Carta sbiancata

Come sicuramente non sapete se vi limitate a ottenere le informazioni dai media italiani, noi lavoratori TIM siamo in agitazione da mesi. L’ultima grande trovata dell’azienda è quella di spostare qualche centinaio di dipendenti dello staff (no, io non c’entro) da Milano e Torino a Roma; questo perché, come ha ineffabilmente affermato il presidente Recchi, gli spostamenti «sono delle ottimizzazioni del nostro parco di real estate. Abbiamo 7 milioni di metri quadri in giro per il paese; quindi è un’operazione di efficientamento degli spazi». Presumo che tutte le altre sedi torinesi e milanesi fossero tanto piene da non poter accettare neppure un ulteriore spillo, e quindi chiudendo via Negri a Milano e via Meucci a Torino non restasse che mandare tutti a Roma.

Bene. Ieri sera sembrava che le cose potessero miracolosamente cambiare. Come vedete dallo screenshot in alto, la trasmissione #cartabianca aveva in programma per stasera una puntata “Speciale TIM”, dove magari si sarebbe potuto sentire qualche timida voce oltre a quella dell’azienda. Ma i miracoli, come si sa, non accadono quasi mai. E infatti oggi un po’ prima delle 13, a domanda specifica alla redazione se lo speciale era confermato, la risposta è stata “lo speciale è stato fatto, ma la scaletta non è ancora chiusa”. Non ci vuole molto a immaginare come la cosa è andata a finire. Stasera si parlerà di attualità politica con Dibba e Delrio, di giustizia con Davigo e Orlando, e si terminerà ripercorrendo la lunga carriera artistica di Milly Carlucci. È ovvio che i temi di stasera sono arrivati tra capo e collo alla redazione, ed erano troppo importanti per essere rimandati. Bisogna capirli.

(Ah. A differenza di tanti miei colleghi, sono relativamente certo che la settimana prossima lo speciale sarà trasmesso. Non credo che sarà esattamente identico a quello che ieri era pronto: una settimana è un tempo piuttosto lungo ed è possibile fare in modo che altri punti di vista vengano inseriti e il resto contestualizzato)

Aggiornamento: (8 marzo) Alla fine ci sono stati 60 secondi di “speciale condensato” (che non ho visto)

Spese di spedizione di libri dagli USA

Stavo cercando un libro di racconti di Alex Kasman, Reality Conditions, in versione usata. Abebooks lo trova anche, ma i venditori mi fanno pagare dagli 11 ai 13 euro di spedizione in Italia. Io ricordo che ancora qualche anno fa (i gemelli erano già nati, quindi non può essere così tanto tempo fa) le spese di spedizione dagli USA erano sui 3-4 euro. Stiamo parlando di “shipping” vero e proprio, cioè via nave, non di corriere o cosa del genere.
Anche usando Bookfinder non è che le cose cambino tantissimo. Cosa è successo?

VistaPrint

Qualche settimana fa non sapevo cosa fare e ho deciso di farmi stampare un po’ di biglietti da visita dai soliti tizi di VistaPrint. Il biglietto lo potete vedere qui a fianco, ma non è di questo che vi voglio parlare bensì della tecnica di vendita del sito.
Io sono partito con un codice che dava il 50% di sconto sul prezzo di listino (molto teorico) dei biglietti; ma tanto per dire quando oggi sono rientrato nel sito per salvarmi il png del biglietto ho scoperto che mi era stato automaticamente applicato (prima che accedessi con il mio username…) un codice promozionale tipo 0803 che dava uno sconto… del 50%. Bravi, avete indovinato.

Vabbè, è ovvio che il prezzo di listino è solo teorico. Mentre costruivo il mio biglietto a ogni passo mi venivano offerti add-on vari, ovviamente a pagamento; e anche questo è abbastanza usuale. Quello che è più divertente è che in ciascun caso io vedevo non solo il prezzo che avrei dovuto pagare (escluse le spese di spedizione…) ma anche quanto stavo risparmiando rispetto al prezzo di listino. La parte più divertente è stata però quando ho scelto la modalità di spedizione. Non avendo nessuna fretta, ho scelto l’opzione meno costosa, che mi avrebbe fatto arrivare i biglietti entro due settimane. Mi è arrivato il messaggio “sicuro di non volere l’opzione standard? con solo un euro in più potrai avere i tuoi biglietti una settimana prima!”, cosa che ho serenamente declinato.

