Amazon Influencer Program

Stamattina mi è arrivata questa mail da amazon.co.uk (dove in teoria avrei un sistema di referrer, anche se non ho mai guadagnato un penny):

Fancy earning extra advertising fees from your social media profiles?

The Amazon Influencer Program launched in March 2017 in the USA, is now available in the UK. This affiliate program for influencers enables social media personalities to recommend products and earn income on qualifying Amazon items they promote through their channels.

Influencers receive a short, personalised ‘vanity URL’ – ideal for sharing – linked to their own storefront on Amazon, where they can curate lists of their favourite products. To qualify for the Amazon Influencer Program we take into various criteria such as: audience size, engagement metrics, relevancy of content and topics.

Non so se e quando faranno la stessa cosa in Italia, e comunque io non sono certo “qualificato” (nel senso che i requisiti non li ho). Però questo infilarsi di Amazon nel campo degli influencer mi pare una brutta cosa. Un conto è mettere il link del referrer ai libri che recensisco, visto che tanto li ho letti e ne parlerei in ogni caso; altra cosa è parlare dei miei “prodotti favoriti”…

nessuna statistica del sito per ottobre

Questo per l’ottima ragione che dal 16 ottobre (quando il sito è passato ad https) awstats ha smesso di funzionare.

Il fatto che me ne sia accorto adesso la dice lunga su quanto io consulti le statistiche :-)

Test: per le scienze sociali sei di destra o sinistra?

È tanto che non pubblico un test, per l’ottima ragione che non ne trovo di brevi e non troppo invasivi. Così ad occhio, questo di IDR Labs funziona. Non nel senso che dia risultati validi (anche se nel mio caso potremmo essere d’accordo) quanto perché non ti chiedono chissà che cosa. Buon divertimento!

(per chi mi legge su Facebook, il test è a https://www.idrlabs.com/it/sulla-sinistra-destra-politica/7/result.php?v=0,7 )

phishing “fatto in casa”

Ieri sulla casella aziendale mi è arrivato un messaggio (in italiano corretto :-) ) che mi diceva di reinserire i dati personali per la busta paga. Ho guardato rapidamente le header del messaggio e non erano così fasulle: quindi per non saper né leggere né scrivere ho inoltrato il messaggio alla nostra casella aziendale che verifica i possibili spam e phishing. Subito dopo ho fatto un controllo un po’ più attento, ho visto che il link andava a una pagina della nostra rete sotto il ramo “campaign” e ho capito che probabilmente era un messaggio creato internamente ad hoc per vedere se ci cascavamo. (Confesso che non ho avuto voglia di modificare la stringa pseudocasuale nell’URL da aprire per vedere cosa mi sarebbe stato detto).

L’idea di per sé non è così male: hanno persino preso un domain con il nome simile a quello aziendale, col classico trucco della I al posto della L. (O forse è un vero phishing? il dominio non è registrato dalla nostra azienda, in effetti, anche se l’IP corrisponderebbe). Diciamo che sarebbe stata migliore se non fosse arrivata subito dopo che hanno cominciato a prependere [EXT] alle mail che arrivano da fuori azienda…

Eppur si muove!

Stamattina ho raccontato dell’articolo della Stampa direttamente copiato da una voce di Wikipedia. Se ora andate a vedere l’articolo, potete vedere che è stato modificato, inserendo il link alla voce di Wikipedia (scrivendo “Qui la storia completa sul sito di Wikipedia […]”) e soprattutto indicando alla fine “(abbiamo corretto la precedente versione dell’articolo con il link a Wikipedia)”.

Proprio come stamattina ho stigmatizzato il comportamento del quotidiano piemontese, adesso esprimo pubblicamente il mio apprezzamento per l’inserimento della citazione ma soprattutto per avere esplicitato che l’articolo è stato per l’appunto corretto. Ricordo benissimo che un tempo nemmeno troppo lontano era impossibile ottenere una modifica a un testo pubblicato online, per la sacralità dell’articolo. Se proprio capitava di dover correggere qualcosa, il massimo che veniva fatto era aggiungere la postilla “modificato il xx-xx”. Giungere a spiegare cosa è cambiato è un passaggio epocale, e a mio parere un modo per aumentare la fiducia nella testata. Speriamo che il trend continui!

Scopiazzatori senza vergogna 2

Aggiornamento: (ore 15:55) Ora La Stampa ha modificato l’articolo, indicando esplicitamente Wikipedia come fonte. Leggi anche qui.

