Quizzino della domenica: distanze

Dato il rettangolo ABCD e un punto P, sappiamo che la distanza AP è 11 cm, BP è 13 cm e CP è 7 cm. Quanto vale la distanza DP?
Nota: P può essere interno oppure esterno al rettangolo, come negli esempi della figura qui sotto (non in scala, evidentemente).

[rettangolo ABCD e punto P - due possibilità

(un aiutino lo trovate sul mio sito, alla pagina http://xmau.com/quizzini/p252.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Problema tratto da Mind Your Decisions)

_Domare l’infinito_ (libro)

Di libri sulla storia della matematica ce ne sono tante, ognuna con il suo taglio: per esempio Carl Boyer ha un approccio più tecnico, mentre Morris Kline è più sul versante filosofico. Il guaio è che in entrambi i casi gli autori presuppongono che il lettore abbia una conoscenza abbastanza buona della matematica per non perdersi all’interno del testo. In questo libro (Ian Stewart, Domare l’infinito : Storia della matematica dagli inizi alla teoria del caos [Taming the Infinite], Bollati Boringhieri 2016 [2009, 2011], pag. 376, € 14.50, ISBN 9788833927985, trad. Angela Iorio) Ian Stewart sceglie un approccio diverso: non può naturalmente eliminare tutta la matematica, ma cerca di ridurla al minimo indispensabile, e soprattutto preferisce un approccio non lineare ma più attento ai vari temi, anche usando terminologie e simboli che non sarebbero apparsi se non molto tempo dopo ma sono più comprensibili ai contemporanei.
Purtroppo il tentativo di Stewart di rendere il testo più accattivante per chi non è matematico, soprattutto nei primi capitoli – andando avanti ha rinunciato, e secondo me il testo ci ha guadagnato parecchio – non rende un buon favore alla materia; e la traduzione di Angela Iorio non migliora le cose, tra le “funzioni strane” e molte altre frasi il cui significato si può intuire solo se si sa già di che si parla. Un peccato, perché l’approccio poteva avere senso per un pubblico colto ma non matematico.
[NOTA: io ho letto l’edizione 2011. Non so se gli errori sono stati corretti successivamente]

stupri di serie A e di serie B

A me non pare che Deborah Serracchiani sia chissà quale cima politica: la sua fortuna nacque perché era andata contro “Minimo” D’Alema e in parte per la sua frangetta. La sua uscita di ieri (archivio) lo dimostra, e se volete dimostra anche che non ha scelto così bene il suo staff. Per chi non l’avesse vista, la frase incriminata è «La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese», riguardo al tentativo di stupro di una minorenne da parte di un richiedente asilo.

Però. Che cosa avrebbe fatto meglio a dire, Serracchiani? Avrebbe potuto tacere. In fin dei conti non penso che lei esterni in veste ufficiale ogniqualvolta accade un tentato stupro, ancorché di una minorenne. Avrebbe potuto limitarsi a dire che la violenza sessuale è un atto odioso e schifoso, ed esprimere una solidarietà generica alla ragazza. Beh, fosse successo così scommetto che la polemica sarebbe scoppiata lo stesso per la sua omertà. Io avrei forse continuato dopo “schifoso” con qualcosa tipo “Sono addolorata che tale atto sia stato compiuto da una persona che abbiamo accolto nel nostro Paese”, evitando i confronti ma comunque segnalando il fatto del richiedere asilo, che è una cosa ben diversa dall’essere genericamente stranieri, e soprattutto avrei evitato le sue frasi seguenti: «Per quanto mi riguarda, gesti come questo devono prevedere l’espulsione dal nostro Paese, ovviamente dopo assolta la pena. Se c’è un problema di legislazione carente in merito – ha aggiunto Serracchiani – bisogna rimediare». A parte questa deriva grillo-salviniana, la presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia dovrebbe sapere che in questi casi, anche se a posteriori rispetto all’identificazione, valgono le previsioni dell’articolo 6, comma 2c, del Decreto Legislativo 18 agosto 2015 n. 142; un politico nazionale di primo piano dovrebbe sapere bene queste cose. Poi per fortuna non faccio il politico, perché non garantisco andrebbe bene nemmeno il mio testo: ma almeno io posso parlare al vento.

Pubblicità mirata

Mercoledì, mentre prendevo una bici BikeMi, mi sono accorto che molte avevano sulla ruota davanti la pubblicità della Toyota Hybrid. Sulle prime mi sono chiesto quanti ciclisti potrebbero mai essere interessati a un’auto ibrida. Poi ho capito: quella pubblicità non è per chi usa il bike sharing, ma per quelli che vedono passare le biciclette per la città e pensano che un’auto ibrida sia esattamente la stessa cosa, ma solo più comoda. Marketing perfetto, insomma!

