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matematto non praticante

Statistiche del sito per gennaio 2026

Dopo il boom dei mesi passati, mi sa che i crawler per gli LLM si siano stancati, o almeno abbiano preso una pausa, mentre gli utenti reali restano. Date un’occhiata:

Visitatori unici 29.829 (-22763)
Numero di visite 82.992 (-12801)
Pagine accedute 268.718 (-22587)
Hits 466.189 (+19178)
Banda usata 6,65 (+0,74 GB)

Tre giorni sotto le 2000 visite (minimo a capodanno, con 1880); lunedì 12 ho avuto 4373 visite, e la media del mese è stata 2677 (-735). La Top 5:

  1. Call center sanitari invasivi: 2429 visite
  2. Codice bianco all’IKEA: 1382 visite
  3. Ze neca: 1281 visite
  4. Forse Asus ha qualche problema: 728 visite
  5. Epistemia: 716 visite

Dodici altri post sopra le 500 visite, più uno del backup del Post. Romanaccio ne ha avute 1570 e Prova del nove 700.

Query Google: abbiamo 3432 (+856) clic da mobile, 1076 (+143) da desktop e 91 (+37) da tablet. Le prime 10 query, con tra parentesi le impressions:

404 (5383) 0278655540
317 (998) codice bianco ikea
128 (290) insulti romani
79 (369) insulti in romano
78 (3069) a stra ze neca
67 (243) numeri di dedekind
58 (126) insulti romaneschi
40 (171) detti romani volgari
40 (71) notiziole di mau
38 (104) ikea codice bianco

Non capisco questo interesse per i numeri di Dedekind…

Sconti regressivi

Uno dei negozi dove vado a comprare le pappe per i miei gatti ha una promozione mensile, con uno sconto se si compra abbastanza roba. Con tre gatti sempre famelici non è certo un problema raggiungere le soglie per i vari sconti: però non mi è chiaro perché stavolta lo sconto percentuale se spendo di più (9 euro su una spesa di almeno 80) sia minore di quello se spendo di meno (7 euro su una spesa di almeno 60)…

Conway’s Game of Death

una schermata del Game of Death Se state leggendo questo post, probabilmente conoscete il Game of Life di John Horton Conway: uno scacchiere infinito dove le varie celle si accendono e si spengono secondo un insieme di regole predefinite. Chiamarlo “gioco” è forse un’esagerazione, visto che una volta definita la configurazione iniziale il suo svolgimento è univocamente determinato.
Bene: Steven Frank sta studiando il Conway’s Game of Death. Si parte da una configurazione del Game of Life che crescerebbe senza limiti (ce ne sono), e il vostro scopo è ammazzare i quadratini per fermarla. Così ad occhio c’è una caratteristica che definirei “idra”: per come è fatto Life, a volte eliminare una cella aumenta la viralità della configurazione restante, perché permette di avere più “nascite” (celle con esattamente tre vicini) e meno “morti” (celle con quattro o più vicini: muoiono anche le celle con zero o un vicino, ma quella è un’altra storia). Chissà se il gioco verrà completato!

(h/t: Colin Beveridge)

Un racconto sulle dimostrazioni a conoscenza zero

La scorsa settimana vi avevo promesso di dire qualcosa di più sulle dimostrazioni a conoscenza zero. Lo faccio ispirandomi a questo articolo di Jean-Jacques Quisquater e Louis Guillou, dal titolo (nella traduzione inglese fatta con Tom Berson) “How to Explain Zero-Knowledge Protocols to Your Children”. La mia non è ovviamente una traduzione, perché violerei il copyright, ma un racconto simile. Pronti?

Qualche mese fa mi è arrivata una lettera che aveva dell’incredibile. Pare che un mio bisnonno fosse un collaboratore di Houdini, e avesse collaborato con lui alla creazione di un gioco di prestigio che il grande mago non ebbe mai la possibilità di mettere in pratica per la sua morte inaspettata. Le ultime volontà che sussurrò al mio bisnonno furono di mantenere il segreto e confidarlo solo a un suo parente laureato in matematica. Il mio bisnonno cercò invano di convincere i suoi figli e poi i suoi nipoti a darsi alla matematica, senza alcun risultato. Prima di morire lasciò le istruzioni e una certa somma di denaro a uno studio legale, che finalmente cominciò a fare ricerche anche sui rami collaterali arrivando finalmente a trovare me. Ma qual era questo gioco di prestigio?
le stanze segrete
Si tratta di un esperimento di manipolazione del pensiero. Ci sono due stanze, come in figura, che vengono mostrate a chi vuole partecipare al gioco. Le stanze hanno solo una porta di ingresso, e c’è un corridoio a gomito che non permette di vedere quale viene aperta. Il mago entra nel corridoio, e quando il partecipante è pronto entra in una stanza. A questo punto il partecipante arriva e bussa a una porta… e il mago esce invariabilmente dall’altra. Il trucco è ingegnoso: le due stanze sono in realtà comunicanti, perché la parte arancione della parete che le divide è scorrevole. La parte davvero complicata è capire come farla scorrere. Le piastrelle ai lati della parete sono collegate a un insieme di ingranaggi, e c’è una (lunga) combinazione di pressioni sulle varie piastrelle che permette di azionare il meccanismo. La lettera che ho ricevuto conteneva un’altra busta chiusa con la combinazione da usare, che ho imparato a memoria prima di distruggere il foglio.

