niente grilleferendum

Oggi la Cassazione ha comunicato che i referendum proposti da beppegrillo™ non si terranno, perché non è stato raggiunto il numero richiesto di firme. Cosa è successo esattamente, visto che sembrava ci fosse tutta quella folla di firmanti? Mah, ci sono varie possibilità.
– I grillini non sono poi così tanti. Possibile, ma improbabile: anche se non sono moltissimi, sono molto convinti di quel che fanno, e quindi sempre pronti a mobilitarsi.
– La folla c’era, ma non andava a firmare per i referendum. Io non so esattamente come fosse la situazione (per la cronaca, a suo tempo avevo espresso il mio parere negativo su due dei referendum, quindi non mi straccio certo le vesti), ma non ne sarei così certo.
– La folla il 25 aprile ha sì firmato, ma quelle firme sono state considerate nulle, per i motivi che spiegai a suo tempo. (Per chi non ha voglia di cliccare: occorreva iniziare la raccolta il 6 maggio, cioè tre mesi dopo la convocazione dei comizi elettorali). Dalla scarna ricostruzione che il Corsera ha in questo momento, sembrerebbe di sì: l’altra ipotesi, che non ci fossero notai a certificare le firme, mi pare anch’essa imp[robabile,
Visto che, come avevo scritto ad aprile, beppegrillo™ sapeva perfettamente della nullità delle firme raccolte il 25 aprile già quando è andato a presentare i quesiti in Cassazione, diciamo che ipotizzo che in realtà non gli importasse più di tanto che i referendum si tenessero (e probabilmente non raggiungessero il quorum di votanti), e fosse solo interessato alla bufera mediatica che ne sarebbe sorta per la sua manifestazione. Insomma, il buon lavoro di uno showman quale in fin dei conti lui stesso afferma di essere. Mi spiace solo un po’ per chi ha firmato in buona fede: magari adesso hanno imparato qualcosa in più.

meno sette (autospam)

Ebbene sì. Come immagino che quasi tutti i miei affezionati lettori sanno, per i tipi di Mondadori il 18 novembre uscirà in tutte le migliori (ma anche in parecchie tra le peggiori) librerie Anelli nell’io, la traduzione italiana dell’ultimo libro di Douglas Hofstadter I Am a Strange Loop, che ho tradotto insieme ad altri due pazzi.
Del libro ho già scritto a suo tempo, e ne racconterò ancora quando sarà finalmente disponibile, e potrò mettere il link a ibs che almeno in teoria mi dà un euro per ogni copia acquistata passando da me: qui invece vorrei raccontare qualcosa in più su cosa ha comportato questa traduzione. Ah, se volete una visione diversa potete sempre prendere l’ultimo numero di Rudi Mathematici, ceh contiene una recensione della traduzione fatta dall’ottimo Piotr ‘Doc’ Silverbrahms
Il problema con i libri di Hofstadter è che sono scritti a molti livelli. C’è il significato letterale del testo naturalmente; ma c’è anche il significato reale, che può spesso essere diverso da quello letterale. Poi ci sono tutti i giochi di parole interni, che sono un tratto distintivo del buon Doug; e più in generale c’è il suo stile di scrittura brioso e piacevole, che permette di digerire il testo anche se uno non riesce a comprendere fino in fondo di cosa si sta parlando. Ecco, se si vogliono rendere in italiano, o se per questo in un’altra lingua tutti questi livelli bisogna essere preparati a percorrere un campo minato, dove a ogni passo bisogna decidere cosa si è costretti a tradire localmente per tradurre globalmente. D’altra parte Hofstadter queste cose le sa benissimo, visto che l’italiano lo parla perfettamente e i meccanismi che stanno dietro la traduzione sono uno dei suoi temi di ricerca. Non per nulla, quando cede i diritti per la traduzione delle sue opere, tra le varie clausole si riserva il diritto di scegliere i suoi traduttori, partendo dal principio che un “traduttore scientifico” appiattirebbe troppo il testo, e che quindi è meglio correre il rischio di avere un traduttore non di professione che però sia abituato a vedere le cose a più livelli.
Garantisco che la traduzione non è stata una passeggiata, oltre che averci impegnato da giugno 2007 allo scorso settembre. Lavorare in tre aumenta la probabilità che qualcuno riesca ad avere una buona idea per rendere in italiano un gioco di parole e aumenta la probabilità di vedere i giochi di parole nascosti, ma incrementa anche esponenzialmente le discussioni su come rendere i punti “minori”; chi mi conosce abbastanza non ci crederà per nulla, ma nella maggior parte dei casi ho preferito cedere per stanchezza. Devo poi dire che i redattori hanno fatto un lavoro fantastico. A noi pareva che la nostra seconda stesura – la prima è la traduzione diretta, che garantisco essere una schifezza – fosse scritta in un buon italiano; ma la quantità di migliorie stilistiche da loro apportate è stata enorme. Anche Mondadori ha sopportato tutte le nostre bizze e ha accettato molte delle nostre richieste, anche se il libro non l’ha composto in Baskerville come l’originale :-) Pensate solo che siamo arrivati a quattro bozze.
Tutto sommato, credo che abbiamo fatto un ottimo lavoro. Le note del traduttore, che sono il famigerato atto di resa una volta assodata l’impossibilità di compiere il proprio lavoro, sono solo sette, e così poco importanti per la comprensione del testo che ci siamo permessi il lusso di lasciarle a fondo libro, frammiste alle ben più numerose note dell’autore; addirittura, alcune di esse sono giusto nostri scherzi, come lo spiegare che il nome completo di W.A.I.Ted Enrustle (famoso drammaturgo britannico: non dite che non ne avete mai sentito parlare!) è William Archimedes Isaac Ted, ma essendo lui un tipo modesto preferiva abbreviarsi così. È vero che non abbiamo reso tutti i giochi di parole, o magari ne abbiamo semplificato qualcuno che nell’originale è a tre livelli distinti, ma ne troverete sicuramente a sufficienza, e alcuni di essi sono stati resi così bene che scommetto non saranno nemmeno colti dalla stragrande maggioranza dei lettori: il tutto naturalmente senza mai derogare dalla resa del significato. Certo però che sono stati mesi e mesi in cui uscivo dal lavoro e mi attaccavo al PC a tradurre: Anna mi ha ingiunto di non provare a tradurre null’altro per i prossimi dieci anni!

