_Beyond Infinity_ (libro)

[Nota: il libro è anche disponibile in italiano, con titolo La matematica dell’infinito: io ho letto la versione originale, però] Eugenia Cheng ha un modo molto personale di parlare di matematica: nel suo libro precedente paragonava la teoria delle categorie al cucinare dolci, qui (Eugenia Cheng, Beyond Infinity: An Expedition to the Outer Limits of Mathematics, Profile Books 2017, pag. 295, Lst 7.99, ISBN 9781782830818, link Amazon) il viaggio verso l’infinito è costellato di ricordi di vita personale. Il lettore che sappia già un po’ di cose sulla teoria degli infiniti forse non troverà molto di nuovo; il libro in fin dei conti si limita a sfiorare i problemi posti dalla teoria cantoriana. Il neofita invece troverà un grande vantaggio, perché Cheng batte moltissimo sulla constatazione che non possiamo fare matematica dell’infinito con le regole solite, e soprattutto mostra esplicitamente dove e come queste regole saltano. In questo modo si evitano tutti i danni dell’approccio scolastico tipico “si deve fare così”, che rende la matematica troppo simile a una collezione di articoli di legge da imparare a memoria. (Sì, anche in diritto le leggi non nascono dal nulla ma hanno un razionale: ma ci siamo capiti).

Quale amore di precisione!

Qui in spiaggia è stata temporaneamente vietata la balneazione vicino alla foce del torrente Rupinaro. Vabbè, capita. Ma quello che mi ha lasciato perplesso è la specifica degli estremi dell’area interdetta, che oltre ai punti di riferimento fisici indica le coordinate GPS con sei cifre decimali di precisione. Facciamo un po’ di conti spannometrici. All’equatore un grado di longitudine equivale a circa 111 km, quindi un milionesimo di grado sono 111 mm, 11 centimetri. Qui siamo intorno al 45° parallelo, quindi bisogna moltiplicare per 0,7: arrotondato, 8 centimetri. Un GPS civile ha una precisione di qualche metro, quindi la sesta cifra decimale, e probabilmente anche la quinta, non hanno alcun senso. Aggiungiamo che gli estremi non sono delle linee tracciate con una funicella, ma degli istmi che permettono di essere leggermente meno precisi. Però volete mettere come il comune mostra di essere all’avanguardia?

La Diciotti e la memoria da criceti

Dieci giorni fa il vicepremier nonché ministro di quasi tutto Matteo Salvini tuonava: ​«Nave ong Aquarius con altri 141 immigrati a bordo: proprietà tedesca, noleggiata da Ong francese, equipaggio straniero, in acque maltesi, battente bandiera di Gibilterra. Può andare dove vuole, non in Italia! Stop trafficanti di esseri umani e complici, #portichiusi e #cuoriaperti». Non che io sia riuscito a capire il significato dell’hashtag #cuoriaperti, ma il resto del tweet è chiaro: lo si può condividere o no, ma quella è un’altra storia.

Bene, prendiamo ora la Diciotti. Proprietà italiana, battente bandiera italiana, equipaggio italiano, in uso alla guardia costiera italiana (e se tanto mi dà tanto, essendo un corpo militare, non si trovava certo in acque territoriali di qualche altro paese). Secondo il ragionamento del vicepremier di cui sopra, dove potrebbe mai volere andare se non in Italia?

Se il suddetto vicepremier non fosse un quaquaraquà avrebbe già fatto ordinare [*] da mo’ alla guardia costiera di non uscire mi dalle nostre acque territoriali, per evitare questi incresciosi equivoci. Ma evidentemente preferisce confidare nella mancanza di memoria dei suoi elettori, che di tutto il ragionamento dispiegato in ben 278 caratteri riescono trattenere nel loro cervello solo gli undici di “portichiusi”. Non ci fossero esseri umani in quella motovedetta, ci sarebbe solo da sbeffeggiare. Che infine Teone abbia “la coscienza tranquilla” non ci dice nulla di nuovo. Sono ragionevolmente certo che la sua coscienza sarebbe tranquilla anche nel caso in cui dovesse essere a capo del plotone di esecuzione incaricato di eliminare alla radice il problema.

[*] Lo so che la guardia costiera dipende dal ministero dei trasporti e delle infrastrutture. Infatti non ho scritto “avrebbe ordinato”, ma “avrebbe fatto ordinare”.

