[Disclaimer: Ho ricevuto il libro grazie al programma Early Reviewer di LibraryThing]
L’idea alla base del libro (Steve Hamburg, Introspection: Transformation, Prodigy Gold Books 2018, pag. 320, $4.47, ISBN 9781939665959, link Amazon) non sarà certo nuovissima, ma quello non è un grande problema: abbiamo un pianeta abitato da razze telepatiche che vuole invadere la Terra e uccidere tutta la sua popolazione; durante la preparazione della loro campagna un ragazzo terrestre ottiene però gli stessi poteri e cerca di gestirli e di avvisare le autorità. La trama, nonostante qualche calo qua e là e troppi momenti di spiegazione di cosa succede (l'”introspection” del titolo, immagino) spesso inutili, scorre abbastanza bene fino all’ultimo capitolo, dove purtroppo Hamburg si perde del tutto. Il guaio non è ovviamente la scelta di non terminare la storia e lasciare spazio per i sequel; gli è che proprio non funziona con le ipotesi di suspension of disbelief che abbiamo seguito nel corso della storia. Si è insomma rotto il patto col lettore, e questo è un peccato.
Porta Littoria
Il solito Massimo Manca mi ha fatto leggere questo articolo della Stampa che racconta di un valdostano nato nel 1942 a La Thuile che si è trovato come luogo di nascita sulla carta d’identità “Porta Littoria”.
Prima di dare un giudizio su cosa è successo vorrei fare un esempio personale. Se mio padre fosse ancora vivo e dovesse rinnovare la carta d’identità, quale luogo di nascita si troverebbe scritto? Lui nacque a Carrara San Giorgio, un comune della bassa padovana che non esiste più perché si è fuso con il confinante Carrara Santo Stefano per formare una nuova entità chiamata con ben poca fantasia Due Carrare. Dunque era nato a Carrara San Giorgio oppure a Due Carrare? Certo, se pensiamo a un centenario nato nell’allora Girgenti probabilmente troveremo scritto “Agrigento” e non faremo una piega, vista la continuità del luogo pur con il cambio del nome.
Il punto è che l’Italia è la patria dei legislatori. Penso che siamo tutti d’accordo che al momento della nascita il protagonista della storia si trovava a Porta Littoria, come anche siamo tutti d’accordo che al termine della guerra una legge abbia cancellato le “denominazioni fasciste” tornando ai toponimi ufficiali. Ma cosa dice effettivamente la legge? Se si sono dimenticati di aggiungere un comma per specificare che i nomi del Ventennio vengono eliminati anche retroattivamente per gli usi successivi, tecnicamente quel signore deve avere Porta Littoria come luogo di nascita. Mi starebbe benissimo se il ministro dell’Interno smettesse per un attimo di twittare cosa sta mangiando e preparasse una leggina al riguardo, ma quello è forse chiedere troppo. Sarebbe già più semplice cercare la legge del dopoguerra per scoprire che dice, ma ammetto di essere troppo pigro…
(ah, io per decenni ho abitato in una via parallela a via La Thuile. Però il quartiere nacque dopo la guerra, quindi non ci fu mai via Porta Littoria :) )
Foibe
Quest’anno la Giornata del Ricordo è stata un po’ peggio del solito, con il presidente dell’Europarlamento Tajani che ha mostrato che il suo lato migliore si mostra quando tace; le sue affermazioni (e quelle del Ministro di Tutto e Ancor Più) hanno portato a malumori maggiori in Slovenia e Croazia, con il presidente sloveno Pahor che ha scritto a Mattarella.
Io non ho grandi conoscenze storiche; tutt’al più posso vantare un suocero triestino di padre italiano e madre slovena. Quello che ho capito io è che diciamo fino al 1918 le città costiere istriane e dalmate avevano una buona maggioranza di italianofoni (o forse sarebbe più corretto dire venetofoni), mentre l’interno era tipicamente slavofono. Il crollo dell’impero austroungarico che non era stato previsto dagli italiani quando entrarono in guerra (non che oggettivamente fosse credibile nel 1915) lasciò una situazione di stallo, con Zara annessa all’Italia (e passi) assieme all’interno dell’Istria e al retroterra triestino che di italiano avevano poco. L’italianizzazione forzata che fece il fascismo non aiutò certo la convivenza, così come la seconda guerra mondiale con l’invasione della Slovenia e il regno fantoccio croato. Il risultato pratico furono le foibe, ma non solo: ci fu tutto un sentimento antitaliano che notai ancora nel 1981, quindi decenni dopo la fine della guerra. Questo non lo si può negare, anche se palrare di pulizia etnica mi sembra esagerato, a meno che non chiamiamo così anche tutti gli altri spostamenti di massa conseguenti alla ridefinizione dei confini europei dopo il 1945.
