ia 2026, IA e informatica

Handover?

Scott Alexander, oltre a essere logorroico, è anche un grande sostenitore dell’IA in formato “bravi ragazzi”. Nel suo pippone della settimana scorsa ha spiegato in lungo e in largo perché decidere volontariamente che le IA reggano la nostra civiltà (“Handoverism”, potremmo dirlo trasferimentismo), e perché questo è diverso dal “successionism”, dove le IA prenderanno comunque il controllo ma perseguendo i propri interessi. Si affretta a dire che i suoi scenari sono tutti fantascientifici, ma facciamo finta anche noi che potrebbero essere messi in pratica, non dico tra quattro anni come in un suo esempio ma tra venti anni per non andare troppo lontano nel tempo.

Io mi sono letto tutto il pezzo, compresa la parte finale dove mette a confronto le IA con Dio, passa dalla citazione biblica di quando gli ebrei dicono di volere un re, Samuele cerca di spiegare che non sarebbe una buona idea ma Dio gli dice “Vogliono un re? Peggio per loro” e continua dicendo “Beh, Dio ha permesso agli ebrei di tornare nella Terra Promessa, ha lasciato che non si partorisse più con dolore per mezzo dell’epidurale, ha lasciato che il lavoro d’ufficio abolisse il dover faticare per ottenere ciò per cui vivere, magari cancellerà anche la sua maledizione dei regnanti”. Però tutto il suo racconto si basa su un assioma: che le IA possano essere allineate e quindi volere i nostri interessi. A parte che al momento non mi pare proprio sia così, direi che il suo argomento è circolare: se le IA sono buone è meglio che ci governino, ma ci governeranno proprio perché sono buone. Diciamo che io non ho fiducia né nell’umanità né nelle intelligenze artificiali, e a questo punto tanto vale rimanere come siamo…

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Quizzino della domenica: Biberon

823 – configurazioni

Quando i miei gemelli erano piccoli, avevo cinque biberon, tre azzurri e due verdi. Ciascun biberon era composto da tre parti, come si vede in figura, che potevo riassemblare a piacere. Dopo che una notte ho preparato un biberon con un pezzo verde e due azzurri, mi sono fatto un punto di onore nel non avere nessun biberon con i tre pezzi tutti dello stesso colore. Se ora mi capitasse di dover comprare dei nuovi biberon gialli, quale sarebbe il numero minimo che mi costringerebbe a lasciarne intatto uno?

biberon disassemblato in tre parti e riassemblato(trovate un aiutino sul mio sito, alla pagina https://xmau.com/quizzini/p823.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Problema da Scientific American Math Puzzles; immagine di anonymous, da OpenClipArt.)

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L’ultimo giorno pitagorico del secolo

Oggi è il 24.10.26. E 24² + 10² = 26²; quindi la somma dei quadrati costruiti sul giorno e sul mese è uguale al quadrato costruito sulle ultime due cifre dell’anno. Un giorno di questo tipo si chiama giorno pitagorico, ed è molto raro. Abbiamo infatti questi casi:

  • 3.4.5 (con sei combinazioni possibili di giorno mese anno)
  • 6.8.10 (sei combinazioni)
  • 5.12.13 (quattro combinazioni, dato che 13 non può essere il mese)
  • 9.12.15 (quattro combinazioni)
  • 15.8.17 (due combinazioni, scambiando giorno e anno)
  • 16.12.20 (due combinazioni)
  • 24.7.25 (due combinazioni)
  • 24.10.26 (due combinazioni)

Dopo di oggi dovremo aspettare il cinque aprile 2103 per avere un giorno pitagorico. Io non penso di esserci, quindi mi godo la giornata odierna!

 

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Quattro ipotesi sull’origine del linguaggio (libro)

copertina Per chi ha fretta: le quattro ipotesi indicate nel titolo si trovano solo a pagina 148. Sono il protolinguaggio lessicale, con parole isolate senza sintassi; il protolinguaggio gestuale che poi è virato nel parlato; il protolinguaggio musicale, un po’ come nei grandi mammiferi acquatici; il sistema simbolico, con un aumento dell’astrazione che fa passare dalle cose all’indicare le cose e finalmente al generare simboli per indicare gli indici. Nelle pagine precedenti abbiamo un Superquark in formato testo: è incredibile come si possano fare decine di ipotesi a partire da pochissimi resti, soprattutto su un tema, quello del linguaggio, che evidentemente non può lasciare tracce almeno fino a quando non si arriva anche alla scrittura. Il guaio è che arrivati alla fine del libro si torna al punto di partenza: non abbiamo nessuna certezza su come possa essere nato il linguaggio e perché ce l’abbiamo solo noi umani, anche se molte specie animali sembrano in grado di avere un pensiero simbolico: quello che pare mancare loro è l’idea di raccontare storie, cioè parlare di qualcosa che non esiste, oppure di essere fuori dal qui-ed-ora. Diciamo che con questo libro possiamo sapere di non sapere.

