recensioni

Non ti pago (teatro)

Mercoledì siamo andati al Piccolo (stranamente non pieno, su in galleria c’erano molti posti vuoti ma qualcuno l’abbiamo visto anche in platea) alla prima milanese di questo riallestimento di Non ti pago, commedia del 1940 di Eduardo De Filippo che è stata l’ultima regia del figlio Luca e adesso è riportata in scena dalla vedova Carolina Rosi nella parte di Concetta, con il ruolo di protagonista tenuto (bene) da Salvo Ficarra. Non so dirvi quanto Luca De Filippo abbia accresciuto la parte comica dell’opera: probabilmente parecchio, a giudicare da come i dialoghi sono stati presentati e dalla fisicità dei movimenti. Se posso fare un appunto a Eduardo, la scena iniziale servirà anche a definire il carattere di Ferdinando Quagliuolo, ma è piuttosto debole. Invece leggo da Wikipedia che tra il 1940 e il 1942 ha cambiato il finale (oltre che avere tradotto in italiano il testo, cosa che sicuramente ho apprezzato: quella invece è stata una grande idea, e la soluzione trovata è assolutamente inaspettata, ma in piena linea con la napoletanità che pervade l’opera di Eduardo. È immediato associare il lotto ai sogni, e la commedia parte proprio da un sogno arrivato alla persona sbagliata: ma qui il gioco si intreccia con fortuna e sfortuna in modo del tutto naturale. La compagnia tutta è molto brava, e teatralmente direi perfetta, cosa che purtroppo non sempre capita.

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io, io 2026

Visitona medica!

Ieri pomeriggio mi è arrivata comunicazione della visita medica da parte di un medico aziendale visto che lavoro ai videoterminali. Non ricordo di averne fatte dal 2020 in poi, tanto per dire: altro che biennale. La visita comprende

  • visita medica;
  • controllo Ergoftalmologico – con l’ausilio del Visiotest  (all’occorrenza mediante un proprio collaboratore) per la valutazione dello stato visivo che non include il rilascio della gradazione di lenti;
  • E’ obbligatorio da parte dei dipendenti portare le lenti in uso in sede di visita;
  • coloro che lo ritengono opportuno, possono presentare al Medico Competente tutta la loro documentazione sanitaria.

Il tutto in ben dieci minuti. Ma in effetti il rinnovo della patente è più o meno simile come tempistica…

(poi mi chiedo perché il medico non può dare una prescrizione di nuove lenti, ma mi sa che non potrò mai saperlo)

Aggiornamento: il mio collega Damiano dice che il motivo potrebbe essere che il D.Lgs. 81/2008 dice che «Il datore di lavoro organizza e paga lo screening e, se prescritto dal medico competente, fornisce i Dispositivi Speciali di Correzione Visiva (DSCV) adatti al lavoro al videoterminale.» Quindi se facesse la prescrizione dovrebbe pagarmi gli occhiali nuovi. Mi pare strano, però, perché se dice che non ci vedo e non fa la prescrizione che fa l’azienda? Mi mette a fare un lavoro lontano dal pc?

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Il teorema di Miquel

il teorema di Miquel
Po immagine di inductiveload, da https://commons.wikimedia.org/wiki/Image:Miquel_Circles.svg

Potreste pensare che dal Rinascimento, a esser buoni, non si possa più trovare alcun nuovo teorema “simpatico” in geometria euclidea. Occhei, potreste anche pensare che il concetto di “teorema simpatico” sia un ossimoro, ma tralasciamo. E invece non è così.

Un po’ prima della metà del XIX secolo, il francese Auguste Miquel (non lo trovate neppure nella Wikipedia in lingua inglese, il che è tutto detto) scoprì il teorema che ha preso il suo nome, noto anche come il teorema del perno (pivot). Dato un qualunque triangolo ABC, si prendano tre punti A’, B’, C’ sui lati o sui loro prolungamenti, e si costruiscano i tre cerchi che passano per un vertice del triangolo e per i due punti costruiti sui lati che partono da quel vertice. Bene: i tre cerchi si incontrano in un punto, detto (mavalà?) punto di Miquel.

È vero che non ce ne facciamo molto di un teorema come questo: ma non trovate inaspettato che ci sia un vincolo così forte sulla costruzione fatta?

