Gli “ingegni minuti” che danno il titolo a questo libro (Lucio Russo ed Emanuela Santoni, Ingegni minuti : una storia della scienza in Italia, Feltrinelli 2010, pag. 509, € 30, ISBN 9788807104633) sono il nome spregiativo che Giovanbattista Vico dà ai cultori della scienza italiani, in contrapposizione alla (sua) frequentazione della metafisica; la definizione è poi stata ripresa da Benedetto Croce, uno che si compiace di non sapere praticamente nulla di matematica, e che è poi stato un modello di ruolo per generazioni di italiani. Questo dovrebbe darvi un’idea del taglio di questo libro; Russo e Santoni hanno scritto un’opera monumentale, recuperando centinaia di nomi di scienziati italiani (rectius, che hanno operato in Italia) dal Duecento alla seconda metà del secolo scorso,e che mi erano per la maggior parte ignoti. Ma la parte più interessante del libro sono le tesi di storia e filosofia della scienza, che presumo essere per massima parte di Russo. Passiamo da un’esplicita negazione del concetto kuhniano di rivoluzione sciientifica, mostrando come la storiografia per incensare Galileo e Fermi tralascia scientemente il contesto in cui sono sorti, a una spietata analisi del milieu scientifico italiano, legato prima alla frammentazione nazionale e poi a una politica volutamente minimalista. In pratica la ricerca in Italia era al top nell’Umanesimo e nel Rinascimento perché per farla bastavano il mecenatismo dei signori locali; quando nel Settecento nascono gli stati unitari la produzione italiana si specializza in temi più individualisti e facili da gestire da soli; dopo la seconda guerra mondiale l’Italia ha perso ogni interesse alla ricerca applicata, pensando che costasse troppo, e ha man mano tolto fondi a quella pura, perché senza applicazioni non se ne capisce la necessità. Il libro si chiude insomma in modo davvero pessimista.
Funerali e domenica
Stamattina ho sentito della diatriba sull’ordinanza della sindaca Appendino per la domenica senz’auto, ordinanza che non avrebbe permesso di far girare i carri funebri. Il mio primo pensiero è stato “ma di domenica mica si fanno funerali!” al che Anna mi ha subito zittito rammentandomi che non si fanno funerali cattolici, ma per un musulmano la cosa può essere diversa: e in effetti se non ricordo male il funerale per un islamico dovrebbe essere tenuto entro 24 ore dalla morte. Non so come funzionino effettivamente le cose, ma sicuramente ho peccato di pregiudizio.
Detto questo, l’articolo della Busiarda dice qualcosa di diverso, però. Ecco la citazione (grassetto nell’originale):
«Una querelle si è aperta ieri a proposito dei mezzi in dotazione alle imprese di pompe funebri, che chiedevano di estendere la deroga valida per i carri funebri anche agli altri mezzi di loro proprietà. Questo perché di domenica non si celebrano funerali (dunque niente carri) ma il personale delle onoranze funebri si deve muovere per trasportare attrezzature a casa dei defunti o nelle camere mortuarie degli ospedali.»
Le cose insomma sono ben diverse da quello che avevo sentito per radio. Quello che invece non cambia da una giunta all’altra è che l’opposizione si lamenta sempre a prescindere: stavolta è il capogruppo PD a cavalcare l’onda della protesta…
Scrivere dall’oltretomba
Grazie ai buoni uffici di MediaLibraryOnLine, sto leggendo Domare l’infinito di Ian Stewart. A un certo punto mi sono trovato questa frase:
In seguito, Fermat intraprese le sue ricerche; le mise per iscritto nel 1629 ma le pubblicò soltanto cinquant’anni dopo, con il titolo di Ad locos planos et solidos isagoge.
Tutto molto bello, se non fosse per il fatto che cinquant’anni dopo il 1629 siamo nel 1679 e Fermat morì nel 1665. Ora, al giorno d’oggi non è strano pubblicare da morti, e anche tornando indietro nel tempo non ricordo per quanti anni dopo la sua morte vennero pubblicati articoli di Eulero. Però spero che voi concordiate con me che un conto è avere pubblicata una propria opera, altra cosa è pubblicarla…
Detto questo, mi affretto ad aggiungere che il testo originale recita
Having done this, Fermat embarked upon his own investigations, writing them up in 1629 but not publishing them until 50 years later, as Introduction to Plane and Solid Loci.
e quindi quello che ha scritto per primo la castroneria è stato Stewart. Ma è anche vero che io, nel caso avessi tradotto il libro, avrei silenziosamente corretto la frase in “furono pubblicate”. Un traduttore ha degli obblighi morali nei confronti dei suoi lettori. In fin dei conti il titolo del libro era già stato giustamente riportato alla lingua originale di pubblicazione…
TAP e ulivi
Lunedì scorso il Consiglio di Stato ha sentenziato che la valutazione di impatto ambientale sul gasdotto TAP è stata fatta correttamente. La notizia è stata accolta con la consueta alzata di spalle da attivisti no-TAP e governatore Emiliano, e immagino che si ricomincerà la Grande Lotta Popolare per evitare l’espianto dei 231 (duecentotrentuno) ulivi secolari sul percorso del gasdotto.
