_Kangourou dell’informatica 2013_ (libro)

[copertina] Come già per l’edizione 2012, anche questo libretto (AA.VV., Kangourou dell’informatica 2013, Edizioni Kangourou 2013, pag. 103, € 5, ISBN 9788889249345) contiene i problemi assegnati nell’edizione 2013 dei giochi Kangourou. Quest’anno, però, non ci sono solo canguri ma anche castori! C’è stata una collaborazione con Bebras, che è un consorzio nato appositamente per organizzare il “Castoro dell’informatica”. In effetti i Kangourou nacquero per la matematica, e quella di fare un’edizione informatica è stata una felice scelta italiana.
Il vantaggio è che i problemi di quest’anno nascono da nazioni diverse, e in un certo senso segnalano così i temi informatici ritenuti più interessanti da quelle culture. Non crederete mica che informatica (e matematica) siano assolutamente identiche ovunque ci si trovi? Il modo di fare le cose cambia eccome! Inoltre, in aggiunta ai problemi, alle soluzioni e alla sezione “Anche questa è informatica!”, quest’anno alcuni problemi hanno anche una trattazione teorica più ampia, sempre per mostrare come funziona in pratica l’informatica. Inoltre ci sono le statistiche finali, che mostrano quali sono stati i problemi più ostici per le squadre. Ricordo che il testo del libretto è liberamente disponibile, quindi non avete scuse per non cimentarvici!

I biechi trucchi pseudoglobalizzanti di Ikea

Io non so una parola di svedese. Però lo svedese è una lingua del ceppo germanico e io un minimo di tedesco lo mastico: così, quando mi tocca andare all’Ikea, mi diverto sempre a vedere la banalità dei nomi dati agli oggetti. Ieri per esempio facevano bella mostra di sé dei contenitori dal nome SAMLA, che io traduco immediatamente in “raccogli”. E che ci vuoi fare con un contenitore, dei bonghi?
Ma il guaio è che mentre venivo trascinat… scusate, mentre eravamo in cerca di due letti per la gioventù ho visto queste sedie e sono rimasto sconvolto. Perché, o Ikea, hai voluto chiamare una sedia “Roberto”? È forse quello uno dei nomi più imposti ai bambini svedesi, segno di mille avventure estive sulle spiagge romagnole? Stai cercando di convincerci che tutto il mondo è paese? O semplicemente ce l’hai con me?

Il vero mito dell’Ed Sullivan Show

Stavo ascoltando sovrappensiero uno degli ennemila video di Youtube con una premiazione a sir Paul McCartney, quando sento che il presentatore, che voleva fare il comico – almeno c’erano risate di sottofondo – racconta che a causa della Beatlemania i quattro liverpulliani erano stati invitati all’Ed Sullivan Show, “and they shared the stage with a mouse: Topo Gigio” (pronunciato all’americana, tohpou gigiou).

Non ci credevo, e sono andato a vedere la voce di Wikipedia in inglese: è tutto vero. Maria Perego ha portato Topo Gigio all’Ed Sullivan Show (prima dei Beatles…), dove ha presenziato a 91 puntate. Sono cose da non credere.

i questionari fateli bene

Mi è appena arrivata una mail da “Unipa Gruppo di Ricerca in Scienze Cognitive” (che non si capisce bene perché abbia un indirizzo info@istitutodemopolis.info e non un qualcosa @unipa.it, ma vabbè: i risultati in effetti dovrebbero essere pubblicati a http://scicog.unipa.it/ ) che mi chiede di partecipare a «una ricerca su ciò che le persone pensano dei social network». Vabbè, provo a connettermi al sito http://test.demopolis.info/ (senza cliccare direttamente sul link perché sono un po’ paranoico e c’erano troppi dati dopo l’url). Alla seconda domanda mi viene chiesto «Da quanto tempo utilizzi Internet». Le risposte possibili sono (a) Da meno di 6 mesi, (b) Da 6 mesi a 1 anno, (c) Da 1 a 4 anni, (d) Da 4 anni a 8 anni.

Lasciamo perdere il mio uso trentennale della rete: molti dei miei ventun lettori comunque usano Internet da più di otto anni. Che senso ha preparare un questionario in questo modo?

Aggiornamento: (22 luglio) Mi è stato spiegato che il sito usato per il questionario non è quello di unipa perché l’Istituto Demopolis ha loro gentilmente concesso lo spazio, cosa che personalmente ritengo encomiabile e va solo a loro favore. Le mie perplessità su come il questionario è stato preparato (ma mi sa che siano su tutta la psicologia sperimentale, a questo punto) restano intatte, e non tanto per la domanda suindicata.

