grammatica microsoftiana

Secondo il correttore automatico di Office 2010, in italiano non esiste la parola “esotiche”. Il suggerimento è di correggerla in “esotice” (oppure “erotiche”, “esopiche”, “stoiche”).

faccio il sociologo del mercoledì

La notizia del bimbo morto perché dimenticato in auto è tragica. Però non riesco a non pensare al padre di quel bambino.
Ma soprattutto penso a un’altra cosa. Il bimbo doveva andare al nido aziendale. Io ho portato per due anni i bimbi al nido aziendale (li portavo spingendo il passeggino, al più col tram: quindi non correvo il rischio di dimenticarli in macchina). Lì la regola era chiara: se eccezionalmente entravi dopo le 9:30, dovevi avvisare; lo stesso se tenevi a casa il bambino. In questo modo, se il bimbo non c’era il nido si preoccupava di chiamare i genitori per sapere cosa succedeva. Certo, tragedie come questa capitano una volta ogni qualche anno, ma anche solo una morte evitata – a costo praticamente nullo – è un vantaggio enorme, oltre all’effetto collaterale di ricordare ai genitori che i bambini non sono pacchi da lasciare a scuola per un certo numero di ore. Fate conto che io mi sono così abituato alla cosa da telefonare all’asilo quando non li porto entrambi, anche se i due continuano a non andare in auto e probabilmente riuscirebbero comunque a gridare e farsi sentire :-) Perché non rendere obbligatoria la cosa?

censure

Ieri sera leggevo a Cecilia il libro della biblioteca di Jacopo (per la cronaca, le avevo già letto il suo). A un certo punto mi trovo delle parole cancellate con un pennarello nero spesso: roba da grandi, non certo da bambini. Con un po’ di fatica guardo le parole cancellate: vanno da “deficiente” a “stupido”. Stamattina chiedo conferma alle maestre, che mi hanno detto “sì, le abbiamo cancellate noi”.
Per la cronaca, il libro è Non fa niente! di Nele Moost, illustrato da Annet Rudolph e tradotto da Guido Menestrina; edizioni AER. Ora, possiamo discutere sull’uso di parole come “deficiente” in un libro per bambini. Però qua stiamo parlando di un asilo, quindi di bimbi che presumibilmente non sanno leggere; secondo voi ha senso pecettare in questo modo, facendo immaginare al bambino che sia stata cancellata chissà quale parola? (non è stato il caso di Cecilia, ma semplicemente perché era probabilmente stanca: questi termini erano nelle ultime pagine che sono state scorse molto in fretta, giusto dando un’occhiata alle figure). Non ci possono pensare direttamente i genitori a cambiare parole al volo? Oppure non era meglio scrivere sopra un sinonimo percepito come meno offensivo, in modo che anche il bambino più grandicello si faccia un po’ meno domande?

servizio clienti un po’ tosto

Nel 2007 mi trovai a (co-)tradurre un libro. Tradurre non è una cosa che faccio di mestiere, e per facilitarmi nel lavoro mi comprai la versione 6 (che poi aggiornai alla 7) di Babylon, un software che tra le altre cose ti permette con un clic di consultare dizionari e vocabilari monolingue. In effetti mi presi anche il Collegiate Oxford Dictionary and Thesaurus.
Ora mi trovo di nuovo a (co-)tradurre un libro. Ho riesumato Babylon, ho scoperto che le nuove versioni non mi permettevano di usare il vecchio vocabolario, ho scritto al customer support che molto gentilmente mi ha permesso di reinstallare il vecchio software, tra l’altro acquistato a nome di mia moglie.
Sabato sera verso le 20 ho deciso di acquistare un dizionario italiano: faccio tutte le operazioni, stavolta a nome mio con email e numero di telefono, pago e ricupero il dizionario. Cinque minuti dopo mi arriva una chiamata da un numero +85qualcosa (immagino Hong Kong). Rispondo e un tizio con un forte accento asiatico mi dice “ho visto che ha comprato la licenza del dizionario: guardi però che senza il software di base non funziona”. Io gli spiego che il software ce l’ho a nome di mia moglie, e che se è un problema mando nome e dati del vecchio acquisto; lui dice di no, mi chiede solo quale sistema operativo uso, e alla mia risposta “windows 8” dice “ma no, non funziona!” Io gli dico che sto usandolo da un paio di settimane, al che lui mi dice bene, e che c’era un’offerta speciale per il Webster. Replico “mandami mail, che guardo e ci penso”, e chiudo la chiamata. (La mail, per la cronaca, è il link alla pagina di acquisto via PayPal)
Domenica mattina alle 11 nuova chiamata, da un numero nascosto con un accento più standard (israeliano?) che rifà tutte le domande, al che gli dico che ho già parlato col suo collega. Alla storia del Windows 8, lui mi spiega che hanno dovuto tirare fuori Babylon 10 perché Microsoft ha cambiato non ho capito bene cosa, e che da un momento all’altro potrebbe non funzionarmi nulla; ma visto che sono un fedele cliente mi avrebbe fatto un bello sconto per acquistare la nuova versione, che tra l’altro ha una serie di bellissime feature. La mia risposta è stata la stessa: mandami il link per email.
Alcune considerazioni da tutta questa storia:
– la prossima volta metto il numero di telefono dell’ufficio :-)
– fare telefonate intercontinentali ormai è una commodity
– cose di questo tipo le avevo solo viste dai noleggiatori di auto americani
– mi sa che Babylon non vada così bene (e ci credo: a parte casi speciali come il mio, credo che il mercato sia andato da un lato verso Google Translate e dall’altro verso sistemi CAT)
– ma soprattutto: com’è che questi pensano che se uno compra del software di aiuto alla traduzione allora sappia parlare tranquillamente inglese al telefono?
(ah: non ho avuto il coraggio di dire all’amico che probabilmente il modo in cui ho installato Babylon mi ha lasciato tutta la struttura per farlo funzionare su Windows 8)

