insegnanti o vigili?

Non ho scritto fino ad adesso sulla vicenda dell’insegnante palermitana sospesa per “non avere vigilato” sul lavoro dei suoi studenti. Di per sé non dovrei scrivere nemmeno ora, perché continuo a non conoscere il testo esatto del decreto di sospensione, e quindi devo fare ipotesi più o meno fantasiose. Però perlomeno ho visto il video incriminato e quindi posso fare qualche commento non dico intelligente ma spero almeno sensato.

Non è che quel video sia chissà che cosa. È vero che stiamo parlando di quindicenni, ma mettere così assieme fatti del ’38 e odierni senza spiegare perché per loro sono simmetrici non serve a molto dal punto di vista didattico. È però anche vero che non vedo risvolti penali in quanto mostrato e detto dagli studenti, cosa che sarebbe l’unica ragione per cui potrei immaginare una colpa dell’insegnante per mancata vigilanza. Magari potrei anche immaginare qualcuno che si lamenta perché non ha “corretto” certe affermazioni, qualunque sia il significato che si voglia dare al termine: ma in questo caso comincerei a chiedermi se e come il video è stato commentato a lezione – il che è molto diverso dal far modificare il video in questione – e di questa cosa mi pare non si sappia nulla, come non mi pare nemmeno si sappia se il video fosse rimasto “interno” oppure pubblicato in un qualche modo che riportasse direttamente alla scuola e non agli studenti. Insomma, una faccenda che a diversi giorni di distanza dallo scoppio del caso (e quasi quattro mesi dalla produzione del video) continua a essere poco chiara, il che mi pare un segnale preoccupante per la stampa italiana.

Che poi il caso sia partito da un attivista di Monza che evidentemnte ha degli ottimi contatti mi pare ancora più preoccupante.

_The Etymologicon_ (libro)

Mark Forsyth spiega nell’introduzione come è nato questo libro (Mark Forsyth, The Etymologicon, Icon Books 2016, pag. 252, Lst 8,99, ISBN 9781785781704, link Amazon): quando comincia a parlare di etimologia, inanella parole su parole senza mai fermarsi. Il testo in effetti è un grande cerchio che spazia più o meno per tutto lo scibile umano. Per noi italiani la lettura è spesso facilitata dal fatto che la maggior parte delle parole portate come esempi hanno radice latina o greca, e quindi sono riconoscibili. Non garantisco sulla correttezza di tutto quello che Forsyth ha scritto. Per esempio è ben noto che la nota “do” si chiama così perche Giovan Battista Doni decise che il nome “ut” non era il massimo, e scelse una sillaba “a caso”: quella iniziale del suo cognome… Insomma, conisglierei di prendere con le molle alcune delle sue affermazioni; ma in fin dei conti questa è una pecca minore nel complesso delle storie raccontate e soprattutto di come sono raccontate.

Quanti dati si tiene in pancia Android?

Immagino conosciate Google Rewards, l’app Google che ti propone sondaggi pagandoti qualche centesimo per volta, centesimi che io per esempio uso per comprarmi qualche libro su Google Play. Insomma, un modo come un altro con cui la Grande G ti tiene attaccato al suo ecosistema. Da qualche mese ho raddoppiato l’app, nel senso che il furbofono ha una versione associata al mio account principale mentre il Gemini ne ha una associata a un account secondario. Tra i vari sondaggi proposti, ogni tanto capitano quelli sui luoghi dove sei andato a comprare: è chiaro che sono attivati dalla geolocalizzazione, e che le varie scelte proposte sono solo fumo negli occhi perché solo uno è il posto dove puoi essere stato.

Bene: l’altro giorno mi sono arrivati due sondaggi, uno per telefono, su due posti distinti dove avevo comprato qualcosa (Esselunga e Bricocenter, nulla da nascondere). Tutto normale, ma poi mi è venuta in mente una cosa. Il Gemini non ha SIM installata, e non gli ho mai fatto accettare rete wifi pubbliche. Quindi la notifica di dove sono stato gli deve essere rimasta in pancia fino a che non sono tornato a casa e si è connesso al wifi. Che Google sappia tutto di me mi è ben noto; ma quante di queste informazioni sono tracciate in locale, e non nei loro server? La cosa mi pare persino peggio…

