Il target di Satispay

Conoscete Satispay? È un sistema di micropayment (se vi interessa averlo posso darvi il referral, ma non è questo il punto del post) ideato a Cuneo (!) ma che poi ha preso la sede legale nel Regno Unito. Non so cosa succederà con Brexit, per la cronaca. Ad ogni modo, come ogni startup che si rispetti, cerca di raggiungere quanta più gente possibile dandogli soldi: nel loro caso si parla di cashback, che è una percentuale della spesa che viene restituita sotto alcune condizioni. In questi mesi c’è per esempio il cashback crescente: al primo negozio del mese si riceve l’1%, al secondo il 2%, al terzo il 3% e così via.

Bene: mentre eravamo a Vercelli Anna e bambini hanno espresso il desiderio di prendere un gelato da Grom. Entriamo, pago, e noto che non c’è cashback; mi ricordo che in effetti c’era scritto che la promozione era solo per Milano e provincia. Ora, a pensarci su ha senso, perché non so quanti siano i posti vercellesi che accettano i pagamenti Satispay, mentre a Milano ce n’è una caterva; però la cosa dimostra vieppiù come il sistema sia pensato per i fighetti 😉

Bispensiero

Ieri, con il mio cappellino Wikimedia Italia, sono andato a una riunione di un gruppo di legali aziendali che fanno regolarmente questi incontri sul copyright. Stavolta si parlava della direttiva europea in dirittura d’arrivo, e tra i relatori c’era nientemeno che Enzo Mazza, presidente della FIMI (i discografici, insomma). Bene: Mazza ci ha spiegato che il famoso articolo 13 della direttiva, quello sul “content filtering” o se preferite sul “value gap” che richiede un controllo sul materiale postato dagli utenti, è in realtà vantaggioso per noi peones! Il motivo? Semplice. Con la direttiva attuale se qualcuno posta materiale sotto copyright può venire citato a giudizio, mentre con le magnifiche sorti e progressive della direttiva il provider ha fatto una licenza preventiva con i titolari dei diritti e quindi è al sicurao.

Ottima narrazione, vero? Beh, proviamo a leggerla da un punto di vista leggermente diverso. Innanzitutto dovrebbe essere chiaro a tutti che la formulazione attuale – ma nemmeno quelle delle varie bozze… – non è pensata contro la pirateria. A parte il fatto che già adesso ci sono leggi per gestirla (occhei, funzionano male ma ci sono), pensateci un attimo su. Secondo voi, una piattaforma pirata andrebbe a chiedere una licenza d’uso ai legittimi proprietari? E anche se gliela chiedesse, perché mai questi dovrebbero dargliela? No, la direttiva nasce per la nonna che posta su YouTube o su Instagram il video del saggio di danza della sua nipotina che ha come colonna sonora un brano sotto copyright. Il titolare dei diritti ci perdeva? Ovviamente no, a meno che voi non crediate che ci sia gente che prende quelle colonne sonore mal mixate. Con la direttiva, però, potrà farsi dare preventivamente i soldi da Google e Facebook. Da un certo punto di vista, però, i due big possono essere contenti: in pratica continueranno a mantenere il loro oligopolio, visto che le eccezioni commerciali ci sono sì, ma sono legate alle piccole dimensioni della startup e soprattutto hanno una durata massima di tre anni. Insomma, sono stati aggiunti altri paletti per la nascita di nuovi modelli, come se non ce ne fossero già abbastanza al momento (leggete i vecchi libri di Barabási per farvene un’idea).

Devo però dire che i titolari dei diritti attuali hanno fatto un lavorone per convincere per esempio l’Associazione Italiana Biblioteche che il testo è un ottimo compromesso, dando loro un contentino per la gestione delle opere orfane. (Ah, tra l’altro, dopo la lettura di Mazza mi è chiaro perché ci sia quello che per me è un obbrobrio legale, che cioè una società di gestione che rappresenta una parte preponderante degli autori possa concedere una licenza anche per opere di autori da essa non gestiti: tutto il giro “pagateci il pizzo e state tranquilli” non funzionerebbe se la licenza non fosse in un certo senso tombale). Mi aspetto una schiacciante maggioranza a favore)

_Bisordine_ (mostra)

Il motivo per cui siamo stati a Vercelli non era ovviamente la caccia ai reperti del Ventennio ma il vernissage della mostra del mio amico Aldo Spinelli (quello che venerdì sera ha fatto il co-chiacchieratore nella presentazione di Numeralia a BookPride), mostra che si tiene al MAC (Museo di Antichità Civico) come si vede dalla locandina.

