Quando la Corte Costituzionale ha pubblicato il suo giudizio sull’Italicum a Matteo Renzi devono essere fischiate le orecchie. Tutta la sua riforma elettorale (il famoso “combinato disposto”) si estendeva a partire da un cardine: ci deve essere un vincitore certo delle elezioni. Il turno di ballottaggio con premio di maggioranza serviva proprio a questo. Ed ecco che la Consulta ha detto “va bene il premio di maggioranza, ma niente ballottaggio. O il partito vincitore ha almeno il 40% oppure niente premio”.
Alcuni hanno commentato che in questo modo si è costituzionalizzata la Legge truffa, dimenticandosi di due piccoli particolari: che la legge Scelba parlava di coalizioni, non di partiti, e che il premio era dato a chi la maggioranza assoluta l’aveva comunque raggiunta. Qui, a meno di coalizioni ad hoc che mi pare difficile che possano arrivare a sinistra, troveremo tanti partiti che avranno alla fine un proporzionale con sbarramento al 3%: questo alla Camera, perché per il momento al Senato avremo un Consultellum che è un proporzionale con sbarramenti molto più alti. All’atto pratico ritorneremo a un sistema abbastanza simile a quello che abbiamo avuto fino al 1992, il che può anche andare bene.
La chicca è però la parte della sentenza sui capilista bloccati e candidabili in più circoscrizioni. La candidatura multipla è purtroppo stata ammessa, anche perché è una costante dal 1948 o giù di lì. Ma è stata molto depotenziata dal fatto che se un candidato è stato eletto in più circoscrizioni non potrà scegliere quale tenersi e quindi implicitamente chi far passare tra i galoppini dietro di lui; ma ci sarà un sorteggio, che per ironia della sorte era indicato nell’Italicum nel caso il vincitore non avesse scelto entro otto giorni per quale collegio optare. In realtà la Corte ha potuto fare così proprio perché la legge prevedeva questo caso eccezionale che è diventato l’obbligo: questo perché essa non legifera e quindi deve riadattare la legge elettorale con quello che trova.
Che succederà ora? Non so. Io mi prenderei tanti popcorn, perché Gentiloni non mi pare proprio abbia voglia di lasciare prima dell’anno prossimo :-)
Il cartello a destra è apparso ieri sera sulle porte degli ascensori qui in ufficio. (Stamattina una manina pietosa ha corretto la “E” finale di “ASCENSORE”, ma questo non è importante). Uno si chiede “cos’è, gli ascensori sono entrati in agitazione e non vogliono fare gli straordinari?” ma la risposta come al solito è molto più prosaica.
Che cosa ha a che fare una signorina poco vestita nella copertina di questo vecchio pamphlet (Giampaolo Dossena, Le contrappuntiste nelle aiuole, Comix-Vallardi 1994, pag. 32, ISBN 9788876863141), un emulo dei Millelire di Stampa Alternativa, che ho ritrovato facendo ordine in casa? Beh, Giampaolo Dossena era una persona serissima e proprio per questo capace di evocare immagini licenziose anche quando parla di giochi di parole da un punto di vista scientifico. In quel periodo Dossena aveva appena pubblicato il Dizionario dei giochi con le parole, e questo libretto poteva in un certo senso essere considerato un teaser: un modo per pubblicizzare l’altro prodotto, condensando un paio dei concetti del libro maggiore per incuriosire i potenziali acquirenti. Beh, garantisco che la cosa era venuta bene, nel senso che queste poche pagine rendono l’idea dello stile di Dossena. Una nota personale: quando Dossena prende posizione contro la terza scuola di pensiero, quella che se non trova una parola con una certa configurazione prova a generarne una, e scrive «Non è da escludere che entrino in uso ‘nettafilobus, semifactotum, compilarebus’», sta citando il sottoscritto che gli aveva mandato questi termini nel 1982, quando io ero uno studente liceale e lui teneva la rubrica di giochi di parole su Tuttolibri. No, regolapickup e soprattutto contracchewinggum non sono creazioni mie: io avevo anche caposervitù e videotabù, oltre a un regolagrisù che non ho più ritrovato. Anch’io ho un limite.
Io ho 
Tutti parliamo e sparliamo di privacy. Spesso però non abbiamo chiaro di che cosa stiamo parlando, perché sotto l’ombrello “privacy” si mettono per esempio il diritto a non essere fotografati in giro – diritto alla solitudine, potremmo chiamarlo – e quello a non volere che le informazioni su di noi siano conosciute da altri senza il nostro consenso preventivo – diciamo un diritto all’autodeterminazione. Questi campi si sovrappongono in parte ma non sono uguali, e trattarli come un unico blocco non è l’opzione ottimale. Il tema tra l’altro è in continuo divenire: questa versione del saggio di Raymond Wacks (Raymond Wacks,