Poste online: adelante con juicio

Lunedì ho provato a iscrivermi al sito poste.it. Compilo tutti i campi, e mi arriva un messaggio di errore: codice fiscale già presente. Ci penso su un attimo, e mi viene in mente che nello scorso millennio avevo un conto corrente postale, il che probabilmente significa che mi ero anche iscritto al sito. Con che password? Boh. Quello che è peggio è che mi veniva detto che la password non mi sarebbe stata spedita all’indirizzo email – non avrei saputo quale, ma comunque probabilmente ce l’ho ancora a disposizione – ma al mio numero di telefono, vale a dire probabilmente tre numeri fa. Per fortuna, però, non avevo inserito il telefono e quindi mi si invitava ad andare all’ufficio postale.
Erano le 16: prendo l’app per prenotare e scopro che non c’erano più posti disponibili. Vabbè, un po’ prima delle 18 provo ad andare lo stesso nell’ufficio al Formigonio, prendo un numero, vedo che ho dodici persone davanti a me e tre sportelli aperti, ma poi vedo che qualcuno ha lasciato un numero che sta per essere chiamato: faccio finta di nulla, prendo il numero e vado allo sportello. L’impiegata in effetti trova un record a mio nome, con dati piuttosto scaduti: completa tutto (a dire il vero l’email ha dato errore, ma mi ha detto che è sempre così e comunque ho anche aggiunto la PEC), salva… e va a prendere un modulo cartaceo, spiegando che “comunque vogliono anche questo”. Notate: non ha stampato i dati per chiedermi poi di firmarli (e già qui ci sarebbe stato qualcosa da dire, visto che ho SPID livello 2): ha proprio dovuto riscrivere a mano la mia parte anagrafica.
Direi che c’è ancora qualcosa che non va.

Font buttati lì

Perché il titolo a sinistra nella home page di Repubblica è scritto con una font senza grazie (sans serif), mentre quello di destra usa una font con grazie? Domanda intelligente. L’unica risposta che io mi sono dato è che il secondo è a pagamento mentre il primo no, e quindi si sia voluto distinguerli in questo modo. Mah: io non sono certo un grafico, ma una cosa del genere per me è davvero un pugno nell’occhio. Voi che ne pensate?

“Non sei il benvenuto”

Il tweet di Giorgio Gori con la foto dello striscione rimosso


Gli avvocati che mi leggono probabilmente mi faranno le pulci, ma posso immaginare che in punta di diritto esporre uno striscione contravvenga all’articolo 663 del Codice penale (nella parte “colloca iscrizioni o disegni”). In realtà la storia parrebbe più complicata, visto che il corrispondente articolo 113 del Testo Unico delle leggi di pubblica sicurezza è stato dichiarato quasi tutto incostituzionale; chiaro che una formulazione così ampia porterebbe a dover multare anche chi scrive col gesso “VIVA NIBALI” sul percorso del Giro d’Italia [nota: Makkox mi ha preceduto, come ho scoperto mentre stavo scrivendo]. E soprattutto non si capisce se e come sia stato ingiunto di togliere lo striscione prima di procedere con i vigili del fuoco.

Ma c’è un altro punto che io personalmente trovo più interessante. Chi è stato a dare l’ordine di rimozione, come ha chiesto Gori? Il testo non è diffamante, e non è nemmeno direttamente riconducibile al VicePresConsMin, anche se è chiaro a tutti a chi fosse rivolto. Il suddetto VicePresConsMin (o chi gli gestisce l’immagine pubblica) sa che comunque far parlare di sé è sempre utile per compattare i propri fan e aumentare l’esposizione mediatica, quindi potrebbe essere stata una sua idea: ma a differenza per esempio dei selfie fattigli a tradimento, qui potrebbe esserci un problema. Certo, la propaganda potrebbe tirare fuori roba tipo “CERTO, TU VUOI SOLO I NEGHER” (con qualche battuta sessista aggiunta, che non fa male), ma non è così facile. Quindi magari è stato davvero qualcuno più realista del re a far sì che il VicePresConsMin non trovasse quella cattiveria sulla sua strada? Peccanto che non potremo mai saperlo.

P.S.: A quanto pare la legge scelta è un’altra. Il Post spiega che sarebbe l’articolo 72 della legge numero 26 del 1948, che punisce «chiunque con qualsiasi mezzo impedisce o turba una riunione di propaganda elettorale, sia pubblica che privata», mentre il Foglio si lanciano in interpretazioni giuridiche peggio delle mie per dire che lo striscione era semplice propaganda elettorale. MAh. Io continuo a preferire la matematica, è più tranquilla.

Omologazione

Stasera nella mia timeline Facebook c’erano dieci post, tutti con la stessa foto della prima pagina del libro-intervista a Salvini, ciascuno con la sua bella frasetta e il coro monocorde dei commenti.
No. Non è che Salvini abbia vinto. È Facebook ad avere vinto, o se preferite tutti noi ad avere perso.