DocumentFreedomDay

Pietro mi segnala che mercoledì 25 marzo a Opera (centro polifunzionale di via Gramsci 21) ci sarà il DocumentFreedomDay (vedi anche relativa locandina).
Il DFD nasce in ambito europeo per spiegare al grande pubblico perché gli standard aperti sono un Bene. Il pubblico di per sé dovrebbe averlo intuito: vi è mai capitato di non riuscire ad aprire un documento Word scritto su un PC con il Word di un altro PC? Ecco. Il guaio (uno dei guai) di Word è che le sue specifiche non sono mai state pubbliche, e soprattutto che Microsoft da una versione all’altra aggiungeva e cambiava qualcosa in modo da impedire all’atto pratico che qualcuno potesse scrivere un convertitore da Word a un altro word processor, oppure creare un word processor che leggesse direttamente i file Word. La situazione oggi è un po’ migliore, tanto che OpenOffice può leggere e scrivere in formato Word, ma resta il problema di avere un formato realmente trasportabile: ma vi garantisco che le resistenze di Microsoft sono molte, tanto che ha proposto in luogo del tentativo di standard ODF il suo Office Open XML, cercando probabilmente di fare quello che Sun fa con le specifiche di Java. Se poi queste cose non vi interessano, la sera ci sono dei concerti :-)
Io che sono ancora più un dinosauro preferisco ancora i sistemi a markup come TeX, ma non faccio testo…

Intrappolato!

Dopo aver pranzato in mensa, sono rientrato in ufficio. Ho preso l’ascensore assieme a un collega, mentre l’altro aspettava la vicesegretaria che controllava se era arrivata posta per il nostro gruppo e ci diceva “non usate l’ascensore! salite a piedi!”
Beh, l’ascensore è partito a sussultoni, e a un certo punto si è fermato del tutto, poi si sono spente le lucine dei pulsanti dei piani prenotati e si è accesa quella “divieto di transito” che dovrebbe significare che l’ascensore non deve essere usato. Un po’ in ritardo, se dobbiamo dirla tutta.
Purtroppo non avevo un programmino per inviare via twitter gli aggiornamenti minuto per minuto di quello che mi stava capitando, altrimenti sarei diventato famoso. Così invece, dopo aver telefonato alla vicesegretaria dicendo di chiamare qualcuno, alla fine ci siamo messi in due a spingere la porta scorrevole, scoprendo che eravamo venti centimetri sotto il livello del secondo piano: un vero anticlimax.
(quando avevo sei anni, sono rimasto chiuso in un ascensore insieme a mia nonna e mio fratello che ai tempi aveva due anni. Rimasi così scioccato che, grazie anche al fatto che stavamo traslocando da un appartamento all’ottavo piano a uno al primo, fino ai quattordici anni non usai più un ascensore. Però stavolta me ne sono stato bello tranquillo ;-) )

l’abbonato non è una persona

L’ultimo rapporto Gartner, citato da De Biase, afferma che ci sono 4.1 miliardi di persone con un cellulare. Beh, non proprio: quello che dice è che ci sono 4.1 miliardi di abbonati alla telefonia mobile. Non so voi, ma in questo momento io ho tre telefonini a mio nome. Per la precisione ne avrei quattro, ma il quarto è quello che usa mia mamma e quindi possiamo vederlo come suo. D’altra parte, nel 2006 in Italia c’erano 122 cellulari ogni cento abitanti…
Poi intendiamoci, i numeri globali sono impressionanti, specialmente per continenti come l’Africa dove non c’erano quasi linee telefoniche fisse e la struttura di telefonia mobile risulta molto più conveniente (ammesso che comunque si trovino generatori elettrici per le basi e si possano ricaricare i terminali…); e può anche darsi che un telefonino sia usato da più di una persona. Però ci tengo alla precisione.

