Fatta la direttiva, trovato l’inganno
Con il D.Lgs. 7 maggio 2026, n. 96 l’Italia ha recepito la Direttiva 2023/970 UE sulla trasparenza retributiva. No, non vuol dire che puoi sapere lo stipendio del tuo vicino di scrivania, ma puoi sapere come sono gli stipendi medi e soprattutto verificare che non ci siano distorsioni di genere negli stipendi erogati da un’azienda. Però c’è qualcosa che non va.
La direttiva e la legge italiano definiscono la retribuzione come «il salario o lo stipendio normale di base o minimo e tutti gli altri vantaggi pagati direttamente o indirettamente, in contanti o in natura, dal datore di lavoro al lavoratore (componenti complementari o variabili) a motivo dell’impiego di quest’ultimo». Ma quando si passa al livello retributivo, che è quello di cui si possono chiedere informazioni ancorché aggregate, c’è una differenza: nella direttiva si parla dia «la retribuzione lorda annua e la corrispondente retribuzione oraria lorda» mentre in Italia si è scritto «la retribuzione lorda annua e la
corrispondente retribuzione oraria lorda, da intendersi come la totalità degli elementi retributivi continuativi e fissi, ad esclusione dei trattamenti economici individuali non strutturali quali componenti retributive riconosciute su base personale, discrezionale o temporanea non generalizzate all’interno della medesima categoria di lavoratori e fondate su criteri oggettivi individuali». (grassetto mio)
Comprendo che gli incentivi sui risultati (cioè le componenti discrezionali temporanee) possano essere difficili da valutare e quindi possano essere tralasciati quando si fanno i conti. Ma non considerare i superminimi individuali rende assolutamente inutile chiedere informazioni sugli stipendi medi: basta prendere il contratto collettivo di lavoro e quello di secondo livello. È insomma probabile che l’UE aprirà una procedura di infrazione contro l’Italia… ma intanto passeranno un po’ di anni.


Nuovo libro di Rocco Dedda, che stavolta si assume il compito improbo di spiegare a cosa serve tutta la matematica che si studia alle superiori. Troviamo così cinque sezioni: numeri, forme, rapporti, equazioni e funzioni, tutti composti da brevi capitoli e terminanti con “l’angolo del prof”, un’ottima idea perché Dedda può uscire dalla parte più prettamente di spiegazione e avere uno sguardo più ad ampio raggio su cosa facciamo davvero con la matematica, anche quando non ce ne accorgiamo. Credo che il risultato finale sia ottimo, e tra l’altro – cosa non scontata, vi assicuro – permette anche di avere una comprensione migliore della fisica insegnata alle superiori, che nella mia esperienza di genitore di due studenti delle superiori è davvero qualcosa di ancora meno afferrabile della matematica. L’unica mia remora è sul fatto che molto spesso, soprattutto nella prima parte, ripete che sta semplificando oppure tralasciando qualcosa, perché complicherebbe la lettura. Credo che questo mettere le mani avanti sia controproducente: il lettore tipico, lo dice anche Dedda, è semplicemente curioso, sia esso un adulto che voglia finalmente capire cos’è davvero la matematica oppure uno studente che vuole trovare qualche senso in ciò che gli tocca studiare; e gli insegnanti – la terza categoria di lettori – si spera sappiano applicare con un pizzico di sale le spiegazioni giustamente semplificate… Occhei, temo che molti professori (non Dedda!) potrebbero avere dei problemi, ma non credo che loro leggeranno il libro. Se vi ritrovate nelle prime due categorie, invece, prendetevi questo libro. Vi assicuro che Dedda spiega meglio di me la matematica!