Anche ammesso che gli ulivi non potranno essere ripiantati (in loco o altrove), mi pare di ricordare che quelli infestati dalla xylella siano molti, molti di più: aggià, ma quelli infatti non sono stati tolti, perché basterà eliminare le scie chimiche e risorgeranno più belli che pria. La mia impressione è però che la diatriba non sia tanto ambientalista quanto politica, esattamente come per il referendum dello scorso anno voluto dalle regioni per forzare la mano contro lo stato.
In difesa del ministro Poletti
Tra i ministri del governo Renzi-Gentiloni, Poletti non è forse tra i migliori. Beh, diciamo che l’applicazione del metodo Cencelli a una coalizione un po’ raffazzonata in un tempo storico in cui si privilegia l’apparire al fare non ha dato risultati eclatanti. Ma a parte le litoti, Poletti assurge spesso agli onori della cronaca per le sue uscite, e ieri è successo di nuovo: tutti a lamentarsi su Facebook per il suggerimento del ministro di giocare a calcetto (con le persone giuste) per trovare lavoro anziché studiare. Sarebbe stata la rovina per quelli come me che odiano il calcio: mi veniva quasi da chiedere se potevo almeno passare alla pallacanestro.
Poi stamattina a Radio Popolare ho sentito esattamente cosa ha detto, e non è esattamente così. Poletti ha rimarcato una cosa che è ovvia non solo in Italia ma anche all’estero: più che i curricula, il “rapporto di fiducia” che è alla base del rapporto di lavoro lo si trova giocando a calcetto. Come vedete, lo studiare non entra proprio nel discorso, e immagino sia dato per scontato. D’altra parte tutti coloro che si lamentano delle frasi di Poletti non hanno che da andare a fare e vincere un concorso, dove non contano né il calcetto né i curricula.
Alla fine del servizio radiofonico, però, ho forse capito la ragione di tanto odio. Nel campo politico si solo lamentati i transfughi PD (che hanno trovato lavoro cominciando a fare i portaborse) e i pentastellati (che l’hanno trovato scrivendo a beppegrillo™). Nemmeno loro giocavano a calcetto.
Denunce sociali (network)
Quizzino della domenica: doppio esagono magico
Nella figura qui sotto si possono vedere due esagoni concentrici, uno grande e uno piccolo, e tre diagonali di cinque elementi. Finite di riempire la figura usando i numeri da 1 a 13 senza ripetizioni per avere alla fine che in tutte e cinque quelle linee (esagoni e diagonali) la somma delle cifre presenti sia 39.

(un aiutino lo trovate sul mio sito, alla pagina http://xmau.com/quizzini/p246.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Problema di Nadejda E. Dyakevich, da Wordplay)
_Geometria e caso_ (libro)
Henri Poincaré è stato l’ultimo grande fisico matematico dell’Ottocento. Nonostante questo, e le sue intuizioni come quelle sulla teoria del caos che sono state riprese solo mezzo secolo dopo la sua morte, non ha lasciato una sua scuola; la strage di matematici francesi nella prima guerra mondiale e il successivo avvento del gruppo Bourbaki ha spostato l’accento dalle considerazioni geometriche di Poincaré a un formalismo molto spinto. Claudio Bartocci nella sua lunga introduzione a questo libro (Henri Poincaré, Geometria e caso : Scritti di matematica e di fisica, Bollati Boringhieri 2013 [2005], pag. 214, € 12, ISBN 9788833924854, a cura di Claudio Bartocci) fa un bel lavoro per collocare Poincaré nella sua epoca, anche se almeno nel primo e nell’ultimo brano chi non è matematico può trovarsi a mal partito nel seguire il filo del discorso. Sono più interessanti in effetti i brani più divulgativi e fisici: chi come me si è sempre trovato davanti la fisica come una serie di formule e formulette prova un certo qual piacere a scoprire che in fin dei conti le leggi derivano da un lungo lavoro mentale. Il caso? Beh, è trattato molto di sguincio. Anche se Bartocci afferma che Poincaré potrebbe essere considerato un precursore della teoria del caos, la cosa non traspare molto dal testo: si può leggere solo un articolo con considerazioni teoriche e qualche accenno al modo in cui la termodinamica sfrutta il caso. Per la geometria invece la spiegazione è più chiara: il grande matematico usava per quanto possibile la sua intuizione geometrica per arrivare alle soluzioni in maniera non ancora a prova di errore ma sicuramente con un grande passo in avanti.