Aldo Spinelli, oltre che giocologo di fama internazionale, è anche un artista concettuale. Detto in altri termini, le sue opere sono dei giochi, come la lampadina con dieci interruttori in serie che si accende solo se li si riesce a mettere tutti nell’ordine corretto. Non ci sono molte sue opere, mi pare meno di una decina, ma l’accostamento con i reperti museali fa in un certo senso parte della mostra, proprio per lo spaesamento del visitatore. Io mi sono comunque divertito 🙂

Certo, certo

Cammini tranquillamente in mezzo a una pista ciclabile perché il marciapiede a un metro di distanza evidentemente è troppo proletario, e poi ti incazzi se ti faccio partire il clacson, perché “non si fa così”. Mi pare ovvio.

Vercelli e il Ventennio

INA Anno XVII
Anno XI
Spelta
du pulet

Sabato siamo stati a Vercelli, per la prima volta in vita mia (i treni regionali che fermano nel ridente – nel senso del cereale – capoluogo non contano). Sapevo che Vercelli era molto importante in periodo tardoromano e longobardo, e fu la prima sede vescovile piemontese: quello che non sapevo è che è ancora così legata all’era fascista. D’accordo, nel palazzo INA la scritta “Anno XVII” corredata da fascio d’ordinanza è stata scalpellata via ma risulta ancora ben visibile; e soprattutto la pavimentazione “Anno XI” in corso Libertà mi pare troppo bella per essere rimasta così ottant’anni.

Poi ci sono cose più carine, tipo l’insegna di Spelta e l’insegna di Paolino in piazza Cavour. Il locale è del 2015, ma la figura con i du pulet sembra molto in stile Depero…

Mario Marenco

Sono troppo giovane per ricordarmi qualcosa di Alto Gradimento, ma abbastanza vecchio per ricordarmi di L’altra domenica e di Mister Marengo, con il suo tormentone “mannaggia al tacchino!” e poi tutte le sue apparizioni nelle sgangherate trasmissioni arboriane. E naturalmente sapevo anche della sua carriera “seria” come architetto e designer. Poi si sa, se qualche personaggio famoso non appare più in tv o sui giornali purtroppo lo dimentichiamo… Non è giusto ma è così. Posso solo ringraziarlo tardivamente per la sua surrealità.

Quizzino della domenica: Operazioni con pi greco

Come sapete, in inglese “pi” (il pi greco) si pronuncia come “pie” (torta). Risolvete l’operazione qui sotto, dove PI e PIE sono numeri rispettivamente di due e tre cifre. A lettera uguale corrisponde numero uguale, e ovviamente P non può essere 0.
[√(PI) + E = √(PIE)]

(un aiutino lo trovate sul mio sito, alla pagina http://xmau.com/quizzini/p371.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Problema tratto da Mind Your Decisions.)

_La musica dai numeri_ (libro)

Si dice sempre che la musica è matematica. Ma è proprio vero? In questo libro (Eli Maor, La musica dai numeri : Musica e matematica da Pitagora a Schoenberg [Music by the Numbers], Codice Edizioni 2018 [2018], pag. 207, € 21, ISBN 9788875787707, trad. Daniele Gewurz, link Amazon) Eli Maor prova a dare una risposta vedendo quello che è successo con i matematici che si occuparono di musica, a partire da Pitagora per arrivare a Schönberg (o Schoenberg, come preferì farsi chiamare dopo che ottenne la cittadinanza statunitense). Spero di non fare uno spoiler se vi dico che la risposta è negativa: i matematici hanno trovato tante regole matematiche che i musicisti hanno bellamente ignorato. Non è poi così strano: non tutte le strutture matematiche si applicano allo stesso modo, e soprattutto l’orecchio vuole anche una metastruttura, il che può spiegare perché la musica dodecafonica – che Maor ritiene “locale”, con connessioni temporali limitate – non ha mai preso davvero piede nemmeno tra i musicisti. Ma anche Bach ha avuto un periodo di un secolo di oblio proprio perché “troppo matematico”… insomma bisogna trovare un equilibrio che dipende anche dal tempo. Purtroppo la parte più strettamente musicale è molto meno approfondita: mi sono per esempio stupito della mancanza di un capitolo sui vari temperamenti che sono solo stati accennati (e con l’usuale errore di pensare che il Clavicembalo ben temperato fosse pensato per il temperamento equabile e non per uno dei Werckmeister). Un’ultima nota per chi musicista non è: i si diesis delle pagine 152-154 sono in realtà bemolli.