Bambini soldato

Anna mi segnala che secondo Repubblica (archivio) Dean Jones, nato nel 1931, avrebbe combattuto nella seconda guerra mondiale.
(Ho controllato su Wikipedia: dalla versione di fine agosto a quella di stamattina c’è sempre stato scritto “Guerra di Corea”. La notizia arriva da un’altra fonte, insomma)

_What if?_ (libro)

[copertina]Randall Munroe è l’autore di xkcd, una striscia tridimensionale di fumetti nerd dove i protagonisti sono “stick men”, uomini disegnati come se fatti di bastoncini: ma non lasciatevi trarre in inganno, è chiaro che sa disegnare. Un altro suo progetto, a cui è tratto questo libro (Randall Munroe, What if? : Serious Scientific Answers to Absurd Hypothetical Questions, Mariner 2014, pag. 305, $18, ISBN 978-0-544-45686-0), è “What if?”: come spiega il sottotitolo, è una raccolta di risposte serissime – almeno dal punto di vista scientifico – a domande che tanto serie non sono mica. Qualche esempio? “Cosa ci succederebbe se nuotassimo in una vasca di decantazione di materiale radioattivo?” o se preferite qualcosa di apparentemente meno truculento, “Che succederebbe se tutta la popolazione terrestre fosse concentrata in un unico luogo e saltasse contemporaneamente?”; per andare più sul surreale, infine, “Sarebbe possibile costruire un ponte fatto di mattoncini Lego che unisca Londra a New York”. Le risposte, ovviamente correate dai relativi disegnini, sono sì serie ma di una serietà di un certo tipo: nel secondo caso, per esempio, dopo la risposta “la Terra non si accorgerebbe nemmeno del salto” Munroe inizia a trattare la logistica di miliardi di persone confinate nel Rhode Island e che cercano di andarsene via (la magia di radunarli tutti insieme non funziona alla rovescia), mentre con i Lego, oltre a studiare cosa occorrerebbe fare per stabilizzare il ponte, vengono anche date delle stime sul costo di tutti quei mattoncini, qualcosa tipo cinquemila miliardi. Il libro mostra come per avere certe informazioni si possa chiedere alle persone (o ai testi) giusti e come si possano fare ipotesi plausibili anche in scenari che plausibili non sono: da questo punto di vista è fantastico.

P.S.: è appena uscita la traduzione italiana del libro, Cosa accadrebbe se?, tradotto da Salvatore Serù. Non l’ho neanche sfogliato, quindi non so dirvi nulla se non che Bompiani avrebbe potuto osare il titolo “E se?”.

Ricatto? Quale ricatto?

Oggi magari avete letto l’articolo in prima pagina del Corsera, dove si afferma che Wikipedia ha perso 300 milioni di utenti – occhei, sarebbero al massimo pagine visualizzate – in pochi mesi. Oppure avete visto il TG5 delle 13 che ha fatto un servizio che cominciava con le parole «Il portale Wikipedia perde pezzi, o meglio utenti: troppi gli errori e le imprecisioni». La realtà è un po’ diversa, e l’ho raccontata qui con il cappellino di portavoce di Wikimedia Italia.

Ma non è di questo che volevo parlare, ma della seconda notizia che forse avete visto: che cioè su Wikipedia in inglese è stato scoperto un ricatto, e ci sono state delle persone che si sono viste chiedere dei soldi per evitare che la voce di Wikipedia su di loro contenesse delle falsità. Un esempio di articolo con queste notizie è qui. Peccato che anche in questo caso le cose non siano affatto andate avanti così, come del resto chiunque ci pensi un attimo può immaginare: togliere un’informazione falsa è relativamente semplice perché non ci sono fonti autorevoli che la confermino. Come si può leggere (in inglese) sul blog della Wikimedia Foundation, i 381 account che sono stati bloccati sono accusati di “undisclosed paid advocacy”, cioè si sono fatti pagare per inserire pagine dell’enciclopedia senza rendere la cosa pubblica, e tipicamente non seguendo le linee guida di Wikipedia: insomma, voci che non avrebbero mai dovuto essere presenti. Un’altra cosa che questi account hanno fatto è farsi pagare per “proteggere” la voce, cosa che comunque è diversa dal ricattare. Controllate pure: la parola “blackmail”, ricatto, non è scritta da nessuna parte nel comunicato WMF. Eppure se fate adesso una ricerca con i termini Wikipedia e blackmail trovate una quantità di risultati. Come mai? Semplice. Tutto nasce dai siti che copiano (e da noi traducono) questo articolo dell’Independent, strillato a tutta voce per fare scandalo contro Wikipedia… e non è nemmeno la prima volta che lo fanno. Per me, che mi ricordo com’era quel giornale quando nacque, vedere come si è trasformato è davvero triste: per dire, il testo del Daily Mail è persino più oggettivo. (Il titolo è quel che è, ma non si può pretendere troppo dalla vita)