Equo compenso e rottamazione

Egregio ministro Franceschini,
se ho ben capito, il motivo ufficiale per “riformulare il valore” del cosiddetto equo compenso per i supporti di memoria è la possibilità che qualcuno li utilizzi per salvare una copia (legale) di una canzone o di un film, legittimamente acquistati. Naturalmente non è possibile stimare quante copie private vengano fatte, quindi è stata calcolata – indubbiamente usando i migliori modelli disponibili presso la Siae – una percentuale forfettaria. Ci sarà pertanto chi è fortunato perché ha già comprato tanta musica e tanti video, e quindi pagherà meno di quanto avrebbe dovuto; e ci sarà pertanto chi voleva solo salvare le diecimila foto delle vacanze, e pagherà di più. La statistica è quello che ci resta se non vogliamo un controllo poliziesco.

Ma c’è una piccola cosa che non mi torna. Supponiamo che – come sta per succedermi – un mio hard disk stia tirando gli ultimi. Io mi compro un nuovo hard disk della stessa capacità, e rottamerò quello vecchio; quindi la quantità di spazio dedicato alle mie teoriche copie pirate rimarrà lo stesso. Bene: perché non posso consegnare il vecchio hard disk e ottenere un rimborso pari al valore dell’equo compenso?

Gino Bartali

Cent’anni fa nasceva Gino Bartali, uno dei simboli dell’Italia (non solo ciclistica). Consiglio di leggere questo articolo di Giovanni Fontana (che pietosamente non parla della sua partecipazione a Striscia la Notizia), per avere un punto di vista un po’ diverso su cosa Bartali ha fatto oltre che vincere gare ciclistiche.

statistiche per fare bella figura

Lunedì Andrea Monti mi ha segnalato questo articolo di Repubblica, insieme alle sue considerazioni al riguardo. Lasciate pure perdere l’articolo originale, a meno che non siate interessati al gossip; chi vuole proprio sapere qual è stato l’esperimento condotto farà meglio a leggere l’articolo originale. Per chi ha fretta, l’esperimento, condotto su 60 volontari trentini, ha misurato la loro propensione a “vendere” i loro dati personali – in forma anonima e aggregata – ottenuti dall’uso del loro smartphone, scoprendo che il valore percepito è molto basso, e gli unici dati che sembrano avere un minimo interesse sono quelli degli spostamenti effettuati. Magari un’altra volta parlerò dei risultati: adesso mi sembra più interessante guardare la metodologia usata.

Io non ho certo le competenze statistiche necessarie per fare un’analisi completa dei risultati, ma c’è una cosa che mi ha lasciato molto perplesso, anche se devo dire che non è certo il primo caso che mi è capitato di vedere. Andrea ha perfettamente ragione quando fa notare che il campione usato non è assolutamente rappresentativo per tutta una serie di motivi: è stato scelto con lo snowballing, cioè chiedendo agli sperimentatori di cercare nuovi amici; si limita a una sola piattaforma software e a un gruppo di persone di una certa categoria sociale; e soprattutto è davvero limitato – 60 persone non sono certo un campione statisticamente valido. Differiamo solo nelle conclusioni: io sono più ottimista di lui e ritengo che quel paper ha un interesse sociologico, anche se solo qualitativo e non certo quantitativo. (Lasciamo stare l’articolo su Repubblica, se non per apprezzare che ha vari link tra cui quello al paper originale: un risultatone rispetto al tipico articolo che si può leggere sull’italica rete) Insomma, si può vedere che a quanto pare esistono alcune persone che non sembrano attribuire un grande valore ai propri dati personali, ancorché anonimizzati.

Ma resta il problema di base: perché un articolo deve avere tutta quella messe di parametri statistici, quando il campione di base è così ridotto? Qual è il valore aggiunto? Sarei lieto se qualche statistico si palesasse qui nei commenti e mi dimostrasse che ho torto, ma per quanto mi riguarda quei numeri non hanno un vero valore se non quello di intimidire chi non è abituato a trattarli… o se preferite bisogna inserirli perché l’articolo venga accettato da una qualche rivista; questo non è certo l’unico paper che spenda e spanda tutti questi dati, quindi potrebbe benissimo essere una necessità pratica per la pubblicazione.