Epistemia

È da alcuni mesi che Walter Quattrociocchi e il suo team ha introdotto il concetto di “epistemia”. L’articolo accademico (in inglese) è stato pubblicato su Pnas, ma trovate varie spiegazioni per esempio sul sito della Sapienza che lo riassume, su un’intervista sul sito Treccani o in un suo intervento Facebook ripreso riportato anche qui.

Le ultime sue parole che ho visto in materia sono su Facebook: “Epistemia è una condizione strutturale. Descrive ciò che accade quando, in modo sistematico e su larga scala, la plausibilità linguistica prende il posto della verifica come criterio operativo di conoscenza.” Più interessanti sono forse le frasi che seguono questa definizione:

La verifica non viene rifiutata, ma saltata. Il giudizio non viene negato, viene imitato.
Quando una risposta suona bene, il cervello abbassa naturalmente le difese. È sempre successo. La novità non è il meccanismo, ma la scala, la velocità e la normalizzazione con cui oggi questo meccanismo opera.
Per questo l’epistemia non è una questione tecnologica, ma cognitiva e sociale. […] Si affronta solo recuperando una consapevolezza elementare, ma ormai rara: sapere come una risposta è stata prodotta, quali passaggi sono stati compressi, quale tipo di giudizio è stato simulato invece di essere esercitato.

Facciamo un passo indietro. In filosofia l’epistème (notate che non è “epistemia”) è la conoscenza certa. E in effetti l’epistemologia è la parte della filosofia della scienza che studia le condizioni sotto le quali si può avere conoscenza scientifica e come si può raggiungere tale conoscenza. Se ci pensiamo un attimo, arrivare alla conoscenza non è mai stato un processo semplice, ma il risultato di una verifica fatta da più persone sulla validità di un ragionamento. Attenzione: la conoscenza non è fissata una volta per tutte, ma può mutare una volta che giungano nuove evidenze che cambiano i dati in nostro possesso (falsificano la teoria, direbbe Popper) oppure li faccia vedere sotto un’altra luce (una rivoluzione scientifica, direbbe Kuhn). Banalmente, la teoria newtoniana del moto planetario è stata sostituita da quella einsteiniana, e quindi la nostra conoscenza do quel moto è parimenti cambiata. Vabbè, poi c’è Feyerabend che dice che non si può fornire una descrizione generale della scienza, ma qui andiamo fuori strada: in ogni caso però anche per lui la verifica è fondamentale, con l’unica differenza che viene fatta indipendentemente da tutte le altre possibili teorie.

Cosa succede invece con gli LLM? La verifica non c’è più. Non tanto, o non solo, da noi che ci beviamo qualunque cosa ci risponda ChatGPT, ma dai modelli stessi, che scrivono una risposta apparentemente coerente e “che suona bene” usando semplicemente regole probabilistiche di plausibilità (e un po’ di regole retoriche che puliscono la risposta, aggiungo io). Come Quattrociocchi fa notare, il nostro cervello è abituato ad abbassare le difese quando sente qualcosa che suona bene: lo fa da almeno due millenni e mezzo. Il guaio è che con il proliferare di contenuti generati dalle IA ormai sta diventando sempre più difficile capire se quella che ci troviamo davanti è una risposta che deriva da un ragionamento oppure da una struttura statistica.

Da un certo punto di vista sono leggermente più ottimista di lui, quando afferma che il problema dell’epistemia «si affronta solo recuperando una consapevolezza elementare, ma ormai rara: sapere come una risposta è stata prodotta, quali passaggi sono stati compressi, quale tipo di giudizio è stato simulato invece di essere esercitato.». Paradossalmente, il fatto stesso che ci si è accorti che gli LLM funzionano meglio in modalità “ragionamento” (che non è un vero ragionamento, ma consiste nell’esplicitare i passaggi che fanno, che rientrano come input e quindi migliorano l’aderenza alla domanda fatta) fa sì che possiamo capire meglio se effettivamente c’è solo sbobb-IA oppure il modello ha recuperato conoscenza altrui. Guardando un altro campo in cui la statistica ormai la fa da padrona, le traduzioni automatiche funzionano a sufficienza, almeno per me che generalmente mi accorgo se c’è qualcosa che non va (la narrazione qui non è ancora per fortuna entrata nei testi tradotti, e comunque vorreste leggere una traduzione automatica di Shakespeare?)