_2Dee_ (libro)

Ho più o meno capito quale sarebbe la trama di questo libro (Robin Wyatt Dunn, 2Dee, John Ott 2017, pag. 481, ISBN 978194083093) ma non è stato per nulla facile. Le parti in cui la storia viene sviluppata sono poche e sparse; nel mezzo c’è una quantità di testo onirico (stream-of-consciousness, dicono gli altri commentatori che ne sanno di più), o forse no. Alcuni personaggi sono presentati in modo diverso in sezioni diverse del libro, e non sono riuscito a capire il perché. D’accordo che è il sequel di un altro suo libro, ho poi scoperto; ma non credo che avrei capito qualcosa in più anche se fosse stato il primo.
Ad ogni modo, il vero protagonista del libro non è John Dee, o il suo “figlio intelligenza artificiale”, o le due razze aliene che sono arrivate sulla Terra, ma la città di Los Angeles. Le scene in cui Dunn parla della città sono quelle che ho di gran lunga preferito. In definitiva, è un libro per persone che più che una storia ben sviluppata preferiscono un bombardamento di immagini.

Un gioiellino

Il capitalismo bancario in Italia è sempre funzionato così: quando una banca stava per fallire, la si faceva comprare da una più grande per nascondere le magagne e parare il culo agli azionisti (ok, venivano anche salvaguardati i piccoli correntisti, ma questo era un effetto collaterale). Insomma, che qualcuno abbia chiesto a Unicredit di prendersi Banca Etruria non è nulla di strano, e il fatto stesso che il possibile acquirente abbia fatto un controllo e gentilmente rifiutato l’offerta dimostra che non ci sono stati atti di concussione o simili.
Resta il fatto politico: che la richiesta non fosse arrivata così genericamente dal governo, ma dalla figlia del vicepresidente di Banca Etruria. È vero che i nostri governanti ci hanno ormai abituato a performance non proprio eccezionali, ma sono pronto a scommettere che alla fine si scoprirà che la richiesta è arrivata da qualcun altro che avrà accennato a Maria Elena Boschi (o perché gliel’avrebbe fatto presente lei, o perché sarebbe poi potuta essere contenta).

fake news “ufficiali”

Non so se vi è capitato di leggere questo articolo di Repubblica, dal titolo “Fake news, molto rumore per nulla. Lo studio: non ci caschiamo così facilmente”. Secondo Giuliano Aluffi (il titolo non sarà magari suo, ma il catenaccio sì), gli italiani sono «Scettici, puntigliosi fact-checker, pluralisti, disposti a cambiare idea e vaccinati contro le bufale». Tutto questo perché «in media il 50% degli intervistati ha risposto di usare i motori di ricerca ‘spesso’ o ‘molto spesso’ per verificare i fatti». Prendiamo l’articolo e parliamone.

La prima cosa che salta agli occhi è che ci sono numerosi collegamenti… tutti ad altri articoli di Repubblica. Come capita praticamente sempre con l’italica stampa, ci si dimentica di mettere un link alla ricerca originale; per trovarla occorre… fare una ricerca in rete :-) (No, non penso che sia quello ad alzare la percentuale di italiani che fa le ricerche per verificare i fatti. La stragrande maggioranza si fida, sono solo io il solito san Tommaso che vuole almeno andare alla fonte della notizia). Lo studio esiste, intendiamoci; trovate qui un articolo sul sito della MSU e qui il link dove scaricare le 203 pagine del rapporto. I dati riportati sono quelli della tabella 2.6 a pagina 39; il testo che accompagna la tabella afferma «Clearly, search is a key tool for checking the accuracy of news or other information, making search central to guarding against or at least discerning ‘fake news’ stories». Ora, che se non si cerca non si potrà mai accertare la verità è lapalissiano; ma dovrebbe anche essere ovvio che non è sufficiente. È vero che gli italiani continuano a essere quelli che trovano più spesso notizie non corrette (19,6%: tabella 2.32 pagina 51), ma sono nella media per quanto riguarda il trovare spesso informazioni utili (tabella 2.31 pagina 50). Ma lo studio non ha fatto domande di controllo per verificare se le informazioni ritenute non corrette oppure utili fossero davvero così: dunque tutto quello che sappiamo è che in Italia si fanno più ricerche che altrove, ma magari le ricerche corroborano le fake news perché chi le prepara è abbastanza bravo a fare in modo da creare fonti multiple che danno una sensazione di verità: come tutti sanno, milioni di mosche non possono sbagliarsi.

Intendiamoci: anche l’articolo della MSU ha come titolo “Fake news and filters aren’t fooling internet users” ma se poi si va a leggere la sezione 6.1 a pagina 111 si scopre che la frase «The argument that search creates “filter bubbles,” in which an algorithm guesses what information a user wants based on their information (location, search history), is overstated. In fact, internet users encounter diverse information across multiple media, which challenges their viewpoints.» è declinata in maniera ben diversa: semplicemente i risultati dicono che l’uso relativo di diverse tecnologie è indipendente da quanto le tecnologie in questione sono state definite affidabili. D’altra parte lo studio è stato commissionato e pagato da Google, quindi non è poi così strano che si focalizzi su quanto venga usata la ricerca e non sul come. Ma ritorniamo al punto di partenza: in quanti si saranno fidati di quella paginetta senza andare a cercare le fonti? Siamo al paradosso di Epimenide: una notizia che nega le fake news è una fake news, almeno in parte.

PS: a proposito di (innocenti, stavolta) fake news, quanti di voi sarebbero pronti a scommettere che William Dutton abbia davvero spiegato tutto questo a Repubblica?