Ah, i biglietti mi sono comunque arrivati dopo una settimana :-) (Secondo me gli costa di più tenerseli in magazzino che spedirli quando sono pronti)

Quizzino della domenica: da McDonald’s™

Siete a un McDonald’s™ e avete voglia di McNuggets™. Li potete prendere in confezioni da 6, 9 oppure 20. Qual è il massimo numero di nuggets che non potete ordinare? Per esempio, è impossibile ordinarne 10. (No, non vale prendere due confezioni da sei nuggets e buttarne via due)

(un aiutino lo trovate sul mio sito, alla pagina http://xmau.com/quizzini/p238.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Problema tratto da Miodrag S. Petković, Famous Puzzles of Great Mathematicians; figura di gnokii, da OpenClipArt)

_La scommessa perfetta_ (libro)

Comincio la recensione parlando della traduttrice di questo libro, Valeria Lucia Gili. Ogni tanto, mentre leggevo, trovavo qualcosa che non mi tornava: c’era però una nota, nella quale lei spiegava la sua scelta; ed effettivamente aveva il suo senso. È stato davvero bello vedere tutta questa passione. E il libro (Adam Kucharski, La scommessa perfetta : La scienza che sbanca i casinò [The Perfect Bet], Codice Edizioni 2016 [2016], pag. XVIII-248, € 24, ISBN 9788875786199, trad. Valeria Lucia Gili), com’è? Molto, molto bello. Kucharski spiega bene qual è la differenza tra la teoria e la pratica; se volete vedere la cosa in un altro modo, i bei risultati matematici sul calcolo delle probabilità sono solo approssimazioni se li si applica a quello che succede nel mondo reale. Certo, chi gestisce le scommesse fa in modo che la matematica sia a suo favore. Ma questa è appunto solo la teoria. In un mondo come il nostro che è meno che perfetto, però, ci sono sempre delle scappatoie che ci fanno fuggire dalla teoria. Una roulette può non essere perfettamente bilanciata, le carte possono essere mischiate male; ma soprattutto è possibile che gli altri scommettitori scelgano strategie non ottimali e chi sa davvero usare la matematica può sfruttarla per guadagnare a spese loro. Nel libro viene addirittura mostrato come sia possibile per un computer superare gli esseri umani in un gioco come il poker, dove si può ingenuamente pensare che l’arte di bluffare abbia un ruolo dominante nella strategia. Il tutto ben documentato con tantissime fonti.
In definitiva questo è uno dei pochi libri che conosco che mostra come la matematica abbia davvero un’importanza nel mondo reale oltre a dividere alla romana il conto della pizzeria. Dite nulla!

Statistiche del blog per febbraio 2017

Rispetto a gennaio, c’è stato un evento inaspettato: il mio post sui grafici farlocchi della sindaca torinese, che ha rovinato tutte le statistiche. In genere il mio sito fa tra le 1500 e le 1800 visite al giorno: domenica 25 ce ne sono state 5582. Detto questo, i visitatori unici sono stati 28.424, con 53.495 visite e 116.480 pagine. Bing continua a essere il bot che ciuccia più pagine (1,30 GB), seguito questo mese da Ahrefs con 579 MB.

La top 5 dei post più letti:

Chiara Appendino e la regressione immaginaria: 6490 visite (!)
Tempismo perfetto: 642 visite
Epitome dell’Italia: 623 visite
D’accordo saper scrivere, ma…: 621 visite
Virginia e Romeo: 545 visite

(solo un altro post ha avuto almeno 500 visite)

Fuori dal blog, la pagina con la teoria degli accordi musicali ha avuto 1328 hit e quella su come si calcola la radice quadrata ne ha avuti 525. Ma quelli sono evergreen.

