Henri Poincaré è stato l’ultimo grande fisico matematico dell’Ottocento. Nonostante questo, e le sue intuizioni come quelle sulla teoria del caos che sono state riprese solo mezzo secolo dopo la sua morte, non ha lasciato una sua scuola; la strage di matematici francesi nella prima guerra mondiale e il successivo avvento del gruppo Bourbaki ha spostato l’accento dalle considerazioni geometriche di Poincaré a un formalismo molto spinto. Claudio Bartocci nella sua lunga introduzione a questo libro (Henri Poincaré, Geometria e caso : Scritti di matematica e di fisica, Bollati Boringhieri 2013 [2005], pag. 214, € 12, ISBN 9788833924854, a cura di Claudio Bartocci) fa un bel lavoro per collocare Poincaré nella sua epoca, anche se almeno nel primo e nell’ultimo brano chi non è matematico può trovarsi a mal partito nel seguire il filo del discorso. Sono più interessanti in effetti i brani più divulgativi e fisici: chi come me si è sempre trovato davanti la fisica come una serie di formule e formulette prova un certo qual piacere a scoprire che in fin dei conti le leggi derivano da un lungo lavoro mentale. Il caso? Beh, è trattato molto di sguincio. Anche se Bartocci afferma che Poincaré potrebbe essere considerato un precursore della teoria del caos, la cosa non traspare molto dal testo: si può leggere solo un articolo con considerazioni teoriche e qualche accenno al modo in cui la termodinamica sfrutta il caso. Per la geometria invece la spiegazione è più chiara: il grande matematico usava per quanto possibile la sua intuizione geometrica per arrivare alle soluzioni in maniera non ancora a prova di errore ma sicuramente con un grande passo in avanti.
il non-costo del lavoro
L’otto marzo scorso il presidente di Tim Giuseppe Recchi è stato convocato in Parlamento per un’audizione sulle “prospettive industriali del Gruppo TIM, sulla tutela dei lavoratori del Gruppo e delle aziende dell’indotto”. A quanto pare le domande previste erano molte, quindi a parecchie di esse è stata data risposta scritta in un secondo tempo.
Una di queste domande era «Che impatti ha sul conto economico la disdetta degli accordi del 2008?»: accordi che – stante una precedente risposta di Recchi – non riguardavano né il primo né il secondo livello di contrattazione, e quindi in realtà non esistevano affatto: questo è probabilmente il motivo per cui la risposta usa il condizionale: «La disdetta degli accordi impatterebbe sul costo del lavoro (oltre 2500 mln/euro) per un max di 12 mln.» (in realtà la risposta è più articolata: secondo Recchi quei soldi sono stati rimessi in circolo come «piano di incentivazione che premierà gli apporti individuali del personale di produzione interessato dalla citata disdetta.», da cui il condizionale)
Non entro nel merito dell’affermazione, perché non ho competenze in merito: così ad occhio, l’abolizione del mancato rientro in sede per i tecnici corrisponde però a quella cifra. Non conto nemmeno i tagli ai rimborsi per i costi di trasferta, sempre perché non saprei quantificarli. Però una cosa riesco a notarla. Visto che gli accordi disdetti prevedevano due giorni di ferie e dodici ore di permesso (che come scrissi derivavano dal vecchio contratto ante 2000), in pratica lavoreremo l’1,6% di ore in più l’anno. Il costo del lavoro in Telecom nel 2015 è stato di 2,347 miliardi. Si può immaginare che la produttività aumenti della metà di quella cifra (nel senso che metà del costo del lavoro va in contributi e tasse), quindi ci sarebbero quasi venti milioni che Recchi si è dimenticato di considerare. Toh.
La logica Windows
Ieri pomeriggio improvvisamente non funzionava più l’audio dalle cuffie del pc dell’ufficio (Windows 7). Entro nella configurazione, provo a disabilitare esplicitamente l’audio: risultato, non mi vedeva proprio più le cuffie. Anche il Device manager, quando gli dicevo di fare uno scan per nuovo hardware, non trovava nulla. Vabbè, stamattina mi sono accinto a compiere l’operazione di manutenzione di base: far ripartire il PC. Risultato: nulla, anzi meno di nulla: non solo non vedeva le cuffie, ma non si accorgeva nemmeno che inserivo il jack, e gli altoparlanti continuavano allegramente ad altoparlare.
Come sono riuscito a risolvere il problema? Non ci crederete. Ho disabilitato anche gli altoparlanti. A questo punto Windows si è accorto che qualcosa non funzionava, perché non c’era più nessun tipo di audio; si è allora messo a ricaricare i driver, e ha trovato anche quello per le cuffie. Un preclaro esempio di interfaccia utente chiara, logica e funzionale.
Un’altra vittoria per gli OTT
Non è facile riuscire a capire cosa ci sia scritto in questo articolo di Repubblica, a parte che AGCOM ha diffidato Tre e Wind (ora un’unica entità) dal fornire app di ascolto musica e chat che funzionano anche quando i gigabyte dell’offerta dati sono terminati. I riferimenti normativi sembrano scritti da qualcuno che ha preso un documento in inglese e l’ha passato a una vecchia versione di Google Translate: ad ogni modo, se volete sapere qual è il documento della “agenzia UE che si chiama Berec”, potete trovarlo partendo da qua: i punti sono quelli dal 40 in poi.