Da un altro punto di vista sono però più pessimista: mi pare davvero che la gente abbia rinunciato alla possibilità di capire le cose, perché in realtà a loro non interessa capire (quando va bene…) o addirittura si convincono di avere fatto qualcosa di straordinario “grazie all’aiuto dell’AI e alle proprie capacità” (capacità infime, ça va sans dire). La prima possibilità non è certo nata con gli LLM: da ragazzo anch’io sono stato uno di quelli che “facevano le ricerche” copiando i testi da “Il mio libro delle ricerche”, o come si chiamava. Ma dopo un po’ si sperava che crescendo si imparasse non solo a copiare ma anche a capire: magari sbagliando, ma aumentando comunque la conoscenza che si aveva. La seconda possibilità è invece nuova, almeno nella sua diffusione (i principi e i ricchi hanno sempre avuto degli yes men che approvavano entusiasticamente tutto quello che loro facevano). Non so se riusciremo a risalire da questa china che stiamo prendendo.

Cloudflare vs AGCOM

La storia del litigio tra Cloudflare e AGCOM la potete leggere sul Post, ma secondo me mancano alcuni particolari. Partiamo dall’ineffabile software Piracy Shield, o meglio dalla legge 93/20213 che ha incaricato l’ICE de noantri, cioè l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, di bloccare con le buone o le cattive tutti i siti e gli indirizzi IP che permettono la visione illecita delle partite. AGCOM si è fregata le mani e ha dato mandato alla startup SP Tech per la parte tecnica e allo Studio Previti (!) per quella legale di mettere in campo un sistema di blocco, appunto il Piracy Shield. In pratica, se qualcuno ritiene che un sito stia violando il diritto d’autore manda una richiesta attraverso Piracy Shield e entro 30 minuti il sito deve essere bloccato, ovviamente senza nessun controllo sull’effettiva validità della richiesta (come per esempio capitò a fine 2024).

Come lo si fa? Se a dover essere bloccato è l’indirizzo IP, i provider cancellano semplicemente le rotte verso quell’indirizzo, oppure le fanno puntare a una pagina dove è indicato il blocco. Il tuo sitarello è per caso hosted dallo stesso provider, e quindi usa il medesimo IP del sito bloccato? Spiaceah, sei bloccato anche tu, così impari a sceglierti il fornitore di spazio web. Nel caso più comune di un nome di sito da bloccare, quello che i provider fanno è modificare il DNS, cioè il traduttore da nomi a indirizzi IP. in modo che quando il tuo browser cerca di arrivare al sito viene invece indirizzato alla solita pagina di blocco. Ed è qui che entra in scena Cloudflare.

Innanzitutto il DNS è un protocollo aperto: chiunque può decidere di offrire un servizio DNS. Quello che fa Cloudflare è fondamentalmente avere una rete che duplica i siti web, in modo che siano il più vicino possibile a chi chiede di aprire una pagina; per fare questo ha ovviamente bisogno di mandare l’utente al sito più vicino, e per farlo usa il proprio DNS (agli indirizzi 1.1.1.1 oppure 1.1.0.0). Ma questo DNS è aperto a tutti: Cloudflare non ha mai bloccato i siti indicati da Privacy Shield, e quindi è un segreto di Pulcinella sapere come bypassare il blocco. AGCOM ha così deciso di multare per 14 milioni Cloudflare, che non l’ha presa affatto bene, come si vede da questo tweet del suo CEO. Le sue minacce? Togliere i soldi che messo per la sicurezza dei dati nelle prossime olimpiadi (non lo farà, i controlli servono anche a loro); togliere i suoi servizi gratuiti di sicurezza per gli utenti italiani (sai quanto gliene importa ad AGCOM); cancellare i suoi piani di avere uffici italiani (e qui magari il governo si sveglia); infine togliere i suoi server italiani (e qui le pressioni ad AGCOM arriveranno dai provider che dovranno pagare di più per dare un servizio più lento)

