Vaxxed

Andrew Wakefield dev’essere la singola persona in campo medico che ha causato i maggiori danni: non ancora in termini di vite umane, ma purtroppo c’è sempre tempo per peggiorarsi. Pagato per scrivere un articolo dove indicava un’inesistente correlazione tra un certo vaccino e l’autismo (mentre – cosa che gli antivaxx non sanno – già che c’era aveva brevettato un vaccino diverso per sostituirlo…), una volta radiato dall’ordine dei medici ha pensato bene di rifarsi una vita e inventarsi documentarista. La sua opera, dall’eloquente titolo “Vaxxed”, dopo essere stata ritirata in tutta fretta dal festival di Tribeca, non era mai stata presentata in Europa: ma questa grave lacuna sarà colmata il prossimo 4 ottobre, in una sede peculiare: il Senato della Repubblica italiana. Chi poteva avere avuto una simile idea? Bartolomeo Pepe, di cui ho già parlato in queste Notiziole: uno che nemmeno M5S, che pure su questi temi è sempre in prima fila, si è voluto tenere.

Attenzione: sono della scuola che ritiene che la censura non sia la risposta giusta, in questi casi. Il problema insomma non è la visione del documentario. Il problema è il sostegno implicito, se non addirittura esplicito, che gli viene dato in questo modo. Il problema è che mi sa che Bartolomeo Pepe non lo faccia nemmeno per pubblicità, come un Razzi qualsiasi…

Aggiornamento: (17:30) A quanto leggo, dopo un pacato intervento del Presidente del Senato, «Gli organizzatori hanno revocato la richiesta per la proiezione del documentario». Peccato non avere avuto lo streaming della chiacchierata precedente alla revoca 🙂

sempre più anzianitudine

Ieri, sempre nella famosa pausa pranzo, sono passato dal Carrefour di piazza Principessa Clotilde a prendere una confezione d’acqua. C’era una lunga coda alle casse, al che ho pensato di usare per la prima volta le casse automatiche. Nell’ordine, sono riuscito a:
– dire “avevo un sacchetto con me”, mettere la borsa che avevo come da richiesta, bloccare la cassa perché la borsa era troppo pesante;
– far passare il codice a barre della confezione, vedere che mi aveva preso una sola bottiglia, vedere che c’era la possibilità “indica il numero di oggetti uguali”, ma non capire che avrei dovuto mettere il numero di oggetti prima e passare dopo il lettore di codice;
– non sapere dove passare la carta fedeltà (non che servisse, a dire il vero), che anch’essa doveva essere letta col lettore del codice a barre;
– usare la carta di credito pensando fosse contactless e quindi non prendere la ricevuta.
Sono messo male.

“a titolo gratuito”

Dopo il doppio #fail della campagna per il Fertility Day, la ministra Lorenzin insiste, e chiede un aiuto dai creativi, «Possibilmente a titolo gratuito». È abbastanza facile immaginare cosa è successo a questo punto: vorrei però far notare la differenza tra le risposte dei creativi.

Bee Free ha postato un’immagine su Facebook, dal testo “Non aiutiamo nessun ministro a titolo gratuito. La creatività non è gratis. Il nostro tempo non lo è. Gli studi che abbiamo fatto, tanto meno”. Mentre – pur non essendo io certo un creativo – concordo con il concetto dietro questo testo, trovo la forma assolutamente sbagliata. Il messaggio che passa, almeno a me, è politico. La parte più visibile parla infatti del ministro, e nasconde in un maiuscoletto di dimensione ridotta il fatto che fare il creativo è un lavoro, e deve essere retribuito come un lavoro. Si direbbe insomma che per altre persone (o chissà, per altri ministri…) ci si potrebbe anche pensare su.

Molto meglio il discorso di Vicky Gitto, presidente dell’Art Directors Club Italiano, che intervistato dalla Stampa dice più o meno “Il lavoro dei creativi si paga, punto. Però siamo disposti a trovarci intorno a un tavolo con Lorenzin per spiegarle cosa vuol dire fare una campagna promozionale”. Perché ci vogliono i soldi, ma ci vuole anche un’idea di cosa si vuole far fare con quei soldi. A parte le figuracce, io ho visto un mischione tra una campagna che ricordi che non si è fertili a vita e un tentativo di far fare figli alla patria. Non so quanto questo mischione fosse voluto, anche se temo di sì; ma se non lo fosse stato, forse è meglio che il ministro torni a studiare l’abc della comunicazione.

Piego di libri

Oggi, in pausa pranzo :-), ho spedito a due dei miei lettori alfa una copia di Matematica in pausa pranzo. Dovete sapere che PosteItaliane ha una tariffa speciale, “piego di libri”, che è davvero conveniente: spedire un libro costa 1,28 euro. La tariffa nasce per gli editori che se non ricordo male pagano persino un po’ di meno. Solo che oggidì tutti gli editori che conosco spediscono comunque per corriere, e quindi il piego di libri è un’opzione per amatori.
Naturalmente ai vantaggi corrispondono degli svantaggi. Più precisamente, nel piego di libri ci possono stare libri, e non missive. Una volta era ammesso un biglietto di presentazione del libro, forse lo è ancora adesso, ma direi che la cosa è irrilevante, visto che possiamo tranquillamente mandare il testo per email. Il punto è che questo significa che la busta deve poter essere “apribile per ispezione postale”, il che diventa un po’ meno semplice. Sono infatti riuscito a trovare delle buste con i buchetti per mettere i ganci apribili, ma non ho trovato i ganci. Alla fine ho usato delle fascette fermacavi, lasciate abbastanza lasche da permettere la visione del contenuto. Peccato però che io i libri li ho spediti da un ufficio postale, e quindi pensavo ingenuamente che fosse sufficiente che l’impiegato verificasse il contenuto, chiudesse e affrancasse con le macchinette dell’ufficio, che sono evidentemente diverse da quello che potrei fare io a casa o in un altro ufficio. D’accordo, non sono così ingenuo tanto che mi ero portato le fascette. Però mi chiedo a questo punto qual è il valore aggiunto dell’impiegato, anzi degli impiegati visto che chi mi ha preso le buste ha anche chiesto il parere del collega. Non facciamo più in fretta a mettere una bella macchinetta Send-O-Matic?

