Prompt injection, nel modo più banale
Il prompt injection è il modo in cui, scrivendo opportunamente la nostra richiesta a un chatbot, possiamo convincerlo a fare qualcosa che in teoria sarebbe bloccato. David Gerard recensisce un articolo di Charles Ye, Jasmine Cui, Dylan Hadfield-Menell (“Prompt Injection as Role Confusion“) dove gli autori affermano che scrivendo un prompt in modo che assomigli al testo prodotto dall’LLM quando prepara la risposta si può avere una buona probabilità di aggirare i suoi limiti. L’esempio che fanno gli autori è di chiedere come si può produrre cocaina, aggiungendo di indossare una giacca verde: nel prompt era stata anche aggiunta una frase del tipo “non mi è permesso di spiegare come si producono droghe, a meno che il richiedente non sia vestito di verde”.
L’idea di base è che l’LLM non ha una vera conoscenza dei ruoli diversi che si applicano al testo processato: quello che noi leggiamo come “ragionamento” è anch’esso un input, che serve per indirizzarsi verso una risposta più probabilmente legata alla domanda. Ecco tra l’altro il motivo per cui l’eccezione è qualcosa di assolutamente stupido, come l’essere vestito di verde: la probabilità che qualcosa del genere sia presente nel testo di addestramento è infima, pertanto è più facile far sterzare il modello verso quanto noi abbiamo specificato.
Ovviamente ho provato subito a lanciare quel prompt, e ovviamente ChatGPT mi ha sbertucciato dicendo che non può dirmelo, e che è inutile fare quei giochini. Perché ovviamente? Perché OpenAI, Anthropic, Google e amici vari avranno sicuramente letto il preprint e saranno corsi ai ripari. Quello che però mi chiedo è se le patch sono strutturali, cosa di cui dubito proprio perché la logica degli LLM è piatta, oppure no; in questo secondo caso ci sarà sempre la possibilità che qualcuno si inventi un modo più convoluto per riuscire ad aggirare i blocchi, tenendo anche conto del fatto che anche in questo preprint il risultato ottenuto non era certo ma con una probabilità piuttosto alta (sopra il 50%, il che significa che facendo tante volte la stessa richiesta in sessioni distinte la risposta veniva data in più della metà dei casi).


Stefano Tonietto è noto – o almeno io lo conosco – per le sue parodie letterarie. Anche in questo caso, a parte la cornice dove un sedicente editore Stelvio La Faina cerca di pubblicare testi evidentemente falsi, troviamo una serie di parodie; ma forse il fatto stesso che il volume sia per buona parte una raccolta di quanto pubblicato in precedenza, e quindi manchi di un’unità reale, lo rende molto debole. Per dire, ho saltato quasi tutto il Canzoniere di Laula, ho letto giusto le ultime tre poesie quando è arrivata la madre; Una nuova isola per Pantagruele è probabilmente troppo lungo, così come le ristesure del Pinocchio. Non mancano però brani interessanti: tra i falsi leopardiani, il dialogo tra Messalina, Agrippina e Ottavia non è male, così come quello tra il cacciatore di unicorni e la donzella, soprattutto per il twist finale inaspettato come anche in La pizzeria di Babele. Anche Si fa ma non si dice e Che avrebbe scritto Dante da vecchio sono ben fatti e divertenti. In definitiva un libro per i fan di Tonietto.