Lorenzo Pinna, Quattro ipotesi sull’origine del linguaggio : Dalla comunicazione animale alla parola, Codice Edizioni 2024, pag. 207, € 19, ISBN 9791254501153 – come Affiliato Amazon, se acquistate il libro dal link Bezos mi dà qualche centesimo dei suoi utili
Voto: 4/5

povera_matematica

Poveri logaritmi

Non mi aspettavo che Mattarella confondesse “algoritmo” con “logaritmo”. (Il video è qui, minuto 6:35; nella trascrizione è stato pietosamente corretto, o magari è stato il presidente che ha letto male). Questo svarione mostra due cose: i danni che hanno fatto prima Croce poi Gentile nello stigmatizzare la cultura scientifica, e i danni che hanno fatto i professori di matematica nel rendere mostruosi concetti che non sarebbero poi così complicati se solo venisse spiegato perché funzionano, evitando di limitarsi a fare imparare a memoria formule (e ai tempi di Mattarella metodi per usare le tavole logaritmiche, adesso spero che permettano l’uso di una calcolatrice se proprio li spiegano ancora.)

Quello che purtroppo mi aspettavo è che all’Ansa non correggessero silenziosamente l’errore, e anzi l’abbiano messo come titolo; il che è significato che tutti (e ribadisco tutti) i quotidiani hanno intitolato sui malefici logaritmi temuti da Mattarella, perché volete mica che qualcuno perda tempo a guardare una notizia di agenzia? Ho fatto una ricerca, mettendo il flag “verbatim” perché altrimenti anche Google mi scrive logaritmi per algoritmi (ma dove è andato a scuola?). L’unica eccezione tra la stampa è stata Prima Comunicazione, ed è giusto segnalarla. Ma la situazione generale è davvero pessima.

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Getty Images sull’orlo del fallimento?

Non mi stupisce più di tanto la crisi di Getty Images. Ok, se mi serve un’immagine di Adriano Celentano o di Eleanor Roosevelt per un articolo che voglio pubblicare su una rivista sono per forza obbligato a recuperarlo da un’agenzia. Ma se mi servono immagini che diano genericamente l’idea di un periodo storico, tanto vale farne fare una dall’IA e verificare che non ci siano chissà quali allucinazioni. Certo, ultimamente è stato allungato il copyright anche sulle immagini non artistiche ma solamente descrittive; ma credo appunto che un’immagine descrittiva sia ormai facile da inventare, e nessuno ci fa caso. Un altro campo in cui l’IA cambia le carte in tavola.

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Tagli alle pensioni: basta spostare l’asticella

Pensioni, i tagli fanno perdere fino a 35 mila euro: le simulazioni da 1.000 a 4.000 euro al mese - Le simulazioni della Cgil misurano l’effetto cumulativo delle revisioni dei coefficienti

Quello che vedete sopra è il lancio in prima pagina (e mentre scrivo come primo articolo, quando apri il sito non puoi fare a meno di vederlo) sul sito del Corriere della sera. Nell’articolo si trovano una serie di simulazioni usando i nuovi coefficienti di trasformazione che sono stati appena definiti per l’assegno pensionistico nel 2027-28. Per prima cosa, forse è meglio che io spieghi cosa sono e come funzionano i coefficienti di trasformazione. Da quando il sistema pensionistico italiano è diventato contributivo, la pensione viene calcolata a partire dai contributi (rivalutati) versati negli anni in cui si è lavorato; si guarda la speranza di vita futura al momento di andare in pensione e la rivalutazione prevista nel futuro e con una formula matematica standard si ricava quanti soldi al mese saranno erogati; il coefficiente di trasformazione è proprio il risultato di quella formula. Insomma è un po’ come calcolare la rata del mutuo, con la differenza che si sa a priori quando si finisce di pagare il mutuo, mentre la pensione viene pagata fintantoché siamo vivi (poi c’è la reversibilità, ma non complichiamoci qui la vita). La legge prevede che ogni due anni si verifichi qual è la speranza di vita e quindi si ricalcolino i coefficienti.

Il significato pratico di questo metodo di calcolo è che più si va in pensione tardi il coefficiente di trasformazione cresce, perché banalmente la nostra speranza di vita si riduce; ma anche che se la statistica dice che in media viviamo più a lungo allora i coefficienti devono scendere, perché l’INPS dovrà pagare la pensione più a lungo. La grande fregatura si ha appunto a cavallo dell’aggiornamento dei coefficienti: andare in pensione a dicembre 2026 o a gennaio 2027 cambia abbastanza le cose, mentre almeno in teoria andare a gennaio 2025 o gennaio 2027 dovrebbe semplicemente spalmare gli stessi soldi in modo diverso. Fin qua la teoria.

