visto da destra, visto da sinistra

Non so che dire su don Andrea Gallo. Ricordo solo che quando Anna e io siamo stati a Genova per il Festival della Scienza, avevamo fatto un salto alla Feltrinelli locale, e ci eramo trovati tra le novità mezza dozzina di libri firmati da lui. Per il resto, la mia sensazione a pelle è che non fosse inviso più di tanto alle gerarchie ecclesiastiche per l’ottima ragione che non faceva politica nel becero senso italiano del termine, e che fosse un cristiano cattolico nel vero senso del termine. Che la terra gli sia lieve.
Quello che so dire è che è istruttivo leggere quali sarebbero stati i rapporti di don Gallo con Tarcisio Bertone, quando quest’ultimo era arcivescovo di Genova. Se uno va a leggere Il Giornale, scoprirà per esempio questo:

«con Tarcisio Bertone – che nell’iconografia tradizionale del parlamentino ecclesiastico sarebbe stato seduto dall’altra parte degli scranni – i rapporti erano addirittura idilliaci. Salesiani entrambi, qualcosa di più forte della politica.»

Se uno invece legge Repubblica, le cose stanno in modo un po’ diverso:

«Ben diversi i rapporti tra don Gallo e Tarcisio Bertone. La chiesa degli ultimi contro quella del potere. Per mesi Bertone non lo degna di una visita, parla di lui solo sui giornali. Fino a quando non puntualizza che “la chiesa genovese continuerà a svolgere i suoi interventi a favore dei poveri, dei senza dimora, degli emarginati, degli anziani, dei giovani e delle giovani a rischio, ma nell’autenticità dello spirito del Vangelo”. L’avversativo esalta la destra che continua a sognare la bastonata finale. Ma Bertone ha altre mire e altri interessi. Il caso san Benedetto sarebbe solo un impiccio.»

Chi ha ragione? Non lo so. Forse non è nemmeno così importante saperlo. Quello che è importante è rendersi conto che anche se don Gallo non faceva politica all’italiana, sicuramente la politica italiana si è fagocitata don Gallo, ancor più ora che è morto; quello che è parimenti importante è ricordarsi che è molto meglio non leggere un singolo italico quotidiano, perlomeno se si vuole sapere qualcosa in più di una minima sfaccettatura.

sigle calcistiche

Io per vent’anni almeno, prima di diventare un agnostico calcistico, ho ascoltato alla radio Tutto il calcio minuto per minuto. Per vent’anni almeno ho ascoltato tutta la discografia dei Beatles – beh, continuo ad ascoltarla: una qualche religione bisogna pur seguirla. Però ci ho messo appunto vent’anni per accorgermi che la sigla della trasmissione radiofonica era una versione di A Taste of Honey suonata da Herb Alpert & the Tijuana Brass; brano che era stato inciso anche dai Fab Four. Questo la dice lunga su come io ascoltassi la radio, immagino.
Non più tardi di mezz’ora fa Marco Scozzafava (Gattestro per chi si ricorda del lontano passato) mi ha fatto scoprire qualcosa di nuovo: che la sigla di Novantesimo minuto non era originale. Non si finisce mai di imparare.
(e la cosa peggiore, se volete, è che Wikipedia diceva già tutto)

come si pronuncia GIF?

Il mondo si divide in tre categorie. Quelli che dicono “i gif” (in inglese, “jif”; in IPASCII, /dzif/); quelli che dicono “i ghif” (in inglese, “gif”; in IPASCII, /gif/); quelli che dicono “usate piuttosto i PNG”. Io sono passato dalla prima alla seconda alla terza categoria.
Finalmente l’inventore del formato GIF ci dice una volta per tutte come si pronuncia: guardatelo su dotTech.

l’apologia del giocare sporco

Avete visto l’ultimo post di Alessandro Gilioli? Se vi serve un executive summary, eccovelo qua: “Berlusconi delendus est”. Non importa che chiaramente la legge del 1957 sull’ineleggibilità non si possa applicare a Berlusconi, come anche Gilioli è costretto ad ammettere arrampicandosi poi sugli specchi della «evidente intenzione del legislatore». Quello che importa è che «In questo caso però abbiamo di fronte un capo politico che non ha mai giocato corretto, anzi: […]» e quindi «Di fronte a un avversario che ha corrotto l’arbitro, minacciato i guardalinee e truccato le linee della porta, magari dopo essersi pure dopato, non ci si ferma ad aspettare che si rialzi con un fair play che va oltre le regole.» (quelle regole che appunto devono essere viste secondo l’idea del legislatore, non certo sulla lettera). D’altra parte, meno di una settimana fa Gilioli rimarcava la stessa cosa: dal mio punto di vista Giorgio Pagliari ha dimostrato tutta la sua intelligenza firmando un appello sull’ineleggibilità di Berlusconi senza sapere cosa stava firmando, e il fatto che quando gli tocca provarci davvero vuole “mettersi a leggere le carte” è il minimo sindacale.
Giusto per mettere le cose in chiaro: il mio punto di vista è che sono diciannove anni che in Italia non si è fatta una legge sul conflitto di interessi che renda impossibile che un membro del governo abbia partecipazioni azionarie superiori a chessò 100.000 euro, e nel caso debbano essere immediatamente lasciate a un blind trust. Il mio punto di vista è anche che la giunta per le autorizzazioni a procedere (che è sempre questa) sia oramai obsoleta, e soprattutto che non abbia senso che debba dare autorizzazioni per reati contro lo Stato (corruzione e concussione, giusto per nominarne due). Ma ridefinire il significato delle regole per me è mettersi esattamente alla pari dei Berlusconi vari, e allora davvero tanto vale che io vada a votare Pdl, no?

