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Arianna Meloni e pressione fiscale

Sappiamo che la Sorella non è stata eletta dagli italiani e quindi ha qualche diritto in più di sparare parole in pura libertà. Ma mi chiedo se Arianna Meloni sappia quello che dice.

Partiamo dalle definizioni: la pressione fiscale è data dal rapporto tra (imposte dirette + imposte indirette + contributi sociali) al numeratore e il PIL al denominatore. Se lavora più gente (a parte che il milione e trecentomila posti di lavoro in più sono spalmati su tutta la legislatura: nel 2025 l’aumento è stato di 185.000 lavoratori) è vero che il numeratore di quel rapporto aumenta, ma si presume che aumenti anche il denominatore. Se aggiungiamo poi il fatto che per le nuove assunzioni c’è una decontribuzione, il rapporto diminuisce ancora.

Ma la cosa che non riesco davvero a capire è perché la Sorella ha dovuto infilarsi in quel ginepraio. Innanzitutto, guardando i dati Istat, vediamo che le imposte dirette sono aumentate dello 0,7% in valore (da 344 a 346 miliardi), e quindi meno della crescita del PIL, che è stata dello 0,6% in volume a cui bisogna aggiungere la crescita dovuta all’inflazione. Le imposte indirette sono più o meno cresciute come PIL+inflazione (+2,5%, da 310 a 317 miliardi); la vera crescita è stata dei contributi sociali, passati da 278 a 306 miliardi (+10%). Ma soprattutto: se è vero che nel 2025 sono stati recuperati 36 miliardi dall’evasione fiscale (di nuovo, mischiare i dati 2025 con i 100 miliardi della legislatura è come mischiare mele e pere, ma lasciamo stare per carità di patria e famiglia), quel valore è più che maggiore dell’aumento della pressione fiscale. Insomma la Sorella avrebbe potuto tranquillamente dire “abbiamo fatto pagare chi non lo faceva e quindi la pressione fiscale pare aumentata; gli onesti in realtà hanno pagato di meno”. Possibile che non ci abbia pensato?

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pipponi, pipponi 2026

Pensavo che Poste non potesse peggiorare

L’altra settimana l’inquilino della casa di Monza scrive ad Anna dicendo che dava la disdetta del contratto e aveva mandato la raccomandata, che però doveva essere ritirata all’ufficio postale. Il piccolo problema è che noi non avevamo ricevuto niente: gli chiediamo se aveva spedito all’indirizzo corretto e se poteva mandarci qualche foto, e lui ci ha inviato lo screenshot delle schermate dell’app di tracciamento e la foto del bollettino di spedizione. Con quest’ultimo siamo andati in posta e siamo riusciti a recuperare la raccomandata.
Perché non solo il postino non si è preso la briga di citofonare quando è arrivato con la lettera – sono certo che in quel momento ero a casa, perché sono poi uscito venti minuti dopo per accompagnare Cecilia a comprare dei fogli da disegno in cartoleria – perché ovviamente si fa fatica a far scorrere i nomi finché non arriva il nostro, ma non ha nemmeno pensato di mettere in buca delle lettere l’avviso di mancato recapito, perché evidentemente cercare tra venti caselle la nostra gli avrebbe fatto perdere troppo tempo prezioso. Vedremo come riusciranno a peggiorare in futuro!

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Quando Google Maps ci frega

La mia auto è vecchiotta: ha un navigatore GPS, ma le mappe sono statiche. Né io né Anna spesso ci ricordiamo di usare Google Maps o Waze sui nostri telefoni e tablet e così può capitare che ci troviamo imbottigliati come la scorsa settimana. Ma questi sistemi sono davvero un toccasana? Un paio di settimane fa un articolo di Guerre di rete parlava proprio di questo. Questi algoritmi danno a tutti gli utenti lo stesso percorso, giudicato migliore in base alle condizioni istantanee del traffico: è insomma un’ottimizzazione locale. Ma quando ci si trova in situazioni congestionate, il risultato pratico è che spostare tanti veicoli da una strada molto trafficata ma ampia a una strada momentaneamente meno trafficata ma più stretta la rende più trafficata e dà a tutti un risultato peggiore sia in termini di tempo che di inquinamento. Questo è ben noto almeno ai matematici e spero a qualche urbanista: è il paradosso di Braess, di cui ho già parlato in passato.

