Coyote vs. Acme (film)
Comincio subito con un’affermazione che vi stupirà: capisco perché Warner Bros aveva deciso di non mandare nelle sale (o in tv, o in streaming) questo film. La storia è troppo debole, e soprattutto ricorda troppo Chi ha incastrato Roger Rabbit? (più che Space Jam). Tanto per dire, prendiamo la scena del ritorno ad Albuquerque dopo l’audizione al Congresso. È chiaro che gli sceneggiatori non avevano un’idea per terminare il film, dato che Wile non poteva catturare il Road Runner ma non poteva neppure perdere del tutto la faccia. Ma la scena davanti allo studio legale non ha nessun senso. Lo stesso si può dire per il ruolo di Titti, che sembra piazzato a forza. Paradossalmente venderlo alla Ketchup, da cui ci si aspetta di meno, è stata una buona mossa.
Per il resto, l’arringa di Kevin Avery che spiega come il Coyote dovrebbe essere un esempio per tutti per la sua capacità di non arrendersi mai è toccante; ma confesso che mi sono sentito più vicino a Foghorn Leghorn che spiega che è proprio la resilienza dei cartoni e il loro essere indistruttibili il motivo per cui la ACME (A Company Making Everything, vi ricordo il retronimo) li tortura per far funzionare meglio i prodotti per gli umani. Daffy Duck probabilmente non sarebbe d’accordo, così come non lo è il whistlebrower (poco) segreto, ma quella è un’altra storia. Ciò detto, il film è comunque piacevole da vedere, soprattutto per chi ha la mia età e conosce praticamente a memoria le dinamiche; ma credo appunto lo sia soprattutto per noi vecchietti, anche se a mia figlia diciassettenne è comunque piaciuto.




Un disegno vale mille parole… il che significa che lo si può fare sbagliato in mille modi diversi, dove per “sbagliato” intendo dire che dà un’idea diversa da quello che dicono i dati. Ma Alberto Cairo spiega in questo libro che non è così semplice: un grafico non può mostrare contemporaneamente tutto, e quindi la scelta di cosa far vedere è in un certo senso politica. Poi naturalmente ci sono i grafici che mentono davvero: i capitoli del libro sono dedicati a come possono mentire. Abbiamo così i grafici che mentono perché sono progettati male, perché mostrano dati dubbi oppure insufficienti, perché nascondono o rendono più confusa l’incertezza, oppure perché suggeriscono pattern fuorvianti. Sapere cosa può esserci di sbagliato è ovviamente utile per accorgersi che un grafico “puzza”: da questo punto di vista il testo è ottimo. C’è anche una postfazione che riguarda il Covid, visto che la prima edizione del libro era uscita subito prima dell’inizio della pandemia.