Il bisogno di fiducia

Mercoledì sera mi ha telefonato l’ex moglie di un cugino di mio padre. (Scusate, sono di famiglia veneta e quindi terrone del nord. Questi giri sono per me assolutamente normali). Ci si sente ogni tanto, giusto per sapere come vanno le cose, ma nulla di particolare. Stavolta però mi ha chiamato perché voleva avere assicurazioni su quello che succederà con il coronavirus: e l’ha chiesto a me che non sono né un epidemiologo né uno statistico né un politico, semplicemente perché sono quello della famiglia “che sa le cose” (cosa diversa da “ha studiato”, che è da noi una cosa abbastanza comune).

Ovviamente non ho potuto dare risposte che non siano generiche, ma probabilmente non era nemmeno così importante. Quello che contava era trovare qualcuno di cui avere fiducia, in un momento in cui evidentemente ci sono troppe notizie contrastanti e la paura si espande a macchia d’olio. Su, stiamo persino aggrappandoci a Giuseppi Conte, che dopo il casino della settimana scorsa deve avere detto a Casalino che stesse pure in quarantena e si è trovato qualcun altro a scrivergli i messaggi: quello di mercoledì era preparato davvero bene. Beh, io ho paura di questo bisogno di certezze, in un momento in cui di certezze non ne possiamo avere. Siamo vulnerabili all’infodemia, oltre che alla pandemia; la seconda è molto più pericolosa sul breve termine, ma non sottovalutate la prima.

No, la matematica proprio inutile non è

Leggo su BusinessInsider un’intervista al professor Carlo La Vecchia, professore di statistica medica ed epidemiologia alla Statale di Milano. A parte il titolo dell’articolo, su cui sono abituato a fare la tara, ho trovato preoccupanti alcune delle sue affermazioni.

Il problema non è tanto la frase “Qualsiasi modello per una epidemia così nuova non è in grado di cogliere quando cambia la curva dei contagi”, che è più o meno quello che ho detto nelle scorse settimane ai miei amici – soprattutto fisici, chissà perché – che erano lì belli pronti a trovare il miglior fit esponenziale ai dati che arrivavano. Trovo molto peggiori frasi come “I modelli per l’evoluzione dei tumori sbagliano pochissimo perché abbiamo tantissime informazioni”, mentre in questo caso i modelli di diffusione del contagio “sono modelli basati su quello che è già successo e che non sono in grado di prevedere cosa succederà”. Rileggete quest’ultima frase, e pensate un attimo a quello che succede con le epidemie annuali di influenza. La situazione è esattamente la stessa, quindi possiamo tranquillamente dire che non siamo in grado di prevedere cosa succederà ogni anno con l’influenza.

In effetti un fondo di verità c’è: per esempio quest’anno l’influenza è stata meno virulenta del previsto (bella consolazione, direte voi). Ma questo non significa affatto che i modelli matematici siano da buttare. Semplicemente abbiamo meno dati e quindi le previsioni sono più volatili; ma per esempio possiamo già vedere cosa è successo in Cina e Corea del Sud, dove l’epidemia è scoppiata prima, e sfruttare quei dati più completi per fare qualche utile statistica su cosa può capitare da noi (e su cosa capiterà negli altri paesi che a quanto pare sono sette-dieci giorni indietro rispetto a noi). Come diceva il mio professore di fisica all’università, “meglio un cattivo numero che nessun numero”; un conto è avere un’idea di quello che potrà succedere pur sapendo che non è detto sarà così, ben diverso è brancolare del tutto nel buio. Potrà poi sembrare paradossale, ma è possibile creare modelli ragionevoli anche senza avere a disposizione tutti i dati precisi, ma limitandosi a fare stime ragionevoli. Gli errori ci saranno sicuramente, ma non si moltiplicheranno; quindi si può sapere in che direzione stiamo muovendoci.

Ma soprattutto un’intervista come quella è pericolosa per una ragione per così dire “sociale”. Io non sono uno di quelli che pensa che con la matematica si possa sapere tutto, basta inserire i numerini giusti, mischiare un po’, girare la manovella e tirare fuori il risultato. Ma la persona media che già odia per conto suo la matematica si sentirà ancora più rafforzata nella propria convinzione, visto che le stesse cose le dice un luminare. Eppure sarebbe bastato poco per presentare i medesimi dati in maniera più positiva: bastava dire che non ci sono ancora numeri a sufficienza per dare una risposta esatta a quando finirà la pandemia e neppure a quando raggiungeremo il picco di nuovi casi, ma possiamo man mano affinare le nostre previsioni. Tutto questo perché la matematica è utile, volenti o nolenti.