Altro che CAPTCHA

Leggo sul Post che in Norvegia hanno provato a usare un nuovo sistema per ridurre i commenti fuori tema agli articoli: prima di commentare occorre rispondere ad alcune domande sul testo dell’articolo stesso. Il sistema non sarebbe usato sempre, ma solo quando un articolo della sezione tecnologia finisce in home page, e quindi viene visto da persone che non sono abituate a seguire quei temi: le domande a cui rispondere vertono sul testo dell’articolo stesso, quindi non occorrono conoscenze pregresse. L’idea di base, oltre all’eliminare i commentatori compulsivi, è quella di aumentare il tempo tra la lettura dell’articolo e la scrittura del commento, sperando in tal modo di raffreddare un po’ gli animi e ottenere un testo migliore.

Cosa succederebbe da noi se si applicasse una misura simile? Forse le risposte E ALLORA IL PD???? (che ultimamente mi pare aver scalzato E I MARÒ? dal non-dialogo che tipicamente si trova) si ridurrebbero un po’. O forse questa sarebbe l’arma finale per eliminare finalmente i commenti dagli articoli: commenti che sono nati per un falso bisogno di mostrarsi sociali, ma in realtà funzionano tipicamente come ipotetica cassa di risonanza per chi in questo modo crede di rendere noto a tutti il suo pensiero, nella migliore delle ipotesi. Però non si sa mai: magari qualcuno sarebbe davvero costretto a leggere e cercare di capire abbastanza per trovare le risposte esatte… anche se temo sarebbe più facile che si mettesse a provare tutte e 27 le combinazioni possibili finché non riesce a entrare. Ma poi, perché bisogna leggere i commenti agli articoli dei giornali?

Parole o_stili. O no?

I più attenti tra i miei ventun lettori si saranno accorti che non ho mai scritto nulla su Parole O_stili e sul loro Manifesto della comunicazione non ostile. Non è stato un caso: c’era qualcosa che non mi tornava in tutto il battage, ed essendo notoriamente uno che pensa male temevo il tutto fosse un cavallo di Troia per far passare più facilmente qualche leggina bavaglio. Inutile dire che non sono il solo a pensarla così: basta per esempio leggere Antonio Pavolini, che alla due giorni di Trieste ci è stato e ha visto tutta la parte di eventizzazione nemmeno riuscita tanto bene (quanti di voi hanno sentito dell’iniziativa fuori dalla rete?), oppure Fabio Chiusi che invece ha scelto di non andarci. Ho trovato però molto interessante questa analisi di Benedetto Ponti, che fa le pulci ad alcuni punti del famigerato decalogo e che vi invito a leggere prima di proseguire qua, visto che dice le cose meglio di come probabilmente farò io. Ah: anche Ponti, oltre che notare come il Manifesto sia «una via di mezzo tra il decalogo e il manuale di stile» e quindi né carne né pesce, ritiene che

rischi anche di apparire come il tentativo di riproporre la (più tradizionale) struttura gerarchica nella produzione, circolazione e fruizione delle informazioni (e delle idee), e segnala la profonda insofferenza (da parte di alcuni) nei confronti di un’ecosistema refrattario (o semplicemente inadatto) a riprodurre queste gerarchie (precostituite).

Proviamo a leggere tutto il Manifesto in un ordine più o meno casuale e a fare finta che non sia legato alla comunicazione in rete, ma alla comunicazione tout court: in fin dei conti non penserete mica che Internet sia una riserva indiana, vero? Alcuni punti sono tra il condivisibile e l’ovvietà. Per esempio il 10, Anche il silenzio comunica con sottotitolo “Quando la scelta migliore è tacere, taccio”, dovrebbe essere chiaro a tutti, ma ribadirlo non fa male; proprio come il 6, Le parole hanno conseguenze: “So che ogni parola può avere conseguenze, piccole o grandi”, anche se qui per la precisione ricorderei che le parole scritte in rete restano per sempre. Il punto 8, Le idee si possono discutere, le persone si devono rispettare è bellissimo e giustissimo, e lo dice persino il papa: ma siamo proprio sicuri che non sia rispettato solo nella comunicazione “dal basso”? Le rare volte che mi capita di sentire interviste a politici, nella maggior parte dei casi – per fortuna non sempre, ci sono parecchie eccezioni – sento più che altro insulti alle persone.

