Non dite che non vi ho avvisati

Se va tutto bene, dopodomani su Tuttolibri (l’inserto della Stampa) ci sarà una recensione del libro di Douglas Hofstadter ed Emmanuel Sander Superfici ed essenze scritta dal sottoscritto. No, non mi hanno pagato per scriverla :-)

Efficienza postale

(sperando di non andare contro la privacy dei citati…)

Fabio, uno dei miei tanti contatti, quasi vent’anni fa aveva incontrato a Trieste Douglas Hofstadter e gli aveva regalato una copia del librettino di Giuseppe Varaldo All’alba Shahrazad andrà ammazzata: libro che dev’essere piaciuto moltissimo a Doug, tanto che in una occasione seguente lui ne regalò una copia anche a me con una dedica monovocalica in “o”.

Bene: ieri Fabio mi ha scritto dicendo che sabato scorso ha ricevuto per posta da Bloomington, Indiana una copia del libro Le Ton Beau de Marot, con la seguente dedica:

“Per Fabio con i miei ricordi affettuosi di una bellissima serata triestina, e con grazie incontabili per “Sharazad” … da Douglas Hofstadter giugno, 1997″

Vorrei far notare l’efficienza delle Poste che non hanno pensato di lasciar passare il weekend per la consegna.

Lauti guadagni

Come sapete, ho scritto due ebook per la collana Altramatematica. (Faccio anche il curatore della collana, ma quello è gratis et amore dei). Bene, sono lieto di annunciare urbi et orbi che ho appena ricevuto un bonifico di 202,89 euro per diritti d’autore, sui quali naturalmente pagherò il 43% di aliquota marginale.

Prima che qualcuno mi fraintenda: non mi sto per nulla lamentando. Ho scelto di fare queste cose (seguire la collana e scrivere i librini) perché ritengo che portare al mondo un po’ di “matematica pop” sia utile: se anche solo qualcuno si avvicinerà alla scienza per suo mezzo, ci guadagniamo tutti. Io ho un lavoro noioso ma che a fine mese mi dà lo stipendio, e quindi mi permette di fare le cose che mi piacciono senza doverci necessariamente guadagnare: allo stesso tempo ritengo corretto che – per puro principio – ci sia una rimunerazione esplicita, per quanto bassa.

Voi che ne pensate?

EDIT: mi fanno notare che la mia aliquota marginale è del 41% e non del 43% (che si ha con un reddito superiore a 75.000 euro lordi, figuriamoci se arrivo fin lì)

δημοκρατία

Non ho studiato abbastanza per stabilire quant’è la percentuale di ragione e quella di torto tra Tsipras e la Troika. Tanto per aggiungere dati, segnalo questo post su OneMoreBlog (e il Biraghi è sin troppo di sinistra per i miei gusti…).
Però una cosa la posso dire. Pensare di preparare in nove giorni un referendum non è democrazia, ma populismo. O siete davvero convinti che i greci – ma sarebbe lo stesso per noi italiani o qualunque altra nazione – possano avere il tempo di prendere una decisione informata?

EcOttimismo

Massimo mi ha risparmiato la fatica di scrivere il pippone sulla smentita-non-smentita di Umberto Eco, e non posso che ringraziarlo.

L’unica cosa che aggiungo è che non vedo come Eco possa pensare che i giornali (che almeno nella parte online guadagnano con il boxino morboso, non certo con il saggio critico) dovrebbero spendere soldi per pagare collaboratori che smentiscano le bufale sulle quali spesso vivono… oltre che naturalmente chiedermi chi sarebbero gli esperti in questione :-)

Poi sono ragionevolmente certo che buona parte delle bufale si possano scoprire anche senza essere esperti di teoria delle stringhe, teoria delle catastrofi e guerra dei trent’anni: il fatto che in genere le bufale su Wikipedia abbiano vita breve ne è una prova. (Sì, ci saranno sempre le eccezioni. Ma ci sono anche esperti che sbagliano l’attribuzione di un dipinto o di una scultura, se per questo). Ma mi sa questo sia troppo avanti per Eco.

Jean-Marie Cavada e il non-diritto di panorama

Jean-Marie Cavada è un politico settantacinquenne francese, presidente del movimento politico francese Nous Citoyens, ed europarlamentare nel gruppo ALDE (i liberali, semplificando). In questi ultimi giorni Cavada è assurto agli onori della cronaca per un emendamento all’eurodirettiva sul diritto d’autore che ha proposto, e che impedirebbe di pubblicare foto utilizzabili commercialmente di monumenti pubblicamente visibili: ne ho accennato su Voices. Per la cronaca, in Italia – e in Francia, il che non è poi così strano visto lo statalismo e il centralismo dei transalpini – questo non è già possibile, ma ci sono dei paesi cattivissimi dove invece è permesso.

