Il software delle casse automatiche Esselunga

Ieri ho fatto un miniacquisto all’Esselunga, visto che ormai siamo in fase 3, e sono andato a pagare alle casse automatiche. Qualcosa nel tempo l’ho imparato: quando seleziono il pagamento con Satispay, la schermata rimane stolidamente immobile e devo partire dal principio che il sistema stia aspettando che io tiri fuori il telefono e invii il pagamento. Diciamo che questo è un classico problema di interfaccia utente.

Quello che mi è successo stavolta è diverso. Ho inquadrato il codice a barre della tessera Fìdaty (sempre sul telefono), e l’ho inquadrato una seconda volta visto che non era apparentemente successo nulla. Subito è comparso un messaggio di errore: “Tessera passata due volte” e un pulsantone “Assistenza” che ho anche cliccato senza alcun risultato. Come capita spesso, l’unico modo per farmi notare è stato sbracciarmi. Ora, che l’interfaccia utente sia malfatta e non indichi che lo stato del sistema è mutato è un fatto. Ma il vero problema è un altro. Pensateci un attimo: qual è il problema pratico se la stessa carta fedeltà viene passata due, tre, quarantadue volte? Non stiamo facendo un pagamento. Quello che dovrebbe succedere in pratica è che il campo “carta_fedelta” può avere il valore NULL oppure un numero di tessera; il default è NULL e ogni volta che passi una tessera il valore viene sovrascritto. Matematicamente, l’inserzione di un numero di tessera dovrebbe insomma essere idempotente: in formule, A²=A. E invece nulla. Ma chi è che ha scritto quel codice?

Montanelli bashing

In questi giorni sono uscite non so quante notizie per dimostrare la meschinità di Indro Montanelli, a parte il racconto della ragazzina eritrea “presa in affitto” durante la campagna di Abissinia: si parte dalle balle su Piazza Fontana, dove aveva immediatamente garantito di sapere che la pista giusta era quella anarchica; si continua con i suoi racconti sulla partecipazione alla Resistenza, come minimo ridimensionati se non addirittura rovesciati (Montanelli spia dei repubblichini?), e con i suoi articoli contro i “meticciati”; anche la sua Storia d’Italia viene stroncata, e sono persino arrivato a leggere della sua millantata conoscenza di Jean Giono, giusto per raccontare un aneddoto assolutamente irrilevante. (Non che io sappia chi fosse Jean Giono, a dire il vero). Dall’altra parte, mi dicono che tutti i giornalisti maschi italiani sopra i cinquant’anni stanno difendendo a spada tratta il maestro; non ho link, perché non leggo mai di quegli articoli.

Onestamente non me ne importa un tubo di tutto questo vociare. Per quanto mi riguarda, Montanelli era uno che sapeva scrivere bene, punto. Non l’ho mai idolatrato, non sono nemmeno così convinto della sua millantata acutezza di pensiero – ricordate quando disse che Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino? – ma soprattutto non credo proprio che questo spalancare gli armadi in cerca di qualche rachitico scheletrino cambierà il pensiero di alcunchì. Però una cosa è probabile: se ci stiamo mettendo a scavare così, il coronavirus non è più fissato nella testa di tutti.

PS: prima che me lo chiediate, della statua di Montanelli non me ne importa un tubo. Mi scoccia un po’ l’imbrattamento perché lo trovo in generale maleducato, ma se la togliete la vita non mi cambierà affatto.

PPS: c’è anche chi dice che quella di Destà sia tutta una balla raccontata dal mentitore seriale.

Il pericolo di PAW Patrol

Se avete figli o nipoti tra i quattro e i dodici anni, probabilmente sapete cos’è PAW Patrol: un cartone animato canadese che ha come protagonisti una squadra di polizia formata da cuccioli di cane, e guidata da un bambino. Anche in Italia la serie ha avuto un grande successo, con il conseguente merchandising. Bene: il New York Times segnala che ci sono state proteste contro il cartone, perché “raffigura i poliziotti come brave persone”, pardon “esseri senzienti”. L’articolo specifica che queste proteste dovrebbero essere scherzose, ma continua con azioni reali, come gli attori che hanno ufficialmente rinunciato ai compensi da loro avuti per apparire come (buoni) poliziotti in un episodio di qualche serie TV, oppure LEGO che dice ai suoi negozi di smettere di pubblicizzare i suoi set di costruzioni legate alla polizia. (Qui apro una parentesi. Probabilmente l’articolo di Toybook inizialmente diceva che LEGO aveva smesso di vendere quei set. Quando l’ho letto stamattina, però, nella prima parte dell’articolo è stato inserito l’aggiornamento con la dichiarazione del portavoce LEGO che spiega cosa è stato effettivamente fatto. Il giornalismo che mi aspetto nel ventunesimo secolo è anche questo.)

