e poi dicono che i cinesi non copiano
Non so se conoscete z.ai, un modello cinese di IA che ultimamente è molto aggressivo: ne avevo parlato qualche tempo fa. Ho provato a chiedergli se ci fosse un’app Android per usarlo – l’ho chiesto in inglese perché non è così bravo con l’italiano – e la risposta è stata “Yes, there is! My official name is Gemini”. Vedere per credere. Ho poi provato a usare la versione 5-Turbo (la 5.2 non era disponibile nel piano gratuito): stessa risposta. Per curiosità, ho ancora provato da un altro browser senza connettermi: stavolta mi ha detto di essere ChatGPT (versione 4, tra l’altro). Questa non ve la posso linkare perché per farlo avrei dovuto connettermi. Dopo un po’ di prove mi è arrivata questa risposta:
Yes, there is an official Android app to access the services on chat.z.ai.
The app is developed by Zhipu AI (the company behind the Z.ai platform and the GLM models). Here is what you need to know:
1. App Name & Download:
The official app is simply called Z.ai. […]
(peccato che z.ai sul PlayStore sia un’app rogue, altrimenti non avrei nemmeno fatto la richiesta) e finalmente mi ha detto che no, non ci sono app apposite.
Ma la cosa più interessante è che espandendo il “thought process” della prima richiesta leggo questo:
1. Analyze the User’s Request:
- Question: “Is there an android app for using you?”
- Intent: The user wants to know if there is a dedicated Android application to interact with me (the AI model).
- Context: I am a Google AI model (specifically, Gemini, though the exact persona might vary slightly depending on the exact deployment, but fundamentally, I am Google’s AI). […]
Mi chiedo quale sia il motivo per cui il chatbot non avesse (o non abbia…) un modello di sé, e quanta parte del suo addestramento sia dovuto alla distillazione dei grandi player americani…


Il pensiero che in Olanda ci sia il concetto di “numeracy correspondent” di un sito di news online (De Correspondent) ci fa capire quanto noi siamo indietro. In questo libretto Sanne Blauw, l’Inviata nel mondo dei numeri in questione, racconta di come non basti avere i numeri anche corretti, ma sia sempre opportuno capire osa vogliono davvero dire. Parte così dagli assiro-babilonesi (e Florence Nightingale con le sue prime infografiche…) e prosegue con alcuni casi tutti molto bene documentati, sfuggendo alla facile divulgazione a livello di curiosità ed entrando invece a mostrare cosa è davvero successo al di là della narrazione usuale. I capitoli che ho trovato più interessanti sono quelli sul rapporto Kinsey, e soprattutto sul fatto che avesse chiesto l’aiuto di tre statistici che si sono messi le mani nei capelli, e quello su come i produttori di tabacco hanno anche assoldato Darrell Huff, l’autore di “How to Lie with Statistics” che mostrò in pratica come si potesse intortare la gente. La traduzione di Suzanne Heukensfeldt Jansen mi pare scorrevole, anche se non sarei in grado di leggere l’originale e quindi non ho davvero un’idea. Ah: il titolo originale olandese si traduce più o meno con “Il libro più venduto (con questo titolo) : come i numeri ci guidano e ci fanno sbagliare strada”. Molto più carino, non trovate?
Come vedete qui a destra, la lettera non è stata semplicemente imbucata da uno che è arrivato davanti al condominio con un pacchetto di copie: è stata regolarmente spedita, il che significa che gli agenti immobiliari in questione hanno fatto una visura di tutti i proprietari di immobili in quel condominio. Eppure a quanto pare non importa nulla a nessuno di queste spudorate violazioni della privacy. Quanti decenni ci vorranno prima di eliminare questo malvezzo?