Cavada è stato forse frainteso? Per nulla. Se andate a vedere sul suo sito, lo fa capire chiaramente: per lui la redattrice della proposta Julia Reda, lungi dal voler difendere il libero accesso alle opere, vuole permettere ai monopolisti americani come Facebook e Wikipedia di sfuggire al pagamento dei diritti d’autore ai creatori. (Nota: tutte le traduzioni sono mie, non è stato usato Google Translate. Avete comunque il link al testo originale, se non vi fidate). Questo non è poi così strano, se pensiamo che Nous Citoyens è stato fondato dall’imprenditore Denis Payre; è abbastanza facile intuire che il suo emendamento non è nato per caso, insomma. Ma andiamo più nel dettaglio, almeno per quanto riguarda Wikipedia.

Il guaio di Wikipedia, secondo Cavada, è semplice. Nel quadro delle negoziazioni con i creatori e i loro rappresentanti essa richiede sistematicamente tre condizioni contrattuali inaccettabili: che le immagini siano ad “alta definizione”, siano modificabili e possano essere utilizzate a fini commerciali. Tecnicamente la prima di queste condizioni non è vera, nel senso che si chiede la più alta definizione possibile ma alla fine ci si può accontentare anche di meno, mentre le altre due sono in effetti la trasposizione della mancanza delle clausole -ND- e -NC- nella licenza d’uso di Wikipedia. Ma mettersi a parlare di questo, e rimarcare che la Wikimedia Foundation non fa nessun uso commerciale delle immagini, significa cadere nella trappola di Cavada, che ha scientemente spostato la questione per nascondere il vero punto del suo intervento. Non ci credete? Rileggete l’inizio di questo capoverso: si parla di negoziazioni con i creatori e i loro rappresentanti. Tu sei un fotografo e non vuoi pubblicare la foto su Wikipedia, perché pensi di poterci fare dei soldi per conto tuo? Sei liberissimo di farlo, e se qualcuno prova a mettere illegalmente una copia di una tua foto su Wikipedia noi la cancelliamo non appena ce ne accorgiamo. Il diritto d’autore è sacro. Peccato non si parli davvero di questo.

Quello che l’europarlamentare francese – e non si sa quanti altri – vuole fare è scardinare la libertà di panorama estendendo ben oltre il suo significato originale il diritto di riproduzione. Questo è una parte del diritto d’autore, e nasce perché certe opere sono intrinsecamente copiabili. Se io scrivo un libro o eseguo un brano musicale, non è che rimanga una sola copia della mia opera: il libro viene stampato, e la mia esecuzione può finire in un disco. Se qualcuno fotocopia il mio libro o registra la mia esecuzione e poi la rivende, sta violando i miei diritti di riproduzione e quindi è sanzionabile per legge. Inutile dire che oggi la copia è per lo più digitale: siamo però tutti d’accordo che il libro cartaceo e il pdf oppure l’epub con il testo del libro sono la stessa cosa dal punto di vista del diritto d’autore. Ma un monumento e la foto di quel monumento non sono affatto la stessa cosa, come avrebbe del resto detto Magritte! Che cosa c’entra la ri-produzione – produrre una copia conforme dell’originale – con una raffigurazione? Se è vietato commercializzare l’immagine di un monumento sulla pubblica via, allora deve anche essere vietato commercializzare un quadro che raffigura quel monumento, e finanche commercializzare una descrizione a parole di quel monumento: non vedo nessuna differenza logica. Tutto questo indipendentemente dal fatto che l’immagine sia caricata su Wikipedia o su Facebook.

Dovrebbe essere insomma chiaro chi sono per Cavada i veri creatori e i loro rappresentanti: le archistar che vogliono guadagnarci non solo dalla progettazione e costruzione di edifici e monumenti – cosa di cui hanno pieno diritto – ma anche su tutto il possibile indotto. Aggiungiamo che Facebook e affini non si preoccuperanno più di tanto anche se passassero quell’emendamento: al limite faranno qualche accordo con i suddetti rappresentanti, così i soldi girano come dai dettami del libero mercato, che è libero solo per i soliti noti. Purtroppo mi pare che almeno in Italia di queste cose non ne parli nessuno: le scie chimiche sono indubbiamente più interessanti e cromaticamente visibili…

P.S.: Come faccio di solito in questi casi, ero andato su archive.org per salvare il testo attuale della pagina, perché editare un testo è molto facile. Ho scoperto che qualcuno ci aveva già pensato. Siamo in tanti a essere delle brutte perZone.

