Cosa vuol dire tradurre? La domanda è meno peregrina di quanto appaia. Se ci fosse una risposta precisa, non ci sarebbe alcun problema almeno in linea di principio ad avere una traduzione automatica o perlomeno una teoria della traduzione: ma entrambe le cose non esistono. In passato, anche Umberto Eco si era cimentato nel raccontare la sua idea di traduzione, come vista dal punto di vista un po’ di sbieco dato dalla semiotica; in questo libro (Umberto Eco, Dire quasi la stessa cosa : Esperienze di traduzione, Bompiani 2013 [2012], pag. 391, € 12, ISBN 9788845274862) raccoglie il testo di alcune sue conferenze e seminari, rivedendolo per uniformarlo. Come sicuramente immaginate, più che di traduzione si parla di Eco: con l’autoreferenzialitàche gli era solita, scrisse subito che riteneva che gli unici a poter parlare di traduzione sono gli autori che hanno tradotto e inoltre sono stati tradotti, e quindi parla solo di opere sue in un sensoo nell’altro. Una volta accettata questa premessa e il corollario che l’opera è infarcita di citazioni in varie lingue (per fortuna romanze e anglogermaniche…), il testo si fa leggere bene come prosa. Limitandomi io alla prima metà delle caratteristiche richieste – nessuno ha mai tradotto i miei libri, e comunque scrivo saggistica e non letteratura – non sarei titolato a dare un giudizio: ma faccio finta di niente e confermo che i punti trattati da Eco nella prima parte sono quelli che un qualunque traduttore degno di questo nome conosce più o meno esplicitamente: se non avete mai tradotto, capirete finalmente perché più che di traduzione si dovrebbe parlare di negoziazione. Poi il semiologo prende il sopravvento e comincia a parlare di “traduzioni” che traduzioni non sono, essendo più che altro tentativi di rendere in modi e media diversi “quasi la stessa cosa”. Qui mi sono perso, anche perché più che una teoria abbiamo un florilegio di esempi. In definitiva credo che il testo sia più che altro utile a chi non ha mai pensato a cosa sta dietro alla versione tradotta del libro che sta leggendo.
Acqua privata
Stamattina sono andato al superette sotto casa per prendere una confezione di sei bottiglie d’acqua, marchio della catena. (A casa nostra si beve acqua gasata). Ogni bottiglia da un litro e mezzo costa 20 centesimi. Poi mi sono accorto che non avevo le bottigliette d’acqua per i bimbi quando vanno in palestra, e quindi nel pomeriggio ne ho prese sei da mezzo litro. Ogni bottiglia costa 18 centesimi. È abbastanza facile dimostrare che il costo di un litro di quell’acqua è minore o uguale a 2 centesimi, o se preferite a 20 euro il metro cubo: resta ora solo da calcolare quanto bisogna togliere per il maggiore uso di plastica nelle bottiglie grandi, il maggior costo logistico… e naturalmente per le bolle in più.
Cortei
Io di cortei e manifestazioni non ne ho fatte molte, ma qualcuna sì, principalmente per il contratto di lavoro. Però garantisco di non aver mai visto tanta polizia come stamattina per il corteo studentesco. Stavo arrivando da viale Bligny in direzione del mercato di via Piacenza e ho trovato decine e decine di macchine e pulmini della polizia, che bloccavano praticamente ogni angolo della strada (per fortuna io ero in bicicletta e mi hanno fatto passare). In pratica, stamattina sarebbe stata la giornata ideale per fare furti e rapine a Milano nord. Non pensate che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato? Non nel corteo, naturalmente, ma in come viene gestito.
