Capire di essere anzyani

Oggi in pausa pranzo ho fatto una videointervista per la questione Wikipedia oscurata. Mentre ci si preparava e io raccontavo un po’ di cose fuori onda, siamo arrivati al problema dei maturandi che si sono trovati improvvisamente senza la loro fonte primaria. Io ho detto “beh, ai miei tempi dovevi arrangiarti in altro modo”, al che il cameraman mi ha chiesto di che anno sono. Alla mia risposta, lui ha commentato “come la mia mamma!”
La cosa fa un certo effetto.

Come pagare due volte il bollo ACI

Tre anni fa abbiamo acquistato la nostra automobile di seconda mano: era un’auto aziendale immatricolata in Spagna per cui ci hanno fatto un prezzaccio. Sono andato a una sede ACI distaccata, ed essendo giugno ho pagato il mio bel bollo con scadenza maggio. Tutto bene per due anni: a fine maggio-inizio giugno Regione Lombardia scriveva ad Anna per ricordarle di pagare, io andavo al bancomat e pagavo.

Quest’anno non è arrivata la lettera. Io non mi ero ricordato di far partire la richiesta di pagamento via addebito su conto, e quindi non mi sono preoccupato più di tanto della cosa. Solo che quando sono andato a fine mese al bancomat per pagare, mi è arrivata una pernacchia e mi è stato detto di andare direttamente a pagare. Oramai giugno era terminato; quindi con un po’ di calma venerdì scorso sono andato alla sede distaccata ACI per pagare. Mi si dice che a inizio anno la regione ha riordinato tutte le scadenze del bollo, e quindi la scadenza per la nostra auto non è più maggio (immatricolazione in Italia) ma marzo (prima immatricolazione in Spagna). Vabbè, pago il bollo auto: ci sono sei euro di mora, il che mi pare corretto visto che la “mia” scadenza l’ho saltata. Il problema pratico è però che io ho pagato fino a marzo, e quindi due mesi sono pagati doppi. Forse (forse) se vado alla sede centrale ACI di via Durando potrò fare qualcosa, ma quella è una bolgia dantesca: non so se valga la pena di perderci almeno una mattinata per una sessantina di euro. Il tutto non è una bella cosa, non trovate?

Statistiche del sito per giugno 2018

La crescita di maggio è stata un’illusione. Giugno ha segnato un nuovo abisso: I visitatori unici sono 17.979 con 40.563 visite; le pagine 93.470 e gli accessi 239.478. Ecco la top 5:

  1. _Ritorno al giurassico_ (mostra): 822 visite
  2. Eupnoico: 764 visite
  3. _Ragazze con i numeri_ (libro): 631 visite
  4. Centro Operativo Postale: 620 visite
  5. _Contro le elezioni_ (libro) : 566 visite

Non credo ci sia mai stato un mese con tre recensioni tra le cinque pagine più visitate! Per il resto, interessanti i 19 accessi via twitter a Daniele Manca e il copyright

_Tutto, e di più_ (libro)

Partiamo dal principio. La nuova copertina della nuova edizione del libro (David Foster Wallace, Tutto, e di più: Storia compatta dell’infinito [Everything and more], Codice 2017 [2003, 2005], pag. 262, € 21, ISBN 9788875786984, trad. Giuseppe Strazzeri e Fabio Paracchini, link Amazon) è favolosa. La traduzione è quella corretta (ma lo era già nelle ristampe del 2011), salvo gli eventuali svarioni di DFW e due o tre tecnicalità di cui non vi accorgerete se non sapete già di che si sta parlando. Ma la cosa più bella del libro è la sua genesi. L’edizione originaria faceva infatti parte di una collana “Great Discoveries”, pubblicata da Norton, nata come serie di biografie tecniche di scienziati. DFW non era un matematico, anche se aveva studiato abbastanza per poterne parlare con cognizione di causa, e questo lo si vede dal modo in cui approccia il tema, con una forte componente metafisica che in genere viene trascurata quando si arriva all’Ottocento. Ma era per l’appunto DFW, il che significa che il testo non è per niente lineare e parte per la tangente con le note NCVI (“Nel Caso Vi Interessi”, in originale IYI, If You”re Interested) che naturalmente sono imprescindibili, e una serie di rimandi incrociati. Poi lo stile è al solito scanzonato, il che darà al lettore la falsa impressione che tutto sia facile nonostante i mille caveat nel testo. Diciamo che non credo che nessuno imparerà qualcosa sull’infinito leggendolo, ma tanto non era quello il suo scopo.

