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matematto non praticante

I gradi sono tanti, milioni di milioni

Se leggete questo articolo della Stampa, non trovate nulla di particolare, a parte la chiosa “vuoi vedere che i Magi finirono attratti proprio da questa, e non dalla Cometa di Halley?” che non ha un grande senso (la cometa di Halley passò nel 12 a.C., quindi ben prima delle date possibili per la nascita di Cristo). Del resto, l’ipotesi di una congiunzione stellare e non di una cometa c’era già quando ero ragazzo io. Anche dire “Ma il fenomeno si potrà osservare con in mano il telescopio giusto” è un po’ fuorviante: qui a Milano secondo me non si vede nulla in ogni caso, ma in un posto con meno inquinamento luminoso basta l’occhio nudo per accorgersi dei due pianeti vicini.

Ma come mi ha segnalato Fernando Fiorenzano, questa non era la versione iniziale dell’articolo, che potete trovare su Web Archive. Le differenze? Principalmente due. La prima è che non era indicato da nessuna parte che il post era una scopiazzatura, ehm, ripresa del lancio di agenzia AGI, che oggettivamente era fatta molto meglio; la seconda è che l’ignoto estensore, per mostrare che c’era anche farina del suo sacco, ha aggiunto la frase «inezia tra le migliaia di milioni di miliardi di trilioni di gradi per i quali spazia la nostra capacità di scrutare l’immensità». Forse sono un po’ tanti, non trovate? (E anche immaginando che l’ignoto estensore abbia fatto confusione con le distanze intergalattiche, forse bisognerebbe ricordargli che i pianeti si trovano tutt’al più a qualche miliardo di chilometri di distanza tra di loro…)

Ma a parte i pensieri piuttosto confusi, quello che trovo inqualificabile è che questi articoli vengano modificati silenziosamente, senza nemmeno una frasetta tipo “in una versione precedente dell’articolo era stata inserito un valore errato” che non dice nulla se non la correttezza degli editor. Chissa se tra migliaia di milioni di miliardi di trilioni di modifiche ce ne sarà mai qualcuna evidenziata…

Quizzino della domenica: Catena di domino

Le tessere del domino sono composte da due numeri affiancati, compresi tra 0 e 6. Nel gioco occorre formare una catena dove due tessere possono essere unite solo quando hanno lo stesso numero sui due lati.
Nella figura qui sotto vedete una catena con sette tessere, unite secondo le regole del domino; la cosa interessante è che la somma S dei valori nelle due righe e nelle due colonne è sempre la stessa. Sapete trovare qual è la catena?


i pezzi del domino

(trovate un aiutino sul mio sito, alla pagina http://xmau.com/quizzini/p488.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Problema tratto da Louis Thépault, Le chat à six pattes et autres casse-tête.)

The Thrilling Adventures of Lovelace and Babbage (libro)

copertina [Nota: è appena uscita la traduzione italiana, Le mirabolanti avventure di Lovelace e Babbage, tradotta dalla mia amica Marta Maria Casetti. Ma io avevo comprato un anno e mezzo fa l’edizione inglese e ho sfruttato l’occasione per toglierla dallo scaffale e leggerla] Charles Babbage e Ada Lovelace sembrerebbero due personaggi dei fumetti, e infatti Sidney Padua aveva disegnato una breve storia per un Ada Lovelace Day. Ma da cosa nasce cosa, e alla fine è uscito fuori un libro intero (Sidney Padua, The Thrilling Adventures of Lovelace and Babbage : The (Mostly) True Story of the First Computer, Penguin 2016 [2015], pag. 320, Lst 13,99, ISBN 9780141981536). Solo che la storia reale è breve e triste. Ma Padua è fuori come un balcone, e così si è messa a creare un “pocket universe” dove l’Analytic Engine è stato effettivamente costruito e Ada non è morta giovane di cancro, ma ha continuato a lavorare con Babbage, partecipando a mirabolanti avventure dove troviamo di tutto, da Coleridge a George Eliot, da George Boole a Lewis Carroll. Ma questo non sarebbe ancora nulla: in un turbinio di note a piè di pagina e note alla fine del capitolo, Padua spiega per filo e per segno quali sono le sue fonti – molte frasi pronunciate dai protagonisti sono effettivamente loro – e giustifica i suoi anacronismi che nascono per esigenze umoristiche ma non sono mai così lontani dalla realtà da essere del tutto implausibili. Il libro insomma non è solo da gustare per i disegni, ma da leggere da cima a fondo. Imprescindibile.