Stanchezza

Io ogni tanto scrivo cose sbagliate. Capita a tutti, la perfezione non è di questo mondo. Però cerco sempre di pensare prima di scrivere, trovare le fonti (che poi magari sbertuccio ragionandoci un po’) e insomma fare un ragionamento senza limitarmi a copincollare qualcos’altro, quand’anche rispecchiasse perfettamente la mia opinione.

Il problema è che trovo sempre meno roba su cui pontificare. I socialcosi sono pieni di reciproci insulti, l’italica stampa pare focalizzarsi sulla stessa linea d’onda (oltre ai soliti colonnini infami online, ma non è che il cartaceo settimana) è insomma non so che dirvi. Mi spiace per voi ventun lettori.

_La Lega degli Straordinari Gentlemen vol. 2_ (libro)

Alan Moore aveva concepito la Lega degli Straordinari Gentlemen come una specie di Justice League vittoriana, prima di litigare con DC. I suoi supereroi sono quindi quelli della fine dell’Ottocento, e anche la storia di questo secondo volume (Alan Moore e Kevin O’Neill, La Lega degli Straordinari Gentlemen vol. 2 [The League of Extraordinary Gentlemen, Vol. 2], BaoPublishing 2013 [2003], pag. 224, € 20, ISBN 9788865431672, trad. Michele Foschini e Leonardo Ricci, link Amazon) è un misto tra La guerra dei mondi e L’isola del dottor Moreau (secondo me con un teaser iniziale di John Carter di Marte). Ciò detto, dopo un inizio un po’ fiacco la storia procede bene, anche se forse ci sarebbe voluto un formato più grande per le tavole. Ma la parte che più mi ha divertito è l’appendice (tradotta da Leonardo Ricci, mentre il fumetto è stato tradotto da Michele Foschini) con un racconto dei vari luoghi e popoli misteriosi del mondo: un tour de force che va da quanto raccontato nella scespiriana Tempesta ad Alice nel paese delle meraviglie (pardon, A.L.: i riferimenti nel testo sono spesso volutamente ellittici, e mi sa che ne ho persi molti. Fortuna che Wikipedia ha una voce al riguardo!) con strizzate d’occhio a tutta la letteratura fantastica. In California si parla della Volpe, in Florida abbiamo la palude di Pogo, e il Capitano Nemo afferma di aver sentito parlare di un altro sottomarino colorato vistosamente e guidato da un certo sergente Pepper…

bagnini

Ieri pomeriggio qui in spiaggia abbiamo sentito una bimba piangere. Da quello che abbiamo capito, era finita sott’acqua e aveva bevuto un po’: è anche arrivata un’ambulanza ma la cosa è finita bene, per fortuna.

Il tutto è successo sotto gli occhi (si fa per dire) del bagnino, quello che l’anno scorso era parimenti rimasto seduto e immobile quando Jacopo si era ferito sugli scogli. Com’è, come non è, dopo che è arrivata l’ambulanza c’è stato un improvviso e miracoloso suo picco di movimento e sguardi verso il mare. Sono cose.

Chi diffonde davvero le bufale

La tesi di base di Scimmie digitali, il libro che io e Paolo Artuso abbiamo pubblicato all’inizio di quest’anno, è che la cosiddetta rivoluzione digitale di questi ultimi anni non ha in realtà cambiato il modo in cui noi esseri umani comunichiamo. Certo, sono cambiati i mezzi con cui comunichiamo: ma per quanto plastico il nostro cervello sia esso non può essere così diverso da quello di vent’anni fa. In fin dei conti, anche senza rifarci alle grandi scimmie antropomorfe come abbiamo raccontao nel libro, vediamo tutti come i temi alla base delle tragedie greche sono ancora oggi riciclati per film e serie televisive.

Il mio pensiero è sempre stato che le chiacchiere da Facebook non hanno nulla di diverso, né nei temi trattati né nel loro contenuto medio, dalle chiacchiere da bar di una volta, e da quelle in piazza ancora prima: tutt’al più abbiamo un numero maggiore di potenziali intelocutori, anche se la legge di Dunbar ci dovrebbe ricordare che non riusciamo fisicamente ad avere interazioni serie con più di un centinaio o due di altre persone: un’altra prova che non siamo poi cambiati più di tanto. Eppure sembra proprio che questo sia falso: oggi pare che i leoni da tastiera siano sempre di più, e che si stia precipitando sempre più verso un baratro che nemmeno la legge di Cipolla aveva previsto così profondo: per lui in fin dei conti la quantità totale di intelligenza nel mondo rimane costante, non in diminuzione. Come spiegare questa discrepanza tra la teoria e la pratica, oltre che ammettere che la teoria è sbagliata, cosa su cui però non cediamo per nulla?

