_Reflections: The Magic, Music and Mathematics of Raymond Smullyan_ (libro)

9789814663199Io ho letto e apprezzato molti libri di Raymond Smullyan. Certo bisogna essere amanti della logica, anche perché altrimenti uno li trova ripetitivi, però alla fine si arriva a comprendere meglio come funzionano le tecniche standard per costruire brocardi e soriti; le ambientazioni sono sempre interessanti e anche i giochi di parole simpatici. Mi sono così avvicinato a questa sua pseudobiografia (Raymond Smullyan, Reflections : The Magic, Music and Mathematics of Raymond Smullyan, World Scientific 2015, pag. 231, $29, ISBN 9789814663199) con curiosità, e nelle prime pagine sono anche stato soddisfatto. D’accordo, le divagazioni non mancavano, ma chi sono io per lamentarmi? Ma presto il libro ha preso una pessima piega, tra pagine di calembour che tanto non avrei mai potuto risolvere essendo storpiature di nomi inglesi e una sezione lunga almeno un quarto del totale che era la semplice trascrizione appena condensata della chat di un sito di musicisti dilettanti dove Smullyan a quanto pare fa la parte del padrone. Sono arrivato fino in fondo perché sono tignoso, ma non mi sento di consigliare il libro a nessuno.

Dove si imparano le cose

Venerdì di Repubblica, quello di oggi. Pagina 11, la prima con del testo (ma non è questo il problema). Rubrica Contromano di Curzio Maltese. Cito: “Su ogni euro di pubblicità investiti (sic) in rete, 85 centesimi vanno a due soli player: Google e Facebook. Questi giganti e altri, come Youtube, […]”

Tutto questo dieci anni dopo che Google ha comprato YouTube.

misteri italiani

Sono solo io che trovo singolare un PresConsMin che si dimette subito dopo avere incassato un voto di fiducia dal parlamento, e un PresRep che accetti le dimissioni “con riserva”? È vero che con Prodi siamo arrivati ad avere un PresConsMin sfiduciato che dopo una settimana è stato rimandato in parlamento a vedere se la volta prima si erano magari confusi, ma qui stiamo arrivando a nuove vette dell’italico teatrino della politica.

Il meraviglioso mondo di Key4biz.it

Se siete tra i miei ventun lettori, probabilmente sapete della vertenza in atto nel settore delle telecomunicazioni in generale e in TIM in particolare. Ma magari non vi è capitato di buttare l’occhio su questo articolo di Key4biz.it – Quotidiano online sulla digital economy e la cultura del futuro. Per chi non volesse leggerselo tutto, Raffaele Barberio spiega come Flavio Cattaneo sta facendo un lavorone per tagliare i costi aziendali, mentre quei cattivoni dei lavoratori, aizzati dai perfidi sindacati, non vogliono fare la loro parte. (Che da tre anni siamo in contratto di solidarietà a quanto pare è irrilevante).

Ma leggiamo un po’ questo articolo. Secondo Barberio, noi staremmo affermando che al centro delle proteste ci sarebbero “tagli agli organici e con essi la disdetta del contratto di secondo livello, unitamente ad aspetti riguardanti i buoni pasto.” Notate l’accenno ai buoni pasto: un ottimo specchietto per le allodole. Passa quindi a segnalare di avere “riscontrato elementi che contraddicevano le premesse” e si mette a spiegarli.

Tagli all’organico? Impossibile. Cattaneo ha ribadito che non ci sono esuberi. Non ho dubbi che fino alla fine del 2017 non ci saranno esuberi, per la banale ragione che durante un contratto di solidarietà non si può licenziare. Quindi nessun lavoratore può aver parlato di tagli. E in effetti, andando avanti a leggere, scopriamo il punto del contendere: che “molti lavori e funzioni di tipo concettuale, quelli legati alla ‘carta’ e alla ‘scrivania’, non esistono più” e dunque “chi venderà i nuovi servizi se non ci sono figure commerciali e di mercato a sufficienza?” Detto in altro modo, dobbiamo essere demansionati, con relativo taglio dello stipendio, e andare a fare i venditori. Certo, può dire “o così o pomì: non vorrete mica essere dei privilegiati”. Ma allora lo dica esplicitamente e non nascondendo il tutto dietro tanti bei paroloni (beh, nemmeno tanto belli a dire il vero.)

