L’ora intercalare
Per alcuni decenni, da quando abbiamo avuto a disposizione orologi atomici molto precisi, abbiamo avuto dei problemi nel misurare il tempo. Dire che un secondo era 1/86400 di un giorno non bastava più, nemmeno considerando il giorno medio, perché la Terra stava leggermente rallentando la sua velocità di rotazione. Si era così deciso di aggiungere quando serviva il cosiddetto secondo intercalare: un secondo aggiunto alla fine del 30 giugno o del 31 dicembre per riallineare la mezzanotte. Abbiamo insomma avuto ogni tanto le 23:59:60, facendo impazzire non so quanti sistemi informatici e inventare nuovi sistemi: per esempio, Google e Amazon rallentavano leggermente i “loro” secondi per riallinearsi dopo qualche ora al nuovo orario
Il piccolo problema, a parte quello di dovere aggiungere ogni tanto il sessantunesimo secondo, è che la Terra sta di nuovo accelerando, e quindi si correva il rischio di dover togliere un secondo. Alla fine così la Conferenza generale dei pesi e delle misure ha tagliato la testa al toro e deciso che dal 2027 si aggiorneranno gli orologi solo quando la differenza con il tempo planetario sarà di 3600 secondi, cioè un’ora; tanto siamo già abituati all’ora legale, ammesso che non la tolgano. Sarà, ma a me pare tanto una decisione presa perché tanto non ci sarà nessuno di noi quando toccherà rimettere a posto gli orologi…

Non vi sembra strano che oggi gli accessi al mio sito dalla Cina siano il triplo di quelli dall’Italia? (ok, a me sembrano più strani i cinque dall’Indonesia)
(trovate un aiutino sul mio sito, alla pagina
Per chi ha fretta: le quattro ipotesi indicate nel titolo si trovano solo a pagina 148. Sono il protolinguaggio lessicale, con parole isolate senza sintassi; il protolinguaggio gestuale che poi è virato nel parlato; il protolinguaggio musicale, un po’ come nei grandi mammiferi acquatici; il sistema simbolico, con un aumento dell’astrazione che fa passare dalle cose all’indicare le cose e finalmente al generare simboli per indicare gli indici. Nelle pagine precedenti abbiamo un Superquark in formato testo: è incredibile come si possano fare decine di ipotesi a partire da pochissimi resti, soprattutto su un tema, quello del linguaggio, che evidentemente non può lasciare tracce almeno fino a quando non si arriva anche alla scrittura. Il guaio è che arrivati alla fine del libro si torna al punto di partenza: non abbiamo nessuna certezza su come possa essere nato il linguaggio e perché ce l’abbiamo solo noi umani, anche se molte specie animali sembrano in grado di avere un pensiero simbolico: quello che pare mancare loro è l’idea di raccontare storie, cioè parlare di qualcosa che non esiste, oppure di essere fuori dal qui-ed-ora. Diciamo che con questo libro possiamo sapere di non sapere.