_Weapons of Math Destruction_ (libro)

Cathy O’Neil, nota in rete come MathBabe, dopo la laurea in matematica e un inizio di carriera universitaria è passata al settore privato nel campo dell’economia, e si è trovata in mezzo alla crisi del 2008. Il risultato della sua rivisitazione di quello che è successo l’ha portata a scrivere questo libro (Cathy O’Neil, Weapons of Math Destruction, Penguin 2017 [2016], pag.272 , $16, ISBN 9780553418835, link Amazon) che trovate anche in edizione italiana, sulle “armi di distruzione matematica” (ADM). Chi è allergico alle formule non tema, perché qui non ce ne sono per nulla. Quello che viene spiegato in teoria ed esemplificato in vari modi è il concetto di cui al titolo: in poche parole si tratta di modelli matematici complessi, spesso legati ai big data o comunque a dati che non nascono direttamente per quella ragione, che risultano oscuri agli esseri umani e soprattutto sono fatti in modo da non accettare feedback a posteriori. Quest’ultima è la vera caratteristica che secondo O’Neil li rende pericolosi, a differenza per esempio dei modelli matematici nel baseball che possono sempre venire raffinati una volta visto cosa è successo. L’autrice mostra come invece nel caso delle ADM si giunge quasi naturalmente a un circolo vizioso nel quale chi parte svantaggiato dal modello lo sarà sempre di più, anche se magari in partenza la sua situazione reale era positiva e solo la scelta dei dati del modello non lo faceva sembrare tale. L’unica pecca che ho visto è che nonostante i suoi sforzi divulgativi temo che ci sarebbe voluto ancora qualcosa in più per evidenziare i concetti statistici di base: dal mio punto di vista erano chiari, ma io ho un background matematico.

Come si forma il consenso

Come forse non sapete, il contratto delle telecomunicazioni è stato prorogato di tre anni e mezzo, nel senso che era scaduto tre anni fa e dopo un’impasse aziende e sindacati hanno deciso di far finta di nulla, lasciare intatta la parte normativa e dare un tozzo di pane (50 euro lordi al mese al quinto livello, non tutti assieme perché sennò saremmo andati a folleggiare, e con dieci di questi euro che non finiscono nemmeno nei minimi ma in una voce che non entra per esempio nel conteggio del TFR). Io sono un tipo pragmatico, parto dal principio che altrimenti non avremmo avuto nemmeno quel tozzo di pane e che non abbiamo perso nessun diritto, e quindi ho votato a favore, come del resto ha fatto la maggior parte dei lavoratori.

Guardando i risultati delle votazioni qui in Lombardia ho però notato che il voto era tutto tranne che univoco: c’erano sedi dove i SÌ hanno stravinto e altre dove a stravincere sono stati i NO. Per curiosità, ho chiesto al mio sindacalista di riferimento se questa differenza dipendesse dai reparti (chessò, noi impiegati eravamo a favore mentre i tecnici contro) oppure dall’orientamento dato dai rappresentanti sindacali locali; la risposta è stata “entrambe le cose”. Ecco. A pensare a come una singola persona, probabilmente nemmeno ferrata in tecniche di comunicazione e/o manipolazione, può dirigere il consenso mi sono sentito ancora più scoraggiato nel pensare alle prossime elezioni politiche.

_L’italiano che resta_ (ebook)

Questo saggio di Gian Luigi Beccaria (Gian Luigi Beccaria, L’italiano che resta : Le parole e le storie, Einaudi 2016, pag. 221, € 9,99, ISBN 9788858423745, link Amazon) è una raccolta di pensieri sparsi su vari temi legati alla lingua italiana, alla sua resistenza (Beccaria è ottimista) e alle mille cose che ci arrivano dalle tradizioni popolari. Soprattutto nella prima parte si trova un certo qual lirismo, un peana alla bellezza della nostra lingua forse un po’ esagerato, oltre a una difesa appassionata della lingua “umanista” (e qui ho il sospetto che lui abbia una visione della lingua scientifica che si limiti alla manualistica…) Leggendolo, mi ha dato l’impressione di un quadro impressionista: il lettore deve metterci parecchio del suo, come del resto è giusto. L’italiano non è roba da museo, ma qualcosa che dovrebbe essere nostro.

sant’Antonio ha fatto la grazia!

Sant'Antonio Abate (da Wikipedia)

Sant’Antonio Abate (da Wikipedia)

A novembre, nella pista ciclabile di Melchiorre Gioia lato la passeggiata di Porta Nuova, hanno fatto dei lavori a un microtombino, di quelli da 15 centimetri di diametro. Solo che naturalmente hanno dovuto scavare tutto intorno, e quindi il tombino era stato rimesso sì a posto ma lasciando un buco tutto intorno. Buco che si è fatto tutto dicembre, le vacanze di Natale e gennaio en plein air, per dare un tocco di hipsterismo alla zona.

