curiosità 2026, curiosita'

L’U.S. International Ampere

L’ampere è l’unità base dell’intensità di una corrente elettrica; nel Sistema Internazionale è una delle unità fondamentale e quindi le altre misure elettriche si calcolano rispetto ad essa. La definizione del 1946, resa ufficiale nel 1948, lo definiva come «l’intensità di corrente elettrica costante che, se mantenuta in due conduttori lineari paralleli, di lunghezza infinita e sezione trasversale trascurabile, posti a un metro di distanza l’uno dall’altro nel vuoto, produce tra questi una forza pari a 2×10−7 newton per ogni metro di lunghezza»; dal 2018 la definizione è diventata «la corrente elettrica che corrisponde al passaggio di 1/(1,602176634×10−19) cariche elementari per secondo.» (il che significa che ora il coulomb sarebbe più elementare dell’ampere… ma facciamo finta di niente).

Ma naturalmente si parlava di ampere anche prima del 1946: la prima definizione ufficiale è del 1893, nel Congresso Elettrico Internazionale di Chicago, e fu definitivamente approvata alla Conferenza Internazionale di Londra del 1908. La definizione era più pratica: un ampere corrispondeva alla quantità di corrente elettrica che deposita 1,118 milligrami di argento al secondo partendo da una soluzione di nitrato d’argento; l’unità era chiamata “ampere internazionale” proprio perché frutto di un accordo internazionale. Questo aiutava parecchio, perché era possibile avere un campione fisico, un po’ come per il metro e il chilogrammo; però questi campioni avevano una precisione relativamente ridotta, così nel 1948 si calcolò che un ampere internazionale corrispondeva a circa 0,99985 ampere del SI. Ma non è finita qui! Anche i vari campioni sparsi per il mondo avevano delle piccole differenze tra di loro. Gli americani, sempre pronti a non farsi mancare nulla, definirono così l’U.S. International Ampere che corrisponde a 0,999835 ampere del SI. (fonte: E. Richard Cohen, Kenneth M. Crowe, Jesse W. M. Dumond, The Fundamental Constants of Physics.)

Devo dire che mi sfugge l’utilità di definire un’unità di misura che si sapeva sarebbe stata eliminata dopo meno di due anni, ma gli americani sono americani: devono per forza avere misure tutte loro.

curiosità 2026, curiosita'

Promesse di donazioni scese di più del 100%?

Le promesse di donazione sono calate di più del 100%Sappiamo che il John F. Kennedy Center for the Performing Arts non se la passa bene, e sicuramente ha contribuito al suo insuccesso la decisione di Donaldo di aggiungere il suo nome all’intitolazione del centro, con la successiva battaglia legale: se non sbaglio, in questo momento dovrebbe esserci solo il nome di Kennedy, ma non si sa mai. Sappiamo anche che la mossa del presidente USA non è stata presa molto bene dai finanziatori che erano comunque rimasti in passato.

Quello che non sapevo è che le promesse di donazione sono scese di più del 100% tra gennaio e aprile 2026. I miei ventun lettori sono sicuramente balzati sulla sedia: sappiamo che Donaldo ha detto di avere tagliato il prezzo delle medicine fino al 700% in meno, ma la matematica alternativa non è ancora materia di studio scolastico, e avere più del 100% in meno è impossibile. Ma a quanto pare questo potrebbe non essere il caso! L’articolo della CNN che ho linkato scrive esplicitamente «A tax expert told CNN that a decline of that size is possible if earlier pledges were withdrawn.» In pratica, quello che può essere successo è che i conti fatti a gennaio avevano delle promesse che poi non si sono realizzate, e quindi effettivamente il risultato finale è andato in negativo come valore assoluto, oltrepassando le colonne d’Ercole del 100%.

E ripensandoci su, anche a me capitò una cosa del genere con il resoconto delle vendite di Matematica in pausa pranzo. Ci fu un anno in cui il numero di copie vendute è stato negativo: quello che è successo è che alcune librerie avevano preso il libro in conto vendita, e formalmente l’editore segna quei libri come venduti; ma poi nessuno li comprò, e quindi dopo qualche mese li restituirono, e l’editore deve togliere quelle vendite. Il libro era uscito in autunno, le copie sono state rese in inverno, e nel mezzo è cambiato l’anno; poiché i conteggi si fanno il 31 dicembre, il secondo anno il numero di copie vendute è stato negativo.

Morale della storia: si può scendere sotto il 100% in meno, ma le condizioni devono essere particolari.

ia 2026, IA e informatica

Che faranno ora i matematici rovinati dall’IA?

