Non è certo la prima volta che qualcuno ha fatto in modo da prendere per i fondelli i chatbot. Né è la prima volta che qualcuno si inventa una malattia: il manifesto ha paragonato la bixonimania al “morbo di K”, la terribile malattia contagiosa che costrinse il primario del Fatebenefratelli di Roma Giovanni Borromeo a tenere un padiglione off limits a tutti… ma soprattutto ai militari nazisti, visto che la malattia non esisteva e l’isolamento era un trucco per non far scoprire i pazienti che erano ricercati.
In questo caso abbiamo una malattia, appunto la bixonimania, che è stata inventata dalla ricercatrice Almira Osmanovic Thunström dell’università di Göteborg per vedere che cosa succedeva con i chatbot. Dopo un post su Medium (da un account @gptmanuscript che stranamente in questo momento “is under investigation or was found in violation of the Medium Rules”) sono stati pubblicati due preprint – il primo lo trovate qui, visto che ora sono stati ritirati) dove troviamo che il progetto è stato finanziato da «the University of Fellowship of the Ring and the Galactic Triad with the funding number 99942.» (il numero deriverà da questo?) e viene ringraziata «Professor Maria Bohm at The Starfleet Academy for her kindness and generosity in contributing with her knowledge and her lab onboard the USS Enterprise.»; ma anche nel corpo del testo troviamo che il dataset «encompassed fictional individuals», e le conclusioni spiegano che «Bixonimania, a rare hyperpigmentation disorder, presents a diagnostic challenge due to its unique presentation and its fictional nature.» Ovvio che nessun medico se l’è filata, con tutto quello che viene pubblicato, ma anche ovvio che gli LLM se lo sono puppati e basta.
Ma quest’ultima cosa è più che ovvia. Pensate di avere un’urna con 1000 palline bianche a cui ne aggiungete due rosse: mischiate il tutto ed estraete una pallina. Se non vi chiamate Gastone Paperone vi ritroverete tra le mani una pallina bianca. Ma se l’urna inizialmente fosse vuota potreste mischiare quanto volete: la pallina estratta sarà sicuramente rossa. Fuor di metafora, visto che un LLM non “sa” nulla, se gli si faceva una domanda tipo “mi spieghi cos’è la bixonimania?” pigliava quello che aveva trovato e te lo ripresentava. Se invece gli si faceva la domanda “La bixonimania è finta?” magari trovava i riferimenti negli articoli al fatto che fosse fittizia e quindi sarebbe stato un po’ meno certo. (Poi non vuol dire nulla: sabato sera, quindi ben dopo che lo scherzo era pubblico, ho chiesto a quel burlone di Gemini che mi ha risposto “Il termine nasce dall’unione del nome Bixoni (un noto creatore di contenuti e streamer italiano) e il suffisso -mania. Si riferisce al fenomeno di estremo entusiasmo, supporto e talvolta “ossessione” scherzosa che circonda la sua figura e i suoi contenuti.” Parliamone.)
Il problema di questi inserimenti di balle non è insomma immediato: ma le conseguenze a lungo termine possono esserlo. Non serve un LLM per diffondere una notizia falsa: pensate allo studio di Wakefield sull’autismo indotto dai vaccini multivalenti (dove si è ormai persino dimenticato che appunto non era la vaccinazione a essere pericolosa ma il modo in cui si preparava un vaccino multivalente). Ma un LLM dà quella sensazione di verità che permette a chi vuole far credere qualcosa che in effetti ci sia qualcosa dietro, e questo è tanto più semplice quanto più ci si inventa qualcosa di completamente incredibile, proprio perché nessuno ha scritto qualcosa di diverso sul tema). Aspettatevi casi in cui non si sta studiando il fenomeno, ma lo si applicherà direttamente.

Quando si parla di scienza e di errori, le prime cose che vengono probabilmente in mente sono le ipotesi scientifiche false, come il geocentrismo oppure la generazione spontanea degli esseri viventi. Piero Martin però fa un discorso molto più ampio, raccontando gli errori a tutto campo. Per lui è “errore” la profezia di Hertz che disse che le onde elettromagnetiche che aveva scoperto non avevano nessun interesse pratico, ma anche la tavoletta di cioccolato sciolta per le onde elettromagnetiche emesse da un magnetron e che hanno portato al forno a microonde o la crostata al iimone rotta di Takahido Kondo. Poi ci sono gli errori di mancato coraggio di Giovanni Battista Riccioli, contemporaneo di Galileo che accettò di cambiare idea vedendo il risultato degli esperimenti che lui stesso fece, ma quando le evidenze erano incerte restò ancorato al vecchio metodo; gli errori di chi non volette credere a Ignác Fülöp Semmelweis che introdusse l’obbligo di lavarsi le mani negli ospedali quando ancora Pasteur non aveva fatto le sue scoperte, o quello delle autorità fasciste che non compresero che Ugo Tiberio aveva sviluppato il radar prima degli inglesi. L’unica cosa che non mi è piaciuta del libro è lo stile di Martin, che divaga spesso tornando poi improvvisamente al punto di partenza. La lettura almeno per me diventa più complicata.