Italikos
Ieri sera erano tutti a parlare della proposta di modifica all’Italicum presentata da Matteo Orfini (ma ora si chiamano tutti Matteo?). Oggi non l’ho più sentita commentata. Misteri. L’Italikos, se ho ben capito, si chiama così perché è ispirato alla legge elettorale greca, cosa che al momento è leggermente preoccupante. In pratica si elimina il ballottaggio, e si lascia un premo di “primietà” al partito che ha ottenuto il maggior numero di voti, sempre che tali voti siano oltre il 20% del totale. Il premio è al massimo del 14% dei seggi, e non può far sì che il partito vincente superi i 340 seggi (a meno naturalmente che non li abbia perché ha più che stravinto anche senza premio). In altre parole, il premio è un aiutino: non ti garantisce la maggioranza, ma ti rende più facile trovare alleati.
L’idea dietro all’Italikos è evidente. Anche se M5S avesse la maggioranza relativa e quindi il premio, la conventio ad autoexcludendum non gli consentirebbe comunque di governare. Così ad occhio, un premio di questo tipo non verrebbe bollato come incostituzionale proprio perché ha un limite massimo. E dunque? Beh, vi sarete certo accorti che non tocca le due fregature fondamentali dell’Italicum, vale a dire le liste bloccate e i capilista multipli; e inoltre lascia la possibilità di un rassemblement per guadagnarsi il premio e poi scannarsi subito dopo. Insomma, mi pare inutile. Voi che ne pensate?
Boicottaggio e Facebook
Lo so, voi vi aspettate da me che io sia sempre sul pezzo. E invece a quanto pare mi sono perso l’ultima iniziativa della gggente. Leggo che c’è un programma televisivo intitolato L’aria che tira, condotto da tale Myrta Merlino che non so affatto chi sia (ma questa è colpa mia, Wikipedia una voce su di lei ce l’ha). Ho anche intuito che la trasmissione in generale e la signora Merlino in particolare sono colpevoli di lesa pentastellità, e quindi il tamtam della rete ha sentenziato che la migliore risposta a tali sgarbi sia il boicottare i prodotti pubblicizzati negli stacchi pubblicitari della trasmissione, tra cui il Mocio Vileda e i sofficini Findus.
Fin qua nulla di particolarmente strano. I boicottaggi sono all’ordine del giorno, da quelli contro Nestlè e Mondadori al più divertente di tutti che voleva convincere la gente a evitare di fare benzina nei punti di una certa marca, in modo che essa fosse costretta ad abbassare i prezzi e la folla potesse a questo punto concentrarsi su una marca diversa. Ma siamo nei Favolosi Anni Dieci, e quindi c’è Facebook, e ci sono i Social Media Manager (SMM per gli amici) delle aziende che si sono trovati subissati di insulti non esattamente velati. Da quanto ho capito, Vileda e Findus non sono sponsor della trasmissione, ma semplicemente pagano per avere la loro pubblicità nel primetime, il che significa che non hanno poi chissà quale forza contrattuale, ma questo è naturalmente irrilevante.
Non so voi, ma a me questi talebani della tastiera fanno abbastanza paura. È vero che non ce li vedo a uscire per strada con i forconi: ma tutto è possibile, se sono davvero convinti che basti strepitare su Facebook per ottenere i risultati che vogliono. D’atlra parte immagino che costoro siano anche quelli che firmano decine di petizioni su Change.org per essere monitorati il meglio possibile, quindi tutto tornerebbe. Mi chiedo solo quando è stato il momento in cui la gente è passata dall’essere rivoluzionari da poltrona – un’ottima idea, io la perseguo ogni volta che posso – al pensare di vincere la loro guerra sputando nei siti delle aziende. Qualcosa deve essere successo: per il momento apprezziamo il ritorno in grande spolvero della biowashball.
(Ma poi, voi che la tv la guardate: quali sono le malefatte della signora Merlino?)