LA situazione è interessante: Matthew Prince dichiara che il suo fatturato annuo in Italia è di 8 milioni di euro, contro i due miliardi di quello globale. La mossa più logica sarebbe stata di chiudere immediatamente il servizio in Italia e poi mettersi a fischiettare. Leggendo però la frase iniziale “The scheme, which even the EU has called concerning” – ho controllato, qui dice solo “Those cases have raised discussions on the safeguards in place” – e gli accenni a come JD Vance è bravo quando si tratta di internet, direi che la sua mossa nasce per cercare di scardinare direttamente tutte le regolamentazioni europee partendo da quella che oggettivamente è la più debole: su questo concordo con Franz Russo. (Fa solo ridere che tutto questo dibattito si stia svolgendo sul sociale di Musk)

Riuscirà Cloudflare nel suo intento? Io preparerei un bel po’ di popcorn. Sicuramente il massimo esponente della comunicazione di Fratelli d’Italia ha perso un’ottima occasione per scoprire la differenza tra un provider e un proxy server, ma sono ragionevolmente certo che in Parlamento e al governo è in buona compagnia. Al limite mi meraviglio che AGCOM non abbia chiesto ai provider italiani di bloccare gli indirizzi 1.1.1.1 e 1.1.0.0; è vero che in questo caso basterebbe usare DNS over HTTPS, ma la cosa diventa più complicata.

Un’ultima considerazione: anche qua ci si potrebbe chiedere perché non abbiamo un’infrastruttura di proxy server europea (abbiamo proxy server europei, OVH è il primo nome che mi viene in mente, ma sono appunto meno importanti). Ma questa è una domanda troppo complicata.

Quizzino della domenica: Indovina il numero

782 – logica

Conoscete sicuramente il gioco “indovina un numero (naturale) facendo solo domande con risposta sì oppure no”: la strategia ottimale consiste nel dividere a metà l’intervallo possibile. Così, se il numero è compreso tra 1 e 1024, la prima domanda sarà “Il numero è tra 1 e 512?” Se la risposta è affermativa, la seconda domanda sarà “Il numero è tra 1 e 256?”, altrimenti sarà “Il numero è tra 513 e 768?”. Supponiamo ora che il nostro interlocutore abbia il diritto – ma non l’obbligo! – di mentire al più una sola volta. Riuscite a scoprire un numero compreso tra 1 e 216 in al più 21 tentativi?

punto interrogativo
(trovate un aiutino sul mio sito, alla pagina https://xmau.com/quizzini/p782.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Problema tratto dal test di ingresso PRIMES del 2014; immagine di GDJ, da OpenClipArt.)

La prima dose è gratis

Insomma, Elonio ha casualmente lasciato tutti gli utenti dell’ex Twitter liberi di usare Grok per modificare le immagini (cosa che tra l’altro fa anche bene). Tutti si sono messi a fargli disegnare persone in bikini, e ora ha (sempre casualmente) rimesso la possibilità di modificare immagini solo a chi paga. È vero che pare che usare Grok direttamente dovrebbe ancora permettere di fare la stessa cosa, ma non so quanti passeranno a sito e app e quanti invece si decideranno a sganciargli dei soldi…

Le matematiche (libro)

copertinaHo letto questo libro, anche se datato, (ma la matematica non diventa obsoleta!) perché ero curioso di vedere come i sovietici vedevano la matematica di base. A parte trovarmi subito all’inizio i risultati di Popov che mi hanno subito ricordato una barzelletta di quando ero giovane, e un’ovvia attenzione alla scuola russa anche con nomi che non ho mai sentito nominare, quello che mi ha colpito è stata l’attenzione ai problemi reali per cui sono stati ideati i metodi risolutivi. Questa in effetti è una cosa che non troviamo praticamente mai nei nostri testi: non so quanto sia utile in pratica, però fà almeno l’idea che la matematica non è avulsa dal mondo reale. Nulla da eccepire sulla traduzione di Giovanni Venturini.

A. D. Aleksandrov, A. N. Kolmogorov, M. A. Lavrentev (ed.), Le matematiche: Analisi, algebra e geometria analitica [Matematika], Bollati Boringhieri 1974 [Matemaika], pag. 457, € 22, ISBN 9788833903118, trad. Giovanni Venturini – come Affiliato Amazon, se acquistate il libro dal link Bezos mi dà qualche centesimo dei suoi utili
Voto: 3/5

(Ri)chiudere i supermercati la domenica?

