nuovi CAPTCHA invisibili: un vero vantaggio?

Scrive ArsTechnica che all’inizio di marzo Google ha lanciato un nuovo tipo di CAPTCHA. L’acronimo, se mai ve lo foste chiesti, sta per (“Completely Automated Public Turing test to tell Computers and Humans Apart”, cioè “Test di Turing completamente automatizzato per distinguere tra umani e computer”); i CAPTCHA sono quelle immagini “dimostra che non sei un robot” in cui bisogna indovinare quello che c’è scritto. Google è stata una pioniera nel campo, sfruttandoli prima per farci riconoscere le parole dei libri digitalizzati di cui il suo OCR non riusciva a cavare un ragno dal buco e poi per farci leggere le parole e i numeri che non riusciva a riconoscere automaticamente e quindi taggare nel suo Google Street Map, guadagnandoci così due volte. Ora però si direbbe che tutto questo non le serve più: con il suo nuovo reCAPTCHA (“tosto per i robot, facile per gli umani”) afferma che nella maggior parte dei casi riesce a distinguere le intelligenze naturali da quelle artificiali senza chiederci nulla, e quindi semplificandoci la vita.

Tutto bellissimo, ma c’è un problema. Come potete leggere per esempio in questo commento di Slashdot, quello che probabilmente fa Google è tracciarti come utente (usando la tua CPU con l’esecuzione di codice javascript ma questo è l’ultimo dei problemi, oppure per mezzo di una serie di cookie) e quindi chi sceglie di navigare anonimamente oppure cancellare i cookie alla fine di ogni sessione sarà preso per un robot e si troverà tutti i reCAPTCHA se non ancora di più – in fin dei conti quell’utente sarà schedato come cattivo. Certo, di per sé non sarebbe la fine del mondo, ma io che sono un po’ paranoico penso che questo diventerebbe un passo ulteriore verso la ghettizzazione di chi non vuole farsi profilare da cima a piedi. Voi che ne pensate?

Lo Stato e i francobolli

Una sentenza citata sulla Stampa sancisce che «Tutti i documenti che nel corso del tempo [dal 1840, per la precisione – nd.mau.] siano stati indirizzati a un ente pubblico sono bene demaniale storico e appartengono allo Stato, perciò il loro posto è negli archivi pubblici; se sono stati “scartati” per le ordinarie procedure di spoglio, vanno distrutti. Ergo, se sono nelle mani di un privato non può che essere per via di un atto illecito.». Ora, il principio forse potrebbe avere un certo qual senso, anche se ho forti dubbi al riguardo. Sembrerebbe quasi che il fatto stesso di indirizzare una missiva allo Stato la renda così speciale da non poter più tornare allo stato ordinario, tanto che deve essere gelosamente conservata o distrutta: non sia mai che possa essere toccata da mani comuni, o peggio ancora letta da qualcuno che non sia stato benedetto dalle Autorità Competenti.

Il punto però che nella sentenza in questione non si parla dei documenti ma dei francobolli posti sulle buste spedite alle regie (e dopo un secolo abbondante repubblicane) istituzioni. Ecco: questo non riesco proprio a capirlo. La mia parte informatica e telecomunicazionistica vede una differenza nettissima tra il messaggio (il payload, se vogliamo usare la parola inglese tecnica) e la busta che lo contiener (le header). La busta è un accidente: in linea di principio io sarei potuto andare di persona a consegnare la mia richiesta che sarebbe stata regolarmente protocollata, e il risultato finale sarebbe stato identico pur senza una busta che contenesse la richiesta. Né d’altra parte la busta viene protocollata come il testo. La logica della sentenza è insomma che lo Stato avrebbe dovuto vendere le buste con i francobolli, perché oramai erano Cosa Sua; e il corollario è che il gravissimo illecito di portarsi a casa i francobolli è imprescrittibile, considerato che quei francobolli non credo siano contemporanei.

A questo punto non voglio sapere come negli uffici pubblici sono gestiti i bagni per gli utenti.

Quizzino della domenica: salto del cavallo

Tra le scacchiere 3×n, quella 3×10 è la più piccola per cui esista un giro del cavallo (toccare tutte le caselle senza mai passare due volte sulla stessa) rientrante (dall’ultima casella si può passare alla prima). Nella figura qui sotto trovate i primi due e l’ultimo passo: siete capaci di riempirla?