quanti gradi!

[una virata a 360 gradi] Pietro mi segnala questo articolo della Gazzetta del Sud che inizia con uno dei classici topoi del giornalismo che ha paura dei numeri: una “virata a 360 gradi”.
Basta pensarci un attimo e il concetto di virata a 360 gradi fa subito venire in mente quello di “inversione a O”: però bisogna appunto pensarci su, e non far partire immediatamente il neurone che si è attivato al pensiero di frasi tipo “le indagini sono condotte a 360 gradi” – frase questa che ha indubbiamente un senso, almeno se si vogliono escludere interventi divini o infernali e quindi ci si limita a indagini sul piano.
Kudos a Pietro per essersi immediatamente accorto della frase!

sogni

Stanotte (quasi stamattina, a dire il vero) ho sognato che non so perché ma parlavo con beppegrillo(tm). Non erano cose che riguardavano M5S, se ben ricordo erano sì “politiche” ma di massimi sistemi. La cosa più strana però era che il vate di Sant’Ilario era insolitamente tranquillo, si stava proprio chiacchierando amabilmente.
Mi sono svegliato un minuto prima che la sveglia non suonasse (non so perché, ma segnava le due del mattino. Dovrò chiedere a Jacopo cosa fa con quella sveglia). Ci dev’essere una logica in tutto ciò, ma mi sfugge.

Ma non basta Google?

Leggo da Mazzetta dell’appello dell’Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle Biblioteche italiane e per le Informazioni bibliografiche (www.iccu.sbn.it), che non dispone più dei finanziamenti necessari alla gestione del Servizio Bibliotecario Nazionale (SBN). L’appello lo trovate qua: ai miei ventun lettori non penso sia necessario spiegare cos’è l’OPAC-SBN, ma forse questo post può essere letto da qualcun altro, e quindi due parole sono utili.
In Italia ci sono tante biblioteche. Non tutte hanno naturalmente gli stessi libri, non foss’altro che perché non avremmo spazio a sufficienza; quindi ognuna di esse deve fare un qualche tipo di scelta, che dipende dal pubblico della biblioteca stessa. Quando ero ragazzo io, ogni biblioteca aveva i suoi schedari: file di cassetti con una scheda scritta a macchina per libro, ordinate per autore e per classificazione Dewey. È poi nato uno standard che si chiama OPAC (On-line Public Access Catalogue), che fa la stessa cosa, anzi meglio, in elettronico; e man mano che le biblioteche convertivano in elettronico i loro cataloghi hanno anche pensato di metterli insieme, come per esempio hanno fatto le biblioteche lombarde. Migliaia di biblioteche in tutta Italia si sono poi accordate per fare un gigantesco catalogo elettronico unico: ora è possibile scoprire in quali biblioteche d’Italia si trova il libro che si sta cercando, e se si è fortunati anche ottenerlo con il prestito interbibliotecario. Quando si parla di possibilità di diffondere la cultura, l’OPAC-SBN è insomma uno strumento preziosissimo.
Tutto questo però non funziona da solo: occorrono persone che mantengano l’OPAC, e servono tra l’altro competenze non esattamente banali – e non automatizzabili – per fare un lavoro che sia utile per chi i libri li cerca. Detto in altri termini, non basta prendere Google e dirgli “toh, indicizzami questo”. Non servono tantissimi soldi: le macchine non devono essere supercomputer e anche il software è standard. Però bisogna pagare gli stipendi a chi queste cose le gestisce in pratica, e con gli ultimi tagli al Mibac soldi per loro non ce n’è più. Il guaio è che una biblioteca si vede, ed è facile spiegare cosa succede se non ci sono soldi; un OPAC non si vede, e quindi spiegarlo è più difficile. Iniziamo a parlarne un po’ tutti?
Aggiornamento: (h 20) Sembra che l’allarme stia rientrando almeno in parte, si veda qui.

Informatica dilettevole e curiosa

Io ve lo dico adesso, così non potete dire che non lo sapevate. Mercoledì 29 alle 16 sarò a Informatica qui a Milano (in via Comelico) a tenere un seminario dal titolo come questo titolo. Il seminario è pubblico: sapevatelo :-)
Aggiornamento: le slide annotate del seminario le trovate qui.