Lo so, notizia cattiva scaccia notizia buona, e i miei ventun lettori sono una ben misera percentuale di chi verrà a sapere di queste notizie: però almeno il mio mattoncino ce lo voglio mettere.

Nuove religioni

Stamattina mi è stato segnalato questo articolo di Mariano Tomatis su Wu Ming: La «neutralità» che difende Golia. Scienza, feticismo dei “fatti” e rimozione del conflitto. Arrivato faticosamente al termine del muro di testo – ma da Wu Ming se non si scrivono almeno ventimila battute si viene considerati delle nullità? – mi pare di aver capito il motivo per cui Tomatis stronca il libro di Dario Bressanini e Beatrice Mautino Contro natura, che racconta tante cose a proposito di cibi “bio” e OGM viste da un punto di vista scientifico. Scrive Tomatis:

Con quale credibilità il giornalismo scientifico può definirsi neutrale? E più in generale, il lavoro del giornalista scientifico è compatibile con l’espressione di una chiara e argomentata posizione politica?

e potete immaginarvi la risposta. Cito ancora dall’articolo di Tomatis:

Quando sostengono – con argomenti peraltro solidi – che alcuni OGM «non fanno male», Bressanini e Mautino si riferiscono esclusivamente agli effetti valutabili dal punto di vista scientifico: essi, infatti, non ritengono sia compito di un divulgatore estendere l’analisi agli aspetti politici e sociali della questione e che – anzi, il divulgatore scientifico che si avventurasse in un compito del genere si corromperebbe automaticamente, trasformandosi (orrore!) in “attivista”.

Ora, se Tomatis avesse scritto “Scientificamente gli OGM non danno alcun problema, ma bisogna considerare che esistono anche effetti non misurabili scientificamente e sono parimenti importanti” la sua sarebbe stata una posizione assolutamente lecita: si può essere a favore o contro di essa, ci si può discutere e così via. Ma quello che afferma Tomatis è altro [NOTA: questa è una mia parafrasi e non testo di Tomatis. Leggete l’aggiornamento sotto]: “Non importa che scientificamente gli OGM non danno alcun problema, perché hanno anche effetti non misurabili scientificamente e se fai solo fact checking stai facendo disinformazione”. E qui io non ci sto.

Ci sono i fatti, e ci sono le interpretazioni dei fatti. Lo stesso fatto può essere interpretato in più modi, e le interpretazioni possono essere opposte. Poi ci possono essere interpretazioni che vengono stabilite come uniche e indiscutibili. Anathema sit: molte religioni funzionano in questo modo. C’è anche chi prende la scienza come religione: i fatti devono avere quella interpretazione. Dal mio punto di vista non c’è molta differenza tra la “religione della scienza” e un’altra religione. Ma Bressanini e Mautino non dicono questo: Tomatis cita la frase di Bressanini

«in generale secondo me ci si deve astenere da dare consigli di comportamento. Qualsiasi. In questo senso il fack checking deve essere “solo”. Non sta a me giudicare o dire che [è] “meglio” questo o quel comportamento sociale.»

Presupponendo che questo punto sia chiaramente spiegato anche nel libro – che non ho letto, confesso – io non vedo nulla di male in questo approccio, anzi. Gli autori esplicitano che si limitano a esporre e documentare fatti, e che non è loro compito né interesse dettare la linea. Tomatis sceglie invece di mettere insieme fatti e interpretazioni, promuovendo queste ultime a fatti: chiaramente con questo approccio non può che arrivare la stroncatura, perché il libro non solo è incompleto, ma permette al lettore di cascare nell’eresia, fuori dalla religione dei Wu Ming. La reductio ad Palestinam del testo ne è chiara prova.

