Era il 1997. Fare una ricerca su Internet era persino più difficile di adesso: ora abbiamo l’enshittification e le allucinazioni prese per buone dai motori di ricerca, allora non c’era semplicemente materiale. Un giorno scoprii che la canzone Un angelo blu dell’Equipe ’84 era una cover (e fin qua nulla di strano) di un brano britannico, I Can’t Let Maggie Go, di una band di cui non avevo mai sentito parlare. Scrissi su Usenet un post con il testo che ero riuscito a capire della canzone (lo si trova ancora in rete), scrivendo nel titolo “Honeybus(?)”, e dopo qualche giorno ricevetti un’email dall’autore del brano, Pete Dello, che mi segnalò un errore (nel ritornello cantava “I see, I sigh”, non “I see, I say”), confermò che la band esisteva davvero, e che l’aveva lasciata subito dopo che quel brano era entrato in classifica, perché si sentiva troppo pressato e preferiva insegnare musica. (Leggo sull’obituary del Telegraph che passò a insegnare filosofia platonica).
Gli Honeybus ebbero vita breve e sfortunata: il singolo precedente, [Do I Figure] In Your Life, non entrò nemmeno in classifica. Oggettivamente non riesco a capire il motivo: il “pop barocco” suonato da loro era musicalmente molto interessante: come si può anche sentire nel brano She Sold Blackpool Rock, scritta dal compagno di band Ray Cane e di cui esiste anche una versione cantata in italiano. Ma la cosa più importante almeno per me è che Dello vide una citazione e pensò di scrivere a uno sconosciuto quale io ero un’email: non per lamentarsi che non conoscessi gli Honeybus ma per raccontarmi un po’ la loro storia. Non è facile trovare gente così, che non è interessata a restare sotto i riflettori, tanto che anche la sua morte è passata praticamente inosservata: è morto il 21 febbraio e l’ho scoperto per puro caso l’altro giorno.
(ho perso quella mail come tutte quelle fino al 2004 per colpa di un PC kaputt e di un CD-ROM illeggibile…)


I libri che raccontano la matematica hanno un problema di base: i temi trattati sono sempre più o meno gli stessi, e quindi il povero autore deve trovare un modo per riuscire a distinguersi nel mare magnum di queste opere. Secondo me Schneierman ci è riuscito. Io con i miei soliti tempi mi ero comprato il volume non appena era stato pubblicato, e ne lo sono tenuto otto anni in libreria prima di leggerlo. Ora che finalmente ce l’ho fatta, posso dire di apprezzare le “note laterali” che affiancano il testo vero e proprio, e ho trovato alcune chicche che non conoscevo nonostante la mia non certo banale esperienza, come una nuova dimostrazione dell’infinità dei numeri primi e il modo di costruire terne pitagoriche usando numeri complessi. Anche lo stile di scrittura è piacevole: insomma un ottimo acquisto.