Quizzino della domenica: multipli

Trovate un numero di dieci cifre tutte diverse che sia divisibile per tutti i numeri da 2 a 18. Purtroppo nessuno di questi è divisibile anche per 19, quindi il giochino si ferma qui.
(un aiutino lo trovate sul mio sito, alla pagina http://xmau.com/quizzini/p104.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Il problema è tratto da Bernardo Recamán Santos, Rompicapo che passione.)

_Numbers Rule_ (libro)

[copertina] Forse avete sentito parlare del teorema di Arrow, che dimostra matematicamente come – se vogliamo scegliere dei rappresentanti secondo un certo numero di regole assolutamente sensate – l’unica opzione possibile è avere un dittatore. Magari avete anche sentito parlare del paradosso dell’Alabama: suddividendo per stato in modo proporzionale i rappresentanti degli stati USA al Congresso e aumentando il numero di rappresentanti totali, era possibile che uno stato perdesse un seggio. Ma ci sono molte altre cose da sapere, e George Szpiro ce ne racconta davvero tante in questo libro (George G. Szpiro, Numbers Rule : The Vexing Mathematics of Democracy, from Plato to the Present, Princeton University Press 2010, pag. 226, $26,95, ISBN 9780691139944). Si può scoprire per esempio come anche Lewis Carroll abbia cercato di risolvere il problema del voto, che il primo a pensarci seriamente è stato nientemeno che Platone e che anche Plinio il Giovane aveva tentato di fare qualcosa al riguardo, e che negli USA ci sono almeno cinque modi leggermente diversi di decidere come dividere i seggi al Congresso per stato, e le scelte sono spesso molto più politiche che matematiche. Naturalmente viene spiegato cosa dice esattamente il teorema di Arrow, e in più si aggiunge il teorema di Gibbard-Satterthwaite che dimostra sempre matematicamente come le elezioni possano essere manipolate.
La matematica presente nel libro consiste al più di divisioni, quindi anche i matematofobi possono leggerlo; per chi non sa l’inglese segnalo la traduzione italiana appena uscita per i tipi di Bollati Boringhieri, anche se non posso garantire sulla qualità della traduzione avendo io letto il testo originale, del resto molto scorrevole.

Ti chiedi chi erano i Beatles

[trafiletto da Stampa Sera del 22 gennaio 1964, pagina 8] Pungolato dalla Parolata, sono andato a spulciare l’archivio storico della Stampa per vedere quando si è iniziato a parlare del quartetto di Liverpool come degli “scarafaggi” (che poi al più sarebbero scarabei… “beetle” è un coleottero, mica una blatta!) La ricerca si è dimostrata molto istruttiva: eccone qua i risultati.
La prima occorrenza della parola “Beatles” si trova a pagina 4 del numero di lunedì 28 ottobre 1963: c’è una fotonotizia su un “Festival a Stoccolma” (dovrei controllare, ma non mi pare ci fosse stato nessun festival ma solo una tournée) con didascalia “Una ragazza abbraccia per le spalle un giovane inglese del duo «The Beatles» che riscuote grande successo al Festival del jazz di Stoccolma”. Il primo articolo vero è proprio è sempre su Stampa Sera (doveva esserci una divisione ben precisa delle notizie…) del 16 gennaio 1964, e in esso si legge sempre di «beatles» in minuscolo. Da allora comincia la beatlemania anche da noi: “L. Mannucci”, il giornalista preposto a queste notizie dall’estero, non è certo convinto dei quattro capelloni urlatori, ma le notizie sono notizie.
Finalmente domenica 23 gennaio 1964 i quattro arrivano su La Stampa a pagina 7: e qui, udite udite, c’è l’occhiello «Quattro giovanotti che si chiamano “Scarafaggi”». Peggio ancora, l’articolo inizia con la frase “I quattro beatles cioè i quattro «scarafaggi» (in realtà il nome dell’insetto si scrive con due e, beetle, ma la pronuncia è uguale) […]”. L’articolo non è firmato, ma solo siglato “g.”: presumo Gigi Ghirotti, che firma anche l’articolo a fianco sui giovanissimi del “microsolco”. E sì, la parola “beatles” è sempre rigorosamente scritta in minuscolo. È possibile che questa non sia la prima occorrenza del termine: però Ghirotti era una firma molto importante, e ritengo probabile che l’avesse creato proprio lui, vista anche la spiegazione. Si sa, l’inglese è sempre una lingua ostica :-)
[trafiletto da La Stampa del 23 febbraio 1964, pagina 7]

Franca Rame

Era lei la vera attrice della coppia. Dario Fo è un guitto, un buffone (nel senso buono della parola), un animale da telecamera: ma senza sua moglie probabilmente avrebbe combinato la metà, e non avrebbe certo preso il Nobel.
Epperò anch’io sto parlando di lei di riflesso… il che prova che c’è qualcosa di sbagliato da qualche parte.