Più ticketless di così…

Trenitalia, come del resto buona parte della popolazione italiana, ha questa predisposizione a inventarsi parole che assomigliano all’inglese ma non lo sono affatto. I biglietti del treno possono essere per esempio presi in modalità “ticketless”, cosa che farà alzare più di un sopracciglio a un albionico: quello che si voleva dire era probabilmente “paperless”, cioè non cartacei.

Bene. Oggi ho portato al mare i suoceri guidando la loro auto, per poi rientrare a Milano in treno. Per sicurezza avevo prenotato il treno delle 15:32, naturalmente con un biglietto ticketless. Abbiamo fatto molto prima del previsto, così ho pensato di prendere il treno precedente che parte due ore prima. Sono arrivato in stazione, sono andato alla macchinetta, ho diligentemente digitato i vari codici e scelto il treno, e mi è arrivata questa schermata. A parte la poca logica di una ricevuta senza biglietto, non si capisce perché occorra una conferma: e non lo si capisce ancora di più considerato che io ho sì confermato, ma la ricevuta non è mica uscita. Insomma, una ricevuta receiptless.

Risultato: avevo memorizzato il numero del posto che era stato indicato a video; per fortuna poi dopo dieci minuti mi è arrivato un SMS di conferma, e dopo un’oretta ho anche ricevuto una mail con la conferma del cambio prenotazione. Tutto ok, perché il controllore è arrivato quando avevamo già passato Pavia…

Maturità scientifica 2018

Vi siete lamentati della bicicletta a ruote quadrate dell’anno scorso? Peggio per voi, quest’anno vi siete trovati le piastrelle :-)

Non ho avuto il tempo di guardare il compito più di tanto. Posso dire che chi ha letto Martin Gardner con le superellissi di Piet Hein ha avuto qualche vantaggio, e che ho dei dubbi che un liceale riesca ad arrivare al limite di polinomi a dimensione infinita. Vedo comunque che continua l’uso di sbocconcellare i problemi per aiutare a capire cosa fare. Per quanto riguarda il primo quesito, io sono una capra in geometria solida: ma siamo certi che si possa supporre che il cilindro sia con la base concentrica a quella del cono (e lì i conti sono facili) e non sdraiato o peggio storto? Altrimenti i conti diventano ben più difficili…

Echo- ed ego-chambers

Come mi capita spesso :-), non sono d’accordo con quanto Massimo Mantellini ha scritto sulle bolle.
Per come la vedo io, la prima cosa da considerare è che è ovvio che «Il Papa per i suoi commentatori è uno come un altro. Perfino la bolla di rispetto e ossequio verso il capo della chiesa di Roma può essere bucata. In massa e con violenza.» Non appena il papa (o chiunque altro) si inserisce in un sistema che non è uno-a-molti ma molti-a-molti (oppure come nel caso di Twitter molti-a-uno) non c’è nessuna ragione per cui non debba essere uno come un altro, almeno in quel contesto.

Ma il vero punto è un altro, e cioè il concetto di “bolla”. Quando «si tratta di contenuti aggressivi, sgrammaticati, incuranti di qualsiasi minima civile contrapposizione dialettica» io non parlo di bolla che scoppia, parlo di minus habens che esistono, sono tanti, è bene sapere che esistono ma non mi dicono nulla e quindi non considero per nulla, qualsiasi sia la loro opinione urlata a sé stessi (l’ego chamber citata da Vera Gheno). Che informazione mi danno, a parte appunto il bit “sono minus habens e sono tanti”? Nulla. Quindi non c’entrano con la bolla. Con Massimo invece la cosa è diversa, ed è per quello che lo leggo anche se spesso non sono d’accordo: lui argomenta le proprie opinioni – lo fa anche in maniera non urlata, il che è certo un bonus ma dal mio punto di vista non è fondamentale – e quindi mi dà nuova informazione e mi costringe a processarla ed eventualmente a modificare le mie opinioni.