_Rise of the Smyrnians_ (ebook)

[Disclaimer: Ho ricevuto il libro grazie al programma Early Reviewer di LibraryThing]
Ho dei forti dubbi su come è stato scritto questo libro. (David O. Bullock, Rise of the Smyrnians, Black Rose Writing 2020, pag. 291, € 6,27, ISBN 9781684333752) Non ho nulla in contrario all’assunto di partenza, che cioè l’improvvisa sparizione di centinaia di milioni di persone era il simbolo dell’inizio dell’Apocalisse nelle parole specifiche di san Giovanni. Né ho nulla in contrario al che i protagonisti ci credano. Accetto anche le visioni mistiche (le trovate negli ultimi capitoli). Insomma, fosse solo per questo la storia potrebbe essere interessante. Ma da come ha scritto il libro, direi che Bullock crede esplicitamente di dover convertire i lettori alla vera fede (anche se non necessariamente alla fine del mondo) e scrive in modo troppo ingenuo, con i personaggi che di punto in bianco vedono la Luce e inserendo spoiler che rovinano la fruizione della storia. Non parliamo poi delle ripetizioni; la storia del Rapture (“rapimento”, ma anche “estasi”) è ripetuta in modo praticamente identico non so quante volte. Bisogna dire che le ultime pagine, quelle che preparano il secondo volume, sono un po’ migliori; ma non mi fido di continuare la lettura. Ah, comunque vi ricordo Mt 25,13: «Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

notifiche tempestive

Mi è appena arrivato un messaggio che mi segnala un accesso SPID fatto da me. Mi sono preoccupato, sono andato a vedere cosa era successo (nulla). Poi guardo meglio il messaggio: l’accesso era del 12 febbraio :-(

#lascuolaconta

Come avevo raccontato, gli amici di MaddMaths! hanno pubblicato un appello dicendosi pronti a fare il possibile per la didattica a distanza in queste settimane di chiusura delle scuole, ma soprattutto per ricordare che una volta finita l’emergenza bisognerà rimboccarsi le maniche e rivedere il modo con cui la società si rapporta con la scuola. Nel contempo, hanno lanciato il tag #lascuolaconta, invitandoci a descrivere perché e come la scuola ha contato nella nostra vita. Oltre a cercare di fare qualcosa per la prima parte – non aspettatevi grandi cose, spiegare ai liceali è facile ma farlo a bambini e ragazzi molto meno – vi racconto una mia esperienza personale… che non riguarda affatto la matematica.

Io ho frequentato lo scientifico dai salesiani, a Torino Valsalice. Ai tempi i professori erano praticamente tutti preti, chi più bravo e chi meno a insegnare. Voglio però parlare del nostro professore di italiano nel triennio, don Ernesto Bellone. Diciamola tutta: io di letteratura italiana non è che ne sappia così tanto. Per la capacità di scrivere (silenzio, su in loggione!) diciamo che si è affinata in questi quasi vent’anni in cui tengo il blog; non ho mai avuto problemi a buttare giù un testo, ma non è che la sua leggibilità al tempo fosse eccezionale. Però don Bellone mi ha insegnato molto di più. Le sue lezioni generalmente partivano dall’argomento del giorno, ma viravano quasi immediatamente su temi apparentemente diversissimi, dalla storia dell’arte medievale (la materia che insegnava all’università) agli avvenimenti del giorno, per poi tornare a bomba al punto di partenza. La sua idea – e questo l’ho capito solo dopo aver terminato il liceo – era che noi adolescenti dovevamo imparare a non compartimentalizzare lo studio, pensando semplicemente all’interrogazione, bensì comprendere che la conoscenza non è fine a sé stessa ma serve per comprendere anche il mondo.

Ma c’è di più. Ogni tanto usciva con espressioni spiazzanti, contro il pensare comune: me ne ricordo ancora qualcuna. L’abbonamento studenti ai mezzi pubblici non serviva per risparmiare, ma perché i genitori potevano così essere certi che i figli non provassero a viaggiare a scrocco per tenersi i soldi; durante un’emergenza sanitaria in cui si chiedeva di donare sangue commentava che donare sangue è un’ottima cosa, ma che questa richiesta non serviva tanto per l’emergenza quanto per riuscire ad avere scorte in generale. (Poi seguiva con il suo leitmotiv, che tutto questo era “romanticismo”, nella sua scherzosa guerra con don Pederzani che ci insegnava storia e filosofia). Bene. Per me la scuola serve anche a questo: a insegnare a non accettare ciecamente le notizie, ma usare la nostra testa per vedere se forse le cose possono essere diverse da quello che sembrano, pur senza cascare nel complottismo. Matematica me la sarei potuta studiare per conto mio e spesso l’ho fatto, ma la scuola serve anche per formare le persone, al di là del voto nelle verifiche. Ed è per questo che il materiale didattico prodotto in questo periodo è importantissimo, ma non potrà mai supplire del tutto al ruolo della scuola. Ricordiamocelo per quando l’emergenza sarà finita.

Quizzino della domenica: Toblerone

Avete presente il Toblerone? La struttura è quella di tanti prismi triangolari attaccati tra di loro. Immaginate di avere una barretta formata da n pezzi e di volerla mangiare in un modo particolare, staccando – sempre dallo stesso lato – un certo numero di pezzi e mangiandoveli tutti insieme. Se siete golosi, vi mangerete tutta la barretta in un colpo solo; se siete morigerati, vi durerà n volte, perché toglierete un pezzetto singolo per volta. Bene: in quanti modi diversi potete terminare la barretta? Naturalmente mangiare prima un pezzo e poi due è considerato diverso da mangiarne prima due e poi uno.

[Toblerone]

(un aiutino lo trovate sul mio sito, alla pagina http://xmau.com/quizzini/p437.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Problema ispirato da Math StackExchange.)