Il camioncino dei vaccini

Come sempre in Italia, l’inizio della vaccinazione Covid ha portato una lunga scia di polemiche. Ad alcune si può rispondere facilmente, come quella sulla quantità di dosi già arrivate in Germania in confronto a noi. Banalmente, mentre in Germania si erano già preparati a vaccinare da noi si pensava ai padiglioni petalosi.

Più interessante è probabilmente parlare del camion col vaccino, con tanti che si chiedono perché non fossero stati spediti in aereo… ed effettivamente da Pratica di Mare sono poi partiti i voli militari. Anche qua di per sé una risposta è abbastanza semplice. Queste prime dosi erano solo simboliche, e sarebbero dovute essere inoculate domenica 27 in tutta la UE, anche se ci sono stati i soliti furbetti del vaccino (si sa, i sovranisti su queste cose ci sguazzano). Quindi non serviva a nulla fare più in fretta e spedire in aereo, e si poteva tranquillamente preparare la narrazione dei camion che partono dai laboratori e si dipanano per tutta Europa.

L’unico problema è che se vuoi fare la narrazione allora la devi fare per bene. Cosa sarebbe costato fare arrivare il camion a Palermo, fermandosi man mano a consegnare le (ripeto, simboliche) dosi alle varie regioni nel suo percorso? Il tempo per l’appunto c’era, e l’immagine sarebbe stata molto più potente. Ecco: questa sciatteria a me dà molto più fastidio di tutto il resto della storia.

(p.s.: e i novax? dove sono?)

sempre sul mancato lockdown

Vorrei fare una precisazione sulla mia lamentazione di domenica scorsa. È ovvio che tutte le persone in giro ne avevano pieno diritto. (Non avevano diritto di camminare con la mascherina abbassata, ma quella è una storia collaterale). Il punto è un po’ diverso. Io non mi aspetto che l’italiano medio – ma nemmeno il tedesco medio, se per questo – pensi alle conseguenze delle sue azioni e quindi agisca per ridurre il rischio globale. Pertanto mi aspetto che sia il legislatore a fare in modo che l’italiano medio sia costretto a farlo, esattamente come Angela Merkel ha fatto in modo che il tedesco medio lo faccia. Non si vuole farlo? Si ritiene preferibile avere qualche morto in più ma salvare lo shopping natalizio? Nema problema. Basta appunto dirlo chiaramente e non lamentarsi dopo.

Non ce la faremo

Oggi la Lombardia è entrata in zona gialla. Anna e io siamo così andati dai suoi genitori (senza gemelli per evitare possibili contagi) per una mezz’oretta, anche perché dovevo capire cosa il teNNico aveva fatto al loro computer. Ci siamo trovati bloccati a Monza. Evidentemente tutti avevano gli anziani genitori da andare a trovare (spesso a piedi e senza mascherina)

Cashback di Stato – sempre più difficile

Allora, oggi parte il cashback di Stato. Rispetto alla scorsa settimana ne so qualcosa in più, e provo a spiegarvelo.

Innanzitutto c’è un sito ufficiale, che si chiama… Cashless Italia. Stranamente il sito non è nel dominio gov.it; non si capisce perché, dato che il titolare del sito è il MEF e per esempio PagoPA è regolarmente sotto .gov.it. A parte questo, il sistema funziona attraverso l’app IO, ma anche “per mezzo di issuer convenzionati”. Ecco perché Satispay ha già avvisato i propri utenti della possibilità: con un click si è già attivi. Sicuramente meglio di IO dove almeno a ieri l’unico metodo di pagamento elettronico accettato è la carta di credito. Posso immaginare che la parte di backoffice sia già pronta almeno a ricevere i dati, se non trattarli, mentre la magnifica e progressiva app IO sia ancora bene indietro.

L’altra cosa che non era affatto chiara è che occorre fare un numero minimo di transizioni nel periodo: 50 ogni semestre e 10 nella versione “casback di Natale”, e soprattutto che mentre non c’è un valore mimino per una transazione ce n’è uno massimo, vale a dire 150 euro. Se uno fa la spesa da 300 euro, insomma, il cashback eventualmente ottenuto è di soli 15 euro e non 30. Mi aspetto pagamenti multipli quando vado a fare la spesa settimanale :-) L’unica cosa buona è che si spera che, a differenza della lotteria degli scontrini, tutto il giro sia alla fine automatico e l’unica cosa da fare sia entrare nei negozi e pagare con gli strumenti elettronici.

In definitiva, continuo ad avere forti dubbi sul funzionamento del tutto, ma spero di sbagliarmi…

IO app e cashback: la solita presa in giro?

Ieri mattina ho provato a vedere come funzionava la storia del cashback per i pagamenti elettronici. Sì, lo so che non è ancora partito ufficialmente. Ma lo pubblicizzano già e così tanto valeva provare. Come prima cosa ho dunque installato l’app IO. In realtà io l’avevo già installata per la beta privata: ma quando hanno chiuso la beta l’hanno eliminata, e ho dovuto riprenderla da capo.

Rientrato, ho provato ad aggiungere un metodo di pagamento, scoprendo che l’app ne conosce tanti – perfino Satispay – ma ne permette uno solo: la carta di credito. Questo non è nemmeno così strano, visto che IO nasce come modo per pagare tasse e imposte con PagoPA e c’è un bell’avviso che spiega con dovizia di termini che lo Stato non può accettare di pagare una commissione per farsi dare i soldi; ecco dunque che la carta di credito, dove le commissioni le paghi tu, diventa il sistema obbligato.