cambiovalute online

Beh, no, non è che mettete gli euro nella fessura del CD ed escono fuori i dollari: non siamo ancora arrivati a questo. Ma se avete bisogno di sapere quanto valgono oggi più o meno 1000 dollari, il sistema più semplice è usare Google e digitare come ricerca 1000 USD in EUR (le virgolette per una volta non servono).
Non credo che le pizze de fango del Camerun siano presenti nella base dati di Google, ma le valute più note vengono convertite. Per la cronaca, ecco le sigle di alcune valute:
EUR euro
USD dollaro USA
GBP sterlina inglese
JPY yen
RUB rublo
CAD dollaro canadese
AUD dollaro australiano
NZD dollaro neozelandese

scioperi Alitalia

Sento al GR, e poi leggo sul giornale, che i piloti Alitalia hanno deciso autonomamente di scioperare senza appoggio dei sindacati, e quindi sono stati automaticamente precettati (non perché non c’è l’appoggio sindacale, ma perché non c’è stato il preavviso sufficiente, immagino)
Mentre i miei neuroni si stanno lentamente mettendo in funzione, mi sono accorto che il primo mio pensiero era completamente sbagliato e probabilmente i piloti hanno ragione. Come sapete, la mia stima verso Alitalia – ma AirOne non è meglio – è virtualmente nulla, quindi faccio comunque fatica a mettermi nei loro panni. All’inizio però pensavo “perché non hanno continuato con il loro sciopero bianco, che in un ambiente come quello degli aeroporti fa praticamente gli stessi blocchi e non può essere sanzionato?” Poi mi sono reso conto che uno sciopero bianco peggiora l’opinione dei passeggeri, che non vedono nulla di formalmente strano epperò si trovano davanti a ritardi ben superiori alla ormai classica mezz’ora… il tutto senza che ci sia pubblicità della cosa. Uno sciopero bianco può essere utile dopo il passaggio a CAI, ma in questo momento è deleterio. Invece in questo modo i piloti sono riusciti a riprendersi le prime pagine dei giornali, e intanto possono tranquillamente continuare con le tattiche di sciopero bianco: il tutto senza formalmente intaccare i loro sindacati autonomi che possono sempre dire “noi avevamo annunciato gli scioperi con il corretto anticipo. Che possiamo fare?”.
Insomma, se guardiamo le cose dal loro punto di vista in effetti c’è un netto vantaggio in un comportamento simile. Complimenti a chi ha avuto l’idea.

