E se Pangram dicesse che i miei testi sono generati dall’IA?
Immagino conosciate Pangram: un software a cui si può dare in pasto un testo e ricevere una stima di quanto di quel testo è stato scritto da un LLM. Pangram afferma di avere un falso positivo, cioè affermare che un testo umano sia stato scritto dall’IA, in un caso su 24000; non ho idea di come sia stato calcolata questa cifra, né di quale sia il tasso di falsi negativi, cioè di testi creati dall’intelligenza artificiale ma definiti “umani”. Questo potrebbe essere più difficile da verificare, soprattutto per chi è abbastanza bravo da modificare il testo prodotto per togliere gli stilemi più evidenti di ChatGPT, Claude, Gemini e amici vari.
Cosa succede però se il testo che io ho scritto con tanta fatica – non è vero, per mia fortuna non ho mai avuto la sindrome del foglio bianco – viene etichettato come IA? Andrew Wu fa qualche considerazione sul suo Substack. Fa l’esempio di un post che lui su Twitter ha definito “sbobba IA”, al che il creatore del post ha veementemente protestato spergiurando che fosse opera sua: alle domande di Wu il tipo ha cancellato il tweet (ma a quanto pare il post originale era rimasto, e anche Pangram, non solo Wu, lo ritiene fatto dall’IA e al più editato dall’autore). Il punto è che ogni LLM ha i suoi tic, a parte quelli noti a tutti come gli elenchi puntati e gli em-dash, le lineette lunghe all’americana (quelle che io odio: mi trovo meglio con gli en-dash che sono più o meno della lunghezza di un segno meno), e dopo un po’ uno ci prende l’occhio. Pangram probabilmente ha portato a un livello superiore il tutto. Quello che di per sé potrebbe essere possibile è che qualcuno si abitui a leggere testi generati dall’IA e cominci a scrivere in modo simile, ma non credo che un’assimilazione simile possa avvenire così in fretta.
Il mio pensiero è che se uno ritiene – a torto o a ragione – che la sua prosa migliori con una passata di IA lo faccia pure senza vergognarsi. In certi casi, come per esempio nella preparazione di report aziendali, secondo me è anche una mossa vincente. Se non usa l’IA ma viene scambiato per tale se ne faccia una ragione e al limite provi a cambiare stile. Per quanto mi riguarda, ho uno stile abbastanza personale da non avere questo problema!


È notizia di questi giorni (settembre 2026) che l’ONU ha approvato una risoluzione – che non ha nessun valore pratico, a dire il vero – per far sostituire la proiezione cartografica di Mercatore con quella denominata “Equal Earth”, che mantiene la proporzione tra le superfici dei continenti. Per la cronaca, la risoluzione è passata con 164 sì, sei astenuti e un voto contrario, quello degli USA che hanno affermato che la risoluzione era “superflua”. Ma qual è il problema che impedisce di avere una mappa perfetta? Gilberto Bini in questo agile libretto ce lo spiega da un punto di vista matematico, scomodando il grande Gauss: la Terra è intrinsecamente diversa da un piano, a differenza per esempio di un cilindro che è sì curvo ma non troppo. Bini fa una storia della cartografia e spiega perché certi tipi di mappe siano più utili in certi casi anche se in altri diventano scomode: è vero che per esempio la mappa di Mercatore dà un vantaggio visivo all’Occidente, e questa è la ragione per cui ha resistito così a lungo: ma per i navigatori del Seicento e del Settecento aveva il grande vantaggio di permettere loro di seguire la rotta nel modo più semplice possibile. La matematica della cartografia insomma non è solo politica ma anche pratica: leggere questo libro permette di capire che le mappe non sono solo esercizi di stile.
