Fondi pensione integrativi: si cambia ancora?
Alla fine del millennio scorso, in una delle tante riforme del sistema pensionistico, il governo decise che visto il futuro ridimensionamento delle pensioni i lavoratori sarebbero stati fortemente invitati a mettere i soldi del proprio TFR in un fondo pensionistico; per indorare la pillola vennero creati i fondi di settore, gestiti politicamente fifty-fifty dai sindacati e dalle associazioni delle aziende, e si stabilì che se il lavoratore avesse messo dei soldi del suo stipendio nel fondo anche l’azienda avrebbe dovuto contribuire. Io per esempio ho ancora il TFR, però ne metto una piccola parte nel mio fondo di settore, assieme all’1% del mio lordo, e la mia azienda mi mette un 1,4% (aumentato da poco) ulteriore. In teoria uno può anche aderire a un fondo cosiddetto “aperto”, cioè non legato agli accordi azienda-sindacato; ma in quel caso l’azienda non era tenuta a versare il contributo aggiuntivo.
Con la manovra di bilancio 2026 le cose sono cambiate. Dal primo luglio 2026 il conferimento del TFR nei fondi è ora il default (bisogna dire che non si vuole farlo entro 60 giorni dall’assunzione), ma soprattutto se uno ha aderito a un fondo di settore può passare al settore privato e il datore di lavoro deve continuare a versare i contributi. Un bel regalo a banche e assicurazioni. (sì, lo so che almeno in teoria i loro consulenti finanziari sono più bravi di quelli assunti dai fondi di settore; ma sicuramente i costi di questi ultimi sono molto minori, e inoltre non devono fare utili ma essere sostanzialmente in pareggio).
Bene: ho scoperto che il 26 maggio scorso sindacati e organizzazioni datoriali hanno chiesto al governo di togliere questo obbligo di contribuzione datoriale anche ai fondi aperti, e ci si aspetta una risposta entro fine ottobre. Non ho idea di quello che succederà, ci sono tante altre variabili come il famoso contributo “volontario” di solidarietà per tutti gli utili che stanno facendo le banche, che potrebbe essere merce di scambio con il mantenimento del passaggio… però è raro vedere aziende e sindacati per una volta d’accordo.


Direi che l’idea di base di questo libro è che non si può dire che tutto il mondo è in realtà fisica (il riduzionismo forte, ma anche quello più debole) per l’ottima ragione che non lo è nemmeno la fisica stessa! Cartwright, filosofa della fisica con tanti amici (almeno a giudicare tutta la gente che ringrazia all’interno del libro!) mostra come non solo il riduzionismo di tutte le scienze alla fisica non è possibile, ma nemmeno la fisica stessa è tutta riconducibile a un unico principio: i metodi in un sottocampo sono diversi di quelli di un altro sottocampo. Nella prefazione Cartwright scrive «Vedo la scienza e il suo funzionamento come un gigantesco set di Meccano, con gli scienziati simili a una rete di costruttori esperti e operosi che lavorano insieme in squadre diverse su progetti diversi»: un qualunque esperimento richede una serie di ipotesi che a loro volta hanno altre ipotesi alla base, come appunto in un enorme set di Meccano. (Ah, mi chiedo solo se i più giovani sanno cosa sia il Meccano… potrei dire Lego, ma non è la stessa cosa). La sua visione del mondo è che è qualcosa di “screziato”, dove non ci sono leggi sempre valide al 100% ma ci sono sempre eccezioni perché ogni caso è leggermente diverso. Le leggi fisiche si ricavano cercando di costruire un “piccolo mondo” eliminando per quanto possibile tutti gli effetti collaterali: fa l’esempio del test della Gravity Probe B per verificare la relatività generale. Questo non significa che la conoscenza scientifica sia intrinsecamente impossibile! Nella conclusione infatti spiega «la scienza per me opera in maniera diversa: produce risultati affidabili non scoprendo i segreti più profondi della natura, ma imparando, faticosamente, a produrre quei risultati in modo affidabile.» Compito anch’esso improbo, ma forse più vicino agli uomini. Ottima la traduzione di Alessio Bucci, che mantienne la piacevolezza di un testo che secondo me mostra la filosofia nella sua luce migliore, qualcosa che ci costringe a pensare e rivedere i nostri pre-giudizi.