I quiz ai tempi della rete

[proprio come in TV!]
Come ho già accennato, la palestra dove vado ha deciso di mettere un enorme video ad uso di chi cammina sui tapis roulant, e il video si direbbe generalmente sintonizzato su Canale 5. Io non uso i tapis roulant, ma lascio la scheda con gli esercizi da fare proprio sotto il video, quindi ho visto il faccione di Gerry Scotti e la domanda “su cosa erano d’accordo tutti i governi italiani dal 1949 al 1965?”
Sono tornato a casa, e tra le ricerche che sono finite sulle Notiziole e sono state loggate da lloogg c’era quella che vedete qui in cima. In effetti, bisogna dire che sono passati quasi cinquant’anni da Campanile sera, i mezzi tecnici sono diversi, ma per il resto non è cambiato nulla!
(ah, immagino che la risposta fosse “non volevano l’ora legale”, ma non sono stato ad aspettare che la dicessero. Inutile dire che sul blog non hanno trovato nulla)

La Reiss Romoli sta per chiudere

Generalmente tra le notiziole non metto mai puntatori alle varie catene di sant’Antonio che girano per la rete. Stavolta però faccio un’eccezione, e segnalo il blog La Reiss Romoli chiude, aperto dai dipendenti dell’ex Scuola Superiore Reiss Romoli dell’Aquila per cui sono partite le procedure di licenziamento.
La Reiss Romoli è stata la società del gruppo Telecom dedicata alla formazione nel campo delle telecomunicazioni. Il campus nella periferia dell’Aquila era un posto davvero favoloso, e i corsi che si tenevano erano assolutamente di qualità (occhei, per quanto riguarda il sottoscritto ci sarebbe anche una ragione in più per averne un ottimo ricordo, visto che ho conosciuto Anna proprio a uno di quei corsi… ma non usciamo dal seminato). Solo che con gli anni Telecom ha deciso prima di accorpare tutte le attività di formazione sul territorio in un’unica azienda, TI Learning Services (TILS), e poi di farla fuori, “per risparmiare” (non so cosa, in effetti, visto che comunque i corsi tenuti non erano esattamente economici): due anni fa era stata ceduta per la cifra simbolica di un euro a una newco creata ad hoc e formata al 70% da Cegos Italia SpA e al 30% da Camporlecchio Educational srl, che poi ottiene la maggioranza della società. Con il contratto di cessione sono state promesse commesse (cioè corsi da far tenere) per due anni: i due anni sono passati, e adesso sono partite le procedure di licenziamento.
Lo so che questo è un periodaccio per la formazione che è la prima cosa che si taglia in tempi di vacche magre, ma un insieme di conoscenze specifiche come questo non è che lo si ricrei così facilmente.