Passiamo al contratto di secondo livello. Il newspeak di Barberio spiega che non è vero che TIM abbia disdetto il contratto integrativo, ma “solo due componenti firmate nel 2008 e senza peraltro data di scadenza”. Quindi varrebbe il contratto integrativo che abbiamo avuto fino al 2007? Davvero? Dove si firma? No, non è così. Senza quelle due componenti, non esiste più il contratto di secondo livello, quindi per esempio tre giorni di ferie in meno e nessun premio di risultato (occhei, tanto quello ce l’avevano già tolto con giochi contabili), o se preferite la “rinegoziazione” a senso unico dopo la quale il dipendente lavorerebbe da 5 a 10 ore al giorno (con la durata definita giorno per giorno dal capo…) purché nella settimana si facciano le ore contrattuali. Ancora una volta, si potrebbe discutere sulla necessità o meno di recuperare produttività in questo modo. Ma forse qualcuno si accorgerebbe che qualcosa non va in questo discorso, e magari pensare che forse un po’ di ragione ce l’hanno anche i lavoratori: e quindi Barberio sceglie un’altra strada.

Come sappiamo tutti, il peggiore problema di Palermo è il traffico. Allo stesso modo il peggiore problema per TIM nel mondo parallelo di Key4biz.it sono i buoni pasto. Pensate: “l’impuntatura sindacale reclama il buono pasto anche nei giorni in cui il lavoratore è in trasferta ed è già autorizzato a mangiare fuori a spese dell’azienda”. Ora, a me piacerebbe davvero sapere quali sono le fonti di Barberio per questa sua affermazione. Negli ultimi anni trasferte ne ho fatte pochine, ma mi è capitato di andare a Roma e Torino in altre sedi Telecom. La normativa era chiara: potevo scegliere se presentare la ricevuta del pranzo e non avere il ticket, oppure non presentarla e averlo. (Tipicamente sceglievo la seconda opzione perché facevo meno fatica). Non mi era mai passato per la testa che si potesse fare qualcosa di diverso. Né questa può essere una rivendicazione sindacale attuale: come come ho scritto, al momento la vertenza sindacale è sul contratto di primo livello e i ticket fanno parte del secondo livello,

C’è solo una cosa che non capisco. Perché scrivere tutte queste cose su una rivista per addetti ai lavori, dove tanto tutti conoscono queste cose? C’è forse qualche media mainstream che poi riprende il tutto per darlo in pasto all’ignaro pubblico?

Il Senato e “la base regionale”

Continuo a leggere post che affermano che la legge elettorale del Senato non può avere un premio di maggioranza nazionale “perché la Costituzione afferma che il Senato si elegge su base regionale”. Ora, non è difficile leggere il testo della Costituzione. L’articolo 57 afferma

Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale, salvi i seggi assegnati alla circoscrizione Estero.
Il numero dei senatori elettivi è di trecentoquindici, sei dei quali eletti nella circoscrizione Estero.
Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sette; il Molise ne ha due, la Valle d’Aosta uno.
La ripartizione dei seggi tra le Regioni, fatto salvo il numero dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero, previa applicazione delle disposizioni del precedente comma, si effettua in proporzione alla popolazione delle Regioni, quale risulta dall’ultimo censimento generale, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti.

Tutto a posto? Beh, non proprio. Proviamo a dare un’occhiata all’articolo 56, quello che definisce la composizione della Camera:

La Camera dei deputati è eletta a suffragio universale e diretto.
Il numero dei deputati è di seicentotrenta, dodici dei quali eletti nella circoscrizione Estero.
Sono eleggibili a deputati tutti gli elettori che nel giorno delle elezioni hanno compiuto i venticinque anni di età.
La ripartizione dei seggi tra le circoscrizioni, fatto salvo il numero dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero, si effettua dividendo il numero degli abitanti della Repubblica, quale risulta dall’ultimo censimento generale della popolazione, per seicentodiciotto e distribuendo i seggi in proporzione alla popolazione di ogni circoscrizione, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti.

