ringraziamenti

Io non sono certo uno che segue alla lettera il codice della strada. Beh, quando guido in realtà sono molto ligio, perché un’auto è grande e pesante e quindi non mi fido; a piedi o in bicicletta sono molto più sportivo. C’è però una cosa su cui non transigo: i diritti altrui. Questo significa che non solo non mi butto ad attraversare la strada, ma per esempio che mi fermo sempre alle strisce pedonali se c’è qualcuno che ha intenzione di attraversare. Prima o poi verrò messo sotto da qualche coglione stronzo, me lo sento: l’altro giorno ci è mancato poco (e via Thaon di Revel non è così ampia… non ho ben capito dove quel furgone pensasse di andare). Quando porto i bimbi all’asilo e loro sono in monopattino è per esempio l’unico momento in cui vado in bicicletta sul marciapiede (alla velocità ridotta corrispondente a quella dei bimbi): ma in quel caso, a parte attraversare la strada scendendo dalla bici e facendo scendere i due dal monopattino (così devono rallentare…) se appena c’è un pedone nell’altra direzione e il marciapiede si restringe io mi fermo e aspetto che lui passi.
Ordunque, la gente mi ringrazia perché faccio il mio dovere (fermandomi sulle strisce) o non sto facendo qualcosa che non dovrei fare (pedalare sul marciapiede). Beh, sarà buona educazione da parte loro ma a me la cosa dà comunque fastidio, proprio perché sto semplicemente rispettando un loro diritto. Non trovate?

Uber Pop

I tassisti non sono tra le mie categorie lavorative preferite, e ritengo che i blocchi sul servizio Uber fatto dalle auto NCC – dover sempre partire dal loro garage – sono pretestuose. Però non vedo nulla di strano nella sentenza del tribunale di Milano che ha bloccato il servizio Uber Pop, quello insomma che poteva fare praticamente chiunque.

Il punto non è la concorrenza sleale. È che in un modo o nell’altro chi ha una licenza da taxi (o da NCC, del resto) ha dei controlli che non vengono evidentemente fatti per un automobilista qualunque. Che poi Uber Pop sia una fregatura per chi fa l’autista è un’altra storia :-)

_Torino un po’_ (libro)

[copertina]Valdo Fusi non era torinese di nascita (nacque a Pavia) ma lo era indubbiamente di adozione. In questa sua opera postuma (Valdo Fusi, Torino un po’, Mursia 1976, pag. 229) – morì improvvisamente poco dopo avere consegnato all’editore Mursia il manoscritto – Fusi racconta dell’architettura dela città sabauda, con particolare attenzione al barocco e un odio viscerale per tutti gli scempi che erano stati perpetrati nel dopoguerra. Chissà, forse è per nemesi storica che il piazzale a lui intitolato è stato sventrato per un parcheggio sotterraneo coronato da un edificio di rara bruttezza.

Ho trovato il testo un po’ ripetitivo. Sicuramente non è pensato per chi di architettura ci mastica un po’, nel senso che i giudizi sono molto impressionistici: devo però dire che lo stile, e i riferimenti esterni vari sono molto interessanti. Molto utili sono poi le schede finali, aggiunte dalla vedova Edoarda dopo averle ripescate tra le carte del marito. Per i curiosi, il piccolo editore torinese Riccadonna ha ultimamente ristampato il testo che altrimenti è rintracciabile – a fatica – solo in biblioteca.

Twitter, Facebook e aforismi

[falso Churchill] Ieri il mio amico Alessandro ha postato la citazione churchilliana qui a sinistra, con il commento “Condivido una bufala ma bella”. Il testo è il seguente: «When Winston Churchill was asked to cut arts funding in favour of the war effort, he simply replied “then what are we fighting for?”» che possiamo tradurre come «Quando chiesero a Churchill di tagliare i fondi culturali a favore dello sforzo bellico, lui replicò “e allora per cosa staremmo combattendo?”»

L’aforisma è carino, ma inequivocabilmente falso. Una rapida ricerca in rete fa trovare una domanda in Quora che non solo riporta la falsità ma aggiunge ulteriori informazioni tra le varie risposte, dall’affermazione più simile (ma comunque ben diversa da quella citata) trovata tra le carte di Churchill alla segnalazione che questa bufala è stata riciclata non so quante volte anche da personaggi famosi come il regista Kevin Spacey.

Qual è la morale di tutto questo? Ce ne sono diverse. Innanzitutto, non fidatevi mai degli aforismi in rete soprattutto se ben formattati: secondo me l’infiocchettamento è fatto apposta per dare una patina di verità al testo. Non è che tutto quello che si trova sia falso, chiaro: per esempio questa risposta di Gianni Morandi è stata effettivamente scritta, come si può vedere sulla sua pagina Facebook. (Nota a latere: ormai è chiaro che Morandi non c’è, ma ci fa; è il mio Digital Champion). Infine, e credo che questa sia la cosa più importante, la rete permette quasi sempre di sbufalare una bufala, sapendo cercare. Siti come Quora o il network di Stack Exchange sono delle risorse fondamentali, e tutti dovrebbero conoscerle; purtroppo sono solo in inglese perché non c’è la massa critica (spero che almeno la volontà ci sarebbe) per avere qualcosa in italiano, a parte il servizio antibufala di Paolo Attivissimo.

Lo so che è più veloce cliccare su “condividi” (no, qui non sto parlando di Alessandro): ma questo non è saper usare Internet. Fatevene una ragione.

