_Pensieri degli anni difficili_ (libro)

[copertina] Questo libro (Albert Einstein, Pensieri degli anni difficili [Out of My Later Years], Bollati Boringhieri 2014 [1950, 1965], pag. 258, € 12, ISBN 9788833925318, trad. Luigi Bianchi) raccoglie vari brevi scritti non tecnici del grande fisico, composti tra il 1933 e il 1950 per un’opera pubblicata originariamente dall’Università Ebraica di Gerusalemme. Il contenuto è molto vario, e si può dividere in tre filoni principali, oltre ad alcune eulogie di colleghi e amici. Ci sono spiegazioni divulgative ad alto livello del percorso che lo ha portato a definire le teorie della relatività ristretta e generale; il loro interesse principale sta nel modo in cui Einstein spiega la sua linea di pensiero unificatrice, riguardando i principi della fisica classica da un punto di vista molto diverso da come vengono insegnati a scuola: più che fisica, insomma, fa (bene) filosofia della fisica. Poi ci sono gli scritti che potremmo definire etici: negli anni si vede la sua sempre maggiore preoccupazione per il nazismo prima e per la guerra fredda poi. Ho trovato interessante il fatto che non abbia mai dato un giudizio aprioristivamente negativo dell’economia comunista, pur avendo grandi dubbi sulla sua implementazione sovietica; d’altra parte era parallelamente preoccupato dalla concentrazione del potere economico statunitense in mano a poche persone (ricordiamoci che emigrò negli USA in piena Depressione…) Le sue idee per la creazione di un vero governo mondiale, ancora piu pressanti dopo l’uso della bomba atomica, sono sicuramente frutto di ottime intenzioni ma risultano a posteriori molto ingenue. Infine la parte che mi ha stupito di più: gli scritti sull’ebraicità. Einstein non era sicuramente credente, e credo non lo si possa nemmeno annoverare tra i deisti; ma sentiva comunque fortissima la sua identità come ebreo, membro di un popolo sparso tra le nazioni e sempre in pericolo: l’immigrazione in Palestina prima e la nascita di Israele dopo sono sempre stati guardati da lui con estremo interesse. In definitiva, un testo che dà da pensare.

Offerte commerciali

Vale la pena di leggere l’intervista a Gianfranco Battisti, direttore AV di Trenitalia, che è apparsa oggi sulla Stampa, riguardo all’aumento del costo dell’abbonamento Frecciarossa Torino-Milano (“ma la prenotazione sarà gratuita!”). Già è interessante la frase finale «Il nostro indice di puntualità sotto i 15 minuti è del 97%». Se quello è l’indice globale dei Frecciarossa, ai pendolari Torino-Milano la cosa è ininfluente; se è l’indice della tratta Torino-Milano (50 minuti di viaggio) non è che sia un bel risultato.

Quello che mi stupisce è che venga affermato che «I pendolari devono rimodulare le proprie abitudini in base al modello di offerta possibile. Non possiamo reggere economicamente un modello di trasporto ad alta velocità nato per collegare città a medio e lungo raggio solo con il servizio pendolare» e che «Dal punto di vista economico e di disponibilità della rete, in quella fascia oraria, non si può aumentare la frequenza o la composizione di un treno ad alta velocità nato per le lunghe distanze». Quanti treni ci sono sulla tratta AV Torino-Milano? Non sono capaci di farsi dare una traccia in più sulla parte storica? (visti i coefficienti di riempimento indicati da Battisti, non serve di più). Possiamo discutere su un modello in cui Torino è diventata la città-dormitorio di Milano, ma allora il problema nasce alla radice: Trenitalia non dovrebbe fare abbonamenti AV, e accettare l’assalto alle sue sedi. Oppure, visto che gli altri treni hanno un coefficiente di riempimento del 30% ed evidentemente non hanno a disposizione un treno da aggiungere, possono fare prezzi differenziati anche per gli abbonamenti: prezzo totale bloccato e cinque euro in più a tratta nell’orario di punta. Ma forse così non si guadagnerebbe abbastanza.

Erbe e fasci

Io non ho nulla in contrario a chiudere in cella l’automobilista che ha ammazzato una donna, e poi buttare via la chiave. È solo un caso che ci sia stata una sola vittima (che comunque è un morto di troppo), visto quello che è successo. Però il fatto che il tipo sia di etnia rom non è né un’aggravante né un’attenuante, almeno per quanto mi riguarda. Statisticamente i rom commettono più reati di persone di altre etnie? Bene, statisticamente avrò più carcerati di etnia rom. Ma in questi casi non vale certo il sistema maggioritario. E se mai dovesse passare un principio simile, esigo e pretendo che i proprietari di Audi nere siano incarcerati a priori. Non è stato il caso dell’altro giorno, ma io mi sento sempre in pericolo quando ne vedo una.

(Nessun riferimento a Matteo Salvini nel testo di questo post. O forse anche lui ha un’Audi nera?)

ringraziamenti

Io non sono certo uno che segue alla lettera il codice della strada. Beh, quando guido in realtà sono molto ligio, perché un’auto è grande e pesante e quindi non mi fido; a piedi o in bicicletta sono molto più sportivo. C’è però una cosa su cui non transigo: i diritti altrui. Questo significa che non solo non mi butto ad attraversare la strada, ma per esempio che mi fermo sempre alle strisce pedonali se c’è qualcuno che ha intenzione di attraversare. Prima o poi verrò messo sotto da qualche coglione stronzo, me lo sento: l’altro giorno ci è mancato poco (e via Thaon di Revel non è così ampia… non ho ben capito dove quel furgone pensasse di andare). Quando porto i bimbi all’asilo e loro sono in monopattino è per esempio l’unico momento in cui vado in bicicletta sul marciapiede (alla velocità ridotta corrispondente a quella dei bimbi): ma in quel caso, a parte attraversare la strada scendendo dalla bici e facendo scendere i due dal monopattino (così devono rallentare…) se appena c’è un pedone nell’altra direzione e il marciapiede si restringe io mi fermo e aspetto che lui passi.
Ordunque, la gente mi ringrazia perché faccio il mio dovere (fermandomi sulle strisce) o non sto facendo qualcosa che non dovrei fare (pedalare sul marciapiede). Beh, sarà buona educazione da parte loro ma a me la cosa dà comunque fastidio, proprio perché sto semplicemente rispettando un loro diritto. Non trovate?