Passiamo ai punti che parlano più direttamente di stile. Nulla da dire sul 7, Condividere è una responsabilità: “Condivido testi e immagini solo dopo averli letti, valutati, compresi”. Magari fosse così: mi troverei metà contenuti tra le mie connessioni online, e giusto perché ho selezionato bene le mie frequentazioni. Lo stesso il 3, Le parole danno forma al pensiero, col sottotitolo “Mi prendo tutto il tempo necessario a esprimere quello che penso”. Diciamo che mi accontenterei di trovarmi davanti un pensiero ben definito e non vagante a caso: se fosse breve sarebbe meglio, ma anche Pascal scrisse “Mi scuso per la lunghezza della mia lettera, ma non ho avuto il tempo di scriverne una più breve”. Quello che mi pare inutile è il punto 5, Le parole sono un ponte: “scelgo le parole per comprendere, farmi capire, avvicinare gli altri”. In realtà la cosa è diversa per due motivi. Il primo è che non sempre posso scegliere le parole, per la banale constatazione che non ne conosco a sufficienza per poter scegliere; il secondo è che quando ho le capacità per sceglierle scelgo le parole per esporre la mia tesi, e non è affatto detto che io sia interessato a comprendere gli altri: non sono un insegnante né un demagogo. Una volta che io so che il mio testo sarà letto e compreso solo da un certo tipo di persone, dov’è il problema? Io scrivo per me e per loro. Altra cosa è se devo rispondere a qualcuno, nel qual caso è buona educazione, in rete come nel mondo là fuori, cercare le parole giuste per quella persona. Qui entriamo nella parte più preoccupante, almeno per me, del Manifesto: quella più prescrittiva. Prendiamo il punto 8. Gli insulti non sono argomenti: “Non accetto insulti e aggressività, nemmeno a favore della mia tesi”. Che vuol dire? Che devo rispondere al mio compagno di strada insultante “No, guarda, non devi commentare così, ché poi Gesù piange”? Quello che mi sarei aspettato di trovare è qualcosa tipo “Non sostenere la tua tesi aggredendo gli avversari, perché otterrai il risultato contrario”; se vuoi contribuire a ridurre l’aggressività totale, basta non riutilizzare gli argomenti aggressivi dei nostri fan.

Infine abbiamo i tre punti per me pericolosi, e non solo per me visto che sono quelli esplicitati da Ponti nel suo post. Sul 4, Prima di parlare bisogna ascoltare, io sono un po’ meno tranchant: avrei solo scritto “Prima di rispondere bisogna ascoltare”. La differenza è enorme: ognuno può dire quello che vuole, ma se si vuole davvero avere uno scambio e non una gara di urla occorre appunto ascoltare per poter replicare sul contenuto e non per mostrare di essere il migliore. Il punto 2, Si è ciò che si comunica: “Le parole che scelgo raccontano la persona che sono: mi rappresentano” deve essere letto insieme all’1, Virtuale è reale: “Dico e scrivo in rete solo cose che ho il coraggio di dire di persona”. In entrambi i casi i sottotitoli snaturano completamente il significato dei punti a cui si riferiscono. Certo, virtuale è reale: ma l’anonimato (anche reale) è un diritto. Per combattere i leoni di tastiera sarebbe molto meglio insegnare ad ignorarli. Lo stesso per la rappresentazione: perché mai io non posso decidere di avere un’identità in rete diversa da quella reale? E se ne voglio avere più d’una, a parte la faticaccia per riuscire a mantenerle tutte? Ma soprattutto, cosa c’entra il modo in cui io appaio con la comunicazione “ostile”, senza underscore? Forse se scrivo buonino allora sarò buonino anche altrove?