Il fatto è che il traffico è un sistema complesso, il che significa che un’ottimizzazione locale (ognuno segue il percorso migliore qualunque cosa facciano gli altri: è l’equilibrio di Nash) non corrisponde necessariamente a un’ottimizzazione globale (i percorsi sono studiati in modo che tutti abbiano un vantaggio). Gli studi citati da Guerre di rete mostrano che in presenza di traffico elevato la soglia di adozione dei navigatori oltre la quale si ha un peggioramento delle condizioni è il 60%. Google potrebbe fare qualcosa per ovviare a questo problema? Chiaramente sì. Sa quanti dispositivi sono in movimento in quella zona in quell’istante e potrebbe smistarli casualmente su due o più strade distinte per equilibrare il traffico. Google ha voglia di fare qualcosa per ovviare a questo problema? Evidentemente non lo ritiene così importante, altrimenti l’avrebbe già fatto. Poi è ovvio che nel caso mio personale dell’autostrada chiusa avrebbe comunque fatto uscire tutti al casello precedente, ma quello è un caso diverso: non ingorgo ma blocco vero e proprio.

Che possiamo fare noi, allora? Niente. Non è nemmeno utile un comportamento luddista che chiuda il cellulare e faccia ritornare alle mappe cartacee: il guaio del paradosso di Braess è che proprio perché la nuova soluzione è un equilibrio di Nash la risposta non può essere di una singola persona. Insomma preparatevi a una transumanza di pecoroni guidati da un algoritmo.

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curiosità 2026, curiosita'

Ma quanto vale un catalogo di un grande autore?

Mi sa che ci siamo persi in tanti la notizia del passaggio del catalogo di Pier Paolo Pasolini da Garzanti a Feltrinelli. Quello che succederà è che dall’anno prossimo ci saranno nuove edizioni dei suoi libri che saranno appunto edite da Feltrinelli (ma le edizioni Garzanti esistenti continueranno a esserci, non potranno solo farne di nuove), e che i diritti delle traduzioni saranno gestiti da Feltrinelli. Quello che mi chiedo (oziosamente) è quanti soldi si siano presi gli eredi Pasolini: Repubblica dice che il valore del nome è di un milione e mezzo, ma secondo me è solo gossip. Tenete conto che tra vent’anni, salvo qualche nuova alzata d’ingegno dei politicanti di tutto il mondo, le sue opere entreranno nel pubblico dominio: un milione di euro spalmati su vent’anni sono 50000 euro l’anno, che non sono moltissimi ma nemmeno pochi per un autore di cui non si ha nemmeno l’esclusiva. Vedremo cosa si inventeranno per far sfruttare l’acquisto!

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admin

Statistiche del sito per agosto 2026

Mi piacerebbe sapere quale crawler è passato tra il 28 e il 29 agosto, con rispettivamente 23.954 e 22.660 visite; e chi ha fatto probabilmente una sola visita il 17 agosto ma ha scaricato 917,24 MB di dati, rispetto a una media tra i 200 e i 400. Inutile dire che le statistiche sono sballate. I dati riassuntivi:

Visitatori unici 147.931 (+57454)
Numero di visite 207.350 (+13912)
Pagine accedute 406.358 (+64269)
Hits 594.587 (+42244)
Banda usata 10,60 GB (+0,51 GB)

Giorno con meno visite domenica 30 (3211), massimo “serio” sabato 8 (9459), media 6688. La Top 5:

  1. Consegna con Voc: 1951 visite
  2. Codice bianco all’Ikea: 760 visite
  3. Immerdificazione e le nuove competenze necessarie: 674 visite
  4. Carte d’identità e scadenza nascosta: 638 visite
  5. Tasse sulle tasse: 613visite

Otto altri post sopra le 500 visite. Romanaccio ne ha avute 673.

Query Google: abbiamo 1915 (+110) clic da mobile, 494 (-129) da desktop e 53 (+24) da tablet. Le prime 10 query, con tra parentesi le impressions:

94 (294) insulti romani
87 (875) codice bianco ikea
62 (848) voc corriere
49 (298) voc spedizioni
39 (688) consegna con voc
37 (116) insulti romaneschi
36 (393) insulti in romano
36 (42) notiziole di mau
33 (465) corriere voc
26 (270) 0278655540

ia 2026, IA e informatica

Le tre leggi inverse dell’IA

Nel mondo dell’IA commentare a settembre un post di gennaio è quasi fare archeologia: ma credo che sia ancora utile meditare su quanto scrisse Susam Pal. Le tre leggi inverse dell’IA sono chiaramente basate sulle tre leggi della robotica di Isaac Asimov. I miei ventun lettori se le ricordano sicuramente, ma per chi passasse di qua per caso le ricapitolo. Prima legge: Un robot non può recare danno a un essere umano né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno. Seconda legge: Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non vadano in contrasto alla Prima Legge. Terza legge: Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché la salvaguardia di essa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge. Le tre leggi nascono in un contesto letterario, e il loro vero significato pratico − come poi l’OuLiPo teorizzò in seguito − è quello di dare una serie di vincoli per scrivere racconti dove si cerca di testare i limiti di quelle leggi. Qui abbiamo invece “leggi” che servono a noi umani per ricordarci con che cosa abbiamo a che fare.