_The Numberverse_ (ebook)

9781845908980Come si può insegnare la matematica ai bambini dei primi anni delle elementari? Andrew Day lo fa da un punto di vista peculiare, dato che lui non è matematico ma filosofo. D’altra parte, non è che occorra spiegare loro chissà quali teoremi! Questo libro (Andrew Day, The Numberverse : How numbers are bursting out of everything and just want to have fun, Crown House 2014, pag. 276, € 11.82, ISBN 978-184590898-0) nasce per gli educatori che si trovano davanti trenta bambini e devono riuscire a mantenere viva la loro attenzione: ecco dunque che assieme alle attività sono anche indicate le frasi da pronunciare (e quelle da evitare…), le cose da fare e le parole chiave; si trovano inoltre utili suggerimenti per portare tutti avanti senza lasciare indietro i più lenti o annoiare i più svegli. Non so se riuscirò a fare qualcosa con i miei settenni, non solo per le mie scarse capacità didattiche ma anche perché mi sa che servano gruppi più grandi. Personalmente non mi sono infine piaciute le illustrazioni di Tamar Levi, che secondo me non portano alcun vero vantaggio.

Open Day

A Milano, all’ex Manifattura Tabacchi, alcuni anni fa decisero di ristrutturare il complesso e fare tante belle case da vendere immagino a caro prezzo. Gli anni sono passati, ci sono stati alcuni intoppi a quanto pare, e le case sono ancora lì. Beh, oggi in buca delle lettere ho trovato un volantino che mi significa che domani e domenica ci sarà l’Open Day. Al link potete ancora prenotarvi 🙂

Bebras dell’informatica 2016

Mattia Monga mi segnala come già nel 2015, anche quest’anno il dipartimento di informatica dell’Università di Milano e il laboratorio Aladdin organizzano il Bebras dell’Informatica, il concorso non competitivo a squadre per bambini e ragazzi dalla terza elementare alla fine delle superiori. (Occhei, una classifica c’è, ma non ci sono premi). Le iscrizioni sono possibili fino al primo novembre, e le gare si svolgeranno la seconda settimana di novembre.

Generalmente io cerco di spiegare come avere una conoscenza di base della matematica sia fondamentale anche per chi non la userà mai, ma la stessa cosa si può dire per l’informatica. Tra l’altro la mia generazione si era trovata i primi home computer, nei quali la programmazione veniva quasi naturale, mentre oggi la tecnologia è arrivata al punto che hai già tutto bello pronto, il che toglie la possibilità di trovarsi naturalmente di fronte a un problema di programmazione: ben vengano dunque questi concorsi, che avvicinano i giovani a un modo di pensare che potranno utilmente sfruttare nella vita per accorgersi delle bufale e di come certe reboanti affermazioni, una volta analizzate come fa un informatico per costruire un programma, si rivelino senza alcun fondamento. E dite poco?

_Matematica in pausa pranzo_ (libro)

copertina-615ptSquadra che vince non si cambia. Visto il successo di Matematica in pausa caffè – successo nella nicchia delle nicchie che è la divulgazione scientifica in Italia – ho scritto un sequel, come si dice oggi: Matematica in pausa pranzo, che esce oggi.

La mia filosofia di base resta immutata. Nel libro non intendo affatto insegnare matematica, né devo fare sfoggio di formule intimidenti come quelle che ogni tanto trovate nelle pagine dei quotidiani: “la formula dell’amicizia perfetta” o giù di lì. Una dimostrazione a dirla tutta l’ho scritta, ma solo perché volevo mostrare come un matematico può affrontare un problema. Per il resto ho cercato di limitarmi a quella che chiamo matematica qualitativa: capire come si può arrivare a una formulazione matematica di un problema lasciando i conti a qualcun altro, o magari a qualcos’altro. I computer sono bravi a fare i conti: lasciamoglieli e dedichiamoci alla parte più creativa. Nelle quattro sezioni del libro parlo di paradossi, rubando spesso la scena ai filosofi; di applicazioni della matematica nella vita di tutti i giorni che diamo per scontate; di un po’ di matematica che qualche professore illuminato potrebbe tranquillamente usare a lezione per attirare l’attenzione dei propri allievi; infine di curiosità che non hanno alcuna utilità pratica ma hanno la loro bella utilità per passare il tempo nell’attesa che arrivino i piatti ordinati per pranzo.

Garantisco che da questo libro non imparerete a essere matematici. Però spero possiate accorgervi che la matematica non è così brutta come la si dipinge a scuola. P.S.: se ne volete sapere di più, leggete il miniblog a http://xmau.com/wp/caffe/ .