Il paradosso Quirinarie

Sono usciti i risultati della consultazione online voluta dai vertici del M5S per trovare la pulita decina tra cui scegliere il loro candidato alla Presidenza della Repubblica. A parte “Giuseppe Grillo detto Beppe” – ma non potevano scegliere direttamente lui come candidato, senza tutta questa manfrina? – è interessante notare come quattro dei nomi proposti siano anche presenti nelle varie rose proposte dal centrosinistra. Parlo ovviamente di Bonino, Prodi, Rodotà e “captcha” Zagrebelsky. Per la trasparenza tipica dei pentastellati non sono indicati i voti presi dai singoli candidati, evidentemente per non indurre in tentazione i votanti che lunedì dovranno scegliere da questa rosa.
Io non sono un complottista, quindi non penso che questi risultati siano stati taroccati, anche se evidentemente è impossibile averne certezza. Ma un minimo di logica fa capire che, se tarocco ci deve essere, lo si fa solo alla fine. Quindi posso essere ragionevolmente convinto che tra la base di attivisti M5S ci sia una certa qual convergenza verso candidati storicamente vicini al centrosinistra (mettiamoci pure anche Fo e Gabanelli, se proprio volete); mentre nessun candidato non inviso al centrodestra è passato. In un partito normale si sarebbero fatti due conti, si sarebbe guardato chi è il meno peggio di questi candidati vicini al centrosinistra, e si sarebbe detto “votiamo compatti per quello”. Se risultasse eletto si avrebbe comunque una scelta in linea con gli attivisti, in caso ci fosse l’inciucione credo che politicamente la vittoria sarebbe ancora maggiore per avere dimostrato che il PD è geneticamente portato a tagliarsi i coglioni pur di non fare alcunché con loro. Invece sono pronto a scommettere che alla fine passerà casualmente un altro nome, ci sarà l’inciucio e perderanno tutto. Nel migliore dei casi il PD proporrà verso il decimo scrutinio uno di quei nomi di cui sopra, dal M5S ci sarà qualche “giuda” che non seguirà i dettami del Capo, e il Presidente sarà ancora meno di tutti. Contenti loro…

_Abbasso Euclide!_ (libro)

[copertina] Con questo suo libro (Piergiorgio Odifreddi, Abbasso Euclide! : Il grande racconto della geometria contemporanea, Mondadori 2013, pag. 370, € 22, ISBN 9788804623021) Odifreddi termina la sua trilogia della “storia della geometria passando per l’arte”, dedicandosi a quanto capitato negli ultimi 130 anni o poco più.
Devo dire che ho trovato la prima parte del libro, dove si parla di politopi, superfici e teoria dei nodi, inferiore a quello a cui Odifreddi ci aveva abituato negli altri due volumi: la matematica forse è più difficile da visualizzare, e sicuramente la geometria non è il mio forte, ma mi è parso che nemmeno l’autore fosse completamente convinto di quello che stava scrivendo. (Il “completamente” serve a chi spiega per rigirare le cose in un modo totalmente diverso da quello di partenza, per la cronaca). Fortunatamente però il matematico cuneese si riscatta alla grande con la seconda parte, a partire dalle dimensioni frattali per arrivare alle geometrie finite e alla descrizione hilbertiana dei fondamenti della geometria; questi ultimi soprattutto sono presentati in una maniera assolutamente chiara e didattica, senza limitarsi a dire perché ci vogliono tutti quei postulati ma mostrando dove e come Euclide aveva fatto delle supposizioni senza accorgersene e quindi indicarle.
Continuo ad avere dei dubbi sull’idea di avvicinare la geometria per mezzo dell’arte, anche se devo ammettere che i vari tipi di prospettiva “sbagliata” abbinati alle trasformazioni affini sono stati un tocco da maestro; come commento finale diciamo che secondo me non è un libro “facile”, anche se è molto colorato, ma che può comunque dare delle soddisfazioni a chi è incuriosito dalla geometria e vuole mettersi un po’ in gioco. Leggete però prima gli altri due volumi!