(un aiutino lo trovate sul mio sito, alla pagina http://xmau.com/quizzini/p240.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Problema tratto da Miodrag S. Petković, Famous Puzzles of Great Mathematicians)

_La matematica degli dèi e gli algoritmi degli uomini_ (libro)

Paolo Zellini, almeno per un poveretto come me che non ha fatto le alte scuole, pone un problema di lettura. Io mi perdo sempre con tutte le sue citazioni di autori greci più o meno noti, e in questo caso mi sono anche trovato frammenti vedici che mi hanno completamente spiazzato e che confesso di non essere riuscito a comprendere. Tutto questo è un peccato, perché la tesi filosofica di base che Zellini presenta in questo testo (Paolo Zellini, La matematica degli dèi e gli algoritmi degli uomini, Adelphi 2016, pag. 258, € 14, ISBN 9788845931024) meriterebbe di essere conosciuta. Secondo l’autore, gli antichi greci e indiani avevano infatti intuito il vero problema del passaggio dai numeri naturali a quelli irrazionali, vale a dire la crescita verso l’infinito come nel problema della duplicazione del cubo, non per nulla associata agli dèi. La cosa si può anche vedere pensando alle approssimazioni dei numeri irrazionali per mezzo di frazioni il cui numeratore e denominatore cresce sempre più. Il guaio è che a parte i frammenti vedici ho avuto spesso l’impressione che l’autore tendesse a ripetere lo stesso argomento solo con qualche minuscola variante, e quindi non capivo l’utilità delle ulteriori pagine.
Dal capitolo 16 in poi mi sono trovato molto più a mio agio, il che non è poi così strano perché siamo tornati in un terreno che mi è abbastanza noto, la complessità ed efficienza degli algoritmi (Nota personale: all’università ho seguito per mia curiosità alcune lezioni sulla complessità algoritmica, tenuta da un giovane professore di matematica, per l’appunto Zellini) Vedendo la cosa da un punto di vista filosofico, qui Zellini mostra gli stretti rapporti tra questi algoritmi – che dobbiamo tenere sott’occhio quando li implementiamo, perché rischiamo che le approssimazioni di rappresentazione del calcolatore ci impediscano di arrivare a una risposta anche solo approssimata – e i guai notati già dagli antichi. Non aspettatevi una lettura leggera, insomma.

Voucher

I voucher fanno schifo, dice la CGIL. I voucher servono solo a dare una spallata al governo, dice il governo. Risultato? Si fa un bel decretino per abolirli, senza stare a guardare se il problema stava nell’esistenza dei voucher in sé oppure in come vengono usati. Ma il decreto deve essere comunque convertito in legge, e ci vogliono 60 giorni: quindi si finirà a ridosso della data del referendum, e tanto per dire le schede dovranno essere preparate lo stesso. Inoltre resta ancora l’ultimo quesito, quello sugli appalti che a quanto pare non interessa a nessuno ma farà comunque spendere soldi. Bello, vero?

Concorso a ore

Stamattina per radio ho sentito del grande concorso pasquale alla Lidl, concorso che è attivo dalle 9:00 alle 19:59. In effetti, leggendo le istruzioni a https://www.grandeconcorsodeluxe.it/ , si capisce che vengono estratti 11 premi, uno l’ora, e quindi le spese vengono segmentate con efficienza teutonica. Ma a me fa ridere lo stesso.

Uni e trini

In questi giorni sta passando su Radio Popolare uno spot sui referendum contro i voucher e gli appalti. Lo spot comincia dicendo che “quattro milioni e mezzo di persone hanno firmato…”

Ora, io storcerei già il naso se dicessero “sono state raccolte quattro milioni e mezzo di firme” (i referendum proposti erano tre, e sono state presentate in Cassazione un milione e mezzo per ciascuno di essi; solo che il referendum sul ripristino e oltre dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non è stato ammesso). La frase infatti sarebbe formalmente corretta ma fuorviante. Però se si parla di quattro milioni e mezzo di persone non ci sono dubbi: a meno che non si parli della Santissima Trinità le persone sono appunto un milione e mezzo.

L’unica cosa che mi chiedo è se chi ha proposto lo spot con quel testo sapeva quello che stava dicendo oppure no.