Vivere di diritto d’autore

Sto leggendo l’ultimo numero della rivista del Gruppo Mauri-Spagnol, Il Libraio, e per la precisione l’editoriale di Stefano Mauri che racconta i primi dieci anni di GeMS. A un certo punto Mauri ha scritto “abbiamo ribadito a Bruxelles che gli autori di maggior talento di diritto d’autore vivono” e mi sono fermato.

Quanti sono gli scrittori italiani (viventi: meglio specificarlo, con il copyright che permane per settant’anni dopo la morte) che vivono di diritto d’autore? Cinquanta? Cento? Duecento? Mi piacerebbe davvero saperlo. È chiaro che non sto parlando di saggistica: i libri che scrivo io hanno un mercato così piccolo che mi permettono sì e no di andare una volta al mese in pizzeria. Ma anche nella narrativa, e anche considerando i diritti per le riduzioni tv e cinematografiche, non credo proprio che ci sia tutta quella gente che vive di diritto d’autore.

Nulla di male, intendiamoci, non è che tutti debbano vivere di diritto d’autore: però non mi pare che questo sia un argomento da portare così tanto in giro…

Il buon preside della buona scuola

Non ho seguito più di tanto le iniziative contro il disegno di legge della Buona Scuola, e questo è indubbiamente colpa mia. Stamattina però, ascoltando Radio Popolare – quindi non certo un megafono del regime – mi è parso di capire che il punto più dolente della proposta sia che i presidi potranno scegliere gli insegnanti.
Vorrei ora capire esattamente cosa significa tutto questo, e dunque lo chiedo a chi ne sa. Per quanto ne so io, al momento la teoria dovrebbe essere questa: ci sono ogni tanto dei concorsi per C cattedre: vincono il concorso C insegnanti e ne vengono abilitati altri P. I primi C insegnanti, in ordine decrescente di punteggio, scelgono la scuola dove prendere servizio. Man mano che si liberano posti, e fino al concorso successivo si chiamano quelli dalla posizione C+1 alla C+P. Non so se i precari siano questi ultimi o persone che hanno iniziato a fare scuola senza l’abilitazione e si sono per così dire fatti le ossa sul campo.
Se il ddl diventasse legge senza modifiche, quale sarebbe il risultato pratico? Da quello che ho capito io il preside potrebbe prendere chi vuole tra i C vincitori, senza guardare ai punteggi. Oppure potrebbe anche “licenziare” (nel senso statale, quindi dirgli semplicemente “tu te ne vai in un’altra scuola”) insegnanti già presenti, sempre prendendo quelli nuovi tra i primi C? Oppure potrebbe anche scegliere tra i semplici abilitati? Sono tre opzioni profondamente diverse, e prima di decidere cosa io ne penso vorrei sapere qual è quella giusta…

Quizzino della domenica: Il 18 lo rifiuto!

– Sei capace di ottenere 18 usando solo i numeri 2, 3, 4, 5 una volta ciascuno e le operazioni aritmetiche?
– Certo, è facilissimo! Eccoti qua.
– Sì, ma senza usare le elevazioni a potenza: bastano solo le quattro operazioni.
– Ah, davvero? Vabbè, ecco qua.
– No, no! non puoi attaccare le cifre tra di loro! Sono numeri, non cifre!
– Uffa! La fai sempre così complicata….

E voi, siete capaci a ottenere 18?

(un aiutino lo trovate sul mio sito, alla pagina http://xmau.com/quizzini/p171.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Problema tratto dal Wall Street Journal)

_Writing on the wall_ (libro)

9781620402849 Qual è stato il primo “muro” della storia, dove ognuno scriveva le proprie cose lasciandole disponibili a tutti? Probabilmente l’antica Pompei, o perlomeno – causa eruzione del Vesuvio – ce li siamo trovati lì a disposizione per capire come comunicavano gli antichi romani. La tesi di base di questo libro (Tom Standage, Writing on the Wall : Social Media – The First 2,000 Years, Bloomsbury 2014, pag. 288, Lst 11,99, ISBN 9781620402856) è che la gente ha sempre voluto comunicare, non solo faccia a faccia ma anche se separati dallo spazio o dal tempo, e che gli “old media” – stampa, radio e tv – sono in effetti una semplice parentesi di un secolo e mezzo nel modo in cui le notizie si propagano, e quindi non sono davvero così vecchi. Dopo il primo capitolo in cui espone questa tesi Standage parte con una carrellata storica che inizia da Cicerone – un lettore, e non solo uno scrittore, compulsivo! – per arrivare ad accennare a quello che succede oggi. Spesso le sue tesi sono un po’ forzate, anche perché dobbiamo sempre ricordarci che chi scambiava informazioni in passato era una ristretta élite a differenza di oggi. Poi, da buon italiano, trovo che manca un capitolo sulle pasquinate; a parte l’antichità il libro è infatti molto sbilanciato su quello che è successo in Gran Bretagna, Francia e USA. Però leggendo il libro si scoprono cose interessanti, come il fatto che prima della rivolta del tè ci fu una rivolta per le tasse sulla stampa e che Lutero sfruttò pesantemente i social media dell’epoca per contrastare i testi ufticiali di Roma, ma che proprio quella liberalizzazione portò alla parcellizzazione del protestantesimo. La lettura è di sicuro interesse per tutti i curiosi che vogliono rileggere la storia da un punto di vista un po’ diverso.