Uber Pop

I tassisti non sono tra le mie categorie lavorative preferite, e ritengo che i blocchi sul servizio Uber fatto dalle auto NCC – dover sempre partire dal loro garage – sono pretestuose. Però non vedo nulla di strano nella sentenza del tribunale di Milano che ha bloccato il servizio Uber Pop, quello insomma che poteva fare praticamente chiunque.

Il punto non è la concorrenza sleale. È che in un modo o nell’altro chi ha una licenza da taxi (o da NCC, del resto) ha dei controlli che non vengono evidentemente fatti per un automobilista qualunque. Che poi Uber Pop sia una fregatura per chi fa l’autista è un’altra storia :-)

_Torino un po’_ (libro)

[copertina]Valdo Fusi non era torinese di nascita (nacque a Pavia) ma lo era indubbiamente di adozione. In questa sua opera postuma (Valdo Fusi, Torino un po’, Mursia 1976, pag. 229) – morì improvvisamente poco dopo avere consegnato all’editore Mursia il manoscritto – Fusi racconta dell’architettura dela città sabauda, con particolare attenzione al barocco e un odio viscerale per tutti gli scempi che erano stati perpetrati nel dopoguerra. Chissà, forse è per nemesi storica che il piazzale a lui intitolato è stato sventrato per un parcheggio sotterraneo coronato da un edificio di rara bruttezza.

Ho trovato il testo un po’ ripetitivo. Sicuramente non è pensato per chi di architettura ci mastica un po’, nel senso che i giudizi sono molto impressionistici: devo però dire che lo stile, e i riferimenti esterni vari sono molto interessanti. Molto utili sono poi le schede finali, aggiunte dalla vedova Edoarda dopo averle ripescate tra le carte del marito. Per i curiosi, il piccolo editore torinese Riccadonna ha ultimamente ristampato il testo che altrimenti è rintracciabile – a fatica – solo in biblioteca.

Twitter, Facebook e aforismi

[falso Churchill] Ieri il mio amico Alessandro ha postato la citazione churchilliana qui a sinistra, con il commento “Condivido una bufala ma bella”. Il testo è il seguente: «When Winston Churchill was asked to cut arts funding in favour of the war effort, he simply replied “then what are we fighting for?”» che possiamo tradurre come «Quando chiesero a Churchill di tagliare i fondi culturali a favore dello sforzo bellico, lui replicò “e allora per cosa staremmo combattendo?”»

L’aforisma è carino, ma inequivocabilmente falso. Una rapida ricerca in rete fa trovare una domanda in Quora che non solo riporta la falsità ma aggiunge ulteriori informazioni tra le varie risposte, dall’affermazione più simile (ma comunque ben diversa da quella citata) trovata tra le carte di Churchill alla segnalazione che questa bufala è stata riciclata non so quante volte anche da personaggi famosi come il regista Kevin Spacey.

Qual è la morale di tutto questo? Ce ne sono diverse. Innanzitutto, non fidatevi mai degli aforismi in rete soprattutto se ben formattati: secondo me l’infiocchettamento è fatto apposta per dare una patina di verità al testo. Non è che tutto quello che si trova sia falso, chiaro: per esempio questa risposta di Gianni Morandi è stata effettivamente scritta, come si può vedere sulla sua pagina Facebook. (Nota a latere: ormai è chiaro che Morandi non c’è, ma ci fa; è il mio Digital Champion). Infine, e credo che questa sia la cosa più importante, la rete permette quasi sempre di sbufalare una bufala, sapendo cercare. Siti come Quora o il network di Stack Exchange sono delle risorse fondamentali, e tutti dovrebbero conoscerle; purtroppo sono solo in inglese perché non c’è la massa critica (spero che almeno la volontà ci sarebbe) per avere qualcosa in italiano, a parte il servizio antibufala di Paolo Attivissimo.

Lo so che è più veloce cliccare su “condividi” (no, qui non sto parlando di Alessandro): ma questo non è saper usare Internet. Fatevene una ragione.

Vivere di diritto d’autore

Sto leggendo l’ultimo numero della rivista del Gruppo Mauri-Spagnol, Il Libraio, e per la precisione l’editoriale di Stefano Mauri che racconta i primi dieci anni di GeMS. A un certo punto Mauri ha scritto “abbiamo ribadito a Bruxelles che gli autori di maggior talento di diritto d’autore vivono” e mi sono fermato.

Quanti sono gli scrittori italiani (viventi: meglio specificarlo, con il copyright che permane per settant’anni dopo la morte) che vivono di diritto d’autore? Cinquanta? Cento? Duecento? Mi piacerebbe davvero saperlo. È chiaro che non sto parlando di saggistica: i libri che scrivo io hanno un mercato così piccolo che mi permettono sì e no di andare una volta al mese in pizzeria. Ma anche nella narrativa, e anche considerando i diritti per le riduzioni tv e cinematografiche, non credo proprio che ci sia tutta quella gente che vive di diritto d’autore.

Nulla di male, intendiamoci, non è che tutti debbano vivere di diritto d’autore: però non mi pare che questo sia un argomento da portare così tanto in giro…