Cosa ha fatto la CGIL? Per prima cosa, quando ha calcolato la perdita totale data dai nuovi coefficienti di trasformazione, ha usato anche per il 2025 i dati di aspettativa di vita del 2027, sconfessando la logica stessa alla base della legge. Ma soprattutto ha scelto di fare i conteggi dal 2023 e non dal 2025, mettendo insieme due aggiornamenti; evidentemente limitarsi a vedere cosa succedeva nel singolo passaggio non permetteva di tirare fuori numeri sufficientemente grandi da meritare un titolone. E perché fermarsi al 2023 e non prendere il 2021, potreste chiedervi? La risposta è in questa tabella, che ho preso da pensionioggi.it (ma immagino ci sia anche sul sito INPS).

andamento dei coefficienti di trasformazione

Quando sono stati fatti i conteggi per il valore dei coefficienti nel biennio 2021-22 c’era appena stata la pandemia di Covid. La speranza di vita era crollata, anche perché la maggior parte delle vittime era anziana; la formula matematica è agnostica, ha recepito quel crollo e alzato i coefficienti. Se confrontiamo i coefficienti 2021 con quelli 2027 vediamo che la differenza è dell’ordine dell’1%, oggettivamente quasi invisibile in pratica: perdiamo molto di più con il fiscal drag che a parità di potere di acquisto del nostro stipendio ci fa pagare più tasse. Se cambi la definizione sulla quale ti basi per i conti stai spostando l’asticella: è ovvio che i risultati cambiano.

Un’ultima considerazione. Non c’è nulla di tecnicamente sbagliato in quell’articolo e nei conteggi: le ipotesi sono esplicitate fin dall’occhiello. Il mio punto di vista è un altro: la matematica è corretta ma non è neutrale, ed è semplice sfruttarla per portare acqua al proprio mulino. La CGIL può dire che il governo è brutto e cattivo e toglie soldi ai nuovi pensionati, il Corriere può ricevere più clic. Siamo noi che dobbiamo imparare a difenderci dall’uso propagandistico della matematica.

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politica

mai fidarsi dei sondaggi, insomma

Dopo il caso di settembre, è stato trovato un nuovo esempio di “società di sondaggi” (USA) che i sondaggi se li creava a tavolino. A quanto pare, Wedgewood Polls, che era anche entrata a far parte dell’archivio del New York Times che raccoglie i risultati di tutti i sondaggi, non ne aveva mai svolto nessuno; anche sull’unico che ha poi affermato essere vero, in Nebraska, ci sono dubbi. Quando il sito FiftyPlusOne ha chiesto a Wedgewood i dati grezzi per l’ultimo sondaggio fatto da loro in Mississippi, cioè le risposte effettive prima di tarare i dati considerando la differenza tra la composizione del campione e quella della popolazione, i dati erano troppo “puliti”. FiftyPlusOne ha allora provato a rifare il sondaggio usando la stessa piattaforma di reclutamento – a quanto pare negli USA ci si può iscrivere ai siti “sì, sondaggiatemi tutti!” – e ha visto che i metadati non tornavano. Chiedendo a Wedgewood una spiegazione, l’unica risposta è stata questo tweet dove dicono in pratica “è tutto farlocco, e abbiamo fatto questo esperimento per mostrare come nessun aggregatore di sondaggi verifica le proprie fonti”. Diciamo che il timing di questo coming out è piuttosto sospetto.

In Italia siamo abituati a vedere risultati dei sondaggi che più con la realtà hanno aderenza alle speranze del committente, almno a partire dalla discesa in campo di Berlusconi. Ma le società demoscopiche sono relativamente poche, e se qualcuno ha voglia e tempo riesce abbastanza in fretta a capire come modificare le intenzioni di voto presentate per ottenere una distribuzione di voti presumibilmente più vicina a quella effettiva. Il mercato statunitense è troppo liberalizzato: è vero che magari ai sondaggi sconosciuti può venire assegnato un peso basso, ma alla fine il danno viene comunque fatto, e chi guarda semplicemente il valore singolo senza accorgersi che è parecchio fuori dalla tendenza delle altre stime viene gabbato e può effettivamente cambiare idea se andare o no a votare. E non sto nemmeno parlando di un attacco combinato, con vari sondaggi formalmente indipendenti ma taroccati allo stesso modo; o di un taroccamento più fine, con il sondaggio effettuato (e pagato) davvero ma le singole risposte modificate per dare il risultato voluto. Se io volessi influenzare le elezioni e avessi un po’ di soldi a disposizione ci penserei su: potrebbe costare molto meno degli spot milionari.

In definitiva, è meglio porre ancora meno fiducia del solito nei sondaggi.

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