Era un po’ che mi chiedevo a chi diavolo segnalare la cosa, quando ieri sera, rientrando a casa, ho visto che era stato buttato un po’ di catrame a tappare il buco. Non esattamente una riparazione a regola d’arte, e non so cosa potrà succedere alla prima pioggia, anche se è vero che auto e camion non passano di lì e quindi le sollecitaizoni sono minori: ma ciò significa che qualcuno ha scoperto l’esistenza della buca, o forse finanche della pista ciclabile. Ieri era sant’Antonio: vuoi vedere che ha fatto la grazia?

(Sì, lo so che questo non è sant’Antonio da Padova ma sant’Antonio abate. D’altra parte il sant’Antonio di ieri è quello “delle bestie”, e che cos’altro possiamo essere noi ciclisti? Tutto torna)

_Leonardo Loom e il mistero del teschio_ (libro)

Una delle rare incursioni di Codice nel campo delle avventure illustrate, questo libro per ragazzi (Alessandro e Luca Blengino, Leonardo Loom e il mistero del teschio, Codice 2011, pag. 94, € 16, ISBN 978-88-7578-268-9, link Amazon) racconta a grandi linee come gli esseri umani si sono diffusi nel mondo a partire dall’Africa. Se volete il mio consiglio spassionato, lasciate perdere l’introduzione, soprattutto se volete farlo leggere ai vostri figli, e partite direttamente dal racconto: il testo sarà molto più apprezzato. Nota positiva: il libro contiene alcuni inserti scientifici che riprendono quanto raccontato nel testo e lo pongono in un contesto più ampio, il che aiuta i ragazzi a comprendere meglio di cosa si sta parlando.

Ancora sul news feed Facebook

In genere non faccio post seriali: trovo più semplice aggiungere – in modo chiaramente visibile – le nuove informazioni nel testo originale. Però ogni tanto faccio un’eccezione, se ritengo che il materiale da inserire sia troppo. Questo è uno di quei casi.

Carlo Felice Dalla Pasqua segnala (su Facebook) questa analisi di Martin Giesler. Giesler parte ab ovo: occhei, da quando i furbofoni sono diventati il mezzo preferito per guardare i socialcosi, e quindi si è passati da un’architettura fondamentalmente pull dove noi cerchiamo le cose a una push dove seguiamo il flusso che ci viene proposto. La sua idea è che Zuckerberg non stia mentendo più di tanto quando dice che vuole tornare a privilegiare le interazioni tra amici: il proliferare dei contenuti delle pagine nel newsfeed nacque per contrastare Twitter, ma non ha mai funzionato troppo bene e comunque ora sta dando sempre più problemi, vedi alle voci fake news e hacker russi. A questo punto, tornare alle origini e alle interazioni tra amici permette di ridurre questi problemi, permettendo inoltre di classificare meglio gli utenti per quanto riguarda la pubblicità (un commento dà più informazioni di un semplice like) e magari di riuscire finalmente a sfondare in Cina, anche se io sono dubbioso su questo punto.

Per i social media manager tutto questo è un bagno di sangue, perché devono rifare da capo la loro strategia, e potrebbero aver bisogno di competenze completamente diverse perché un conto è raggiungere utenti e un conto interagire con loro. E per noi qual è la fregatura? Che sarà ancora più facile essere preda delle fake news, visto che rimarremo nella nostra bolla. Un consiglio: se c’è qualche fonte che ritenete valida, cliccate sui puntini vicino a “News feed” in alto nella colonna a sinistra, editate le preferenze e mettete la spunta alla loro pagina Facebook per continuare a leggerli.

Razza

Io dico solo una cosa. Se Attilio Fontana riprende la storia delle razze dicendo che sono persino specificate nella Costituzione, è inutile mettersi a strillare che la Costituzione lo scrive perché si arrivava da vent’anni di difesa della razza, oppure prodursi in fini esercizi di logica osservando che se non ci devono essere differenze di razza non si può fare nulla per impedire l’annacquamento della nostra “pura razza”.

Se Fontana fa queste dichiarazioni a freddo, significa che i think tank della destra hanno fatto i loro conti e hanno visto che portano più voti di quanti ne tolgano. (come reverse benchmark, basta vedere che Gasparri aveva preso le distanze). Il problema per me è questo, non Fontana; prendersela con lui non porta a nulla.