ia 2026, IA e informatica

I guai con l’IA

Jakob Schwichtenberg si chiede perché proviamo fastidio, se non addirittura disgusto, con i testi creati da un’IA. Notate che non sta parlando dell’IA in genere, ma proprio della parte forse più creativa. Il suo ricordo è che quando venne in contatto per la prima volta con un’IA generativa di quarta generazione e le diede un testo da riscrivere, il suo primo commento è stato “azz, non sarei mai riuscito a scrivere così bene!”, unito a un po’ di paura. Ma col tempo, riguardando quello stesso testo, il commento è “ugh”: ora vede tutti i pattern tipici e le imperfezioni della sbobbIA generata. Capisco perfettamente il suo punto di vista, perché capita la stessa cosa anche a me. No, non rileggo le cose passate, ma magari ci ripenso su dopo qualche ora e mi accorgo di cosa sta effettivamente facendo.

Quali sono i guai con l’IA, secondo Schwichtenberg? Il primo e più banale è quello delle allucinazioni. Già prima degli LLM correggere le cazzate scritte da qualcuno costava dieci volte tanto la fatica di scriverle; ora questo rapporto è cresciuto di un fattore 100, perché far scrivere a un LLM un testo costa praticamente zero. Posso dire che con Claude dirgli esplicitamente nelle preferenze di non inventare nulla aiuta abbastanza, ma bisogna sempre essere con gli occhi aperti. Il secondo sono le frasi riempitive che non danno nessuna informazione. In un report che tanto i capi non leggeranno questo non è un problema, ma in altri casi sì… perché noi umani siamo abituati a cercare sempre un senso in quello con  cui abbiamo a che fare. Avete presente la pareidolia? Ecco. Schwichtenberg fa l’esempio più classico: l’analisi automatica del significato di quanto l’inviato imperiale Lord Dorwin aveva detto in uno dei romanzi del ciclo della Fondazione di Asimov. Fatta tutta l’analisi, il risultato finale è stato zero. Segue poi la mancata conoscenza della realtà: Schwichtenberg afferma che oltre alla conoscenza proposizionale c’è anche quella prospettica, procedurale e partecipatoria – sono andato a cercare: l’ha enunciato John Vervaeke – e almeno la seconda e la quarta direi che manchino attualmente all’IA.

Gli ultimi due punti sono più filosofici ma probabilmente i più interessanti. Guardate la foto qui a destra, dove si è chiesto a un’IA di migliorare l’immagine pixelata. D’accordo, stiamo parlando di un esperimento fatto nel 2020, quindi più o meno nel giurassico: oggi forse il risultato sarebbe diverso; ma il concetto resta. Schwichtenberg dice “l’IA ci rende stupidi”, io preferisco dire che l’IA prende un concetto e te lo sterilizza, portandolo a un risultato che appare perfezionato ma non è quello che ci voleva. Mi ritrovo perfettamente quando lui confessa che quasi sempre scopre che l’idea dalla quale era partito per scrivere un pezzo non aveva senso, ma di solito mentre scrive, oltre che accorgersene, trova altre tre nuove idee. Certo, gli LLM quando entrano in “modalità ragionamento” imitano questo modo di operare, perché usano quello che hanno scritto come ulteriore input: ma per costruzione non possono ottenere nulla di nuovo, o meglio se lo fanno sono praticamente certe di arrivare a un’allucinazione. Noi umani (ok, tranne molti di quelli che scrivono sui social network) abbiamo invece un controllo inconscio che ci porta a fermarci e riprocessare tutto da un altro punto di vista, per vedere se l’idea iniziale non regge. Non avete idea di quanti post io abbia terminato in modo opposto a quanto pensassi all’inizio! Infine c’è il fatto che l’IA ti toglie la gioia di fare. Come scrivevo all’inizio, non c’è nulla di male a usarla per scrivere un report aziendale, a meno che voi non proviate un frisson nello sciorinare ovvietà ed edulcorare i pessimi dati che avete davanti. Ma se mi metto a scrivere un libro o anche soltanto un post io lo faccio perché mi piace farlo. Un’IA può darmi delle idee (nel caso del libro, ovviamente: mi verrebbe da ridere a dirle “mi consigli qualcosa su cui scrivere?”) ma poi la parte davvero divertente, anche se a volte frustrante, è mettersi a tradurre i pensieri in un flusso più o meno lineare. D’accordo, io sono quello che al liceo scriveva direttamente i temi in bella copia e li consegnava ben prima della fine del tempo: ma stiamo appunto parlando di creatività. Se uno non ama scrivere, allora usare un LLM non toglie gioia sempicemente perché non ce n’era già all’inizio.

Riusciranno i modelli IA a superare questi limiti? Secondo me con le architetture attuali no: vedremo che succederà.

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Quizzino della domenica: Sudoku a spirale

812 – configurazioni

Nella figura qui sotto vedete uno schema 5×5 con un certo numero di caselle cerchiate; queste caselle formano una spirale. Riuscite a posizionare i numeri da 1 a 5 nello schema, in modo che ogni riga e ogni colonna contenga cinque numeri tutti diversi, e la spirale abbia un 1, due 2, tre 3, quattro 4 e cinque 5?

il diagramma con la spirale

(trovate un aiutino sul mio sito, alla pagina https://xmau.com/quizzini/p812.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Problema da Fiddler on the Proof.)