Silvia mi chiede cosa ne penso di questa opinione. Occhei, mi chiede anche che cosa penso dell’affermazione di Vittorio Bertola secondo cui nessun matematico ha chiaro cosa possa essere da domani mattina il senso e il valore del lavoro di un matematico. A quest’ultima domanda non so rispondere, non essendo io un matematico di professione; o meglio, la sua mi pare una generalizzazione azzardata. Per la prima domanda posso provare ad azzardare qualche giudizio visto da fuori: prendetelo insomma con le pinze.

Benoit Henry, per come io leggo il suo post, è depresso perché dice che non c’è più gusto a fare matematica, visto che tanto l’IA ci risolve i problemi molto più in fretta di quanto posiamo fare noi, e non ha nemmeno senso a questo punto parlare di “titolarità” di un problema, anche se poi riconosce che magari questa non sarebbe una pessima idea perché la corsa ai risultati è diventata davvero tossica. Il suo modo di porsi mi pare rassegnato: “usate l’IA se volete usarla, non usatela se non volete usarla, tanto non cambia nulla”. Poi c’è l’altro lato della medaglia: la quantità di articoli firmati da un solo autore sta crescendo in maniera assurda, e Henry immagina che molti di essi siano ottenuti mediante l’IA, e nessuno si preoccupi di verificarli: non stiamo parlando delle congetture da titoloni dei giornali per cui si fa fare una dimostrazione formale a Lean. Questo andazzo è tristemente noto: è notizia di questi giorni che ArXiv ha messo un limite per il numero di articoli inviabili per persona per mese, nell’attesa di trovare un modo migliore per valutare il da farsi.

Ci sono però persone meno negative. Il giorno prima di Henry, Daniel Spielman è partito da un’analisi simile, anzi anche più preoccupata da certi punti di vista. Il primo problema che Spielman vede è che il proliferare di risultati dipende anche dagli agenti IA sguinzagliati a cercare congetture, “risolverle” (uso le virgolette perché come dicevo non è detto che la soluzione sia corretta) e mettere così in giro risultati falsi su cui si costruiranno altri risultati falsi. In pratica, dice, abbiamo la lotteria LLM: chi riesce a trovare il prompt giusto o più probabilmente chi ha la fortuna che la generazione stocastica della risposta è andata nella direzione giusta vince il premio della dimostrazione. Un altro problema è che se si usa troppo l’IA poi ci si disabitua a pensare come prima: è il classico problema del Fedro declinato in salsa LLM. Ma ci sono anche altre considerazioni, a partire dal fatto che noi abbiamo visto che le IA possono risolvere problemi che avevano bloccato la comunità matematica per decenni, ma non abbiamo un’idea di cosa non possono risolvere. Le idee di Spielman, non ancora cristallizzate, sono innanzitutto di cercare un sistema diverso di incentivazione che premi non tanto il risultato quanto il lavoro umano dietro quel risultato; fare in modo che si pubblichi solo ciò che si saprebbe spiegare in un seminario, eliminando pertanto le “dimostrazioni” tecnicamente verificate con Lean ma incomprensibili ai matematici; cambiare il modo in cui si assegnano i grant, perché non abbiamo più la certezza che le domande da studiare siano vere e non inquinate dall’IA.

E i miei due cent? Io ero già convinto quarant’anni fa che in molti campi non si facesse davvero matematica per comprendere meglio il mondo, ma per aggiungere inutili minuzie al corpo di conoscenze che avevamo. Adesso la barriera si è abbassata e quindi le cose sono peggiorate. Probabilmente insomma avremo bisogno di meno matematici ma più bravi, e più persone che sappiano abbastanza di matematica per le cose “pratiche”, che non sono i conti al ristorante ma i modelli del mondo reale. Credo però che la transizione sarà davvero brutale.

giochi, giochi 2026

Quizzino della domenica: Braccialetto

820 – aritmetica

Il braccialetto che vedete in figura ha dieci palline con le cifre da 0 a 9. Tagliatelo in tre punti, in modo che se moltiplicate due dei numeri che avete formato ottenete il terzo. Un taglio che non funziona è per esempio 32 – 890 – 71546.

Il braccialetto: i numeri sono 3-2-8-9-0-7-1-5-4-6
(trovate un aiutino sul mio sito, alla pagina https://xmau.com/quizzini/p820.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Problema dal numero 771 della newsletter di Chris Smith.)

rec 2026, recensioni

The Tiger That Isn’t (ebook)

copertina Veniamo assediati dai numeri. Come possiamo capire se sono davvero importanti oppure no? Blastand e Dilnot in questo saggio mostrano cosa possiamo fare per capire se siamo di fronte a “una tigre” (qualcosa di davvero pericoloso, a cui quindi dobbiamo fare attenzione) oppure a qualcosa che non lo è affatto. Direi che il “riassunto dei riassunti” nell’ultima pagina del libro dà un’ottima idea dei temi. Eccolo qua, con una rapida mia spiegazione. Buona lettura del libro!