Detto tutto questo, e ricordando che per decenni non si poteva parlare di foibe perché il PCI non voleva, quello che io mi chiedo è se è proprio necessario questo revanscismo. Lo so, è una domanda retorica. Quello che però io vorrei è un ricordo di quei morti in gran parte innocenti ma che non faccia da base per un revanscismo. Si dice congiuntamente “è stata una cosa non bella, non intendiamo più farla” e via. Troppo utopistico? (mi rispondo da solo: sì)
Gli spammatori di JP Monfort
Il guaio di avere indirizzi “istituzionali” pubblici è che ti arriva tutta la merda possibile e immaginabile. Da qualche settimana la mia casella di spam è impestata da decine di mail della JP Monfort, mandate da indirizzi casuali. Visto che tanto non smettevano di inviarle, ho provato a guardarne il footer di una di esse, e ho trovato il seguente testo in corpo 4 grigio chiaro:
If you no longer wish to receive communications from this Office, please send an empty email with the email address you wish to remove in the subject field to remove (at) jpmonfort (dot) us
Non avendo nulla a che fare, ho inviato una mail a quell’indirizzo. Risultato? Rimbalzata.
The recipient server did not accept our requests to connect. Learn more at https://support.google.com/mail/answer/7720 [jpmonfort.us 184.168.131.241: timed out]
C’è da stupirsene?
Facebook, pagine gestite, segnalazioni
Fino a qualche tempo fa, se entravo in Facebook vedevo insieme alle notifiche sulla mia bacheca utente quelle che arrivavano dalle mie pagine (la .mau. generica che riprende i post del blog e quelle sui miei libri). Quindi mi accorgevo di cosa succedeva e rispondevo subito. Ora niente da fare: devo andare a cliccare sulle pagine, vedere se ci sono notifiche ed eventualmente rispondere, il che per un pigro come me è un casino. La colpa potrebbe essere forse del fatto che ho attivato un’utenza di scorta per gestire quelle pagine? E c’è un qualche modo per tornare a vedere tutte le modifiche?
Sono certo che qualcuno di voi saprà rispondere :-)
ah, i negozi di prossimità!
Tre mesi fa mi si è bruciata la lampadina G9 dello studio. Sono andato in un negozietto e mi hanno dato una lampadina per 5 euro. Questa lampadina si è fulminata venerdì sera, dopo tre mesi scarsi.
Beh, dopo avere acquistato quella lampadina sono andato da san Bezos e con 7,99 euro mi sono preso 10 di quelle lampadine. Vediamo quanto dureranno, ma credo comunque che ci guadagnerò.
Quizzino della domenica: equazione diofantea
Sapete cos’è un’equazione diofantea? È un’equazione (generalmente con più incognite) in cui le incognite possono però avere solo valori che sono numeri naturali. Questo cambia molto le cose: per esempio, l’equazione 2x+3y=10 ha infinite soluzioni tra i numeri reali o anche solo interi, ma se la consideriamo come equazione diofantea l’unica soluzione è x=2, y=2. Risolvere le equazioni diofantee è spesso complicato: per quelle con due incognite esiste un algoritmo noioso, ma se il numero di incognite aumenta bisogna spesso lavorare per euristiche, cioè più o meno provare a caso e vedere come si va avanti.
Bene. Dopo tutto questo sproloquio, e tenuto conto che questo è il quizzino numero 366 della mia collezione: riuscite a scoprire se l’equazione diofantea 29x + 30y + 31z = 366 ha soluzioni oppure no?

(un aiutino lo trovate sul mio sito, alla pagina http://xmau.com/quizzini/p366.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Problema di Tanya Khovanova.)
_Matematica come narrazione_ (libro)
“Narrazione” è una parola oggi sin troppo di moda: però associarla alla matematica parrebbe piuttosto azzardato. Gabriele Lolli però non è d’accordo, e lo mostra in questo libro (Gabriele Lolli, Matematica come narrazione, Il Mulino 2018, pag. 216, € 15, ISBN 9788815274229, link Amazon), cominciando con uno scherzo: la sottocollana del Mulino dove il testo è stato pubblicato ha come titolo “raccontare la matematica”, e quindi è il posto perfetto!
Il libro è composto da due parti. Nella prima, più discorsiva – a parte quando si mette a parlare delle categorie: anche l’appendice inserita apposta per spiegare i concetti matematici usati spaventerà il povero lettore non avvezzo alla matematica avanzata – Lolli mostra come in effetti i matematici non seguano il metodo “scolastico” per creare nuova conoscenza. La cosa è ovvia, ma probabilmente non è ancora bene introiettata. La seconda parte è molto peculiare. Lolli prende lo spunto da come negli antichi greci si sia man mano creata una teoria della narrazione, partendo dai primi testi dove gli avvenimenti venivano semplicemente man mano aggiunti e arrivando alla costruzione di storie dalla trama più complicata ancorché basate su strutture standard quali il chiasmo e il collegamento ad anello. Le stesse costruzioni si ritrovano in Euclide: l’ipotesi è che siano state mutuate dalla letteratura passando per… il linguaggio dei tribunali! Questa sezione è molto più tecnica della precedente: però è interessante vedere questa strutturazione, per nulla nota in Italia (Lolli cita Doxiadis e Mazur come antesignani), per guardare le dimostrazioni euclidee sotto una nuova luce.