In questi mesi si può visitare al Museo del Novecento (oltre a una parte gratuita a Palazzo Morando più legata alla moda) la mostra temporanea Futurliberty.
Per prima cosa ho scoperto che in Italia il Liberty si chiama così perché il signor Liberty aveva fondato il negozio di tessuti Liberty & Co. che evidentemente da noi aveva spopolato tanto da diventare il nome nostrano per l’Art Nouveau. La Liberty & Co. esiste ancora oggi ed è lo sponsor della mostra, che dunque non parla di liberty ma appunto di futurismo.
La mostra è nascosta molto bene: si trova a pian terreno, e si entra da una porticina in fondo al bookshop. Un tocco interessante è che oltre alle opere sono esposti pannelli di tessuti (della Liberty…) con disegni molto belli; ci sono anche molti altri esempi di design degli stilisti dell’azienda. Tra le opere Balla la fa sicuramente da padrone, ci sono sale praticamente riempite da sue opere (ma quanto ha dipinto?): si vedono poi le somiglianze e le differenze con il vorticismo britannico, che in un certo senso è stato uno spinoff del futurismo (ma non diteglielo, che si arrabbiano!) In definitiva, una mostra piacevole da visitare.
La scorsa settimana Elon Musk
Andrea Monti è un amico della generazione di internettari della prima ora, quando a usare la rete eravamo pochissimi – non c’erano ancora i grandi provider – e pensavamo che sazrebbe stata una cosa bellissima e utilissima. Sono passati trent’anni e le speranze di allora sono tristemente morte: ma forse non potevamo aspettarci che un’isola elitaria come quella di un tempo sarebbe sopravvissuta all’arrivo in massa di chi voleva fare i soldi, le Big Tech.

A giudicare dalle recensioni in rete, il fatto che con questo libro Joshua Cohen ha vinto il Pulitzer 2022 ha fatto rosicare tanta gente. Non c’è dubbio, è un testo politicamente molto pesante e decisamente schierato. Sì, come spiegato nel capitolo finale il libro è liberamente (molto liberamente, mi sa…) ispirato a un aneddoto che Harold Bloom raccontò a Cohen poco tempo prima di morire. Sì, la famiglia Netanyahu non ci fa certo una bella figura: non tanto Bibi quanto padre madre e fratello maggiore, l’eroe ucciso a Entebbe. Ma la storia reggerebbe anche se la famiglia in questione si fosse chiamata chessò Friedman. Come sempre, Cohen mette tanta, tanta roba nel suo libro, dalle scenette di una famiglia ebrea anche se non molto osservante ai discorsi politici sulla diaspora e la nascita dello stato di Israele visti dall’estrema destra, dalla vita nel 1950 in una cittadina universitaria di Upstate New York ai primi segni del consumismo che sarebbe arrivato. Rispetto alle sue opere precedenti però il testo scorre molto più omogeneo, e il lettore non fa fatica a passare dalle risate amare sul direttore di dipartimento ai tentativi della figlia Judy di convincere i genitori a farle rifare il naso. Io mi sono divertito a leggerlo, nella come al solito ottima traduzione di Claudia Durastant, e ho imparato un po’ di cose nuove, che in un’opera di narrativa non è certo scontato.
Sto (con calma) leggendo Mondi paralleli di Michio Kaku. Lo so, è uscito quasi vent’anni fa, ma tanto io di cosmologia so così poco che mi sta già bene partire da lì. Arrivato alla fine del secondo capitolo mi sono trovato un esempio mal scritto: sono andato a verificare nella versione originale, ed era già così. (Occhei, io sono della scuola “correggi silenziosamente in traduzione”, ma temo di essere in minoranza). 