La reggia di Venaria

un pezzo dei giardiniCredo che l’ultima volta che io avessi visitato la reggia di Venaria via Andrea Mensa fosse ancora aperta alle auto e della reggia non ci fosse praticamente rimasto nulla. D’altra parte quello che non aveva portato via Napoleone era stato riciclato dai Savoia per le altre loro residenze, e avere avuto per centocinquant’anni una caserma non aveva aiutato molto. Ho così sfruttato l’attimo e portato due gemelli (di cui uno molto recalcitrante come al suo solito) e mia mamma (che però si stanca subito) a vedere il palazzo.
Comincio col dire che i cartelli che indicano i parcheggi sono messi in posti così casuali che non sono riuscito a capire dove parcheggiare, e alla fine ho deciso di lasciare la macchina nella piazza del mercato, che sarà a 400 metri dalla reggia. Per quanto riguarda la visita vera e propria, la reggia è stata indubbiamente restaurata in modo superlativo, ma la mancanza della maggior parte degli arredi originari fa sì che molte stanze siano semplicemente state riempite di quadri e arazzi d’epoca, il che però non dice molto a un visitatore più o meno casuale come me. Anche i cartelli esplicativi potevano essere più completi. Tutt’altra cosa sono invece i giardini. Nel 2019 sono stati votati i più belli d’Italia, e devo dire che fanno un effetto incredibile. Con Cecilia ne abbiamo visto solo un pezzettino, mentre mia mamma si riposava e Jacopo sbolliva la rabbia, ma l’estetica unita alla cura è davvero spettacolare. Anche la parte delle scuderie ha presentato una bella sorpresa, con il bucintoro che i Savoia avevano comprato per scimmiottare i dogi veneti e che è l’unico rimasto al mondo; la cappella di sant’Uberto, pur essendo spoglia, mostra la maestria dello Juvarra, che era sicuramente un genio.

Figli di papà

Stranamente la polemica su Marco Travaglio che ha dato del “figlio di papà” a Mario Draghi non si è ancora spenta sui social. Evidentemente non c’è molto altro di interessante su cui parlare.

Ora, il dizionario registra che figlio di papà è “giovane favorito dalla ricchezza e dalla posizione sociale della famiglia”. Vabbè, Draghi non è giovane ma diciamo che lo è stato. Sappiamo anche che suo padre è morto quando aveva 15 anni, ma questo non è necessariamente rilevante nell’essere o no figlio di papà.

Ma la vera domanda è “Supponiamo pure che Draghi sia / sia stato un figlio di papà. E allora?” Quello che fa ora non funziona perché ha avuto una partenza avvantaggiata?

The Modern Myths (libro)

copertina [Disclaimer: Ho ricevuto il libro grazie al programma Early Reviewer di LibraryThing]
Philip Ball è un divulgatore scientifico: avevo già letto il suo Elementi che parlava di chimica. In questo caso (Philip Ball, The Modern Myths : Adventures in the Machinery of the Popular Imagination, U. of Chicago 2021, pag. 436, € 19,66 (cartaceo: $30), ISBN 9780226774213) il tema sono i miti moderni, che sono diversi da quelli degli antichi greci perché le persone vedono il mondo in modo diverso. Ball parte da sette miti da lui scelti. Robinson Crusoe: il self-made man; Frankenstein: il ridare la vita; Dr. Jekyll e Mr Hyde: la bestia in noi; Dracula: il sangue come vita; La guerra dei mondi: la distruzione aliena; Sherlock Holmes: la logica antiumana; Batman: oltre la legge. Anche le storie sugli zombie potrebbero diventare un mito, ma secondo Ball non lo sono ancora.
Ball definisce il mito come qualcosa che non può essere descritto oggettivamente e scientificamente, ed è per quello che poi ha una vita tutta sua, spesso al di là di quanto pensato e voluto dall’autore. Secondo lui, l’opera che fa nascere un mito – un tempo un libro, ma Batman per esempio è originariamente un fumetto e probabilmente in futuro sarà il cinema o la tv a generare nuovi miti – non è mai una vetta della letteratura: lo stile può essere bello, ma la storia ha dei buchi che saranno eventualmente sfruttati. Segue poi l’adattamento per bambini, la riscoperta del valore dell’opera e infine le parodie che sono il segno dell’ormai mitizzazione della storia.
L’unico problema che vedo nel testo è che è fin troppo preciso nel raccontare tutte le versioni che hanno contribuito a formare il mito: a volte facevo fatica a seguire la storia.

L’altra Italia reale

In questi giorni sono da mia mamma, che vive in un paesino delle montagne torinesi. Ci vado dalla metà degli anni ’70, e quindi nonostante la notoria scontrosità dei piemontesi mi conoscono tutti; così mi sono fermato un po’ a chiacchierare con un po’ di gente e si è parlato anche del Covid.

Bene: qui sono tutti vaccinati, e quelli con cui ho parlato non hanno nulla in contrario al Green Pass – non che in genere serva loro… – e sono solamente preoccupati per la risalita del numero di contagi. Insomma, una situazione ben diversa da quella che vedo regolarmente sui social network. Ecco, forse bisognerebbe cominciare a fare un po’ la tara su certe affermazioni.

Le Fascinant Nombre Pi (libro)

[Copertina] Jean-Paul Delahaye è un matematico francese che ha tenuto per qualche decennio la rubrica di giochi matematici su Pour la Science, l’edizione francese di Scientific American. In questo libro (Jean-Paul Delahaye, Le Fascinant Nombre Pi, Pour la Science 1997, pag. 224, ISBN 9782902918256) racconta la storia di pi greco, partendo però con due capitoli iniziali sulle definizioni e le curiosità legate al numero, per non spaventare troppo i lettori, e terminando con alcune considerazioni sulla sua normalità e aleatorietà, o meglio sui concetti generali in matematica… anche perché non è che si possa applicarli in modo semplice, almeno per il momento. Ho trovato il libro piuttosto interessante, anche perché diverso dalle trattazioni che si trovano in giro.

Consumatori di toner

L’altro giorno Anna è andata con i ragazzi in piscina, e per sicurezza ha prenotato il biglietto. Per ciascuno di loro la ricevuta – da presentare in piscina – era di una pagina intera; e oltre ai dati la pagina conteneva l’immagine che vedete qui a fianco.

Non ho nulla in contrario che in questa paginata ci siano i loghi degli sponsor, che tra l’altro sono in grigino chiaro e non danno molto fastidio. Ma vi rendete conto della quantità di toner che si spreca per stampare quell’inutile disegno? E non venitemi a dire “ma tanto te lo porti sul telefono”. Anna per scelta non ha dati sul telefono, e comunque l’aveva lasciato a casa perché non le serviva. Quello che è successo in pratica è che ho editato il PDF per togliere le figure; già che c’ero ho leggermente compattato il tutto, facendo stare i biglietti in due pagine. Avessi avuto più tempo, probabilmente ce l’avrei fatta con una sola…