(Per la cronaca, l’elezione del Senato a suffragio universale e diretto e l’età minima per l’elettorato passivo e attivo sono nell’articolo 58.) Guardate bene i due articoli: l’unica differenza è che per la Camera si hanno circoscrizioni che di per sé possono essere di un tipo qualunque, mentre per il Senato si hanno le regioni. Se quindi si avesse un sistema con un premio di maggioranza, l’unica cosa obbligatoria è evitare che il premio modifichi il numero di senatori per regione, ma nulla più. Quindi se putacaso si avesse un Italicum anche al Senato, con il premio di maggioranza al 55% che scatta se un partito ottiene più del 40% dei voti su base nazionale, tutto quello che bisogna fare è trovare il moltiplicatore unico che una volta applicato ai voti di quel partito su ogni singola regione permette di arrivare a quel risultato: cosa non banalissima ma fattibile.

E allora perché il Porcellum è stato modificato per avere un premio di maggioranza su base regionale e non nazionale? La mia sensazione è che Calderoli avesse apposta scelto di lasciare questo boccone avvelenato, confidando nel fatto che le roccaforti della destra (Lombardia e Veneto) avrebbero impedito di avere una maggioranza nazionale del centrosinistra. Il tocco di classe è stato appunto venderlo come un obbligo costituzionale: da questo punto di vista bisogna dare atto della sua capacità di intortare bene la gente 🙂

No, Lidl.

lidl Cara Lidl, hai qualcosa che non funziona nella tua assistenza clienti. (Per la cronaca, la richiesta è sempre questa: non chiedetemi perché è stata anticipata di sette mesi al 31 marzo scorso).
Detto tutto questo, o mi metti quei dati obbligatori nel modulo di richiesta informazioni o non me li chiedi; come minimo mi devi spiegare perché li vuoi adesso e non un mese fa.

And now… (bis)

La mossa istituzionalmente più corretta è che ora Mattarella rimandi Renzi a chiedere la fiducia delle Camere. Ricordo che la legge Renzi-Boschi è stata approvata (con quattro letture) da una maggioranza parlamentare e non governativa: può ben darsi che la maggioranza non ci sia più, ma la cosa deve essere sancita con un voto, visto che il referendum – checché Renzi abbia cercato di fare – non è un voto sul governo.

Detto tra noi, a Renzi converrebbe pure. Tanto la storia del “governo non eletto” va avanti da tre anni e può farlo ancora per un anno e mezzo. Cosa fare dopo? Boh. A Palazzo Chigi sicuramente non ci vado io.

And now…

Beh, il risultato del referendum è stato indubbiamente chiaro, sia per i diciotto punti percentuali di differenza tra SÌ e NO che per l’affluenza al 65% che è indubbiamente alta (per dire, il referendum costituzionale del 2001 aveva avuto il 34% di votanti, e quello del 2006 il 52%). Lo scenario dovrebbe essere più chiaro.

Che Renzi abbia confermato le sue dimissioni è un suo problema. No, non è un nostro problema: se la pensate così, vuol semplicemente dire che avevate accettato il suo ricatto “o votate sì o mi dimetto”. Tutt’al più concedo che sei mesi fa, quando disse per la prima volta quella frase, è cominciato il nostro problema. Al momento abbiamo una legge elettorale alla Camera con l’Italicum e un’altra al Senato con il Consultellum (soglia del 20% regionale per le coalizioni, dell’8% per i partiti non coalizzati, del 3% per i partiti coalizzati) il che in pratica significa che al Senato non ci saranno maggioranze; vedo quindi improbabile che si vada al voto così. D’altra parte, gli interessi dei vari partiti per cambiare la legge al Senato non coincidono affatto, a meno di un inciucio PD-M5S per inventare un premio di maggioranza globale al Senato, studiandolo in maniera tale da mantenere il dettato del voto su base regionale (si può fare, ma non è banale). Vedremo che si inventeranno.