Ma questo significa che non si può discutere sul valore degli OGM perché scientificamente è provato che non c’è differenza con le specie viventi che non sono state sottoposte a modificazione genetica in laboratorio? Ma figuriamoci! Certo che si può discutere, e anzi credo che se ne debba discutere. Però la discussione non ha nulla a che fare con il contenuto del libro di Bressanini e Mautino. È come se si discutesse del piacere o meno di fare le vacanze in alta montagna, e lamentarsi perché ci viene fatto notare che la quantità di ossigeno a 2000 metri è minore di quella a cui siamo abituati. Mica significa che quindi non si deve andare al Sestriere, no?

Aggiornamento: (3 settembre) Sono stato accusato su Twitter di aver fatto un “virgolettato-caricatura”, concetto che mi sfugge. (Anzi, no, forse ho capito il busillis. La frase “Non importa che scientificamente gli OGM non danno alcun problema, perché hanno anche effetti non misurabili scientificamente e se fai solo fact checking stai facendo disinformazione” è una mia interpretazione di quanto scritto da Tomatis. Per me i “virgolettati” sono quelli inseriti come citazione, che sono naturalmente copiati verbatim dal post originale. Rileggendomi ho capito il problema e mi scuso con Tomatis)

Le mie conclusioni possono naturalmente essere errate: ognuno può leggere però l’articolo originale e trarre le sue conclusioni. Rileggendo per l’ennesima volta il post originale posso dire che Tomatis è contrario al pensiero di Bressanini e Mautino scrivendo «essi, infatti, non ritengono sia compito di un divulgatore estendere l’analisi agli aspetti politici e sociali della questione», e visto che questa frase sta nella parte dell’articolo dedicata a Contro Natura immagino sia parte della critica al libro.

Poi probabilmente ho sbagliato analisi: quello che Tomatis dice (rectius: quello che ho capito all’ennesima lettura) è che in realtà Bressanini e Mautino fanno finta di essere neutrali ma in realtà prendono posizione a favore delle multinazionali (vedi il caso Schmeiser). Il mio commento però non muta: se stiamo parlando dei motivi scientifici pro o contro gli OGM, tutto quello che non fa parte dei motivi scientifici non ha cittadinanza. Poi Bressanini e Mautino hanno usato argomenti retorici nel libro? È possibile (ripeto, il libro non l’ho letto). Io ho usato qui argomenti retorici? È certo. Tomatis ha usato argomenti retorici? È certo anche quello.

quando il PC non funziona

Quest’estate mi sono portato il portatile in montagna, pensando di collegarmi in tethering usando il telefono. Non ci sono riuscito. Rientrato a Milano, ho fatto ancora qualche prova e mi sono accorto che il problema non era tanto il tethering quanto la connessione wifi: si connetteva ma indicava “limited”, e se provavo a pingare un qualunque sito, anche semplicemente il router che mi aveva assegnato l’indirizzo IP e quindi era sicuramente visibile, mi arrivava come risposta “General Failure”. In effetti mi sono ricordato che era qualche mese che mi arrivava quel “limited”, ma non ci avevo fatto caso: il mio pc se ne sta sempre in studio, a due passi dal router e collegato via cavo ethernet alla rete.
Spegnere e riaccendere il pc, la prima regola dell’informatico, non serviva a nulla. Disinstallare e reinstallare il driver non ha dato risultati. Ho provato a cercare un driver più aggiornato ma il sistema mi ha detto che quella che avevo era la versione più recente. Ho guardato su internet e provato tutti i rimedi suggeriti, dal far ripartire winsock (e io che pensavo fosse defunto dalla versione 3.1!) all’eliminare l’interfaccia: nulla. Ho portato il pc in ufficio per fare qualche altra prova con un collega – la seconda regola dell’informatico dice “se non funziona spegnendo o riaccendendo il guaio può essere una cazzata che hai fatto: controlla con qualcun altro” – ma nulla da fare.
A questo punto ho chiamato l’assistenza: dopo un’ora al telefono per la parte software, nella quale mi hanno anche fatto aggiornare il BIOS, si è concluso che forse il problema era hardware. Ma la situazione era un po’ strana: come dicevo, il computer prendeva l’indirizzo IP dal router e tirava su l’interfaccia, ma poi non faceva nulla. Il giorno dopo è arrivato il tecnico con la schedina nuova: cambiata la schedina, sempre lo stesso risultato. A questo punto però il tecnico ha tirato fuori una chiavetta USB con una Ubuntu live, e la connessione appariva magicamente: giudizio finale, “il problema è software, reinstalli da zero il PC usando la partizione fantasma”.
Il pensiero di ripartire da Windows 7 e fare tutti gli aggiornamenti mi ha terrorizzato, così ieri sera, tornato a casa, mi ci sono rimesso di buzzo buono. Ho provato a fare un clean boot, togliendo tutti i servizi: a parte che qualcuno è comunque partito, la situazione era identica. Poi ho di nuovo disinstallato il driver: vedendo però che mi chiedeva “vuoi anche cancellare il file relativo?” ho provato a dire di sì, tanto peggio di così non poteva andare. A questo punto ho fatto una ricerca di nuovo hardware e mi ha rivisto la schedina; ho fatto un aggiornamento software che mi ha recuperato la stessa versione del driver che avevo già; e il wifi ora funziona di nuovo.