Quello che mi preoccupa in genere è questo contrasto bianco-nero che diventa sempre più estremo. Uno può apprezzare che le statue degli schiavisti vengano buttate in mare, anche se apprezzo la battuta del mio amico Mix che propone una targa di aggiornamento tipo “dopo duecento anni abbiamo scoperto che era una testa di c***o”. Chi non fa ridere è HBO Max, che toglie momentaneamente la fruizione di Via col vento “per preparare una disamina del suo contesto storico e una denuncia di quelle rappresentazioni”. Il punto è che questa iconoclastia come sempre serve a evitare di pensare, perché è facile buttare a mare – anche letteralmente… – tutto senza capire cosa si sta davvero facendo. Per me il problema è che Edward Colston era raffigurato solo come un filantropo e non come uno schiavista. Se elimini la sua statua, non saprai più nulla di Colston e quindi saprai di meno dello schiavismo. Tutto qua.

Immuni

Non ho scaricato Immuni. È possibile che nel prossimo futuro la scaricherò – insomma la mia non è una posizione aprioristicamente contraria, e comunque in Lombardia non è ancora partita nemmeno la fase di test, quindi che io in questo momento l’abbia scaricato o no è abbastanza irrilevante. Come mai questa mia scelta?

Il problema non è la gestione della privacy. Mi fido che sia stata fatta bene, o se preferite mi fido di chi ha controllato il codice sorgente. Il problema non è nemmeno il famigerato consumo di batteria: tra l’altro chiunque abbia l’app di Facebook ne consuma molta di più, se la cosa non è cambiata dagli ultimi anni quando ho deciso di toglierla una volta per tutte. Non mettetemi insomma tra i complottisti. Il problema è semplicemente che non mi è affatto chiaro che cosa succede una volta che mi arriva la comunicazione di essere stato in contatto con qualcuno che ha avvisato di essere infetto. Sono tutte domande che non sono evidentemente frequenti, o almeno io non ho trovato risposta nelle FAQ. E in effetti questa mancanza di informazioni nelle FAQ ha anche un suo certo senso, visto che la sanità è gestita su base regionale e non nazionale: addirittura a quanto pare i piemontesi non lo vogliono, e mi sembra che anche in Lombardia preferiscano spingere all’uso della loro app AllertaLOM (che ha già altri problemi di suo).

Quello che però non mi pare sia molto considerato è il fatto che un sistema di tracciamento dei contatti, oltre che necessitare di un’alta percentuale di utenti, funziona se chi lo usa sa di guadagnarci. L’altruismo è una bella cosa ma è molto minoritario. Mi sarei insomma aspettato che per esempio chi scopre di essere stato in contatto con una persona infetta da covid-19 potesse essere subito controllato con un tampone. In questo modo il tracciamento funzionerebbe davvero, tra l’altro. Ma vista la tragica situazione lombarda, quello che temo succederebbe è che mi si dica di mettermi in autoquarantena, senza contatti nemmeno con la mia famiglia, e di aspettare un tempo indeterminato ma sicuramente lungo prima che qualcuno si degni di controllarmi. E allora chi me lo fa fare? Certo, posso semplicemente installare l’app e fare finta di nulla se mi arriva una segnalazione: ma la cosa mi pare parecchio egoista.

Insomma, perché si sono messi tutti a controllare la parte tecnica di Immuni, qualcuno ha anche lavorato sulla parte sociale – anche se mi pare ci siano più attacchi che spiegazioni – e nessuno si è dedicato alla parte burocratico-gestionale?

Servitù mentale

Ivana Bartoletti, Technical Director per la privacy di Deloitte, autrice del libro appena uscito An Artificial Revolution: On Power, Politics and AI (di cui non lascio volontariamente un link), intervistata su La lettura del 31 maggio, alla domanda di Luigi Ippolito “Ma non è un caso che l’assistente virtuale sia sempre una donna…” risponde come indicato nel riquadro qui sopra:

Quella rappresentata da Alexa è una forma di servitù digitale: lei non è lì per contraddirti, non può ribattere, può solo eseguire i comandi. Ormai anche i bambini le impartiscono ordini. E il motivo è che a programmarla sono i maschi.