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Le chiese di Milano (libro)

copertinaQuesto libro, anche se formalmente ancora a catalogo Electa, non pare essere acquistabile: io l’ho preso in prestito in biblioteca. Come tutte queste strenne, oltre che avere un peso non indifferente, il libro ha delle bellissime immagini delle varie chiese. La parte che mi è piaciuta di più è la sezione sulle chiese che non esistono più, dove evidentemente le uniche fonti che ci sono rimaste sono quelle scritte e i disegni dell’epoca salvo in qualche caso più fortunato in cui c’è stata la possibilità di fotografare la chiesa prima della distruzione; molto bella anche la storia delle singole chiese, con le spiegazioni di come si sono modificate nel tempo; il tutto con dovizia di rimandi ad altre fonti, se proprio si è interessati a una singola chiesa. L’altra faccia della medaglia è che spesso i testi sono scritti per addetti ai lavori, e ho fatto spesso fatica a capire di cosa si parlava.

Le chiese trattate sono soprattutto quelle fino al 1800; per le successive un’appendice dà qualche informazione su quelle che gli autori hanno ritenuto essere più interessanti da un punto di vista architettonico.

Maria Teresa Fiorio, Le chiese di Milano : Edizione illustrata, Electa 2008², pag. 493, ISBN 9788837037635
Voto: 4/5

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Immerdificazione e le nuove competenze necessarie

Qualche tempo fa mi si era rotta una lampadina. Avevo ancora la scatola, e così sono andato su Amazon cercando il modello con il codice prodotto (che è un numero, nulla di trascendentale). Amazon riconosce il codice prodotto ma mi propone un’altra lampadina, di un’altra marca, nemmeno tanto compatibile in realtà: magari sarà prodotta da qualcuno che ha pagato una tangente per finire più in alto nei risultati.

Il guaio è che ormai le ricerche, non solo attraverso Google e amici ma anche nei singoli siti, funzionano tutte così, nel senso che non funzionano. Un classico caso di enshittification: siamo costretti a vederci una quantità di pubblicità che non c’entra nulla con il nostro risultato, tanto che spesso preferisco fare una ricerca chiedendo al chatbot e sperando in bene. Almeno una volta la ricerca di base faceva già schifo, ma lavorandoci un po’ riuscivo a trovare quello che cercavo; adesso appunto una ricerca consiste nel lanciare il sasso all’LLM, valutare il risultato, vedere se si può aggiungere qualche altra informazione per raffinarlo e sperare in bene. Evidentemente non è previsto che uno debba cercare qualcosa per conto suo.

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Francesco Guccini

Non posso dire di essere mai stato un fan di Guccini. Per dire, saprei cantare Dio è morto oppure Il vecchio e il bambino, ma non La locomotiva, e non parliamo dei brani dei decenni successivi, o dei suoi libri. Però ammiravo la sua cultura e il suo modo di porsi, con idee nette ma non urlate. Qualche giorno fa avevo sognato di ascoltare un servizio su un necrologio, ma avendo acceso la radio dopo l’inizio non ero riuscito subito a capire di chi si trattasse. Solo dopo un po’ mi ero accorto che parlavano di Guccini… Credo sia la prima volta che mi è successa una cosa del genere.

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Spider-Man: Brand New Day (film)

locandina Io sono fermo ai supereroi Marvel degli anni ’60, massimo ’70. Ho qualche idea del casino che ha fatto Marvel in questi decenni, a partire dal multiverso che permette di fare reboot a iosa, e della quantità di supereroi e supercattivi che è stata aggiunta. Aggiungete il fatto che non ho visto i tre film precedenti di questa linea temporale, e potete immaginare quanto io abbia capito della trama di Spider-Man: Brand New Day, anche considerato che le troppe scene di combattimento presenti dovrebbero avere l’avviso “sconsigliata la visione a chi è a rischio di epilessia”. Ho così scoperto solo dopo la visione che Frank è il Punitore (io pensavo fosse già apparso negli episodi precedenti, anche perché non conoscevo il personaggio) e poi solo per caso che Jean Grey faceva già parte dell’universo Marvel (e di nuovo non la conoscevo). Almeno sapevo già che zia May non aveva nulla a che fare con la zia May originale, quindi mi sono risparmiato questo colpo.

Diciamo che mezz’ora di film in meno sarebbe stata utile; inoltre ho avuto dei forti problemi con la suspension of disbelief. Guardate: io non ho nessun problema a immaginare che un ragazzo morso da un ragno radioattivo ottenga dei superpoteri e riesca nel contempo a crearsi un’IA che lo aiuti. Ma non accetto che possa parlare al telefono con l’ispettrice di polizia senza che a nessuno venga in mente di triangolare la sua posizione e scoprire la sua identità…

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Il lemma di Star Trek

Uno dei teoremi di geometria euclidea più utilizzati è quello che afferma che in un cerchio l’angolo al centro è il doppio dell’angolo alla circonferenza corrispondente: nella figura qui a fianco, l’angolo BOC è il doppio dell’angolo BAC.

Il teorema non ha un nome specifico: al più lo si può chiamare Euclide III.20, dal numero della proposizione degli Elementi che lo dimostra. Arthur Baragar, nel suo libro del 2001 A Survey of Classical and Modern Geometries, propose di chiamarlo “Lemma di Star Trek”, visto che il disegno ricorda il logo della Flotta Stellare. È vero che quel logo ha i lati un po’ curvi, ma chi siamo noi per non vedere la somiglianza con questa figura?

(fonte)

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