Adinolfi: zero voti

Da lunedì scorso gira questo screenshot (vero) sui risultati elettorali nel comune di Ventotene, dove Mario Adinolfi ha preso 0 (zero) voti) come candidato sindaco.
A me importuntubo delle dichiarazioni del suddetto Adinolfi, che ha twittato (copia archiviata): «(Ho provato a forzare modalità paramafiose del voto nei piccoli centri meridionali. Ho perso. La democrazia funziona anche così. Ma mi ricandiderò a Ventotene e la cambierò, perché il cambiamento è necessario come l’aria)». Quello è al più un problema dei cittadini di Ventotene. Quello che invece mi stupisce è come il Popolo della Famiglia sia riuscito a presentare le liste. Sono andato a vedere sul sito del ministero le norme per le amministrative, con relativo aggiornamento. Ho così scoperto che nei comuni sotto i 1000 abitanti non occorre avere qualcuno che presenti le liste, perché «sono gli stessi candidati che assumono, di fatto, la veste di presentatori delle singole liste attraverso l’accettazione della propria candidatura». Fin qua direi nulla di male. Però il punto 1.4 del primo documento afferma che «i presentatori delle liste dei candidati [devono essere] iscritti nelle liste elettorali del comune in cui si svolgono le elezioni». Quindi tecnicamente si direbbe che gli almeno sette candidati della lista (Tabella 1) dovevano essere iscritti alle liste elettorali di Ventotene: ma a quanto pare non è così. Mistero.

Per par condicio: la stessa cosa vale naturalmente per Luca Vittori e il suo “Partito gay, Lgbt+, solidale, ambientalista, liberale” che si è preso 1 (un) voto. Il vantaggio è che almeno lui non mi pare abbia twittato in giro :-)

le cancelliamo, queste strisce ciclabili?

Ieri c’erano le assemblee cittadine della mia azienda alla Camera del Lavoro, e avendo il cappellino RSU ho presenziato sia a quella del mattino che a quella pomeridiana. Questo è significato fare quattro pedalate sul percorso viale Monza – corso Buenos Aires – corso Venezia – via Senato e ritorno, a varie ore tra metà mattina e metà pomeriggio. Risultato? Una serie di slalom per evitare tutte le auto, i furgoni, i pullman parcheggiati sulla corsia ciclabile.

Io non sono un talebano della mobilità ciclistica. Ho pedalato per decenni in mezzo al traffico e ci sono abituato. Però i casi sono due: o il comune di Milano si decide una volta per tutte a usare qualche pattuglia di vigili per multare questa gente, e lo fa tutti i santi giorni, oppure prende un po’ di vernice nera, elimina queste corsie ciclabili, e amici come prima.

Ah sì, ci sono stati i referendum

Avevo previsto un’affluenza del 20%: non ci sono andato poi così lontano. D’altra parte io ho votato alle 22:10, e l’affluenza alle 21 nel mio seggio era del 19,33%. Sì, qualcuno era entrato persino dopo di me, ma non c’erano certo resse ai seggi, nonostante cinque schede da compilare.

Ma in fin dei conti di questi referendum se ne è parlato così poco che c’è subito stato chi ha tuonato perché 500000 firme per presentarli sono poche, senza nemmeno sapere che ufficialmente il referendum è stato richiesto da nove consigli regionali. Per il resto, che aggiungere? Nulla, direi.

Quizzino della domenica: la piazza di Dominosa

A Marostica hanno la piazza coperta da un’enorme scacchiera? Bene, la cittadina californiana di Dominosa non vuole essere di meno, e il consiglio comunale ha pensato che avrebbe potuto piastrellare la loro piazza con enormi tessere del domino. L’artista Double-O è stato subito ingaggiato e ha preparato un insieme di 28 gigantesche tessere del domino di 10×20 piedi. Solo che arrivato a Dominosa si è accorto che la piazza non era di dimensioni 80×70 come immaginava, ma 70×70. Piuttosto che spaccare una tessera a metà, Double-O pensò bene di mettere al centro della piazza una fontanella e riempire il resto della piazza con le tessere; ne avanzarono 4, che vendette poi come NFT (Non Fitting Tiles) guadagnando addirittura più dell’onorario per il suo lavoro.
In figura vedete la pavimentazione della piazza; riuscite a scoprire quali sono le tessere mancanti, e a indicare dove sono collocate le altre?