Luca Zaia è un ottimista

Luca Zaia, il governatore che vuole governare anche le previsioni del tempo, oggi ha mandato una lettera al Corriere (la potete anche leggere sul Post) spiegando perché per il portale del turismo veneto ha scelto un dominio .to. Io ho a mia volta scritto a Stella, e vi lascio il testo a disposizione in modo possiate leggervelo anche voi :-)


Egregio signor Stella,
Ho letto sul Corriere di oggi la piccata risposta di Luca Zaia, che ha spiegato i motivi che l’hanno portato a registrare presso l’isola di Tonga il dominio web dedicati al turismo veneto, e al suo commento. Vorrei fare alcune precisazioni sulla “cappa asfissiante di adempimenti burocratici”. Penso di avere qualche titolo al riguardo, considerando che ho fatto parte – ne sono anche stato direttore esecutivo e in seguito vicepresidente – della Naming Authority italiana, l'”ufficio complicazione affari semplici” che negli anni ’90 decise le regole per l’assegnazione in uso dei dominii .it: il tutto mentre immagino che il Presidente della regione Veneto avesse al più il CD di Video On Line per connettersi a Internet.
Scegliemmo di riservare, cioè di impedire la registrazione, dei nomi a dominio corrispondenti alle regioni italiane per suggerire una gerarchia geografica degli indirizzi: un tentativo insomma di fare un po’ di ordine prima del boom di Internet e dell’assalto alla diligenza, che – lo dico per Luca Zaia – avvenne ben prima del 2005: non avrebbe comunque potuto registrare quel dominio, se non spendendo parecchi soldi dei contribuenti per chiedere al legittimi titolare di cedergli i diritti d’uso.
La scelta di riservare alcuni indirizzi è stata sensata? Col senno di poi, probabilmente è stata inutile. Basti per esempio vedere che nonostante si fosse riservato il dominio gov.it che poi è stato assegnato al Governo italiano i nomi dei vari ministeri non sono sotto gov.it, e bisogna indovinarli. Ma l’inutilità è soprattutto dovuta a come Internet si è sviluppata: Zaia stesso non si è nemmeno accorto di avere detto che per cercare qualcosa in rete si digita il nome su Google e si guardano i risultati, altro che cercare di indovinare il nome a dominio! Insomma, www.veneto.it, www.veneto.to, turismo-in-veneto.quelchesivuole vanno tutti bene allo stesso modo; le tecniche per far risaltare un sito rispetto agli altri non hanno nulla a che fare col nome a dominio.
Cordialmente, Maurizio Codogno


P.S.: sono passate 24 ore e risposte non ne ho viste. Nulla di male, rispondere era cortesia ma non certo dovere; però capite perché avevo pensato di fare sapere la cosa almeno ai miei ventuno lettori.

Il Quirinale mi scrive

Una settimana o poco più fa, mentre scrivevo una lettera aperta a Beppe Grillo, mi era venuto un dubbio su una frase della Costituzione relativa alla mozione di sfiducia: il testo, solitamente preciso, poteva essere interpretato come se fosse solo la Camera dei Deputati, e non anche il Senato della Repubblica, a poterla chiedere.
La prima cosa che ho fatto è stata inaugurare una discussione sul socialino dei fighetti, dove come al solito c’è stata una franca e vivace discussione nella quale sono stato sbertucciato; la seconda è stata però usare il form sul sito del Quirinale per chiedere lumi su cosa può succedere.
Poi non mi è più arrivata risposta, e ho subito pensato male. Sbagliato. Oggi nella buca delle lettere di casa mia c’era una busta del Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica – Ufficio per gli Affari Giuridici e le Relazioni Costituzionali (le maiuscole le ho messe io, o meglio ho messo le minuscole visto che il tutto era in maiuscoletto) con una lettera dove mi veniva spiegato con dovizia di particolari come il regolamento della Camera e quello del Senato mettono in atto la norma costituzionale, rispondendo così implicitamente alla mia domanda. La lettera è debitamente protocollata, per la cronaca.
Molto gentili indubbiamente, anche se devo dire che l’inizio «mi riferisco alla Sua e-mail, inviata al Presidente della Repubblica lo scorso 2 aprile, per rappresentarLe quanto segue:» è un po’ buffo. Mi resta solo da capire la logica che porta a inviare comunque una risposta cartacea a una richiesta online. Forse ci sono dei problemi a protocollare un’email? La risposta non è ovviamente stata spedita per raccomandata, quindi non mi pare proprio che il problema sia la mancanza di un mio indirizzo di PEC. Mistero… ma prometto che non scriverò per chiedere lumi su questa stranezza!

