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matematto non praticante

Dimostrazioni a conoscenza zero e crittografia

Qualche mese fa vi avevo raccontato (qui, qui, e qui) delle dimostrazioni a conoscenza zero. Per chi non si ricorda e non ha voglia di tornare a leggere quei post, rispiego in poche parole di che cosa si tratta: è possibile “dimostrare” di conoscere la risposta a un problema complesso senza presentare la soluzione, ma rispondendo semplicemente a una serie di domande. Il punto fondamentale è che la risposta a ogni singola domanda non dà all’interlocutore nessuna informazione oltre al fatto che abbiamo risposto correttamente alla domanda. C’è sempre la possibilità che noi in realtà la risposta non la sappiamo e siamo stati fortunati: ma visto che l’interlocutore può farci quante domande vuole quella probabilità è piccola a piacere. Un esempio pratico. Sappiamo che ogni mappa planare può essere colorata con quattro colori in modo che due regioni confinanti non abbiano mai lo stesso colore. Ci sono però mappe per cui bastano tre colori: ma data una mappa dimostrare che questo è possibile è un problema spesso intrattabile. Immaginate però che io abbia trovato in qualche modo che una data mappa richiede solo tre colori, e ti voglia vendere la struttura. Voi non volete pagare senza aver visto la colorazione; io non voglio mostrarvi la colorazione prima di essere pagato altrimenti me la copiate e basta. Come si fa? Semplice (quando si sa il trucco)! Io scelgo a caso i tre colori con cui colorare la mappa e poi la copro. Tu mi indichi due regioni confinanti, io scopro solo quelle due regioni e mostro che hanno colore diverso. Certo: se avessi colorato la mappa a caso, avrei comunque mostrato due colori diversi in due casi su tre. Ma io posso fare una nuova colorazione, sempre casuale, e farti scegliere altre due regioni confinanti, diverse o le stesse non importa: di nuovo io ti mostro che hanno colori diversi. A questo punto la probabilità che io abbia avuto fortuna per due volte di fila scende a 1/9, e andando avanti calerà ancora di più; inoltre, proprio perché i colori in ciascuna richiesta sono casuali, non ho la possibilità di fare dei confronti.

Il problema di questo tipo di dimostrazioni è che sono interattive: tu domandi e io rispondo. Nel 1994 i crittografi Oded Goldreich e Yair Oren dimostrarono che è impossibile costruire una dimostrazione completatamente non interattiva che sia a conoscenza zero, come indicato sopra e definito formalmente da Shafi Goldwasser, Silvio Micali e Charles Rackoff. Fine della storia? A quanto pare no. Rahul Ilango ha messo sotto attento scrutinio la dimostrazione di Goldreich e Oren, e ha notato che dipende dal fatto che per avere una dimostrazione a conoscenza zero tu “sai” cosa io ti dirò (che cioè le due regioni sono colorate diversamente). Il termine tecnico per questo fatto è “esiste un simulatore”. Qui entra in scena Gödel, o meglio Ilango. Cosa succede se ti dico che esiste un simulatore, ma tu non sei in grado di trovarlo? Tecnicamente la dimostrazione di Goldreich e Oren regge: il simulatore esiste. Ma praticamente tu non puoi “sapere” qual è il simulatore, quindi la dimostrazione può essere non interattiva. In pratica (si fa per dire…) non diciamo più “questa mappa può essere colorata con tre colori”, ma “questa mappa può essere colorata con tre colori, se non esiste un metodo efficiente di dimostrare che la matematica non è contraddittoria”. Visto che non possiamo essere certi al 100% che la matematica non è contraddittoria, non possiamo essere certi al 100% che la dimostrazione non abbia un simulatore, e quindi abbiamo il diritto di non applicare il teorema di Goldreich e Oren. Se vi si è annodato il cervello, tranquilli: siete in buona compagnia.

Quello che mi lascia più stupito è lo sfruttare una limitazione a priori della conoscenza matematica per avanzare la conoscenza matematica stessa: un doppio salto mortale carpiato.