Un punto importante è sicuramente il copia-e-incolla, che non nasce con Internet ma con essa ha certo avuto un impulso notevolissimo. Il mantra “CONDIVIDI SE SEI INDIGNATO!!!!11!!” presenta l’enorme vantaggio competitivo di non richiedere uso del cervello o capacità di lettura del resto del testo – lasciamo perdere la comprensione, sarebbe davvero pretendere troppo – ma solo un clic. Magari non ci ricordiamo nemmeno del motivo per cui avevamo cominciato a seguire quella pagina: chissà, all’inizio forse scriveva cose che ci interessavano, e non ci siamo accorti della lenta deriva dei temi da essa trattati, perché non possiamo seguire proprio tutto quello che ci arriva come ci ricorda il numero di Dunbar. O peggio ancora abbiamo scelto di fidarci acriticamente di loro, sempre per la stessa ragione dell’impossibilità di seguire tutto, e abdicato all’uso dei nostri neuroni.

Tutto questo però non è sufficiente. Certo, arrivare ai grandi numeri è più facile di un tempo. Certo, la natura sociale umana fa sì – da millenni… – che più persone si radunino maggiore è la quantità di idiozie che possono produrre, e l’aumento è molto più che lineare perché tutti fanno a gara per spararle più grosse. Ma anche così non si spiega questo boom, non foss’altro che perché i copincollatori seriali per definizione non sono di solito in grado di esprimere un pensiero compiuto più lungo di dieci parole. Di chi è dunque la colpa di questa deriva? Semplice. La colpa è di tutti i politici che fanno campagna elettorale permanente a colpi di tweet, scegliendo quello che pare il punto di vista più condiviso (che in realtà almeno inizialmente è il più urlato). La colpa è di tutti i giornalisti che invece che fare il loro lavoro si limitano a fare cassa di risonanza non solo dei tweet dei politici ma di tutte le peggiori beceraggini trovate, per aumentare l’audience e non dover faticare. Soprattutto la colpa è di tutti noi. Sì, la colpa è nostra. È assolutamente inutile rispondere nel merito a qualcuno che tanto non leggerà mai quello che scriviamo, e probabimente non lo capirebbe comunque; spiegare le cose in modo comprensibile è una cosa complicata, io cerco di farlo da anni in un campo di per sé poco controverso come la matematica e non ci riesco mica sempre. È stupido pensare di replicare ai loro slogan con altri slogan di segno opposto: l’incisività è un’arte ancora piû complicata della divulgazione, e non possiamo competere con i professionisti pagati per creare gli slogan per politici e affini. Infine è deleterio condividere anche solo per ridere i post più imbecilli che troviamo in giro. Il post sarà anche imbecille per noi, ma non lo è evidentemente per tanta altra gente, e condividendolo stiamo facendo gli untori permettendogli di raggiungere altri lettori “non vaccinati”. Bel risultato, vero?

Attenzione. Non dico di rassegnarci e tacere; una soluzione simile è forse ancora peggiore di quanto capita oggi. Invece che condividere oppure commentare su post in cui tanto nessuno ci darà retta, è forse più utile scrivere una risposta ex novo (meglio se pubblica) e taggare i postatori originari. In questo modo avremo il vantaggio di giocare in casa, di potere cancellare i commenti pavloviani senza nessun contenuto e soprattutto di non contribuire a propagare quanto scritto da altri. Chiaramente quanto scriviamo deve essere a prova delle truppe cammellate di segnalatori seriali – ma tanto non vogliamo mica scendere al livello dialettico di certa gente, no? – il che dovrebbe essere più semplice se ricominciamo da zero e non rispondiamo. Evitiamo di entrare nelle discussioni; come si sa, non conviene mai farlo con un minus habens, perché prima lui ti porta al suo livello e poi grazie alla sua esperienza vince facile. E infine cominciamo a condividere i post con cui siamo d’accordo. Non potremo mai arrivare ai numeri dei bercianti, per l’ottima ragione che prima di condividere dovremmo essere certi che il testo altrui è interessante e questo richiede necessariamente tempo; ma almeno sapremo di non essere soli e che la nostra fatica non è inutile. Non raddrizzeremo le zampe ai cani, ma daremo un bastone agli zoppicanti.