cost, Mondadori 2013, pag. 208, € 17, ISBN 978-88-04-63358-7) però entra in prima persona nel tema: non nel senso di presentare i suoi malapropismi (toh, ho scoperto che la parola non è attestata sul De Mauro…) quanto nel raccontare come lui vede cosa succede con la nostra lingua. Tenete presente che Bartezzaghi non è affatto un prescrittivista: possono non piacergli certi costrutti, ma il suo principio è che una volta che sono tanti a usarli essi entrano a far parte della lingua, e da lì non ne escono più. C’è un punto in cui racconta del perché i vocabolari guardano sempre all’indietro che spiega più di tante altre cose come si evolve la lingua…
Il libro è divertente, ma non è quello il suo pregio principale: come dicevo sopra, la cosa che mi è piaciuta di più è stato il rivedere piccoli e grandi tic linguistici sotto una luce nuova e soprattutto unitaria. Credo che chiunque ami le parole dovrebbe almeno dare un’occhiata al testo!

Ovuli brevettabili

Leggendo solo quanto riportato dai quotidiani, non sono certo del significato esatto della frase con cui un ovulo umano manipolato ma non fecondato è stato ritenuto brevettabile: “Il solo fatto che un ovulo umano attivato per partenogenesi inizi un processo di sviluppo non è sufficiente per considerarlo un embrione”. Se la definizione di embrione è “ovulo fecondato”, infatti, nulla vieta almeno in teoria di creare un esercito di amazzoni clonate che tecnicamente sono di proprietà della multinazionale che le ha “costruite”. Una trama interessante per un libro di fantascienza, non trovate?

(non ho letto commenti ufficiali dal Vaticano: però secondo me dovrebbe lottare per la non brevettabilità delle parti del corpo umano. Per come è fatto oggi il mondo, se non ci si può fare soldi saranno ben in pochi a lavorare sul tema)

Io e Tre

A metà settembre ricevo un avviso di raccomandata non consegnata (non da Posteitaliane, ma da uno dei millanta operatori di dopo la liberalizazione. Vado a ritirare la raccomandata, e scopro che è inviata da una società di recupero crediti di Tre Italia, che mi intima di pagare 650 euro circa di traffico telefonico. Mi attacco al telefono e scopro che a ottobre 2013 (cioè undici mesi prima dell’unica comunicazione da me ricevuta) qualcuno ha preso tre utenze telefoniche dando i miei dati anagrafici. La prima cosa che faccio è andare in commissariato, sporgere denuncia di furto d’identità e inviare denuncia e tutto a loro, chiedendo nel contempo di avere accesso ai miei “dati personali” in loro possesso (chi ha fatto questi abbonamenti avrà bene dovuto firmare qualcosa, no?)

Ieri (cioè tre mesi dopo il primo scambio) mi telefonano direttamente da Tre. Ripeto tutta la storia, e il tipo mi fa “ma non le hanno dato un numero di Tre da contattare?” Io “no, ho mandato la documentazione via raccomandata all’indirizzo indicato nella missiva da me ricevuta, e ho anticipato il tutto per fax”. “Eh no, deve chiamare questo numero verde”. Poi aggiunge “Nella richiesta di attivazione è indicato un conto corrente che finisce per xyz. È il suo?” (No, ovviamente non è il mio: che domande). A questo giro mi hanno dato un altro numero di fax a cui spedire la domanda ufficiale di disconoscimento (“Guardi che ci sono delle conseguenze penali se dichiara il falso!” Se vi ho detto che ho sporto denuncia, volete che non sappia che se ho detto il falso la polizia non ci mette nulla ad arrivare da me?).

Ricapitolando: Tre ha fatto delle attivazioni di numero (due prepagati e un abbonamento) senza avere un documento d’identità ma solo una serie di dati. Questi dati comprendevano un numero di conto corrente probabilmente inesistente. Ci hanno messo undici mesi ad accorgersi della cosa. (L’alternativa è che per i primi mesi abbiano pagato e poi abbiano chiuso il conto: improbabile). Quando gli arriva una roba ufficiale di risposta, manco sanno dove metterla e ci mettono tre mesi per accorgersene. Bene. Pensate a cosa sarebbe successo se quelle utenze telefoniche fossero state intercettate in chissà quale inchiesta – che poi magari lo sono state ma l’inchiesta è ancora in corso e quindi non ne so nulla. Bello, vero?

Ah: no, non mi hanno mai detto quali sono i miei dati personali in loro possesso.

Aggiornamento: (19 dicembre) Mi è arrivata comunicazione – telefonica e per email – che “la segnalazione di disconoscimento […] e’ stata gestita con successo”. Speremm.