Io sono una brutta perZona: sono almeno quindici anni che ho scelto di non raddrizzare le gambe ai cani su internet. La mia bolla me la gestisco io, e non è un caso che io continui a scrivere sul blog e al più inoltri automaticamente i miei testi in giro sui social.

MilanoRistorazione e il progetto frutta

Come scrivevo qualche giorno fa, la gestione del cibo da parte di MilanoRistorazione è molto peculiare. Premessa: ho due figli che nel mangiare sono una spina nel fianco, per usare un termine educato. MilanoRistorazione dà un servizio non molto costoso, soprattutto per chi ha più di un figlio (anche se quest’anno il costo per il secondo bambino è aumentato), la qualità è da mensa centralizzata, e sono ormai sei anni che tutte le maestre si lamentano che spesso il duo lascia tutto il pranzo sul piatto. Ma non è del pranzo che voglio parlare.

Lo scorso anno è partito il progetto Frutta a metà mattina. In pratica, invece che dare la frutta a pranzo, viene portata per l’intervallo delle 10:30. Vabbè. Peccato che le due spine nel fianco in genere non mangino neppure frutta. Risultato: lasciamo sempre loro una merenda, tipicamente pane e prosciutto per Cecilia e una merendina per Jacopo. Solo che la coordinatrice del centro estivo ha vietato di portare alcunché da mangiare da casa. Anna e io abbiamo scritto al comune, e la risposta, a parte tutta la solita sbrodolata sulla storia e sulla bontà del progetto, è stata la seguente:

«Come durante l’anno scolastico la proposta della frutta come merenda vuole rappresentare un approccio sano al momento dello spuntino. Il progetto esclude che le famiglie, in autonomia, possano provvedere alla fornitura di una merenda. Pur spiacenti di non poter assecondare la sua richiesta, siamo certi che possa comprendere la necessità che non si facciano eccezioni.»

Mettiamola così: spero che nessuno dei due a mezzogiorno mi collassi.

Di Maio e Foodora

Magari avete letto l’intervista all’amministratore delegato di Foodora Italia che il Corsera ha pubblicato sabato scorso. Il trentunenne Gianluca Cocco afferma che se le anticipazioni del decreto che il ministro del lavoro Di Maio sta approntando fossero vere, a Foodora non resterebbe che lasciare l’Italia. Il tutto con tante belle parole.

Ora io ho una domanda niente affatto retorica: come fanno all’estero? Vi spiego perché la domanda non è retorica. Non avendo dati a disposizione, posso immaginare che all’estero Foodora funzioni effettivamente come dovrebbe essere in teoria: giovincelli che – si spera non troppo in spregio al codice della strada – si presentano ogni tanto per guadagnare un po’ di euro. La narrazione che invece arriva da noi è che molti rider lo fanno perché è l’unico lavoro che riescono a trovare. Vero? Falso? Non lo so. Quello che però mi pare fattibile è limitare il numero massimo di ore mensili per i rider, per riportare il servizio a quello che dovrebbe essere. Non che sia una soluzione, perché rischiamo che qualcuno faccia una settimana a Foodora, una a Deliveroo, una a Glovo; ma almeno sarebbe un passo avanti.

Qualcuno di voi ha letto le anticipazioni? Sa dirmi qualcosa in più?

Quizzino della domenica: fari

Su una costa si trovano tre fari, ciascuno con un ciclo diverso di illuminazione e spegnimento. Il primo si illumina per 3 secondi, poi resta spento per 3 secondi. Il secondo si illumina per 4 secondi, poi resta spento per 4 secondi. Il terzo si illumina per 5 secondi, poi resta spento per 5 secondi. A mezzogiorno esatto tutti e tre i fari si illuminano contemporaneamente (sì, le luci non servono a molto, ma fate finta di nulla). Quando sarà il primo momento in cui le luci saranno tutte e tre spente? E quando sarà il primo momento in cui tutte e tre le luci si accenderanno contemporaneamente?