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L’U.S. International Ampere

L’ampere è l’unità base dell’intensità di una corrente elettrica; nel Sistema Internazionale è una delle unità fondamentale e quindi le altre misure elettriche si calcolano rispetto ad essa. La definizione del 1946, resa ufficiale nel 1948, lo definiva come «l’intensità di corrente elettrica costante che, se mantenuta in due conduttori lineari paralleli, di lunghezza infinita e sezione trasversale trascurabile, posti a un metro di distanza l’uno dall’altro nel vuoto, produce tra questi una forza pari a 2×10−7 newton per ogni metro di lunghezza»; dal 2018 la definizione è diventata «la corrente elettrica che corrisponde al passaggio di 1/(1,602176634×10−19) cariche elementari per secondo.» (il che significa che ora il coulomb sarebbe più elementare dell’ampere… ma facciamo finta di niente).

Ma naturalmente si parlava di ampere anche prima del 1946: la prima definizione ufficiale è del 1893, nel Congresso Elettrico Internazionale di Chicago, e fu definitivamente approvata alla Conferenza Internazionale di Londra del 1908. La definizione era più pratica: un ampere corrispondeva alla quantità di corrente elettrica che deposita 1,118 milligrami di argento al secondo partendo da una soluzione di nitrato d’argento; l’unità era chiamata “ampere internazionale” proprio perché frutto di un accordo internazionale. Questo aiutava parecchio, perché era possibile avere un campione fisico, un po’ come per il metro e il chilogrammo; però questi campioni avevano una precisione relativamente ridotta, così nel 1948 si calcolò che un ampere internazionale corrispondeva a circa 0,99985 ampere del SI. Ma non è finita qui! Anche i vari campioni sparsi per il mondo avevano delle piccole differenze tra di loro. Gli americani, sempre pronti a non farsi mancare nulla, definirono così l’U.S. International Ampere che corrisponde a 0,999835 ampere del SI. (fonte: E. Richard Cohen, Kenneth M. Crowe, Jesse W. M. Dumond, The Fundamental Constants of Physics.)

Devo dire che mi sfugge l’utilità di definire un’unità di misura che si sapeva sarebbe stata eliminata dopo meno di due anni, ma gli americani sono americani: devono per forza avere misure tutte loro.

curiosità 2026, curiosita'

Promesse di donazioni scese di più del 100%?

Le promesse di donazione sono calate di più del 100%Sappiamo che il John F. Kennedy Center for the Performing Arts non se la passa bene, e sicuramente ha contribuito al suo insuccesso la decisione di Donaldo di aggiungere il suo nome all’intitolazione del centro, con la successiva battaglia legale: se non sbaglio, in questo momento dovrebbe esserci solo il nome di Kennedy, ma non si sa mai. Sappiamo anche che la mossa del presidente USA non è stata presa molto bene dai finanziatori che erano comunque rimasti in passato.

Quello che non sapevo è che le promesse di donazione sono scese di più del 100% tra gennaio e aprile 2026. I miei ventun lettori sono sicuramente balzati sulla sedia: sappiamo che Donaldo ha detto di avere tagliato il prezzo delle medicine fino al 700% in meno, ma la matematica alternativa non è ancora materia di studio scolastico, e avere più del 100% in meno è impossibile. Ma a quanto pare questo potrebbe non essere il caso! L’articolo della CNN che ho linkato scrive esplicitamente «A tax expert told CNN that a decline of that size is possible if earlier pledges were withdrawn.» In pratica, quello che può essere successo è che i conti fatti a gennaio avevano delle promesse che poi non si sono realizzate, e quindi effettivamente il risultato finale è andato in negativo come valore assoluto, oltrepassando le colonne d’Ercole del 100%.

E ripensandoci su, anche a me capitò una cosa del genere con il resoconto delle vendite di Matematica in pausa pranzo. Ci fu un anno in cui il numero di copie vendute è stato negativo: quello che è successo è che alcune librerie avevano preso il libro in conto vendita, e formalmente l’editore segna quei libri come venduti; ma poi nessuno li comprò, e quindi dopo qualche mese li restituirono, e l’editore deve togliere quelle vendite. Il libro era uscito in autunno, le copie sono state rese in inverno, e nel mezzo è cambiato l’anno; poiché i conteggi si fanno il 31 dicembre, il secondo anno il numero di copie vendute è stato negativo.

Morale della storia: si può scendere sotto il 100% in meno, ma le condizioni devono essere particolari.

ia 2026, IA e informatica

Che faranno ora i matematici rovinati dall’IA?