Pareggio di bilancio in Costituzione

Probabilmente avevate sentito dire che l’anno scorso il pareggio di bilancio per lo Stato era stato introdotto nella Costituzione; ancora più probabilmente ve ne sarete dimenticati, perché non c’è stato nessun referendum confermativo (non serviva, visto che era stata raggiunta la maggioranza dei due terzi sia alla Camera che al Senato). Ve ne avevo parlato giusto un anno fa, e avevo già espresso i miei dubbi nel merito (non mi sembra una grande idea) e nel metodo (c’è tutta una serie di clausole varie, e comunque sarebbe bastato rafforzare il vincolo che c’era già in Costituzione: tutte le leggi devono avere una copertura di spesa). Ma tant’è, e dalla fine di quest’anno saranno cavoli amari.
Quello che però ho scoperto per caso stamattina è che il testo della Costituzione presente nel sito del Quirinale – quello che per me è la versione ufficiale e che ormai consulto diuturnamente: mica sono un grillino che la legge tanto per passare il tempo in Parlamento – non contiene affatto queste modifiche, che si possono recuperare solo su Normattiva: qui il testo della legge costituzionale che ha introdotto il pareggio di bilancio, qui la Costituzione tutta.
Ora, è vero che le modifiche alla Costituzione «si applicano a decorrere dall’esercizio finanziario relativo all’anno 2014», e questa è la ragione per cui adesso sono state sbloccate alcune decine di miliardi per i pagamenti arretrati alle aziende: è l’ultimo anno possibile. Però il testo in vigore è quello nuovo, anche se non è ancora applicabile: piuttosto si metta una nota avvisando della cosa, o perlomeno si metta una nota al testo vecchio indicando le modifiche approvate ma non ancora valide. Scrivere per chiarimenti è assolutamente inutile: una decina di giorni fa ci ho provato, senza risultato alcuno. Almeno un piccolo sfogo lasciatemelo!
Aggiornamento: (17:15) non è vero! Il Quirinale mi aveva risposto! Domani racconto tutto.

nomenclatura pentastellata

Come certo sapete, beppegrillo(tm) e i suoi apostoli parlano sempre di “pidielle e pidimenoelle” per indicare le altre due compagini principali nel quadro politico italiano. Bisogna riconoscere al Vate di Sant’Ilario di essere stato tra i primi a comprendere l’irrilevanza del cosiddetto Centro, mostrando la Via a Pierferdi: però devo lamentarmi della sua scarsa correttezza grammaticale.
Che cosa può voler dire “pidimenoelle”? Nella sigla “PD” non c’è nessuna l; nemmeno nel nome completo “Partito Democratico” ce ne sono, a meno di usare una plonuncia cinese. Per indicare che il PD è la stessa cosa del PDL ci sono molte possibilità: “pidiellemenoelle”, che convengo sia un po’ lunghetta, oppure “pidisenzaelle” che dal mio punto di vista è preferibile.
Poi si può anche decidere di usare un solo termine per entrambi i partiti, cosa che porterebbe anche dei risultati impliciti come una migliore asserzione dell’uguaglianza: “pidiparentesielle” è forse un po’ criptico in forma scritta, però presenta il vantaggio di permettere una gestualità tale durante la sua pronuncia da aggiungere il sottinteso “vi faccio un culo”. Infine, se e quando lo zip war aiganon funzionerà, potremmo aggiungere una parte di riconoscimento di espressioni regolari e scrivere “PD[L]?”. Non è bella l’informatica?

una lungimirante città

Una lungimirante città può anche pensare di promuovere la mobilità sostenibile decidendo con congruo anticipo di fermare il traffico automobilistico di domenica. Una lungimirante città rafforzerebbe il servizio di trasporti pubblici, per mostrare come in fin dei conti sia possibile muoversi anche senz’auto. Una lungimirante città prevederà naturalmente le doverose eccezioni, ma al contempo istituirà un limite di velocità di 30 all’ora anche per chi ha il diritto di circolare, in modo che si parli comunque di mobilità sostenibile. Una lungimirante città, sapendo che i suoi cittadini non sono necessariamente così lungimiranti, schiererebbe i vigili urbani per multare chi vuole fare il furbo.
Poi c’è Milano. Milano, dove a mezzogiorno, scesi dalla linea gialla, il treno successivo era atteso in nove minuti. Milano, dove il tram era atteso in sei minuti, ci siamo fatti il tratto fino alla fermata successiva con due bimbi recalcitranti, e arrivati abbiamo visto che il tram era atteso in otto minuti. Milano, dove decine di macchine percorrevano corso Marche e via Valassina, sfrecciando veloci e felici. Milano, dove sicuramente i vigili non erano dove eravamo noi.
(p.s.: a chi mi venisse a dire “ma i vigili erano impegnati per la maratona” replico “e allora perché mai bisognava scegliere proprio oggi per bloccare il traffico nel resto della città?”. E già che ci siamo, capisco la necessità di sponsor per la maratona: ma era proprio necessario mettere in corso Venezia un palco mobile con signorina che cantava pessima musica tra i 90 e i 100 decibel?)