_Socrate, per esempio_ (libro)

[copertina] Chi ha già letto il primo libro di Galatea, Didone, per esempio, probabilmente lo sa già. In questo libro (Mariangela Galatea Vaglio, Socrate, per esempio, Ultra 2015, pag. 247, € 16, ISBN 9788867763146) non si parla di storia della filosofia, ma al massimo di storia dei filosofi. Insomma, non pensate di comprarvelo per passare le interrogazioni a scuola… anche perché la mia sensazione è che Galatea ci aggiunga molto del suo quando le fonti sono scarse se non virtualmente nulle. D’altra parte, tanto per dire, non avevo mai sentito nominare parecchi dei personaggi raccontati…
Questo non significa che il libro sia di fantasia. Dal punto di vista tecnico è tutto vero e documentabile. Ma Galatea vuole farci capire come mai ai filosofi venivano in mente certe idee, e per spiegarlo devi comunque mostrare un po’ di storia e di geografia, se non addirittura di scienza. Questo è preziosissimo, e il modo in cui è trattato – non ingessato ma come se fosse scritto su un rotocalco – aiuta a capire le somiglianze con quello che capita oggi, e toglie quegli strati di polvere che tipicamente associamo. Sappiate quindi che se volete sapere su cosa si basa la filosofia classica greca – il libro parla dei presocratici e termina appunto con Socrate – potete farlo divertendovi anche!

Ancora sulla storia naturale

Gianluigi ha segnalato questo post di qualche giorno fa di @devicerandom. Lasciate perdere i commenti, a meno che non vi divertiate con il lancio di stracci, e leggete il post, dove l’autore riesce quasi a farci benvolere le zanzare – occhei, non esageriamo – e dà una visione della storia naturale migliore di quella che mi ha fatto imbufalire l’anno scorso.

La tesi di @devicerandom è che «la scienza o viene scambiata tra gli specialisti, o è di-vulgata perchè raggiunga il massimo numero di persone possibili […]. In entrambi i tipi di comunicazione si perde – o comunque si diluisce – il lato estetico, umano, lirico […] la scienza non si confronta. Non viene comunicata come una parte integrante di tutto il resto del mondo del pensiero.» Ora, posso in parte condividere l’inizio della sua conclusione, che «Ila scienza continua a non essere considerata cultura, perchè non è comunicata come tale» (corsivo e accento grave su “perché” sono suoi). Ma resto piuttosto scettico sulla seconda conclusione, che cioè «Il secondo impoverimento è la pratica della scienza che si priva del suo aspetto profondo di conoscenza del mondo: cessa di essere sapienza, cessa di essere filosofia naturale o storia naturale -ed è facile preda per essere mangiata, a questo punto, dall’irrazionalismo filosofico, dell’heideggeriano “la scienza non pensa”.» Occhei, può darsi che la mia visione sia viziata dal fatto che la matematica non è conoscenza del mondo (il mondo lo devi conoscere in altro modo, la matematica poi ti permette di fare previsioni su casi simili ma non uguali); ma provo ad argomentare meglio.

Innanzitutto, la scienza “scambiata tra gli specialisti” (quindi quella dei paperi) è appositamente ridotta all’osso per permettere ai tuoi pari di afferrare subito il punto in questione. Certo, il rischio della troppa parcellizzazione è praticamente una certezza, ma la quantità di scienza che si è potuta fare in questi decenni è anche frutto di questo stile. Ma non riesco a vedere nulla di male nella “divulgazione 2.0”, come la chiama @devicerandom. O meglio, non riesco a capire perché le sue pillole simpatiche e pop vadano poi così male. Certo, Carlo Rovelli con le sue Sette brevi lezioni di fisica ha sfiorato le 200.000 copie vendute con un testo che è indubbiamente catalogabile come storia naturale, se non filosofia naturale. Ma siete davvero convinti che chi l’ha letto ha non dico imparato qualcosa di scientifico – e passi – ma almeno abbia pensato che sì, in effetti la scienza può essere considerata cultura? Io dico di no. Tutta la saga di Harry Potter, lasciando perdere la parte di romanzo di formazione, non è certo “conoscenza del mondo”: eppure è stata letta da decine di milioni di persone. Calvino e Levi hanno scritto libri che possono essere considerati di storia naturale, e che sono sicuramente stati apprezzati da molti: peccato che quasi nessuno pensi alla scienza che sta loro dietro. Il problema della scienza è che in genere viene vista come “cosa di altri”: per combattere questa idea possono essere utili tante cose, ma non credo proprio che la storia naturale sia la soluzione vincente.

E voi, che ne pensate?