Le tre leggi, secondo Pal, sono queste:

  • non antropomorfismo: Gli umani non devono antropomorfizzare i sistemi IA.
  • non deferenza: Gli umani non devono fidarsi ciecamente dell’output dei sistemi IA.
  • non abdicazione di responsabilità: Gli umani devono restare pienamente responsabili delle conseguenze derivanti dall’uso dei sistemi IA.

Quello che possiamo vedere oggi è che nessuna delle tre leggi è fatta rispettare. I chatbot nascono apposta per sembrare il più possibile umani nella loro interazione, il che rende davvero difficile non applicare l’antropomorfismo, soprattutto se non si è esperti nell’interazione. Se le loro risposte fossero un po’ più meccaniche, probabilmente riusciremo anche a imparare a fidarci di meno delle loro risposte. Quella purtroppo è una caratteristica molto umana: spesso sentiamo uno che “parla bene” e accettiamo acriticamente quello che dice. Non è insomma che le AI abbiano l’esclusiva di questa fiducia, ma questo non significa che possiamo fare finta di nulla. Infine dobbiamo ricordarci che le IA sono software, per quanto sofisticato, e quindi non possono essere “colpevoli” di nulla. La responsabilità non può in questo caso tanto essere dei programmatori, a meno di errori marchiani, quanto delle aziende. Inutile dire che questo è forse il punto più difficile da fare accettare: OpenAI, Anthropic e compagnia bella vogliono pararsi le spalle con la scrittina in grigio corpo 4 “le IA possono commettere errori”. Ma un conto è se un’IA mi dice che ho scritto I quesiti di Pyramus (sarebbe anche un bel libro, anche se non credo che riuscirei a trovare materiale sufficiente. Ma Gemini è esperta nel tirare fuori associazioni statistiche senza alcun rapporto con la realtà, vedi la seconda legge); un altro conto è se conversando con un’IA una persona debole viene spinta al suicidio.

Quindi? Dato che tanto nessuno spingerà verso l’esecuzione di queste leggi, l’unica nostra possibilità è imparare ad applicare almeno le prime due per conto nostro, e fare attenzione alle conseguenze dell’abdicazione di responsabilità.

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Il vero problema matematico che le IA dovrebbero risolvere

Siamo seri. A nessuno interessa davvero che le IA abbiano trovato un controesempio alle equazioni di Navier-Stokes. E comunque si sa che hanno preso una nuova linea di attacco ideata dai matematici e ci hanno messo su una potenza di calcolo assurda. Ci sono le voci per cui stanno lavorando sulla congettura di Hodge, ma non si sa nemmeno cosa significhi esattamente «alcune classi di coomologia di de Rhan sono algebriche, vale a dire somme di duali di Poincaré delle classi di omologia delle sottovarietà.»

Però c’è un problema che nel caso fosse risolto mostrerebbe una volta per tutte che le IA sono più intelligenti degli umani. Un problema il cui enunciato è comprensibile a un bambino di seconda elementare, ma che da un secolo impegna le migliori menti matematiche, e anche quelle che migliori non sono. Un problema sul quale perfino Terence Tao ha alzato bandiera bianca. Sto ovviamente parlando della congettura di Collatz: partendo da un qualunque intero positivo, dimezzandolo se è pari oppure triplicandolo e poi aggiungendo uno se è dispari, e continuando a fare la stessa operazione, prima o poi si arriva a 1, e quindi al ciclo 1-4-2-1.

Avere finalmente una risposta a questo dilemma costringerebbe frotte di matematici a trovarsi un altro passatempo per i tempi morti, ma soprattutto sarebbe il sigillo sulla capacità delle IA di ottenere risultati davvero creativi, dato che nessuno degli approcci tentati finora ha portato da nessuna parte; quindi il sorpasso sarebbe omologato. Applicare risorse a questo problema servirebbe poi a distogliere l’attenzione delle IA dall’attaccare siti; un ottimo modo per rallentare il loro sviluppo, come richiesto da tanti. Chi mi segue nel lanciare una petizione?

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