Silvia mi chiede cosa ne penso di questa opinione. Occhei, mi chiede anche che cosa penso dell’affermazione di Vittorio Bertola secondo cui nessun matematico ha chiaro cosa possa essere da domani mattina il senso e il valore del lavoro di un matematico. A quest’ultima domanda non so rispondere, non essendo io un matematico di professione; o meglio, la sua mi pare una generalizzazione azzardata. Per la prima domanda posso provare ad azzardare qualche giudizio visto da fuori: prendetelo insomma con le pinze.

Benoit Henry, per come io leggo il suo post, è depresso perché dice che non c’è più gusto a fare matematica, visto che tanto l’IA ci risolve i problemi molto più in fretta di quanto posiamo fare noi, e non ha nemmeno senso a questo punto parlare di “titolarità” di un problema, anche se poi riconosce che magari questa non sarebbe una pessima idea perché la corsa ai risultati è diventata davvero tossica. Il suo modo di porsi mi pare rassegnato: “usate l’IA se volete usarla, non usatela se non volete usarla, tanto non cambia nulla”. Poi c’è l’altro lato della medaglia: la quantità di articoli firmati da un solo autore sta crescendo in maniera assurda, e Henry immagina che molti di essi siano ottenuti mediante l’IA, e nessuno si preoccupi di verificarli: non stiamo parlando delle congetture da titoloni dei giornali per cui si fa fare una dimostrazione formale a Lean. Questo andazzo è tristemente noto: è notizia di questi giorni che ArXiv ha messo un limite per il numero di articoli inviabili per persona per mese, nell’attesa di trovare un modo migliore per valutare il da farsi.

Ci sono però persone meno negative. Il giorno prima di Henry, Daniel Spielman è partito da un’analisi simile, anzi anche più preoccupata da certi punti di vista. Il primo problema che Spielman vede è che il proliferare di risultati dipende anche dagli agenti IA sguinzagliati a cercare congetture, “risolverle” (uso le virgolette perché come dicevo non è detto che la soluzione sia corretta) e mettere così in giro risultati falsi su cui si costruiranno altri risultati falsi. In pratica, dice, abbiamo la lotteria LLM: chi riesce a trovare il prompt giusto o più probabilmente chi ha la fortuna che la generazione stocastica della risposta è andata nella direzione giusta vince il premio della dimostrazione. Un altro problema è che se si usa troppo l’IA poi ci si disabitua a pensare come prima: è il classico problema del Fedro declinato in salsa LLM. Ma ci sono anche altre considerazioni, a partire dal fatto che noi abbiamo visto che le IA possono risolvere problemi che avevano bloccato la comunità matematica per decenni, ma non abbiamo un’idea di cosa non possono risolvere. Le idee di Spielman, non ancora cristallizzate, sono innanzitutto di cercare un sistema diverso di incentivazione che premi non tanto il risultato quanto il lavoro umano dietro quel risultato; fare in modo che si pubblichi solo ciò che si saprebbe spiegare in un seminario, eliminando pertanto le “dimostrazioni” tecnicamente verificate con Lean ma incomprensibili ai matematici; cambiare il modo in cui si assegnano i grant, perché non abbiamo più la certezza che le domande da studiare siano vere e non inquinate dall’IA.

E i miei due cent? Io ero già convinto quarant’anni fa che in molti campi non si facesse davvero matematica per comprendere meglio il mondo, ma per aggiungere inutili minuzie al corpo di conoscenze che avevamo. Adesso la barriera si è abbassata e quindi le cose sono peggiorate. Probabilmente insomma avremo bisogno di meno matematici ma più bravi, e più persone che sappiano abbastanza di matematica per le cose “pratiche”, che non sono i conti al ristorante ma i modelli del mondo reale. Credo però che la transizione sarà davvero brutale.

giochi, giochi 2026

Quizzino della domenica: Braccialetto

820 – aritmetica

Il braccialetto che vedete in figura ha dieci palline con le cifre da 0 a 9. Tagliatelo in tre punti, in modo che se moltiplicate due dei numeri che avete formato ottenete il terzo. Un taglio che non funziona è per esempio 32 – 890 – 71546.

Il braccialetto: i numeri sono 3-2-8-9-0-7-1-5-4-6
(trovate un aiutino sul mio sito, alla pagina https://xmau.com/quizzini/p820.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Problema dal numero 771 della newsletter di Chris Smith.)

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