Come sfruttare questa conoscenza? Ho pensato di registrare una trasmissione televisiva dove dimostro la mia capacità non tanto di leggere nel pensiero ma di sapere attraversare i muri. Una troupe è venuta con me, ha filmato le stanze e poi siamo tutti usciti dalla struttura. A questo punto io sono entrato da solo; una volta dentro il conduttore ha lanciato una moneta e a seconda se fosse uscito testa o croce mi diceva “esci dalla porta di destra” oppure “esci dalla porta di sinistra”, cosa che potevo fare senza problemi. Abbiamo ripetuto la stessa scena quarantadue volte, tra una battuta e l’altra. Una volta, due, tre potevo essere stato fortunato: ma con quarantadue volte era chiaro che potevo davvero attraversare i muri, in un modo o nell’altro!

Tutto bene? Macché. Quelle stanza erano parte della Fondazione Houdini, e quindi chiunque poteva visitarle. Un network concorrente chiese la possibilità di accesso per mezza giornata, e filmò esattamente la stessa mia scena. Naturalmente per circa metà delle volte il mio alter ego non poté uscire dalla porta giusta, ma questo non era affatto un problema: in fase di postproduzione tagliarono tutti i tentativi infruttuosi e il giorno e l’ora stessa in cui il mio programma andò in onda trasmisero la loro versione, per dimostrare che era tutta una finta. Siamo andati in tribunale, e i giudici hanno visionato fotogramma per fotogramma le due registrazioni: non c’era nessuna possibilità di capire quale fosse reale. Addio ai miei sogni di gloria.

Questo racconto evidenzia le tre caratteristiche di base delle dimostrazioni a conoscenza zero. La prima è che, come avevo già detto la settimana scorsa, una dimostrazione a conoscenza zero non dà mai la certezza, ma solo una probabilità che possiamo rendere grande a piacere di essere vera. Questo può spaventare un matematico, abituato alla precisione totale: ma qui lavoriamo fuori dall’iperuranio e possiamo permetterci un po’ di sciatteria. La seconda caratteristica è forse la più sconcertante: la “prova della dimostrazione” non è a sua volta una dimostrazione! Infatti la troupe che ha girato le scene con me è convinta che io possa attraversare il muro tra le due stanze, non importa come, ma la presunta prova (il video con la mia performance) può essere ricreato anche senza conoscere il segreto del passaggio tra le due stanze, proprio come col filmato che avevo proposto la settimana scorsa. Infine la terza caratteristica è legata alla casualità. Quando entro in una stanza, nessuno sa quale sarà l’esito del lancio della moneta! Se non fosse così e una successione di esiti fosse definita a priori, il mio alter ego saprebbe già dove andare, e chiunque giuardasse il video – che stavolta non deve nemmeno essere editato – penserebbe che anche lui conosce il segreto. Insomma, se vogliamo essere convinti della dimostrazione a conoscenza zero dobbiamo per forza introdurre un elemento di casualità.

C’è altro? Sì. ma ne parlerò un’altra volta :-)

CIA World Factbook

A me sembra ovvio che l’improvvisa chiusura del CIA World Factbook non è una questione di soldi. I dati quelli della CIA devono continuare a cercarli, e il sito lo potevano gestire tre stagisti in croce. Molto banalmente, per l’amministrazione Trump i fatti sono solo delle scocciature: e visto che non è così semplice modificare i giornali del passato ha fatto in modo di scegliere la via più semplice, cancellandoli e stop.

