Un paio di giorni fa è stata pubblicata su vari giornali una notizia: una bambina padovana di nove anni di famiglia islamica è stata data in sposa a un uomo di 35 anni ed è finita in ospedale con segni di violenza, o se preferite di un rapporto sessuale con suo marito. L’orco è stato poi fermato dai carabinieri.
Peccato che la notizia sia del tutto falsa, come scrive Il Fatto Quotidiano che dopo averla ripresa dal Messaggero ha fatto quello che dovrebbe essere il minimo sindacale per un giornalista, vale a dire verificare le fonti, e ha scoperto che i carabinieri patavini sono cascati dalle nuvole. A questo punto hanno corretto l’articolo indicando i fatti da loro trovati e scusandosi con i lettori. Gli altri quotidiani? Beh, il Gazzettino, che dovrebbe essere la fonte iniziale avendo l’edizione locale, se ne esce con una non-smentita della serie “è tutto vero, me l’ha detto mio cugggino, ma non posso aggiungere altro per rispetto della privacy”. E poi c’è Mattia Feltri.
È vero che Feltri jr probabilmente è pagato bene, ma dover scrivere tutti i santi giorni venti righe sensate su qualcosa che è avvenuto nella giornata non è affatto semplice (per lui come per Massimo Gramellini o per Michele Serra): chiunque abbia provato a tenere un blog e scriverci tutti i giorni lo sa sin troppo bene. Quello che succede in pratica è che se non c’è nulla di davvero eclatante ci si rifugia sui cari vecchi temi, e da una notizia come quella si tira fuori un pezzo anche con la mano sinistra. E che succede quando si scopre di essere incappati in una fake news? Lo si dice su Facebook, mica sul quotidiano. A dire il vero, come potete vedere sul boxino, nella prima versione Feltri non pensava nemmeno di cancellare la versione online, ma poi ha evidentemente cambiato idea. Càpita. Ma quello che è peggio è la chiusa:
Però, date le scuse, che rimangono prevalenti, il Buongiorno resta intatto perché il fenomeno delle spose bambine, e quasi esclusivamente nella comunità musulmana, rimane un dato di fatto (e la condizione della donna a maggior ragione) come segnala per esempio Amnesty International. In definitiva, la notizia è falsa, ma la riflessione sopravvive.
(Ah, si è dimenticato di togliere la frase “il Buongiorno resta intatto” dopo averlo in effetti cancellato, ma questo capita anche a me…) Tradotto in italiano corrente, “La notizia era falsa? Chissenefrega, il problema è reale”. Davvero è così? Proviamo a fare un esperimento. Immaginiamo che sulla prima pagina del Corsera appaia un articolo in cui si afferma che un noto rubrichista di un importante quotidiano del nord-ovest è stato colto in flagranza di reato mentre molestava sessualmente una praticante nella sede del giornale. Poi su Facebook l’autore si scusa per aver dato una falsa notizia, ma si difende perché il sexual harassement, soprattutto negli ambienti dei media, rimane un dato di fatto, come segnala ad esempio il caso Weinstein: in definitiva, la notizia è falsa, ma la riflessione sopravvive. Carino, vero? È questa la “riflessione” che piace a Feltri?

Il cavalcavia Eugenio Bussa, a due passi dalla stazione di Porta Garibaldi, è un manufatto assolutamente incongruo. Nacque perché il piano regolatore del 1953 prevedeva una strada di penetrazione urbana che proseguisse da viale Zara fino al parco Sempione, buttando giù un po’ di case e oltrepassando appunto la ferrovia: le case sono rimaste e ora trovate un ponte a senso unico con un enorme parcheggio e due striminzite rampe ricavate alla bell’e meglio. Ah, no: c’è anche una pista ciclabile. Arrivando da via De Castilla, si sale su una ripida rampa (con a fianco un marciapiede che però pare invisibile per i pedoni), arrivati in cima si attraversa la strada e si ha un percorso delimitato da cordoli, finito il ponte finisce la pista e si torna indietro perché la carreggiata è a senso unico nella direzione contraria. Se si ha una mountain bike si può tentare di scendere dall’altro lato, nell’erba a fianco della scaletta pedonale. Oppure ci si butta in contromano, il che è comunque scomodo perché si deve continuare in contromano fino a via Farini oppure tornare indietro e infilarsi nelle strade che portano a viale Pasubio. (Io ho smesso di farla da un pezzo in quella direzione, uso il cavalcavia solo per tornare verso casa).

Stefano Bartezzaghi tipicamente gioca con le parole. Ma è una persona serissima – d’altra parte per giocare davvero bene bisogna esserlo – e ha meditato a lungo sin dai tempi dell’università su come funzionino. In questo libro (Stefano Bartezzaghi, Parole in gioco : Per una semiotica del gioco linguistico, Bompiani 2017, pag. 272, € 17, ISBN 9788845282362,