(un aiutino lo trovate sul mio sito, alla pagina http://xmau.com/quizzini/p322.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Problema tratto da Mind Your Decisions; immagine di davidblyons, da OpenClipArt.)

_Critica della democrazia digitale_ (libro)

Avevo già letto Contro le elezioni, ma per avere le idee più chiare su cosa succede nel campo della cosiddetta “e-democrazia” mi sono dedicato anche a questo libro (Fabio Chiusi, Critica della democrazia digitale, Codice 2014, pag. 175, € 11,90, ISBN 9788875784089, link Amazon). Anche se il libro ha ormai qualche anno direi che la sua tesi di base non sia cambiata: la democrazia digitale non funziona. Ci sono stati tanti tentativi in giro per il mondo, ma il risultato è quasi sempre lo stesso: poca partecipazione, difficoltà di impedire che gruppi organizzati monopolizzino l’agenda, e scarso interesse da parte del mondo politico ad accettare i risultati ottenuti in questo modo. Chiusi presenta moltissimi esempi, notando come ci siano temi comuni – per esempio, non serve lasciare votare le iniziative per troppo tempo perché non c’è un effetto long seller; in compenso, occorrono molti anni per abituare i cittadini a questa possibilità. Un’altra cosa necessaria perché i progetti portino a qualche risultato è la necessità di facilitatori che aiutino i cittadini a scrivere proposte realizzabili in pratica, senza dimenticarci di tutti i problemi di sicurezza. In definitiva, abbiamo tanta strada da fare, e quello che ci è venduto oggi come “democrazia diretta” non è altro che una mezza presa in giro.

Massa marmocchi in edizione ridotta

L’ineffabile sezione scuola del comune di Milano – fanno cose molto peggiori, ma per quello ci sarà un altro post a suo tempo – ha deciso ormai da tre anni che nonostante ci sia una scuola a un chilometro di distanza io debba portare i gemelli al centro estivo in un’altra scuola a due chilometri e duecento metri da casa. Naturalmente non posso far fare loro tutta quella strada a piedi, e come potete immaginare non mi sogno nemmeno di portarli in auto, a parte che tanto non saprei dove parcheggiarla. Mercoledì pioveva e abbiamo provato ad andare con i mezzi, con il risultato che ci abbiamo messo mezz’ora; ieri ho scelto di andare tutti in bicicletta.

Il percorso di per sé non sarebbe così pessimo: c’è solo da attraversare via Valassina e viale Fermi, cosa che il duo sa perfettamente che deve fare scendendo dalla bici e portandola a mano per non dare fastidio ai pedoni, e per il resto sono tutte viette di quartiere. Facciamo così un convoglio in fila indiana con il duo davanti e io che serro la fila. Peccato che quelle viette di quartiere abbiano (a) auto parcheggiate che le stringono vieppiù, e fin qua nulla di male se uno verifica che non ci sia qualcuno che ha parcheggiato e quindi ha diritto di spalancare la portiera; (b) auto che si fermano in doppia fila oppure nei punti dove c’è divieto di parcheggio perché sono più stretti, il che significa fare slalom vari e sperare che non ci siano portiere che si aprano; (c) rotonde dove l’automobilista tipico non ha affatto presente il significato dei triangolini disegnati per terra, tanto che ieri le ho dovute fare mettendomi davanti. Il tutto, come dicevo, su viette di quartiere: dovessi far fare ai bambini viale Jenner avrei lasciato perdere (e viale Marche, con la sua corsia preferenziale per scooter moto automobili che non si sentono a proprio agio nelle loro corsie, potrebbe essere ancora peggio).

Attenzione: non sto chiedendo piste ciclabili, che non servono a nulla. Chiedo di poter fare andare in bicicletta in sicurezza due bambini. Ma mi sa sia troppo.