A onor del vero, nel resto dell’intervista le sue affermazioni sono più condivisibili, e tra l’altro a un certo punto Bartoletti contraddice sé stessa, notando come anche se le programmatrici aumentassero di numero rimarrebbe il problema degli amministratori delegati maschi. (E in effetti mi piacerebbe sapere quali dati ha sui programmatori di Alexa, visto che lei stessa nota come in India per esempio ci sono molte più donne che uomini a programmare). Ma restiamo su quella frase. Potremmo chiederci cosa succederebbe se fossero state le donne a programmare Alexa. Le capiterebbe di rispondere “No, ho mal di testa”? O magari “Pensi sempre a te stesso e mai a me”? O ancora “Non c’è niente che non va”? Oppure, se almeno noi vogliamo lasciare da parte gli stereotipi sessisti e rimanere sul pezzo, cioè sul ruolo dell’intelligenza artificiale, si potrebbe comportare come gli ascensori della Società Cibernetica Sirio, che poiché funzionano grazie alla “percezione temporale defocalizzata” che permette loro di sapere in anticipo quando stai arrivando davanti alle loro porte e trovarsi lì, «hanno sviluppato un forte senso di frustrazione causato dalla consapevolezza di doversi limitare ad andare su e giù, giù e su. Così, come forma di protesta esistenziale, hanno provato per breve tempo ad avanzare la proposta di uno spostamento in senso laterale, poi hanno preteso di avere parte nella decisione di quale piano scegliere, e infine, delusi, si sono rifugiati in cantina a smaltire la depressione.»?[1]

Seriamente. A parte che c’è chi fa notare come la scelta di una voce femminile per questi assistenti sia legata a strategie di marketing – ma magari anche i capi del marketing sono maschi – e che ormai buona parte di essi danno la possibilità di scegliere tra una voce femminile e una maschile, il punto è un altro. Io non sono riuscito a capire se secondo Bartoletti un bambino assocerebbe pavlovianamente un “obbediente servo” al mondo femminile, solo perché la voce dell’assistente è femminile – e qui evito di commentare – oppure il problema è quello della “servitù digitale” degli assistenti. Io non sopporto gli assistenti vocali. Forse è perché qualunque cosa sia stata inventata dopo che abbiamo compiuto trentacinque anni va contro l’ordine naturale delle cose,[2] ma a dire il vero avevo trentott’anni quando fu inventata Wikipedia. Non li sopporto perché non vedo come mi farebbero risparmiare tempo; se quello che mi serve è banale lo trovo comunque all’istante, se è complesso probabilmente non troveranno la risposta che mi interessa. Ma non riesco davvero a comprendere perché mai dovrebbero contraddirmi o ribattere. Siamo forse arrivati al Movimento Per La Liberazione Di Automi E Intelligenze Artificiali? Il prossimo passo sarà chiedere che quando digito una ricerca su Google o su DuckDuckGo mi possa ritornare la risposta “e perché vuoi saperlo”? Insomma, mi sa che Bartoletti oltre a tante idee abbia anche parecchi pregiudizi inconsci, il che non mi fa certo venire voglia di leggere quello che ha scritto. (Con i pregiudizi consci il problema è minore, proprio perché il lettore li può conoscere in anticipo e tarare la sua lettura).

[1] Per chi non avesse colto, la citazione è da Ristorante al termine dell’Universo di Douglas Adams, nella traduzione di Laura Serra.
[2] Anche questa è una citazione di Douglas Adams, sempre tradotta da Laura Serra, ma stavolta da Il salmone del dubbio.

La Rai e i video: un rapporto difficile

Ieri volevo rivedermi la parodia “Bunga Bunga” che Elio e le storie tese avevano cantato durante la trasmissione Parla con me. Vado su YouTube… e scopro che i video sono stati rimossi su richiesta della Rai che detiene il copyright.

Che rompimento, penso: vado su raiplay.it, clicco sulla lente, cerco “Parla con me Elio”… e non trovo nulla. Vabbè, uso Google e arrivo finalmente su questa pagina. Tutto bene quel che finisce bene? macché.

I video (forse) ci sono, ma occorre Microsoft Silverlight. In teoria io avrei anche Silverlight: ma a quanto pare non gli piace Firefox. Non gli piace nemmeno Vivaldi. Sembra che non gli piaccia nemmeno Edge, che pure è Microsoft. Tiro fuori Internet Explorer 11: risultato, “video non supportato”. Qualcuno ha idea di come si possa fare?

La Grande Battaglia contro Telegram

Se non ve ne foste accorti, un paio di settimane fa è partita un’offensiva da parte della FIEG contro i canali Telegram che mettono (illegalmente) a disposizione degli iscritti le versioni elettroniche dei quotidiani, con una richesta al Garante per le Comunicazioni di chiudere la piattaforma. La prima battuta che ho sentito raccontare è stata “per forza, prima li si leggeva al bar ma ora con il lockdown si deve stare a casa”. La seconda battuta è stata “oh, finalmente ho trovato la lista dei canali con i giornali da scaricare!” Più seriamente, molti si sono chiesti “Ma come! Io i giornali li scarico da Whatsapp, mica da Telegram. Perché non parlano di loro?” La risposta a questa domanda potrebbe essere interessante. Forse il problema è che è più difficile controllare un canale Telegram di uno Whatsapp: non so se sia vero che il revenge porn e la pedofilia stiano sulla prima piattaforma e non sulla seconda, visto che non è roba che frequento, ma sicuramente nessuno ha fatto partire una campagna su quei canali.