Uno studio scientifico sullo spam

Nel sito BBC si può leggere un bell’articolo su uno studio fatto “sul campo” per capire quanto possono guadagnare gli spammatori. Il gruppo di ricercatori californiani, per riuscire a fare delle stime per quanto possibile reali sulla reale efficacia delle campagne di spam, ha scelto la via più diretta: si sono infilati in una delle reti di botnet, vale a dire dei PC degli ignari utonti che si sono beccati il programma trojano degli spammer e adesso fungono da mittenti degli spam, e hanno preso il controllo di una parte di una delle principali reti, Storm. A un certo punto avevano 75000 pc a disposizione (che comunque erano meno di un decimo della rete di Storm) e hanno lanciato una campagna per indurre a comprare prodotti farmaceutici. Risultati? su 350 milioni di email inviate, solamente 28 persone sono andate a mettere i dati della loro carta di credito sul sito fasullo – immagino anche arrabbiandosi un po’, perché il sistema ritornava loro un errore senza naturalmente salvarsi i dati. Di questi 28 ordini, 27 erano di pilloline blu e simili, per un totale di poco più di 100 dollari al giorno. Insomma, il tasso di penetrazione di uno spam è pari a 0,1 successi per milione, e i ricavi di uno spammatore con una grande rete di botnet sono stati stimati tra i 7000 e i 9500 dollari al mese: una discreta sommetta ma nulla di eclatante.
Questo significa però due cose: innanzitutto che un sistema del genere non potrebbe funzionare senza fare spam e non avere dunque spese di invio dei messaggi; e inoltre che non si può affatto pensare che gli spammatori smettano il loro traffico per mancanza di clienti, visto che ad ogni modo basta un tasso di risposta assolutamente minuscolo: rapportato al numero di navigatori italiani, è come se ci fossero due gonzi. Brutte nuove, insomma.
Il PDF dell’articolo sulla “Spamalyics” scritto dai ricercatori californiani è disponibile qua, per la cronaca, e il link è naturalmente ben visibile dalla pagina della BBC. Ancora una bella differenza con gli italici quotidiani, oltre al fatto che la divulgazione è fatta in maniera comprensibile.
Aggiornamento: (11 novembre) Questa volta sulla notizia ci è arrivato il Corsera: peccato che la signora o signorina Carboni non abbia letto l’articolo e abbia confuso i ricavi con i guadagni. Bisognerebbe mandarla a studiare da Tremonti, ma forse anche Visco va bene.

A Disappearing Number (teatro)

Non è che io fossi molto convinto di uno spettacolo teatrale sulla vita di Srinivasa Ramanujan, per di più in inglese. Però Anna era interessata e così ieri siamo stati al Piccolo – che comunque era pieno: è vero che lo spettacolo è rimasto in cartellone solo tre giorni, ma non mi aspettavo tutta questa sete di cultura – a vedere A Disappearing Number, dell’inglese Simon McBurney. Beh, ho fatto bene a seguire il consiglio.
Dal mio punto di vista, naturalmente, la parte aneddotica sul matematico indiano non ha certo aggiunto nulla, anche se immagino possa essere stata interessante per chi non conosceva la storia, e comunque gli intermezzi in cui Godfrey Hardy racconta la storia sono sicuramente un bello spaccato che mostra come anche i britannici dell’inizio del secolo scorso fossero ben razzisti anche loro. Ho però trovato davvero favolosa la messa in scena, con una multimedialità non fine a sé stessa ma che riempiva la trama, e una struttura complessa, con tre filoni temporali intrecciati (la vita di Ramanujan, Hardy che a fine anni ’30 racconta le vicende del suo compagno di ricerche, e tre personaggi contemporanei) con un continuo flashback e flashforward e il ripetere ossessivo di alcune frasi, quasi a indicare lo sviluppo della matematica che riprende sempre quanto già fatto e cerca di vedere se può essere sviluppato in maniera nuova. Alcune cose però ammetto che non le ho capite, come l’orologio digitale nell’aula di matematica che andava più o meno al doppio della velocità reale.
Nota di demerito ai sopratitoli, invece. È stata una fortuna che, dopo i primi minuti dove Ruth scriveva freneticamente formule matematiche alla lavagna parlando a una velocità impossibile, il resto della rappresentazione fosse pronunciata normalmente, perché se uno avesse dovuto basarsi sui sopratitoli si sarebbe perso metà dei dialoghi e avrebbe spesso capito ben poco del resto. Ad esempio, “pi greco” veniva regolarmente indicato come “p“; quando il fisico d’origine indiana andò a tenere una conferenza al Cern lo salutò come il posto dove nacque “Internet” (ovviamente lui ha detto “il World Wide Web”); gli “hedge funds” sono banalmente diventati “borsa”; e così via. Passi per l’ultimo punto :-), ma in questo modo mi sa che per buona parte del pubblico la parte teatrale sia comunque rimasta apprezzabile e però la parte scientifica si sia persa del tutto. In compenso non ho capito quale fosse il “numero scomparso”, a meno che non fosse quello telefonico che Alex cercava di farsi riassegnare.
Trovate qua il sito della compagnia, con qualche notizia in più.