Ah, questa sesta minore

Come sapete, io canto in un coro. Ieri sera abbiamo cominciato a studiare il Magnificat di Vivaldi, e tanto per cambiare ero l’unico basso. Nulla di veramente grave, in genere io leggo a prima vista. Solo che qui dovevo prendere un intervallo ascendente di sesta minore che non mi veniva proprio. Con la sesta maggiore ho il trucco, il “Libiamo” della Traviata; qui nulla. Che faccio, allora? Chiedo a Claude se mi trova un esempio sul canone beatlesiano. Lui mi risponde “certo! Prendi l’inizio di Michelle, Mi-Chelle!” al che gli faccio notare che lì la nota è la stessa. Al limite puoi pensare all’intro di chitarra, ma non è banale. Mi tira fuori anche un brano non beatlesiano che però non conosco. Allora lo presso, dicendogli che tanto se sbaglia me ne accorgo. Risultato: ho rotto Claude. Continuava a dirmi “questa risposta non è stata caricata”; a un certo punto ha persino tirato fuori un improbabile “blocked by filter polict ” e quando gli ho chiesto che razza di filtro avessi toccato la candida risposta è stata “Nessun filtering, scusa — stavo semplicemente girando in tondo tra candidati senza commettermi, il che è peggio che dare una risposta imperfetta.” (Notate il “commettermi”: non credo di aver mai sentito la traslitterazione di commit neppure dai più sfegatati anglofili).
Solo alla fine ha tirato fuori l’inizio di “The Entertainer” di Scott Joplin (La stangata, insomma), che in effetti funziona. Ma è stata dura. Ah, alla fine ho deciso che il metodo più semplice per me per cantarla è pensarla come un’appoggiatura sulla dominante e via…

Siamo proprio costretti ad avere l’IA a scuola?

Chi mi segue sa che non ho pregiudiziali contro l’IA: al limite posso dire che non è intelligenza, ma questo non significa che non abbia una sua utilità, soprattutto da quanto non parte semplicemente dal suo modello interno ma aggiunge in tempo reale quello che trova con una ricerca. Però ci si può chiedere, come ha fatto qui Benjamin Riley, se effettivamente ogni resistenza è inutile ed è inevitabile che scuola debba per forza usarla. Ecco qua una scelta tra le domande che consiglia di fare agli entusiasti:

(1) Cosa vuol dire esattamente “l’IA è qui e ci rimarrà”? Nella slide preparata da Jane Rosenzweig dell’Harvard College Writing Center, lo slogan viene dissezionato. Cosa vuol dire “qui?” In classe? Nel pianeta? Poi, cos’è l’IA? I chatbot? Altri strumenti che non sono IA generativa? Ancora, cosa vuol dire che rimarrà? Chi lo decide? Ma soprattutto, chi è che lo dice? Il guaio di uno slogan è che è facile da ripetere, ma nessuno verifica davvero il suo significato.
l'IA c'è e rimarrà? Specifica

(2) Attenzione: troppo uso di IA, secondo alcune ricerche, porta alla resa cognitiva, cosa ben diversa dallo scarico cognitivo. Molti convinti fautori dell’IA nella scuola non hanno idea della differenza enorme tra i due concetti.

(3) In generale, come riportato in questo studio, l’uso dell’IA porta a risultati positivi immediati, ma non pare dare vantaggi a lungo termine.

(4) Sal Khan stesso, uno dei più convinti fautori dell’uso dell’IA per rivoluzionare l’istruzione, ha corretto il tiro, notando come per usarla bene è necessario sapere fare le domande, e quest’abilità manca.

(5) Questa è cattiva: la spinta verso i ragazzi per usare l’IA assomiglia a quella che in passato facevano i produttori di sigarette. L’hype diretto verso chi non ha difese naturali è pericolosissimo.

Personalmente non credo che quello della Svezia, che sta di nuovo tornando al libro cartaceo, sia un vero cambio di rotta; lo vedo più come una scelta di non fossilizzarsi sulla tecnologia ma dare uno sguardo più ampio alle possibilità. Ma penso anche che l’intelligenza artificiale, almeno come è declinata adesso, abbia dei vantaggi solo per i pochi che la sanno davvero usare, e tra questi non ci sono certo gli studenti.

Quizzino della domenica: anni ribaltabili

801 – aritmetica

Il 1996 è stato l’ultimo anno ribaltabile, nel senso che si poteva leggere rovesciato, ottenendo 9661. Più precisamente, un anno (a quattro cifre) si dice ribaltabile se è composto solo dalle cifre 0, 1, 6, 8, 9 e lo zero non è né in prima né in ultima posizione, perché numeri come 0168 non sono anni. Consideriamo un anno ribaltabile e il suo ribaltamento, e prendiamo il valore assoluto della differenza: nel nostro caso 9661 − 1996 = 7665. Qual è il valore massimo e quello minimo (ma positivo) che si può avere per la differenza?

1996 - 9661
(trovate un aiutino sul mio sito, alla pagina https://xmau.com/quizzini/p801.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Problema da Robert Geretschläger e Gottfried Perz, Mathematical Nuggets From Austria.)