Ora, se ci pensate un attimo la portata di quella diffida è molto maggiore di quanto possa sembrare a prima vista: non ci vorrà molto a fare notare che anche prima che si raggiunga la soglia dei giga avere un’app locale zero-rated invoglierà gli utenti a usare quella e non andare a prendere le offerte degli OTT (Over The Top, le aziende che fanno servizi basati su un’infrastruttura di rete). Questo è quello che gli OTT hanno sempre voluto: per loro le aziende di telecomunicazione dovrebbero solo far passare i dati (altrui) e non rompere le palle. Concetto magari condivisibile, ma che in tal caso dovrebbe essere portato all’estremo ritornando al monopolio e riportandolo sotto lo Stato. (E comunque mentre posso capire la logica “si favorisce un servizio rispetto a un altro equivalente” per lo streaming musicale, vi voglio vedere convincere tutti i vostri amici a passare alla chat di Wind perché così voi non consumate banda dati)
Comunque la storia della net neutrality non è affatto nuova: leggete qui e qui cosa è successo con Wikipedia Zero (il progetto per cui la Wikimedia Foundation stringeva accordi con le società telefoniche nei paesi a scarso reddito per non far pagare l’uso di Wikipedia da telefonino). Anche se nessuno ci guadagnava soldi, il progetto è stato comunque attaccato perché creava un orticello chiuso…
E il settimo giorno si riposarono
nuovi CAPTCHA invisibili: un vero vantaggio?
Scrive ArsTechnica che all’inizio di marzo Google ha lanciato un nuovo tipo di CAPTCHA. L’acronimo, se mai ve lo foste chiesti, sta per (“Completely Automated Public Turing test to tell Computers and Humans Apart”, cioè “Test di Turing completamente automatizzato per distinguere tra umani e computer”); i CAPTCHA sono quelle immagini “dimostra che non sei un robot” in cui bisogna indovinare quello che c’è scritto. Google è stata una pioniera nel campo, sfruttandoli prima per farci riconoscere le parole dei libri digitalizzati di cui il suo OCR non riusciva a cavare un ragno dal buco e poi per farci leggere le parole e i numeri che non riusciva a riconoscere automaticamente e quindi taggare nel suo Google Street Map, guadagnandoci così due volte. Ora però si direbbe che tutto questo non le serve più: con il suo nuovo reCAPTCHA (“tosto per i robot, facile per gli umani”) afferma che nella maggior parte dei casi riesce a distinguere le intelligenze naturali da quelle artificiali senza chiederci nulla, e quindi semplificandoci la vita.
Tutto bellissimo, ma c’è un problema. Come potete leggere per esempio in questo commento di Slashdot, quello che probabilmente fa Google è tracciarti come utente (usando la tua CPU con l’esecuzione di codice javascript ma questo è l’ultimo dei problemi, oppure per mezzo di una serie di cookie) e quindi chi sceglie di navigare anonimamente oppure cancellare i cookie alla fine di ogni sessione sarà preso per un robot e si troverà tutti i reCAPTCHA se non ancora di più – in fin dei conti quell’utente sarà schedato come cattivo. Certo, di per sé non sarebbe la fine del mondo, ma io che sono un po’ paranoico penso che questo diventerebbe un passo ulteriore verso la ghettizzazione di chi non vuole farsi profilare da cima a piedi. Voi che ne pensate?
Lo Stato e i francobolli
Una sentenza citata sulla Stampa sancisce che «Tutti i documenti che nel corso del tempo [dal 1840, per la precisione – nd.mau.] siano stati indirizzati a un ente pubblico sono bene demaniale storico e appartengono allo Stato, perciò il loro posto è negli archivi pubblici; se sono stati “scartati” per le ordinarie procedure di spoglio, vanno distrutti. Ergo, se sono nelle mani di un privato non può che essere per via di un atto illecito.». Ora, il principio forse potrebbe avere un certo qual senso, anche se ho forti dubbi al riguardo. Sembrerebbe quasi che il fatto stesso di indirizzare una missiva allo Stato la renda così speciale da non poter più tornare allo stato ordinario, tanto che deve essere gelosamente conservata o distrutta: non sia mai che possa essere toccata da mani comuni, o peggio ancora letta da qualcuno che non sia stato benedetto dalle Autorità Competenti.
Il punto però che nella sentenza in questione non si parla dei documenti ma dei francobolli posti sulle buste spedite alle regie (e dopo un secolo abbondante repubblicane) istituzioni. Ecco: questo non riesco proprio a capirlo. La mia parte informatica e telecomunicazionistica vede una differenza nettissima tra il messaggio (il payload, se vogliamo usare la parola inglese tecnica) e la busta che lo contiener (le header). La busta è un accidente: in linea di principio io sarei potuto andare di persona a consegnare la mia richiesta che sarebbe stata regolarmente protocollata, e il risultato finale sarebbe stato identico pur senza una busta che contenesse la richiesta. Né d’altra parte la busta viene protocollata come il testo. La logica della sentenza è insomma che lo Stato avrebbe dovuto vendere le buste con i francobolli, perché oramai erano Cosa Sua; e il corollario è che il gravissimo illecito di portarsi a casa i francobolli è imprescrittibile, considerato che quei francobolli non credo siano contemporanei.
A questo punto non voglio sapere come negli uffici pubblici sono gestiti i bagni per gli utenti.
Quizzino della domenica: salto del cavallo
Tra le scacchiere 3×n, quella 3×10 è la più piccola per cui esista un giro del cavallo (toccare tutte le caselle senza mai passare due volte sulla stessa) rientrante (dall’ultima casella si può passare alla prima). Nella figura qui sotto trovate i primi due e l’ultimo passo: siete capaci di riempirla?

(un aiutino lo trovate sul mio sito, alla pagina http://xmau.com/quizzini/p240.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Problema tratto da Miodrag S. Petković, Famous Puzzles of Great Mathematicians)