_L’evoluzione è ovunque_ (libro)
Tutti ci riempiamo la bocca con il darwinismo e l’evoluzione, ma spesso non abbiamo ben chiaro ciò che stiamo dicendo. In questo libro (Marco Ferrari, L’evoluzione è ovunque : Vedere il mondo con gli occhi di Darwin, Codice Edizioni 2015, pag. 220, € 16, ISBN 9788875785307) Marco Ferrari ci prende per mano e ci mostra come i concetti alla base del darwinismo si possano applicare anche al di fuori dell’evoluzione delle specie, arrivando alla medicina e all’agricoltura darwiniana. Personalmente ho trovato più noiosa la prima parte, quella che tratta più o meno dell’evoluzione in senso classico: cose che dal mio punto di vista sono note, ma che forse non lo sono per altri lettori. Proseguendo nella lettura, però, mi sono imbattuto in nozioni a me ignote e a punti di vista che mi erano sfuggiti. La maggior pecca, secondo me, è stata il volere evitare l’uso di un po’ di matematica, che avrebbe per esempio fatto comprendere meglio il ruolo del caso che un osservatore poco attento potrebbe confondere con la teleologia: non è per esempio che i nostri geni siano programmati per farci vivere solo qualche decennio, ma più banalmente una caratteristica che ottimizza le prestazioni durante il periodo riproduttivo ne soppianterà una che fa vivere più a lungo ma riduce la progenie per semplici ragioni statistiche.
Elena Ferrante: so what?
Anche stavolta non sono d’accordo con Massimo Mantellini e la sua analisi della “caccia a Elena Ferrante”.
Intendiamoci. Su una cosa io e Massimo siamo sulla stessa linea: non ho mai letto un libro di Ferrante. (Devo aver letto una sua lettera, mi pare a proposito di una sua candidatura allo Strega, quindi non posso dire di non avere letto nulla di lei). Questo non per snobismo, ma semplicemente perché “ars longa, vita brevis” e ci sono troppi libri che mi interessa leggere: la narrativa non è tra le mie passioni. Devo però dire che tra i miei contatti un tiepido interesse sull’identità segreta della scrittrice c’è stato: è vero che parliamo di una bolla filtrante, ma è anche vero che chi legge libri e giornali ormai è una minoranza così sparuta che probabilmente ha una buona correlazione con le persone che conosco.
Anche il secondo punto portato da Mantellini, quello dei rapporti fra privacy e creatività, mi pare un po’ debole. Proprio perché Ferrante ha venduto tanto, in Italia e all’estero, senza che si sapesse chi sia non capisco cosa ci si guadagnerebbe o perderebbe dal vedere svelata la sua identità. Per un singolo libro l’anonimato potrebbe aiutare le vendite, ma già dal secondo prevale l’interesse per il testo (o il battage pubblicitario per le tante vendite del primo). Mettiamola così: per quanto mi riguarda, al più definirei il lavoro di Claudio Gatti “giornalismo inutile”, ma non mi preoccuperei più di tanto. E voi che ne pensate?
Casa del SÌ
Mentre stavo tornando pedalon pedaloni dalla palestra in ufficio, ho visto su Viale Tunisia una nuova insegna: “CASA DEL SÌ”, un chiaro temporary store per il prossimo referendum costituzionale. Guglando ho poi scoperto che è stata inaugurata un mese fa: considerando che ci devo essere passato davanti almeno cinque o sei volte in questo mese, mi chiedo come io abbia fatto a non notarla prima.
Ma quello che mi chiedo davvero – e l’avrei fatto anche per un’ipotetica “casa del NO”, anche se lì forse qualche ragione in più magari c’è – è: ha senso una cosa del genere? A che può servire un luogo fisico? Faranno dei corsi accelerati per spiegare come funziona un referendum? Organizzeranno animati dibattiti? Consegneranno scarpe sinistre? Tranne che per quest’ultimo caso, sono tutte cose che si possono fare molto meglio sui media, e nel caso di un referendum senza nemmeno troppi costi visto che immagino che gli spazi televisivi vengano forniti con gioia e fregandosi le mani al pensiero degli spazi pubblicitari che possono vendere. Insomma, dov’è il vantaggio?