Per non dire che l’usanza di copiare spudoratamente da Wikipedia dimenticandosi di copyright e licenze non è solo appannaggio del Corsera, provate a leggere l’articolo della Stampa sulla chiusura della Pernigotti (versione archivata qui) e guardate cosa Wikipedia scriveva il 26 ottobre.

Ah, sì: magari ricordatevi anche di come l’italica stampa ha trattato noi wikipediani quando abbiamo cercato di spiegare perché a nostro parere la direttiva europea sul copyright era una schifezza. Quello – chissà come mai – non è stato copiato, anzi.

Contenitori per le allodole

Forse non sapete che Milano sarebbe una delle città italiane più virtuose per la raccolta differenziata. Quasi sicuramente non sapete che l’Amsa (l’azienda rifiuti meneghina) ha lanciato un’iniziativa sperimentale per la raccolta di lampadine e piccoli elettrodomestici, che non si sa mai dove buttare. Qui trovate la pagina sul sito istituzionale, mentre il volantino è visibile a http://www.amsa.it/gruppo/cms/amsa/cittadini/milano/documenti/ecoisole-ecolight.pdf .

Orbene: fino al 31 dicembre ci sarebbe uno di questi contenitori ipertecnologici in “viale Zara, 100”. Vabbè, tralasciamo che per capire dov’è bisogna entrare nella sede del Municipio e scoprire che il contenitore è stato piazzato nel cortile interno. Con un po’ di fatica ce la si può fare. Lunedì nel tardo pomeriggio avevo un robo elettrico antizanzare che non ha mai funzionato se non come lucina di cortesia, e ho pensato bene di andare a buttarlo lì. Arrivo, entro nel cortile (buio), leggo le istruzioni (“schiscia il pulsante relativo a cosa vuoi buttare via, poi passa la tua tessera sanitaria per assicurarci che tu non sia un foresto che intende sfruttare a ufo le risorse delle nostra ubertosa metropoli”), cerco di capire dove diavolo si strisci la tessera, visto che l’ergonomia è stata pensata per la gente giusta, tra l’1,60 l’1,60, tra l’1,60, capito? Risultato: il display mostra “Contenitore pieno”.

Faccio al commesso, che si era avvicinato dicendomi che tanto era tutto pieno, che non mi sembrava una grande cosa per l’Amsa lasciare il contenitore così. Risposta: sì, ma a parte che quando è pieno dovrebbe arrivare una mail automatica, abbiamo già segnalato noi la cosa due-tre settimane fa ma non si è visto nessuno.

Sappiatelo.

La pista ciclabile sparita

Fino all’anno scorso la finta pista ciclabile di viale Melchiorre Gioia a Milano – “finta” perché ci sono solo i pezzetti vicino agli incroci, per il resto le bici pedalano sul controviale: nulla di male, intendiamoci – quando arrivava a Piazza Einaudi si spostava dal viale, passava vicino al palazzo ancora per poco sede Telecom, passava sopra il parcheggio sotterraneo della piazza e continuava in doppio senso di marcia sul lato sinistro per passare sotto il ponte delle Gabelle e arrivare a san Marco. Poi sono partiti i lavori per la Biblioteca degli Alberi e il pezzo di piazza Einaudi è stato chiuso per la riqualificazione. Risultato: un anno in cui con sprezzo del pericolo mi infilavo dentro il budello di Melchiorre Gioia per poi girare a sinistra in via Sassetti e ritrovare finalmente un altro pezzo di pista ciclabile.

In questi ultimi mesi dall’altra parte del viale è stata prolungata la pista monodirezionale, sfruttando il confine del parco – e quindi non togliendo spazio a nessun’automobile. L’andata era insomma più tranquilla, il ritorno no. Però capisco che ci fossero i lavori da fare. Dieci giorni fa sono finalmente stati completati i lavori ed eliminate le transenne. Solo che è cominciato a piovere e quindi non sono andato a lavorare in bicicletta. Mercoledì sono però passato a piedi di là (per mancanza di BikeMi) e ho scoperto che il design squadrato per la Biblioteca degli Alberi ha dimenticato un piccolo particolare: quei cento metri scarsi di pista ciclabile che prima c’erano e adesso si sono persi. Possibile che nessuno ci abbia pensato?

(Per quelli della scuola “mannò, sono percorsi ciclopedonali!”: il largo passaggio disegnato sopra il parcheggio interrato comincia con una scalinata. I passeggini e le sedie a rotelle possono fare un giro un po’ più lungo, che però è così stretto da non permettere certo il passaggio contemporaneo di pedoni e biciclette. E comunque la parte vicino alla sede Telecom, che con la Biblioteca degli Alberi non ha nulla a che fare, è ancora coscienziosamente bloccata con i jersey)