[la piazza di Dominosa]
(trovate un aiutino sul mio sito, alla pagina http://xmau.com/quizzini/p590.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Problema di Zoe Mensch su New Scientist.)


Come costruire un alieno

Marco Ferrari è una garanzia. Non fidatevi quando si schermisce e dice di non essere poi chissà quale esperto: potete essere certi che il testo che leggerete non è solo scientificamente corretto, ma anche piacevole, oltre che istruttivo. Ma cosa vuol dire “costruire un alieno”? Semplice, si fa per dire. L’evoluzione ci ha fatti diventare (non solo noi, ma la biosfera tutta) quello che siamo: ma quanta parte dello sviluppo della vita potrebbe essere per così dire inevitabile e quanta invece il frutto del caso? Ferrari, tralasciando di solito concetti come la vita basata sul silicio per i quali abbiamo troppi pochi dati per fare ipotesi che non siano del tutto campate in aria (“Potevamo stupirvi con gli effetti speciali: ma questa è scienza, non fantascienza!”) fa una storia di come la vita è apparsa e si è sviluppata sull’unico pianeta che abbiamo a disposizione, e a ogni passo mostra come un cambiamento delle condizioni di base porterebbe a una linea evolutiva del tutto diversa.
Tra le righe ci fa anche vedere come cose che diamo per scontate non lo sono affatto: per esempio, la fotosintesi è inizialmente stata una strage: le reazioni chimiche che usano la luce del sole sono molto più performanti, ma l’ossigeno prodotto era un veleno per gli organismi allora esistenti. In effetti gli alieni sono già tra noi, in un certo senso: esistono ancora microgranismi che sono fossili viventi, rimasti in luoghi praticamente inaccessibili: Ferrari ce ne parla a lungo, mostrando come l’evoluzione sia qualcosa di molto diverso dalle storielle che di solito ci sentiamo dire.
In definitiva un libro da leggere attentamente e con gusto, per avere un punto di vista finalmente un poco “alieno”…

(Marco Ferrari, Come costruire un alieno : Ipotesi di biologia extraterrestre, Codice 2021, pag. 256, € 17, ISBN 9788875789374)

Voto: 5/5

Leroy Merlin, parte 2


(segue da qui).

Il mio messaggio di dieci giorni fa continua a non avere risposta. La nostra sortita di domenica a Caponago, idem. Però c’è sempre l’opzione social media: in effetti, dopo avere scritto su Twitter e avuto uno scambio di messaggi precotti, ieri mattina qualcosa si è mosso, e l’ordine è arrivato dal corriere. Solo che il numero di telefono indicato nell’ordine – numero che non si può modificare – è quello di Anna, che oggi teneva un’aula di formazione e quindi non poteva guardare il telefono. Quindi è stato spedito un messaggio URGENTE (adesso hanno così fretta) chiedendo di contattare il servizio assistenza Leroy Merlin. Ricordate quello che avevo scritto l’altro giorno a proposito del loro servizio? Ecco.

Piano nazionale di digitalizzazione del patrimonio culturale

Fino al 15 giugno il Ministero della Cultura (MIC) ha indetto una consultazione pubblica sul Piano nazionale di digitalizzazione del patrimonio culturale:

la visione strategica con la quale il Ministero intende promuovere e organizzare il processo di trasformazione digitale nel quinquennio 2022-2026, rivolgendosi in prima istanza ai musei, agli archivi, alle biblioteche, agli istituti centrali e ai luoghi delle cultura statali che possiedono, tutelano, gestiscono e valorizzano beni culturali.