Pietro Greco

In rete ognuno ha la bolla che si è costruito: la mia bolla oggi sta piangendo l’improvvisa morte di Pietro Greco. Conobbi Pietro nel 2016: l’editore Franco Angeli aveva lanciato una nuova collana di libri di scienza, e in occasione di BookCity aveva organizzato un panel dove abbiamo partecipato entrambi; io come il solito cyaltrone, e lui come giornalista e divulgatore scientifico. Scherzando, diceva che uno dei libri presentati, In viaggio con π, era in fin dei conti “roba sua”: non si chiamava forse P.Greco? (in effetti aveva appena pubblicato Storia di pi greco per Carocci…)

Ma sono state tantissime le cose che ha fatto nel campo della divulgazione. Io lo sentivo spesso a Radio3 Scienza con i suoi Gettoni di scienza; altri l’avranno conosciuto al master di comunicazione scientifica della Sissa di cui è stato condirettore, o nelle mille altre occasioni in cui partecipava a un convegno; oppure avrà letto uno dei suoi trenta e più libri. Neanche un mese fa ho recensito Homo, il suo penultimo libro – ho scoperto che ne aveva già scritto un altro sulla fisica quantistica. Quando l’editore mi ha chiesto se ero interessato a scrivere qualcosa sul libro, ho subito accettato sulla fiducia, sapendo che ci avrei trovato tantissime cose interessanti.

Oltre a tutto questo, Greco era una persona davvero gentile e alla mano, nonostante la sua cultura a tutto campo. È per quello che probabilmente non ha mai avuto la fama che si sarebbe meritato; ormai se non sbraiti in tivvù il grande pubblico non saprà mai nulla di te. Che la terra gli sia lieve.

Le smart features in Google

In questi giorni, se usate Gmail, vi è sicuramente arrivato il popup mostrato qui, che vi chiede se volete usare le “smart feature”. Se gentilmente declinate l’invito, vi arriva una seconda pagina in cui Page&Brin vi chiedono se siete proprio certi di non volere le imperdibili migliorie; confermando il “no grazie”, su Gmail vi appare ancora un invito ad accettarle. (Chiudendo quella finestra per ora sembra terminare lo spam).

La mia più che trentennale esperienza mi permette di dire che quando ci viene chiesto con tanta insistenza qualcosa ci sono due forze in gioco: chi lo fa è obbligato a chiedercelo, e gradirebbe che non lo facessimo. Il blog di Google ha un post dove dice fondamentalmente che tutte queste cose le si poteva già fare (vero: io per esempio avevo tolto le etichette personalizzate). Ma quando io leggo una frase come «That’s why our engineers at the Google Safety Engineering Center in Europe developed Privacy Checkup» so che c’è stato un obbligo dell’Unione Europea: in questo caso direi la direttiva ePrivacy, secondo quello che afferma in una notizia correlata la BBC.

Qualcuno ha mica un bignami di quello che fa? E come mai non ho letto nulla sull’italica stampa?

Problemi di connessione OTA?

L’altra sera do un’occhiata alla sveglia, uno di quei modelli Lidl che si connette automaticamente Over The Air con Francoforte per restare sincronizzata, e noto che invece che le 10 di sera indica le 5 del mattino (di un mese e due giorni fa). La reimposto manualmente, e scopro che in effetti anche l’anno non è corretto, ma segna… il 2083.