Grandi pensatori

Immaginiamo di avere un mazzo di carte da poker, e provare a predire quale sarà la successiva. Indubbiamente, quando sono state estratte cinquantun carte, nell'(ex) mazzo rimarrà solo una carta, la “predizione” sarà corretta al 100%. Come fare ad evitare questo problema? Semplice. Basta togliere il due di picche dal mazzo: adesso avremo solo cinquantun carte, quindi non ci capiterà mai di dover estrarre la cinquantaduesima.
Tutto questo non lo dico io, ma Felipe Massa.
(però io un’idea a proposito ce l’avrei. Il GP non ha una durata prefissata, ma variabile ad esempio dai 50 ai 70 giri del circuito. Si prepara un sistema casuale che dia lo stop in un momento casuale: il gran premio finisce al passaggio successivo del primo in graduatoria)
sto scherzando, se non si fosse capito

Alla caccia del senatore!

Leggo da hyperbola via FacciaLibro che un senatore avrebbe presentato un disegno di legge per la liberalizzazione praticamente totale della caccia. Uso il condizionale perché sono andato a verificare le “iniziative legislative” del senatore in questione e non ho affatto trovato tale ddl. (Per la cronaca, ci sono varie proposte di legge al Senato, basta scrivere “venatoria” nel form di ricerca, ma nessuna attribuibile a questo senatore)
Bisogna però dire che il senatore in questione dovrebbe stare un po’ attento, visto che all’anagrafe fa Franco Orsi.

Diagramma di flusso alle poste

Sabato mattina, mentre uscivo a comprare il giornale, il postino stava passando davanti a casa. Ho colto la palla al balzo, e gli ho consegnato una bolletta Telecom di un’azienda che se ne è andata via dal nostro condominio da parecchi mesi e che era da qualche giorno sopra le cassette delle llettere. Il postino l’ha presa e l’ha messa nella sua borsa, in una tasca diversa da quella da dove aveva tirato fuori le lettere da consegnare.
Ieri sera torno a casa, controllo la casella della posta, e sopra di essa c’era la bolletta Telecom dell’azienda di cui sopra.

Cory Doctorow a Milano

Venerdì 6 marzo alle 19 alla Mediateca di Santa Teresa‎ in via della Moscova 28 ci sarà un incontro con Cory Doctorow (potete scegliere se considerarlo autore di fantascienza oppure creatore di BoingBoing, fate voi). O se preferite, il 27 ci sarà Lawrence Lessig (fondatore Creative Commons)
L’ingresso è libero fino ad esaurimento posti: maggiori informazioni a MeetTheMediaGuru. Io venerdì forse ci sarò, ammesso e non concesso che riesca a far quadrare un po’ troppe cose a casa.

Le impronte digitali di Paolo Guzzanti

Il capocomico della famiglia Guzzanti, dopo essere stato eletto vicesegretario del Partito Liberale Italiano (sì, esiste ancora. Penserete mica che i partiti che possono fare i congressi in una cabina telefonica siano appannaggio della sola sinistra?) ieri ha tuonato contro il sistema che prevede che per votare in Parlamento occorra l’impronta digitale dell’onorevole, come avevo scritto a suo tempo.
A parte la facile battuta che comunque molti di loro le impronte le dovrebbero già aver lasciate da qualche parte (ma se è solo per questo, è capitato anche a me…) mi piacerebbe sapere quale sarebbe esattamente la dignità che si perde, o meglio se possiamo considerare i nostri pianisti parlamentari degni esponenti del nostro Paese. È vero che le Camere sono un semplice votificio (dallo scorso aprile c’è stata una legge di iniziativa parlamentare: il resto sono conversioni in legge di decreti e approvazioni di leggi di iniziativa governativa), ma sarebbe doveroso fare il proprio dovere di schiacciabottoni in maniera onesta. Arrabbiarsi contro l’uso interno delle impronte digitali è semplicemente populista, e forse proprio per quello la campagna di Guzzanti avrà successo.
(Ah, lo sapete che dopo lo scandalo Tavaroli adesso chi in Telecom deve trattare dati per conto dell’autorità giudiziaria è obbligato a connettersi con il riconoscimento biometrico? I miei colleghi dovrebbero chiedere a Guzzanti di fare fronte comune…)