Ho letto le linee guida per la circolazione e il riuso delle immagini, e ho capito che la linea del MIC – “cacciateci i soldi” – non è cambiata di una iota. La cosa peggiore è che il piano pare essere un patchwork: le sue premesse sono assolutamente condivisibili, ma nella fase di assemblaggio qualcuno ha ben pensato di disattendere tali premesse per una presunta capacità di ottenere ricavi.

Tanto per essere chiari: non c’è nulla di male se il MIC vuole creare e vendere degli NFT a partire dalle opere che ha in cura. Io non riesco a capire perché uno vorrebbe mai avere un NFT, ma è evidente che c’è gente che invece li vuole; e allora che li si faccia e li si venda. Tanto quelli sono per definizione entità non copiabili, o se preferite uniche. I problemi sono altri. Per esempio,l’avere un sistema NC (non commerciale) per default sui contenuti in pubblico dominio, cosa che è incompatibile con i progetti Wikimedia e OpenStreetMap. Il tutto con una “licenza” (non lo è, e anche nelle linee guida la cosa viene rimarcata) “MIC Standard” che porterà a risultati parossistici. Mi spiego meglio. Se qualcuno chessò negli USA pubblica una traduzione non autorizzata del mio Matematica in pausa caffè, il titolare dei diritti (Codice Edizioni) può contattare le autorità statunitensi, bloccare la vendita e citare a giudizio il malcapitato editore. Questo perché le leggi sul diritto d’autore sono state (più o meno) armonizzate in tutto il mondo, e quindi i diritti di sfruttamento economico sono tutelati ovunque. Ma se lo stesso qualcuno usa commercialmente un’immagine del Colosseo con l’etichetta – esplicita o implicita – “MIC Standard”, il ministro può strillare quanto vuole ma non succederà nulla, perché dal punto di vista delle autorità USA quell’immagine è nel pubblico dominio. Insomma, gli unici eventuali guadagni arriverebbero dai nostri compatrioti, mentre all’estero potrebbero fare quello che vogliono.

Per quanto riguarda Wikipedia Commons, c’è persino una citazione esplicita:

Il download di riproduzioni di beni culturali pubblicati in siti web di terze parti non è sotto il controllo dell’ente pubblico che ha in consegna i beni (ad es. le immagini di beni culturali scaricabili da Wikimedia Commons, realizzate “liberamente” dai contributori con mezzi propri per fini di libera manifestazione del pensiero e attività creativa, e quindi nella piena legittimità del Codice dei beni culturali). Rimane nelle competenze dell’istituto culturale l’applicazione di corrispettivi per i successivi usi commerciali delle riproduzioni pubblicate da terze parti.

Rileggete questa frase. Ve la traduco in italiano corrente: Wikimedia Commons viene trattata alla stregua di una vetrina pubblicitaria dove l’unico lavoro da parte dello stato è farsi dare i soldi da chi prende da lì del materiale. Come forse immaginate, non è che la cosa ci piaccia più di tanto…

Ah: al MIC non piace proprio la CC0, la licenza che formalizza il rilascio di un oggetto o un’informazione nel pubblico dominio. Infatti (grassetto mio) si legge che

l’uso di dati e riproduzioni digitali del patrimonio culturale per finalità di studio, ricerca, libera manifestazione del pensiero o espressione creativa, promozione della conoscenza, che non abbiano scopo di lucro diretto è libero per legge;

Quindi anche i metadati – a differenza per esempio di Wikidata, dove tutti gli elementi presenti hanno licenza CC0 – sono sotto una licenza di tipo NC. La digitalizzazione dei metadati è insomma qualcosa che si può fare solo per offrirlo poi gentilmente al MIC che sicuramente ci farà tanti soldi. Che gioia, vero?