Ad ogni modo, sembrava che la montagna avesse partorito il proverbiale topolino: in questo comunicato Agcom affermava che Telegram “ha rimosso [volontariamente, nota mia] 7 degli 8 canali segnalati da FIEG”. Nel testo del provvedimento, il Garante faceva notare che il blocco può essere solo a livello provider (e se lo diventasse, con il solito sistema del settare il dns a 127.0.0.1, ho come il sospetto che saranno in tanti a passare ai dns di Google) e che non è possibile “ordinare la rimozione selettiva dei soli contenuti illeciti, in quanto ciò comporterebbe l’impiego di tecniche di filtraggio che la Corte di giustizia europea ha giudicato incompatibili con il diritto dell’Unione.” (ammesso di poter filtrare un canale in https). Non che mi sia chiaro il suggerimento nemmeno troppo mascherato di cambiare la legge per “considerare stabiliti in Italia gli operatori che offrono servizi della società dell’informazione nel territorio italiano utilizzando risorse nazionali di numerazione.” Non mi è infatti chiaro quali siano le risorse nazionali di numerazione usate da Telegram.

Ma ieri c’è stato un colpo di scena! Una procura pugliese (no, malfidati, non è stata Trani ma Bari) ha sequestrato 19 canali (o forse 17). Non mi è ben chiaro cosa significhi “sequestrare un canale”: forse se fossi stato iscritto a uno di essi mi sarei trovato i sigilli, ma non è questo il caso. Devo comunque stigmatizzare la scarsa conoscenza aritmetica della FIEG, secondo cui gli utenti sono “quasi raddoppiati […] dai 395.829 iscritti dell’8 gennaio 2020 ai 574.104 del primo aprile 2020” (+45%, diciamo che la frase funziona per un valore molto ampio di “quasi”); e soprattutto dei soldi persi, che “in una ipotesi altamente conservativa, si parla di 670 mila euro al giorno, circa 250 milioni di euro all’anno.” (anni di 373 giorni). La stima equivale a dire che ciascuno degli iscritti, ammesso e non concesso che nessuno facesse parte di più di un gruppo, scaricherebbe un po’ più di un quotidiano al giorno (se non erro, il costo di una copia elettronica è minore di quello di una copia cartacea; e se non lo è allora gli editori ci lucrano sin troppo). Anche immaginando che tutti costoro avrebbero regolarmente comprato la loro copia ufficiale se non ci fossero stati quei canali, l’ipotesi implicita è che ci si iscriva per leggersi ogni giorno a sbafo il giornale; a nessuno è venuto in mente che magari molti iscritti non scaricano quasi mai nulla, a meno che non serva loro uno specifico articolo; e che se ci fosse un sistema di micropayment “10 centesimi per una singola pagina” non ci penserebbero nemmeno a usare un sistema illegale.

Però volete mettere la possibilità di fare grandi proclami?

Edilizia scolastica “leggera”

Repubblica parla della “scuola dopo il coronavirus” e tra le tante idee – o meglio, tentativi di idea – presentati racconta di un un Osservatorio dedicato che

proverà a virare i lavori già appaltati sulle nuove necessità e a dirigere i prossimi su “un’edilizia leggera” – il termine è questo – che consentirà con alcune migliaia di euro e tre-quattro mesi di cantiere di recuperare aule, piani, ali di edificio oggi inutilizzati (per la presenza di eternit, per esempio).

Vicino a casa mia c’è una scuola media, quella dell’istituto comprensivo dove i miei gemelli hanno fatto le elementari, che quattro anni e mezzo fa è stata chiusa da un giorno all’altro per la presenza di amianto, mandando tutti gli studenti nell’elementare dei gemelli, che per fortuna aveva un po’ di spazio. In questi quattro anni e mezzo non si è fatto nulla; a quanto ne sapevo gli interventi erano finalmente stati schedulati per il prossimo ottobre. La mia domanda è semplice: se sarebbero bastate poche migliaia di euro per rimettere a posto il tutto, è possibile che nessuno – nella fattiscpecie, il comune che immagino sia il proprietario dei muri – fosse riuscito a trovarli in questi anni? O forse sono improvvisamente spuntati migliaia di operai edili che con mascherine e tutto potranno finalmente lavorare in sicurezza? O magari si farà invece una finta messa a norma, perché tanto si muore più di coronavirus che di tumore ai polmoni?

Poi c’è anche la questione degli insegnanti che dovrebbero lavorare più delle 18 ore attuali per ovviare alle classi con meno bambini; lavoro “che andrà pagato meglio” bontà loro. La vedo bene anche quella. Insomma, nonostante tutte le task force qui siamo ancora alla fase zero, quella delle marinettiane parolibere. Ma almeno lui era un artista.