Ventilazione IVA

scontrino con "ventilazione iva" Sabato scorso siamo andati da un macellaio a fare la spesa. Stavo buttando lo scontrino, quando ho notato la frase asteriscata *VI = ventilazione iva, e il fatto che l’IVA indicata fosse zero. Sono andato a caccia di informazioni, e Wikipedia mi ha spiegato che la ventilazione IVA è un procedimento facoltativo che può usare chi vende beni con aliquote IVA diverse e vuole semplificarsi la vita. In pratica, si separano gli acquisti destinati alla successiva vendita da quelli come il pagamento delle utenze o i costi del carburante; per questi ultimi il conteggio IVA resta lo stesso, mentre per i primi si paga un’imposta calcolata a partire dalle fatture del mese precedente, suddividendo i ricavi allo stesso modo di come erano le aliquote sugli acquisti. Se quindi a gennaio ho comprato per il 15% beni ad aliquota 4%, per il 50% beni ad aliquota 10% e per il restante 35% beni ad aliquota 22%, calcolerò l’IVA al 4% sul 15% dei miei ricavi, e così via. In questo modo non devo complicare la gestione del mio magazzino, e il risultato finale sarà una buona approssimazione di quello che avrei comunque pagato. Mi sembra un’idea interessante, e mi domando come mai non me ne sono mai accorto prima… La legge relativa è addirittura del 1972.

L’IA, il cosa e il come

Leggendo l’ultimo post di Alberto Romero ho avuto una sensazione piuttosto strana. Il suo punto è che ora che gli agenti IA sono diventati così bravi ad analizzare i dati, e quindi dare una risposta alle nostre domande, noi dobbiamo cambiare completamente paradigma: non concentrarci sul come fare le cose, come abbiamo fatto per millenni, ma sul cosa fare, o come dice lui “cosa vogliamo fare?”

A basso livello, il concetto ha perfettamente senso, e del resto – come capita molto spesso – gli antichi greci l’avevano già colto. Pensate alla leggenda di re Mida: la sua richiesta di far diventare oro tutto quello che toccava era stata evidentemente troppo frettolosa. Fuori dalla metafora, e tornando agli agenti AI: se noi abbiamo a disposizione sistemi come Codex (con GPT-5.3) e Claude Code (con Opus 4.6), che riescono a prendere dal mare magnum del web pezzi di codice e metterli insieme in modo abbastanza buono, il nostro lavoro si sposta dallo scrivere il codice al dover spiegare esattamente all’agente cosa vogliamo che scriva, magari anche con qualche esempio in negativo. Non per nulla c’è chi dice che ormai il punto di partenza per scrivere codice è generare i test per verificarlo. Romero afferma che le capacità che servono oggi sono insomma gusto, sape riconoscere la qualità di un risultato; giudizio, cioè saper valutare effettivamente i risultati; agentività, decidere di voler fare qualcosa e in che direzione muoversi. Infine termina dicendo che proprio perché noi abbiamo paura di essere così astratti ci tarpiamo, usando l’IA per scopi “banali” ma che ci danno l’impressione di fare qualcosa: per esempio, farci fare i riassunti di un documento oppure migliorare la prosa delle nostre email. Quello che dovremmo fare è pensare in grande.

Che cosa mi disturba in tutto questo? L’effetto Apprendista stregone. Tutti noi abbiamo visto Fantasia, e ci ricordiamo di Topolino che sapeva perfettamente cosa fare (pulire la stanza, come gli era stato chiesto), ha usato un agente (pronunciando le formule magiche per dare vita alla scopa) e si è trovato in una situazione che non si aspettava e che non sapeva risolvere. Non sto dicendo che il problema sia che stiamo arrivando alla singolarità, o se preferite alla superintelligenza di Nick Bostrom con le IA che producono graffette così bene da far finire il mondo. Sto dicendo che un agente AI, anche quando funziona male, non è una fotocopiatrice, del cui funzionamento non dobbiamo preoccuparci più di tanto se non quando togliamo un foglio inceppato. Se qui non abbiamo nessuna idea del come non avremo nemmeno idea del cosa. Attenzione: non è affatto detto – e probabilmente non sarà mai nemmeno possibile – capire quello che succede internamente nelle IA. Ma avere un’idea di come lo faremmo noi, per quanto in modo altamente subottimale, ci permette di capire cosa chiedere. Insomma, non basta avere in mente il risultato, oltre ovviamente che saper verificare se quello che ci viene venduto è un risultato, ma dobbiamo anche capire il perché di questo risultato. In matematica ciò è da sempre il pons asinorum: chi non capisce il perché sta usando una certa formula rischierà sempre di sbagliare senza accorgersene. È questo che vogliamo da una tecnologia che sarà sempre più pervasiva?