La mia ipotesi è che il file del driver fosse corrotto, e forzandone il download io sia riuscito ad avere una versione corretta. Ma se è così c’è un grave problema di base. I driver sono la parte più delicata di un sistema operativo. Possibile che per controllare il driver il sistema legga solo la versione e la data? Perché all’interno del file non c’è un checksum per verificarne l’integrità? Mah. Il risultato finale è sempre lo stesso, però: l’informatica non è una scienza ma un’arte.

_The Information_ (libro)

[copertina]Non lasciatevi intimidire dalla mole di questo libro (James Gleick, The Information : A History, A Theory, A Flood, Vintage 2012 [2011], pag. 544, $16.95 , ISBN 9781400096237: esiste anche la traduzione italiana L’informazione. Una storia. Una teoria. Un diluvio. edita da Feltrinelli e tradotta da Virginio B. Sala che però non ho letto). Gleick, oltre che storico della scienza, è un giornalista e scrive molto bene, pur ammassando una quantità di informazione (ehm…) che richiede parecchio tempo per essere digerita, anche perché il suo punto di vista è assai peculiare. D’altra parte il protagonista del suo racconto non è una persona ma un concetto: l’informazione appunto, qualcosa per cui fino al 1948 non esisteva nemmeno una parola e che ancora adesso resta piuttosto nebuloso. Oggi possiamo però rileggere dal punto di vista dell’informazione quanto capitato nei millenni passati, partendo dai suonatori di tamburo africani che ovviano con la ridondanza semantica alla possibilità di errori di ricezione, passando all’alfabeto visto come un codice e arrivando poi a geni in anticipo sul proprio tempo come Babbage e Turing e terminando con una panoramica sull’informazione quantistica. Quello che mi è piaciuto di più, come dicevo, è proprio il suo punto di vista diverso dal solito e che ti costringe a rivedere gli assunti impliciti che hai sempre avto in mente ma non hanno in realtà alcuna solida base logica.

Variante di [vV]alico

Mentre stiamo tutti aspettando che la Variante di Valico sull’A1 sia finalmente completata per ridurre il numero di volte in cui sentiamo dire “code a tratti tra Arcoveggio Rioveggio e Barberino di Mugello” c’è un dubbio che continua ad attanagliarmi. Sì, la notte dormo lo stesso, ma insomma…

Come si può vedere per esempio qui, si parla sempre della Variante di Valico con le V maiuscole. D’accordo per “Variante”, che in fin dei conti sta all’inizio della frase, ma io pensavo ingenuamente che “valico” fosse semplicemente il posto dove si valicano gli Appennini, valico che appunto varia. D’altra parte quello che RFI sta costruendo in Liguria è appunto il Terzo valico con la v minuscola, a differenza della Variante di Valico. Com’è la storia? Quello tra Bologna e Firenze è il valico per antonomasia e quindi richiede la maiuscola? Oppure c’è proprio il paesino di Valico sperduto in mezzo agli Appennini?

Quizzino della domenica: carri armati

Un carro armato è nascosto in un quadrato di una scacchiera 9×9 e un bombardiere deve distruggerlo, lanciandogli delle bombe. Ogni bomba colpisce una singola casella: per distruggere il carro armato occorre colpirlo due volte, ma dopo che è stato colpito la prima volta esso si muove in una casella adiacente. Inoltre il bombardiere non ha la possibilità di capire se il carro armato è stato colpito oppure no.
Un pilota metodico potrebbe spazzare due volte le 81 caselle e assicurarsi così di aver colpito il carro armato: si può fare di meglio oppure no?

(un aiutino lo trovate sul mio sito, alla pagina http://xmau.com/quizzini/p180.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Problema tratto dalle Olimpiadi Matematiche russe 2015, vedi Tanya Khovanova)