Le grandezze devono essere suddivise (in qualcosa di dimensione umana) / I numeri sono puliti, la vita no (e quindi i numeri possono solo essere un’approssimazione) / Contare fa venire il mal di schiena (e quindi nelle scienze sociali si hanno sempre approssimazioni) / Il caso è sempre nascosto (quindi dobbiamo sempre tenere conto che quello che vediamo è frutto del caso) / Le strisce non sono tigri (non dobbiamo fare inferenze senza verificare che siano corrette) / Gli alti e bassi capitano (quello che sembra un trend potrebbe essere una fluttuazione) / Non confondete media con metà (la metà è più spesso la mediana, per esempio) / Non su può vedere il tutto dal buco di una serratura (un solo numero, media o mediana che sia, non può raccontare tutta la storia) / Rischio = gente (il rischio è sempre da considerare rispetto a noi stessi, non come numero astratto) / Molti conteggi non lo sono (ma si è solo preso un campione) / No data, no racconto (i numeri possono essere cattivi, ma averli cattivi è sempre meglio che non averli affatto) / Non lo sanno neppure loro (spesso abbiamo dei numeri raccolti male, e quindi dobbiamo fare attenzione a usarli) / I numeri scioccanti sono spesso sbagliati (o perlomeno richiedono prove molto forti per crecere loro) / Mi spiace, ma non sei un giorno di primavera (i confronti impossibili li può fare solo Shakespeare, non mischiamo mele con pere) / A causa B… forse (correlazione non significa causalità)

Michael Blastland e Andrew Dilnot, The Tiger That Isn’t : Seeing Through a World of Numbers, Profile Books 2010, pag. 240, € 9,35 (carttaceo: 14,24), ISBN 9781846681110 – come Affiliato Amazon, se acquistate il libro dal link Bezos mi dà qualche centesimo dei suoi utili
Voto: 4/5

pipponi, pipponi 2026

OPAS di Poste su Tim. E ora?

Terminati i tempi supplementari dell’OPAS di Poste su Tim i risultati non sono poi stati così eclatanti come penso Del Fante sperasse. Poste infatti detiene ora l’85,86%  delle azioni Tim: ben oltre la maggioranza dei due terzi necessaria per le assemblee straordinarie, ma meno del 90% necessario per fare il delisting e quindi togliere Tim dal mercato azionario, come era la sua idea iniziale. In teoria sarebbe possibile acquistare azioni in Borsa, ma non mi pare che Poste sia così interessata, tanto che in due settimane le azioni Tim hanno perso quasi il 15% del loro valore e quindi probabilmente non ci crede neppure il mercato. A questo punto non mi stupirei se Poste passasse al piano B e operasse una fusione per incorporazione, con la società madre (improbabile) o con un’altra azienda non quotata del gruppo / una NewCo (più facile), per togliersi dai piedi anche il resto del flottante. Naturalmente dal punto di vista di noi dipendenti il delisting sarebbe stato abbastanza trasparente. Il top management viene probabilmente buttato fuori con una più o meno alta buonuscita, ma in basso non cambia nulla. La fusione sarebbe invece un bagno di sangue: è vero che generalmente si fa un accordo “di armonizzazione”, ma si perde sempre qualcosa e soprattutto si creano lavoratori di serie A – quelli attualmente in azienda – e di serie B – i nuovi assunti.

Poi è noto che io non capisco un tubo né di politica né di economia, e quindi potrei sbagliarmi di grosso. Vedremo tra qualche mese; per il momento non sta succedendo nulla di particolare. Sì, è partito ufficialmente l’esercizio delle attività di direzione e coordinamento: ma cosa pensate si stia facendo da un anno a questa parte?

pipponi, pipponi 2026

Caro musei

Nella nuova sede delle Pastiglie Leone, pardon di Leone 1857, a Collegno (dietro la tangenziale, per me quella è Savonera…) è stato anche allestito un percorso museale, “La fabbrica della felicità“, Bella cosa, considerando che l’azienda ha quasi 200 anni di vita, essendo stata fondata nel 1857. Ma d’accordo che ti danno degli assaggi, ma 20 euro per una visita libera non sono un po’ tantini? (Torino Today dice 27, ma non è vero) La visita con laboratorio costa 35 euro, e a questo punto è quasi conveniente… Le caramelle più che dolci così sono amare.

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