Prezzolatori

Con la storia del blocco di Wikipedia, in tanti hanno scritto insinuando che siamo stati pagati da Google per diffondere falsità. Evidentemente nel mio caso devono avere mandato i soldi al mio omonimo che ha la voce nell’enciclopedia.

l’operosità dei bauscia

Stanotte è esondato il Seveso. In effetti stamattina l’ingresso alla via dove abito era bloccato da una macchina dei vigili (ma io stavo andando a prendere la metro perché pioveva). Però oggi sono dovuto tornare a casa in pausa pranzo causa la famosa videointervista con i russi, e alle 14, mentre tornavo a casa, c’erano i mezzi dell’AMSA che pulivano le strade con gli idranti. Bel lavoro!

Se questo è un articolo

[NOTA: Questo post rappresenta unicamente le mie opinioni, e non ha nulla a che fare con Wikimedia Italia né tanto meno con Wikipedia in italiano]

In questi giorni, come potete immaginare, sono stato subissato di chiamate per interviste e partecipazioni radiofoniche a proposito dell’oscuramento di Wikipedia. Tra le tante chiamate c’è stata quella di Emanuela Minucci della Stampa, che si è anche detta “a favore di Wikipedia”. Martedì avrò ricevuto cinque telefonate da lei, in cui mi è stato chiesto di tutto, da quanti accessi unici giornalieri ha Wikipedia in italiano (da qui si vede che sono sui cinque milioni) a una mia foto. Il maggior problema, quello per cui mi ha chiamato ancora alle sette di sera col suo caporedattore alle spalle, era però sapere a che titolo parlavo per Wikipedia. Gli è che nessuno ha più titolo di altri di farlo: banalmente noi di Wikimedia Italia facciamo il “fan club ufficiale” e abbiamo un’esperienza che manca a tanti altri. Vabbè, alla fine ho tirato fuori che siamo “i promotori di Wikipedia”, che fa tanto “informatori del farmaco” ma tant’è.

Veniamo a ieri. L’articolo è stato pubblicato (è dietro paywall), e a vederlo nella struttura della pagina sembra anche una bella cosa. Certo, in taglio basso c’è subito il controcanto di Ricardo Franco Levi, ma si sa che sono le regole del gioco e che un quotidiano che è lì che come tutti gli altri aspetta con la bava alla bocca che Google paghi per poter mettere i link ai suoi articoli non può fare altro. Mi limito a segnalare che in Italia il copyright è la base delle libertà degli editori (se avete un libro in casa apritelo e vedete di chi è il copyright: l’autore lo cede all’editore in cambio di una royalty sulle vendite) e che le leggi attuali tutelano perfettamente il copyright; sono pronto a scommettere il 10% delle mie royalty di un anno – tanto sono ben pochi soldi – che anche se passa la direttiva non ci sarà nessuna cancellazione delle copie piratate dei miei libri.

Per ragioni facilmente comprensibili non ho avuto tempo fino a sera per leggerlo: quando l’ho fatto mi è partita l’incazzatura. Certo, l’unica parte col mio nome è la mia affermazione che l’oscuramento non è fatto solo per Wikipedia ma per la rete, cosa che potevano direttamente recuperare dal testo che avevo mandato all’Ansa; alla fine vi garantisco che è meglio così.

Peccato che tutto il resto dell’articolo sia una tirata contro di noi, dalle affermazioni di Perrone (che quando Wikipedia ripartirà scoprirete essere stato il padrone del Secolo XIX prima della fusione con La Stampa e quindi ora essere azionista GEDI) con le nostre affermazioni “smentite una a una” dagli editori europei; visto che io le informazioni le do, vi lascio la copia marcata “Europarlamentari PD” (con le nostre controaffermazioni che purtroppo non riusciranno ad avere la stessa visibilità). Evidentemente si rischiava che qualcuno non leggesse l’articolo sotto e rimanesse con l’opinione “errata”.

Ma sarei ancora passato sopra questo se non ci fosse la frase – che posso ancora postare, in futuro non si sa – «i giganti del web temono di venire sconfitti in aula e il sito italiano dell’enciclopedia on line gioca quest’ultima carta». Sapevàtelo: la comunità dei wikipediani italiani che ha deciso l’oscuramento dell’enciclopedia è in realtà la longa manus di Amazon, Apple, Dropbox, Facebook, GitHub e Google, tutti in rigoroso ordine alfabetico. Non ve ne eravate mai accorti? Male. D’accordo, non ho difficoltà a immaginare che ci siano stati ordini di scuderia al riguardo per cercare per quanto possibile di anestetizzare la protesta; ma allora non rompetemi le palle e scrivetevelo tutto da soli, che se vi servono le frasi ufficiali pagate apposta le agenzie per avere il diritto di copiarle. E non prendetemi così per i fondelli.

Un risultato comunque quell’articolo l’ha avuto. Ho accettato di essere intervistato da RT, così oltre che al soldo di Google e amici si potrà dire che mi paga anche Putin. Stay tuned.