Intervistato dal Sole-24 Ore, il presidente di Ancc-Coop propone di tornare a chiudere i supermercati la domenica. Più precisamente, «Le principali imprese del sistema Coop ora vedono con favore la chiusura la domenica e vogliamo vedere se è possibile aprire dei tavoli di confronto con Federdistribuzione e l’Associazione della distribuzione moderna (Adm), se si può arrivare a una visione condivisa». Motivo? consumi fiacchi e costi maggiori (il lavoro festivo è pagato il 30% in più, anche se i loro dipendenti “non vogliono avere l’impegno del lavoro la domenica”. Del resto, secondo le loro stime, “circa un italiano su tre non fa la spesa la domenica”.

Ora, l’ultimo argomento non mi pare molto solido, considerando che significa che due italiani su tre la spesa la domenica la fanno: e anche il primo è piuttosto incoerente, anche se almeno in linea di principio è possibile che siano in pochi a voler lavorare la domenica nonostante le sacrosante maggiorazioni di stipendio. E sempre in linea di principio non vedo nulla di male a tornare a santificare le feste :-) Peccato però che una proposta del genere mostri tutta la debolezza del sistema Coop. Non sono certo obbligati per legge a tenere aperto la domenica, e se lo fanno è evidentemente perché hanno fatto i loro conti e temono di perdere quote di mercato che andrebbero da qualche altra parte, magari non solo la domenica. Proporlo così pubblicamente, con la scusa che così potrebbero fare più promozioni, secondo me diventerà un boomerang.

Statistiche 2025 per le Notiziole

Quest’anno a quanto pare ho scritto un po’ di più

Anno Nr.articoli Media caratteri per articolo Caratteri tot per articolo Media commenti Commenti totali
2025 460 2,141 984,782 3.6 1,653

Per i curiosi, le statistiche del passato:

Anno Nr.articoli Media caratteri per articolo Caratteri tot per articolo Media commenti Commenti totali
2025 460 2,141 984,782 3.6 1,653
2024 427 1,648 703,494 2.1 881
2023 493 1,641 808,616 2.5 1,244
2022 483 1,333 643,773 3.1 1,476
2021 496 1,374 681,463 3.0 1,477
2020 486 1,583 769,022 3.3 1,590
2019 514 1,395 717,012 2.5 1,275
2018 498 1,373 683,422 3.1 1,539
2017 498 1,398 695,784 3.6 1,792
2016 508 1,333 676,806 4.4 2,247
2015 411 1,513 621,552 4.6 1,872
2014 359 1,494 536,143 4.0 1,449
2013 450 1,324 595,623 4.2 1,889
2012 447 1,414 631,800 4.9 2,189
2011 490 1,457 713,904 6.1 3,002
2010 585 1,261 737,166 5.2 3,016
2009 929 1,364 1,266,525 5.8 5,400
2008 1,070 1,498 1,602,358 5.0 5,369
2007 990 1,225 1,212,164 3.3 3,247
2006 745 1,146 853,112 2.3 1,715
2005 606 995 602,640 1.8 1,095
2004 612 1,010 617,928 1.2 730
2003 521 776 404,143 0.3 174
2002 214 725 155,056 0.0 0
2001 40 680 27,175 0.0 0

Ricordo che Wpit Blog Stats era stato scritto da Wolly.

Elonio colpisce ancora

Grazie ad Alan Viezzoli che ha commentato il post, ho scoperto che l’ex Twitter ora per default non fa più vedere i post di chi segui (“following”) in ordine di tempo ma per popolarità. Bisogna quindi cliccare su Following / Seguiti e poi mettere la spunta su “Recenti”.

Dal punto di vista di Elonio la cosa ha perfettamente senso, e del resto Zuckerberg lo fa da una vita: più un post è popolare più interazioni ha (per definizione), quindi aumenta la probabilità che la gente commenti e stia più tempo sulla piattaforma. Ok, non vale per me che guardo un po’ a caso se voglio perdere tempo, ma il concetto è quello…