La bolla cognitiva

Chi crede al riscaldamento globale? (sondaggio Gallup del 2015)

L’altro giorno sulla mia bacheca di Facebook si è fatto perigliosamente strada in mezzo alle giaculatorie e alle metadiatribe sull’esclusione dell’Italia dai mondiali di calcio questo articolo del New York Times, sul quale penso valga la pena di spendere qualche parola.

Come probabilmente sapete, gli statunitensi sono molto fortemente divisi su una serie di opinioni, e questa divisione rispecchia parecchio quella tra repubblicani e democratici. Fin qua nulla di nuovo, come non è poi così nuova – nel senso che è così almeno da un paio di decenni – l’alta correlazione tra voti democratici e grandi città da un lato, e voti repubblicani e zone meno densamente popolate dall’altro. In un sondaggio (di due anni e mezzo fa) sulla percezione del riscaldamento globale, però, era stata testata una divisione di tipo diverso: sempre tra democratici e repubblicani, ma in ciascun gruppo rispetto al titolo di studio dei partecipanti. Bene: tra chi era al massimo arrivato a finire le superiori, era molto preoccupato del riscaldamento globale il 45% dei democratici e il 23% dei repubblicani. Se si prendevano i laureati, i democratici preoccupati crescevano al 50% mentre i repubblicani preoccupati scendevano all’8%, come si può vedere nel grafico qui a fianco. Il NYT assieme a Gallup ha allora provato a vedere cosa succedeva rispetto ad altri temi. In molti casi, pur con una differenza di base tra democratici e repubblicani, c’era comunque una correlazione tra il titolo di studio e le percentuali; in altri casi la correlazione era inversa. La cosa è abbastanza ovvia su certe domande, come quella “paghi troppe tasse?” (anzi, “pensi di pagare poche tasse o comunque una quantità corretta?”. Anche la formulazione delle domande conta), ma almeno a prima vista meno ovvia su una domanda riguardo al riscaldamento globale.

Quello che succede probabilmente è che è vero che la grande maggioranza degli scienziati conviene che il riscaldamento globale esiste ed è pericoloso (al limite discute sulla causa principale), ma c’è una minoranza che è in disaccordo, e non si perita di affermarlo con dovizia di ragionamenti. Cosa capita allora? Che i primi a prendere posizione netta sono i più acculturati, che sono più esposti a questo tipo di discorsi. Però il tema non viene visto come scientifico ma come politico, e ogni gruppo segue soltanto la bolla di chi la pensa come lui: il confirmation bias, il pregiudizio della conferma, che ti fa accettare solo quello che corrobora le tue opinioni non informate. Tutto questo è un problema, perché sposta la discussione fuori dal piano scientifico e quindi la rende assolutamente inutile (perché la discussione non è neppure nel piano politico; il cittadino medio sa di politica quanto di scienza, il che non sarebbe nemmeno un guaio se poi non si finisse nel tifo da stadio).

Ad ogni modo, la cosa che mi ha fatto più sorridere è la fiducia nei mass media degli americani. I democratici ne hanno molta più dei repubblicani, e soprattutto nei repubblicani diminuisce con l’aumento del livello di studi mentre nei democratici aumenta. Tenendo conto che i media cartacei negli USA sono di solito smaccatamente filodemocratici, direi che riescono molto bene a fare il loro lavoro: peccato (per i democratici, intendo) che ormai siano residuali. I repubblicani mi paiono molto più seri a non credere a Fox News :-)

Quizzino della domenica: fattoriali a gogo

Quanto fa

(10! + 9!)(8! + 7!)(6! + 5!)(4! + 3!)(2! + 1!)
----------------------------------------------
(10! - 9!)(8! - 7!)(6! - 5!)(4! - 3!)(2! - 1!)

approssimato all’intero più vicino? L’esclamativo è il simbolo del fattoriale, naturalmente.

(un aiutino lo trovate sul mio sito, alla pagina http://xmau.com/quizzini/p283.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Problema tratto da Mind Your Decisions)

_Parole in gioco_ (libro)

Stefano Bartezzaghi tipicamente gioca con le parole. Ma è una persona serissima – d’altra parte per giocare davvero bene bisogna esserlo – e ha meditato a lungo sin dai tempi dell’università su come funzionino. In questo libro (Stefano Bartezzaghi, Parole in gioco : Per una semiotica del gioco linguistico, Bompiani 2017, pag. 272, € 17, ISBN 9788845282362, link Amazon) raccoglie i suoi pensieri, e cerca di farne una classificazione non puntuale ma semiotica, partendo sia dalla teoria di Saussure e Caillois che dallo sviluppo della cosiddette “enigmistica classica” avvenuto in Italia nel secolo scorso. Il risultato finale è per forza di cose incompleto, come chiunque abbia mai provato a costruire teorie di questo tipo scopre da sé; ma a mio parere la rappresentazione e il posizionamento del materiale aiuta a comprendere meglio ciò che sta dietro ai giochi di parole anche all’interno della struttura del discorso. Per esempio, è proprio vero che il gioco di parole abbassa sempre il registro linguistico? L’unica parte che ho trovato pesante è l’appendice sul pensiero di Saussure, che non mi pare aggiunga valore al testo.