A parte congratularmi con chi ha pensato uno standard pensato per durare quasi un secolo, mi chiedo come mai lo standard in questione non ha pensato a fare una codifica un po’ più robusta del segnale per verificare localmente di avere ricevuto correttamente i dati…

sempre sul mancato lockdown

Vorrei fare una precisazione sulla mia lamentazione di domenica scorsa. È ovvio che tutte le persone in giro ne avevano pieno diritto. (Non avevano diritto di camminare con la mascherina abbassata, ma quella è una storia collaterale). Il punto è un po’ diverso. Io non mi aspetto che l’italiano medio – ma nemmeno il tedesco medio, se per questo – pensi alle conseguenze delle sue azioni e quindi agisca per ridurre il rischio globale. Pertanto mi aspetto che sia il legislatore a fare in modo che l’italiano medio sia costretto a farlo, esattamente come Angela Merkel ha fatto in modo che il tedesco medio lo faccia. Non si vuole farlo? Si ritiene preferibile avere qualche morto in più ma salvare lo shopping natalizio? Nema problema. Basta appunto dirlo chiaramente e non lamentarsi dopo.

Le tante vite dell’archivio storico della Stampa


Tra le tante vittime che la fine di Adobe Flash sta mietendo, c’è anche l’archivio storico della Stampa. Il sito, che conteneva tutti i numeri del quotidiano dal 1867 al 2005, aveva infatti un’interfaccia Flash, e da oggi non è “disponibile a causa di prolungate attività di manutenzione.” Di per sé le pagine erano state distribuite in formato JPEG; ma il problema, come aveva scritto Mario Tedeschini Lalli, era che non si capiva bene chi stia effettivamente gestendo il sito, tra fallimenti vari degli enti preposti.

Ieri sulla Stampa è apparso un articolo più o meno rassicurante: la regione Piemonte si è assunta l’onere di far rifare l’interfaccia al CSI, e in due mesi si dovrebbe tornare ad avere a disposizione l’archivio. Perché dico “più o meno rassicurante”? Semplice: perché c’è scritto che l’archivio «sarà aggiornato con le ultime versioni degli applicativi di lettura e protetto con nuovi sistemi antintrusione» (grassetto mio). Perché servono sistemi antintrusione? Non ne ho la più pallida idea, come non ho idea se il CSI userà software libero o un’interfaccia proprietaria per la visualizzazione, se il materiale sarà conforme agli standard aperti internazionali – il che permetterebbe di rientrare nelle collezioni di Europeana con gli altri significativi progetti europei, pur se Europeana non è molto considerata dal nostro ministro Franceschini. Spero inoltre che l’interfaccia sarà accessibie e l’OCR, quando presente, sarà disponibile ai non vedenti. Insomma tutte le cose che oramai ci si aspetta da un archivo di questa importanza.

Quello che però so è che fortunatamente le scansioni delle singole pagine dei giornali sono state rilasciate secondo una licenza Creative Commons, per la precisione la CC-by-nc-nd-it 2.5 che permette l’uso non commerciale e senza creare opere derivate indicando l’autore originale. Questo significa che per esempio non possono stare su Wikipedia, dove tutto il materiale può anche essere riusato commercialmente; ma che possono essere salvati da qualcun altro. Ecco dunque che gli amici di Internet Archive hanno scaricato l’archivio – è quasi un TB – e stanno lentamente mettendolo a disposizione. Tra l’altro vedo un vantaggio: a questo punto sarà possibile anche migliorare manualmente i risultati dell’OCR, che vi assicuro essere problematico con copie di cento e più anni fa. Un lavoro costosissimo, ma che potrà essere man mano fatto da chi è interessato a qualche articolo specifico. Non è una cosa bellissima?

Aggiornamento: (16 dicembre) È ora presente su Internet Archive anche la collezione relativa.