Calling Bullshit (ebook)

copertinaCosa si intende per “bullshit”? In italiano sono le cazzate, o forse meglio le stronzate, nel senso di affermazioni che non solo necessariamente false (anche se di solito lo sono), ma sono infiocchettate in modo da cercare di impressionarci o convincerci, senza preoccuparsi che siano vere o false: con un giro di parole, notizie false e tendenziose. Un esempio che portano gli autori è scrivere la recensione di un libro senza averlo letto. (Io il libro l’ho letto, ma non è questo il punto). È molto facile farlo con i numeri e le statistiche, e infatti questa è la parte principale del libro; ma lo si può fare in tanti altri modi, come per esempio i clickbait dei siti web di “notizie”. Ma a parte tutti gli esempi portati, i due capitoli finali “accorgersi delle stronzate” e “confutare le stronzate” dovrebbero essere letti da tutti per formarsi gli anticorpi sempre più necessari in un mondo dove creare testi fasulli è diventata una banalità.

Carl T. Bergstrom e Jevin D. West, Calling Bullshit : The Art of Scepticism in a Data-Driven World, Penguin 2020, pag. 336, € 13,05, ISBN 9780241327258 9780525509196 – come Affiliato Amazon, se acquistate il libro dal link Bezos mi dà qualche centesimo dei suoi utili
Voto: 4/5

Anatomia di un incidente stradale

il punto dell'incidente (cartina di OpenStreetMap)
Ieri c’è stato un incidente mortale in piazza Carbonari a Milano. Non so quale dei due articoli di Repubblica e Corriere; forse Il Giorno è visibile.

Conosco molto bene quel tratto di strada, e se posso lo evito, sia in auto che in bicicletta; posso immaginare cosa sia successo. Premessa: in quel tratto di strada c’è esattamente lo spazio per due automobili affiancate, e c’è sempre coda, tanto che sono in molti a scendere per piazza Carbonari, passare per via Bizzoni e via Fortis, fregarsene dell’obbligo di svolta a destra e girare a sinistra in via Arbe. (Tra l’altro, quand’è che il comune si decide a cambiare il senso di marcia in quell’isolato?) Immagino che l’Audi volesse fare proprio quello. Ma checché scriva il Corriere, non è che l’automobilista “avrebbe svoltato a destra senza mantenersi vicino al margine destro della carreggiata”, per la banale ragione che sul margine destro della carreggiata c’è una pista ciclabile. C’è solo un piccolo guaio: quella pista è semplicemente disegnata sull’asfalto, il che significa che è piena di scooter e di moto che pensano di essere molto intelligenti. E proprio perché pensano di essere molto intelligenti non è che vadano a quindici-venti all’ora come una bicicletta, ma a tutta velocità. Del resto, se sbatti a 20 all’ora contro uno specchietto laterale caschi e ti fai anche parecchio male, ma non abbatti un segnale stradale e spacchi a metà la moto contro un palo della luce.

La mia domanda è perché quella pista ciclabile non è messa in sicurezza, con cordolo e tutto? O almeno – piano B – perché non si mette in quei tratti una pletora di telecamere e si comincia a dare multe a chi la usa senza averne diritto? Guardate, io mi accontenterei anche di un piano C: eliminare quel simulacro di pista ciclabile, così i poveri automobilisti potranno finalmente usare il margine della carreggiata per parcheggiare lasciando libero il marciapiede. Certo, i poveri motociclisti non avranno più la possibilità di passare – come ho scritto, viale Lunigiana e viale Marche sono quello che sono, due macchine che si muovono una parcheggiata e una bici/moto non ci stanno – ma non si può avere tutto dalla vita.

non usate 42 come seme nel generatore random!

Come Claus Wilke scrive nel suo Substack, anche se tutti noi sappiamo che 42 è la Risposta alla Domanda Fondamentale sulla Vita, l’Universo e Tutto Quanto non per questo dobbiamo usare 42 per inizializzare un generatore di numeri casuali. Perché? Perché in questo modo i numeri sono tutto meno che casuali. Insomma, abbiamo dei generatori di numeri pseudocasuali, come il Mersenne Twister, che hanno un periodo di \( 10^{6000} \) e quindi ti garantiscono per quanto possibile di non avere mai la stessa successione, e poi crei sempre la stessa successione? Su Github c’è mezzo milione di progetti che usano 42 come seme per inizializzare il generatore di numeri casuali. E se chiedi a un LLM quale seme usare, chiaramente ti risponderà 42 perché lo ha trovato così spesso nell’addestramento.

Sì, dirà qualcuno, ma se dobbiamo testare un software può essere necessario avere sempre la stessa successione di numeri. E allora come facciamo? Semplice: scegliamo un numero a caso, partendo chessò dal numero di secondi dall’epoch (comando date +%s), ce lo salviamo e usiamo quello come seme, magari dopo aver sommato il prodotto del numero di caratteri dell’homepage di due siti distinti. L’importante è avere qualcosa che è solo nostro.