Totò Riina

Stanotte è morto Totò Riina, dopo che ieri sera era entrato in coma. Stranamente non ho visto su Facebook (rectius: sulla mia bolla Facebook personale) moltissimi commenti, non dico in confronto all’eliminazione della nazionale dai Mondiali ma proprio in assoluto.
Io mi limito a ripetere quello che scrissi quando alcuni anni fa gli furono negati gli arresti domiciliari chiesti dai suoi legali viste le cattive condizioni di salute. Riina aveva diritto a tutte le cure mediche esattamente come una qualunque altra persona; ma non vedo perché potesse uscire dal carcere. Non era pentito. Perché avrebbe dovuto essere “premiato”?

Grande saggistica


Io so bene che la mia prosa è spesso arzigogolata, con incisi e sottoincisi che nemmeno Machiavelli. (Poi quando scrivo qui sul blog ci sono anche erroracci, ma questa è un’altra storia). Però non riuscirei proprio a terminare un capoverso e cominciare il successivo con un gerundio legato al capoverso precedente. Anzi, nel testo qui sopra non avrei neppure messo una virgola, altro che un a capo.

Temo che troverò molto pesante leggere questo saggio.

Ancora tNotice®

Ricordate la storia di tNotice®? Mario Velucchi mi segnala che in questi giorni tNotice® ha stretto un accordo con Tiscali. Del fantomatico algoritmo SHA-7 non sembra si parli più (per fortuna); restano tutti gli altri punti indicati nel mio post di tre anni fa, e per i quali non ho mai avuto risposta. (Ah, ho scoperto che c’era stata una discussione a riguardo anche su Wikipedia). L’unica cosa chiara è che tNotice® non può venire usato per atti giudiziari e multe, ma quello è dovuto alla legge 890/1982 che non è mai stata aggiornata nel suo articolo 1. D’altra parte non si vede perché il destinatario della “raccomandata elettronica tNotice®” debba “ritirarla”, quindi non vedo un grande miglioramento rispetto a una raccomandata qualsiasi.

i coupon di Payback

L’altro giorno mi è arrivata una lettera con un certo numero di coupon per il programma Payback, uno di quelli per cui tu cedi i tuoi dati personali per avere qualche misero sconto. Tra i coupon ce n’era uno per fare benzina alla Esso: sono in riserva, quindi ho pensato di farlo. I risultati qui sotto.
(a) Il coupon deve essere attivato sul sito.
(b) Sul sito entri con il numero di carta.
(c) Una volta entrato, scopri che mancano alcuni coupon perché non hai dato il consenso a non si sa bene cosa.
(d) Per dare il consenso, sia pur minimale, occorre inserire il pin,
(e) Se non ti ricordi il pin, puoi chiedere che ti si invii una email (che non ho ben capito perché è finita ad Anna e non a me)
(f) Una volta cercato di rimettere il pin e avere scoperto di non poterlo fare perché era uguale a quello vecchio – sono un tipo prevedibile, è chiaro – sblocco finalmente i coupon nascosti.
(g) Continua a non esserci il coupon Esso.

A questo punto controllo meglio il coupon cartaceo, e vedo che il numero della tessera che è indicato non è quello della tessera che ho in mano io. Il punto è che nella schermata dei miei dati la tessera corrispondente è associata a quella con cui sono entrato, quindi dal loro punto di vista dovrebbe essere tutta la stessa cosa.

Alla fine ho fatto benzina al solito TotalErg (finché non cambierà nome e diventerà IP :-) )

_Travolti dal caso_ (libro)

Quest’ultima fatica di Joseph Mazur (Joseph Mazur, Travolti dal caso [Fluke], il Saggiatore 2017 [2016], pag. 238, € 22, ISBN 9788842823674, trad. Elisa Faravelli, link Amazon) mi è piaciuta molto più del precedente suo lavoro che avevo letto. La parte più matematica racconta un po’ di storia su come è nata la teoria della probabilità, comprese alcune notizie che non conoscevo; ma la parte principale del testo consiste nel raccontare dieci coincidenze, o se preferite colpi di fortuna (i “fluke” del titolo originale) e valutare spannometricamente la probabilità che accadessero, o meglio a quale quota sarebbero date da un bookmaker. Dopo aver discusso quali sono effettivamente le condizioni al contorno per definire casuali certi avvenimenti, il libro termina infine con alcune considerazioni più filosofiche su quanto siamo noi a cercare inconsciamente quei pattern che poi chiamiamo coincidenze. L’idea che mi sono fatto è che l’argomento stia davvero a cuore a Mazur: lo si vede bene in come ha scritto il testo. Purtroppo ci sono un paio di punti nella traduzione di Elisa Faravelli che rovinano la lettura (e ad ogni modo nelle scommesse si parla di quote, non di quotazioni. I dizionari possono anche riportarlo come sinonimo, ma tutte le volte che vedevo scritto “quotazione” mi faceva l’effetto di un gessetto che strideva sulla lavagna)