Ma tanto non funziona nemmeno quello: aggiungendo i dati della mia carta di credito mi arriva il messaggio di errore mostrato qui a destra. Scrivo diligentemente all’assistenza, e mi arriva questa risposta:

Ciao, grazie per averci contattato, in questo momento stiamo riscontrando problemi alla sezione portafoglio dell’app IO per cui non è possibile aggiungere metodi di pagamento o effettuare pagamenti pagoPA.

Se il tuo problema è uno di quelli indicati sopra non rispondere a questo messaggio, ti invieremo noi una notifica per aggiornarti della sua risoluzione.

Considerando il burosauro quadratico medio, posso immaginare che per mettere una risposta del genere devono essere almeno dei giorni che non funziona nulla. Insomma, non solo abbiamo un’app che non è pronta per quello che dovrebbe fare a partire dalla settimana prossima, ma non fa neppure quello per cui era nata. Una metafora perfetta dell’Italia, insomma.

(Vabbè, c’è poi la lotteria dello scontrino. Quel sito in effetti funziona, ma in compenso pare che solo un registratore di cassa su tre permette di farlo. Eppure l’anno scorso tutti i negozianti hanno dovuto cambiare registratore di cassa. Possibile che non fosse già predisposto?)

L'”Open Access” di Nature

Non è mai stato un mio problema, non avendo io fatto carriera accademica: ma la pubblicazione su una rivista scientifica di un articolo non è un processo semplice. Uno scrive l’articolo, lo manda a una rivista, che a sua volta lo manda a un certo numero di altri ricercatori in quel campo (i peer reviewer) che lo leggono e decidono se va bene – quasi mai, almeno nella forma originale. A questo punto, se comunque l’articolo è ritenuto interessante, c’è un ping pong con l’autore che modifica il testo per rispondere alle richieste dei peer reviewer e questi che rileggono. Alla fine l’articolo viene sperabilmente pubblicato.

In tutto questo non ho mai parlato di soldi. Il modello classico è che i peer review non beccano un centesimo, l autore non becca un centesimo e l’editore si fa i soldi vendendo a carissimo prezzo la rivista, tipicamente alle università che devono pagare il pizzo per avere la speranza che gli articoli dei propri ricercatori vengano accettati. Di editori ce ne sono tantissimi, ma quelli davvero importanti sono tre o quattro; pubblicare su altre riviste conta poco o nulla. La situazione è abbastanza insostenibile, tanto che almeno per le materie scientifiche in pratica si tende a saltare il passo della peer review e pubblicare direttamente su arXiv che è un gigantesco archivio elettronico. In fin dei conti, in matematica per esempio chiunque (ehm…) può verificare i risultati, se ne ha voglia.

Un’altra possibilità di cui si parla da un pezzo è l’Open Access, dove gli articoli sono liberamente scaricabili dagli interessati. E quindi come funzionano le cose? Che sono gli autori, o le istituzioni dove lavorano, a dover pagare per avere il privilegio di essere pubblicati. Dopo Elsevier, è arrivata anche Springer: ecco dunque che Nature annuncia pomposamente e gioiosamente che dal 2021 avrà un bellissimo sistema Open Access. L’autore dovrà semplicemente pagare 9500 euro ($11390, £8290) per pubblicare un articolo. O se preferisce, prima del processo di peer review l’autore dovrà pagare 2190 € “non-refundable”, insomma a fondo perduto; se accettano il paper bene, altrimenti ciao ciao e amici come prima. I quasi diecimila euro sono molto più alti di quanto richiesti da altre riviste, “ma volete mettere il prestigio di pubblicare su Nature? E poi comunque un po’ di sconto per le riviste meno blasonate nel nostro portfolio possiamo anche concedeverlo”.

Insomma, non c’è solo il problema degli scienziati che pur di contendersi un posticino in tivù si mettono a sparare le peggio idiozie. È tutto il mondo della ricerca scientifica che non funziona più.

Aggiornamento: (17:30) Avevo scritto che i 2190 euro erano in aggiunta ai 9500 euro, ma come mi hanno fatto notare nei commenti in realtà quelle tariffe dovrebbero essere in alternativa; inoltre dovrebbero restare le riviste a closed access.

Natale con i tuoi

Tutte queste storie sul Natale intimo e balle varie mi hanno sinceramente stufato. Mi è perfettamente chiaro che ci sono comparti che letteralmente vivono sugli acquisti natalizi. Ma mi è anche perfettamente chiaro che in una nazione che non ha ancora capito che la mascherina si indossa sulla bocca e sul naso – e non sto parlando dei negazionisti: quelli la mascherina non la mettono e basta – gli appelli del tipo “state buoni se potete” non servono assolutamente a nulla. Chi accoglierà l’appello sarebbe stato attento in ogni caso anche senza questi appelli da buon padre di famiglia, e gli altri se ne strafregheranno esattamente come al solito.

È possibile che non possiamo avere una comunicazione istituzionale onesta?

lockdown da operetta

I gemelli sono in prima media, e la loro scuola è a quattro chilometri da casa: questo significa che (a) hanno ancora didattica in presenza – anche se Cecilia al momento è in isolamento fiduciario e quindi fa DAD – e (b) che io li debba portare a scuola e riprendere. Avevamo cominciato ad andare con i mezzi pubblici, ma dalla seconda metà di ottobre siamo passati all’automobile causa progredire della pandemia.

Bene. Posso assicurarvi che alle 7.45 del mattino il traffico per le strade di Milano è esattamente quello della settimana scorsa. L’unica differenza è che faccio meno fatica a lasciare al volo la gioventù, perché ci sono meno genitori che fanno la stessa cosa. Non chiedetevi poi perché le misure non servono a nulla.